Quelli che ti aggiungono su Facebook

Un click per sei gradi di separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione afferma che tutti sono collegati a tutti, che chiunque può conoscere chiunque attraverso massimo sei passaggi. Del tipo: Marco vuole conoscere Lidia che è amica di Marisa che è la cugina di Fabio il quale è amico di Paolo che è amico di Marco. Marco allora non deve far altro che chiedere al suo amico Paolo: ehi Paolo puoi chiedere a tuo cugino Fabio di chiedere alla sua amica Marisa di presentarmi la sua amica Lidia?
E il gioco è fatto.
Oggi in realtà il gioco è ancora più facile perché grazie a Facebook possiamo fare a meno di Paolo,di Fabio, di Marisa e di tutti gli altri. Se vogliamo conoscere Lidia, tutto quello di cui abbiamo bisogno è una tastiera per mezzo della quale digitare il suo nome e aggiungerla tra gli amici. Tutt’al più quando l’avremo trovata ci accorgeremo che Lidia conosce Marisa che conosce Fabio che conosce Paolo ma a quel punto, chissenefrega.
Tutto più facile quindi? Probabilmente sì. Ma non è detto che sia tutto più semplice.
In effetti, se vengono a cadere i ponti di contatto umani – cioè la consuetudine per cui ci si conosce attraverso qualcuno che già si conosce – tutto è concesso. Ma, come spesso accade quando tutto è concesso, il mondo invece di semplificarsi, si complica. Ecco perché ci si propone di offrire una rapida guida che spiega chi e come ci aggiunge su Facebook. Continua a leggere

Il mondo salvato dalle zucchine: i Vegetariani

Prologo: sono circondato. Quest’estate mi viene a trovare in villa un vecchio amico, uno di quelli con cui hai passato l’adolescenza e con cui adesso passi la post-adolescenza. Per chi non è di queste parti è necessario spiegare che avere in comune l’adolescenza qua a Bari significa molte cose tra cui anche (e soprattutto) aver affrontato insieme quella che potremmo definire la mangiata ammerda. La mangiata ammerda consiste nell’uscire di sera per mangiare cibi che sono:

  • non sani
  • brutti a vedersi
  • di origine non chiara
  • poco igienici
  • venduti e consegnati da persone di dubbia morale e di dubbia fedina penale

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Tanta voglia di like: ovvero perché non basta la foto di vostra nonna per sopravvivere su Internet

I numeri contano. Cosa determina il numero di  mi piace  sotto un elemento pubblicato? L’elemento in sè (la qualità della canzone, dello stato, della foto) o la persona che la pubblica? Ci sono elementi pubblicati che sono interessantissimi, utilissimi, originalissimi ma che raccolgono pochi pollicioni all’insù. E ci sono elementi pubblicati che non aggiungono nulla al panorama circostante che però vengono accolti con migliaia di consensi digitali. Ma, spesso, accade anche il contrario.  Come mai? Il web è un mondo strano e difficile – un posto in cui Francesco Sole ha dieci volte più mi piace di Zerocalcare – dominato però da una regola ben precisa: per sopravvivere devi piacere a molti. Ma perché devo piacere a molti? Facile. Perché in un mondo dove tutti possono dire la loro, piacere a pochi è come non piacere a nessuno. E ora cerchiamo di capirne i motivi. Continua a leggere

Tempo al Tempo: i ritardatari

La solitudine dei numeri primi
La vita di un puntuale – diceva Stefano Benni – è un inferno di solitudini immeritate. E prima dell’avvento di smartphone e tablet, questo era ancora più vero. Arrivavi nel posto prefissato all’orario prefissato e non trovavi nessuno. Il vuoto. Il nulla. Controllavi l’ora sull’orologio da polso o sul display di quei cellulari privi di connessione internet e sapevi di essere nel giusto. Avevamo detto alle 21.30 e sono le 21.30. E allora dove sono tutti gli altri?
Boh, mistero.
Per ammazzare il tempo, allora, non restava che passeggiare nervosamente su e giù con un occhio sempre rivolto all’orizzonte per mantenere viva la speranza dell’arrivo dei famigerati “altri” oppure, seduti su un gradino o appoggiati al cofano dell’auto, tentare di battere il record di snake II.
Io che sono un puntuale insopportabile – uno di quelli che se gli dicono “ragazzi ci vediamo alle 22 a casa mia”, arriva alle 21:55, aspetta 5 minuti e poi bussa – le ho provate tutte per riempire il vuoto del ritardo altrui: passeggiate, analisi approfondita delle vetrine circostanti, videogiochi vintage e, da quando mi sono fornito di un’autoradio mp3, ascolto critico di intere discografie di artisti emergenti. Se i miei amici non appartenessero alla categoria dei ritardatari, molto probabilmente non avrei mai scoperto gli Arcade Fire. Ma dire ritardatari così, tout court, non rende giustizia alla complessità della categoria stessa. Sì, perché il non arrivare in orario è un’arte che conosce varie correnti e vari movimenti di pensiero. In fondo, far perdere tempo agli altri è atroce – perché il tempo non si innamora due volte di uno stesso uomo e perché è impossibile chiedere tempo al tempo (medaglia d’oro a chi coglie le due citazioni senza ausilio di Google) – e allora, almeno, è bene farlo con un po’ di varietà.
E dunque vediamo unpo’. Continua a leggere

L’insostenibile leggerezza del panzerotto (di Di Cosimo). In memoriam

[ Ieri, a Bari, è venuta a mancare un'istituzione e allora, in barba ai diritti d'autore, la omaggio con il capitolo dedicato tratto da Un Moderato Delirio - Sopravvivere a Bari ]

Le dimensioni contano.
Potete averne conferma facendovi un giro su alcuni siti internet che la mia educazione cattolica mi impedisce di digitare oppure facendo un salto alla celebre panzerotteria “Di Cosimo”. Poiché il correttore automatico di Word mi ha evidenziato la parola “panzerotteria” trovo assolutamente necessario parlarne. Il panzerotto di “Di Cosimo”, a Bari, è una specie di religione. E come tutte le religioni suscita reazioni differenti nelle persone. Ci sono, ovviamente, i fedeli, quelli per cui esiste solo un panzerotto – quello di “Di Cosimo” appunto –e non hanno alcun panzerotto al di fuori di Lui. Ci sono, altrettanto ovviamente, gli atei, quelli che non riconoscono la Sua esistenza e superiorità– perché è troppo grosso, troppo fritto o perché c’è troppa coda per prenderlo. E infine ci sono gli indifferenti a cui, con buona pace di Gramsci, appartengo pure io: riconosciamo la sua esistenza ma non lo veneriamo e siamo sempre disposti ad addentare altri panzerotti in altri posti.
Comunque vi poniate, il panzerotto di “Di Cosimo”, a Bari, è un’istituzione. Continua a leggere

Io, Diana, Lucas, la finale dei mondiali e una vagina artificiale.

(Post un po’ fuori dagli schemi di questo blog ma avevo un’ora libera prima di prendere il treno e poi mi sembrava una storia carina da raccontare, adatta a tutti quelli che la vita è una palla, sempre le stesse cose.)

Può capitare di restare soli a Bressanone. Non dovrebbe ma capita. A me è capitato ieri, e la sera c’era pure la finale dei mondiali. Per un attimo penso di vederla in camera, in hotel, dato che per una volta c’è pure un televisore decente. Ma guardare la finale dei mondiali in hotel da soli è triste, troppo triste a prescindere dalle stelle dell’hotel e dalla qualità della tv. Decido allora che, solo per essere solo, tanto vale esserlo in un locale pubblico. Entro così in un locale pieno zeppo di crucchi e chiedo al classico cameriere altoatesino – quello che parla tre lingue in scioltezza – se per caso c’è posto per uno, per me solo, dove magari si vede la partita.
Lui mi dice di aspettare un attimo.
Prego, faccio io. Continua a leggere

Aspetto l’estate tutto l’anno e all’improvviso eccola qua: venti motivi (più uno) per cui l’estate è la più bella stagione dell’anno

Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.
Lo diceva Ennio Flaiano, lo stesso secondo il quale i giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto (mentre tutti gli altri fanno solo volume). Cinque o sei giorni indimenticabili che, quindi, devono cadere necessariamente  d’estate.
Vediamo allora di capire un po’ perché l’estate è veramente la stagione più bella e importante dell’anno. Continua a leggere