Gli amici di una vita

Chi sono gli amici di una vita?
Senza rifletterci troppo si potrebbe rispondere: gli amici che conosci da una vita. Il che, detto da una persona la cui età inizia con un 2, potrebbe però anche suonare: gli amici che hai conosciuto quando eri piccolo e con cui sei cresciuto.
Non ci può essere vera amicizia senza una giovinezza condivisa, scrive infatti Antonio Scurati in un suo bel libro. E questo perché − proseguiva − l’amicizia non è un’affinità elettiva, non è una scelta deliberata e intenzionale. È una cosa casuale, una cosa gratuita.
Insomma, gli amici non sarebbero – come recitano immagini e stati commoventi che si diffondono su Facebook – dei “fratelli che ci siamo scelti”. Sono dei fratelli che, esattamente come i veri fratelli, ci sono capitati.
Si nasce, per puro caso, in uno stesso quartiere. Si fa, per puro caso, lo stesso sport. Si frequenta, per puro caso, la stessa scuola. Si hanno, per puro caso, gli stessi hobby e le stesse possibilità economiche. E il gioco è fatto. Agli esseri umani – conclude Scurati – capita di inciampare uno nell’altro e di fare un pezzo di strada assieme prima che la chimica ormonale completi i propri esperimenti con il corpo puberale. E, voilà, ecco l’amicizia, quella vera, ed eccoli, quegli uomini, testimoni l’uno dell’altro per il resto dei loro giorni.
E, al netto del suo consueto tragico nichilismo, non ha tutti i torti.
In fondo ciò che distingue gli amici di una vita – quelli che ti sei fatto durante la tua infanzia/adolescenza – dagli amici successivi – quelli che ti fai dopo – è proprio il modo in cui affrontano il tempo, la capacità di gestire la durata. Se incontri un amico di una vita dopo un periodo di non frequentazione (vuoi perché uno dei due si è trasferito, vuoi perché uno dei due si è fidanzato) non c’è alcun imbarazzo iniziale, non c’è alcun vuoto da riempire, alcun inizio da ricostituire. Generalmente va così:

- Ehi da quanto tempo? Che si dice?
– Mamma mia, e che ti devo dire? Il nulla cosmico! Tu?
– Ah guarda, sicuramente tu stai meglio
– Ma che cazzo dici? Beato te, invece. Ma hai sentito di Marco?
– No, cosa?

E proseguono per ore. Se invece incontri un amico che ti sei fatto da “adulto” dopo un periodo di non frequentazione, c’è imbarazzo, c’è bisogno di ricostruire qualcosa.

- Ehi da quanto tempo? Che si dice?
– Ehi ciao. No, niente di che. Tu?
– Non mi lamento.
– Mh, bene
– Già.

E non si sa come proseguire.
E probabilmente ciò accade proprio perché non vi siete conosciuti da piccoli, perché non avete giocato insieme, perché non vi siete visti entrambi con l’acne, perché non vi siete visti entrambi un porno. Gli amici di una vita hanno cioè delle fondamenta in comune, ce le hanno e ce le avranno sempre, sono scontate, non hanno bisogno di essere ricostruite. Gli amici che vengono dopo, invece, le fondamenta devono ricostruirle di volta in volta, anche daccapo se serve.
E questo spiega perché gli amici di una vita, dopo una vita, possono fare un sacco di cose: possono andarsene all’estero e ritornare, possono farsi crescere la barba e tagliarsela, possono prendersi un cane o la playstation 4, possono trovare l’amore e perderlo, possono votare Forza Italia e candidarsi per il M5s, possono fare tutto e il contrario di tutto. Ma agli occhi degli altri amici di una vita una sola cosa non possono fare. Non possono cambiare. E tutti gli altri, quelli che sono venuti dopo, questo non lo possono capire.

A me viene da pensare spesso a tutto ciò quando tento di misurare la mia vita con il puro metro della logica.
In fondo – adesso alla mia età – l’amicizia non è più questione di puro e semplice caso. Non del tutto almeno. Adesso a quest’età, tu hai gusti e idee più precise, più sviluppate, più (appunto) adulte. Potresti conoscere e fartela con gente che ha con te delle consonanze, che ha con te delle somiglianze, che è in armonia con quello che fai o con quello che vuoi fare nella vita. L’amicizia, cioè, sarebbe finalmente una questione di affinità elettiva. Mi scelgo gli amici con cui mi trovo meglio. Mi scelgo gli amici che mi merito.
E magari funziona così.
Può farlo.
Magari adesso conosci veramente persone che hanno i tuoi stessi gusti alimentari, che ascoltano la tua stessa musica, che guardano le tue stesse cose, che votano il tuo stesso partito.
E magari ci esci pure.
Eppure, proprio no, non ci sta niente da fare. Anche adesso che hai un’età, anche adesso che conosci persone a te più affini, alla fine quelli con cui ti trovi meglio sono sempre i soliti quattro stronzi che – può capitare – rispetto ai tuoi gusti, mangiano merda, ascoltano merda, guardano merda e votano merda.
E non riesci a capacitartene. Non riesci a comprendere.
Possibile che basti aver trascorso qualche anno, laggiù nell’infanzia, con questi quattro stronzi per far sì che loro siano i miei amici per sempre? Dov’è il libero arbitrio? Dov’è la giustizia?
Poi, ci pensi un po’, e capisci tutto. E ci riesci non grazie alla sociologia, non grazie alla psicologia, non grazie alla pedagogia e nemmeno grazie al cuore, quell’organo che, in teoria, dovrebbe riuscire a vedere quell’essenziale che è invece invisibile agli occhi.
No, capisci tutto grazie alla matematica. Grazie alla pura e semplice aritmetica.
Esci sempre con i soliti quattro stronzi perché loro non sono quattro.
Sono tre.
Il quarto sei tu.

Peanuts_gang

P.S.
Non sapevo che mettere come immagine, alla fine ho scelto i Peanuts che schifo non fanno mai.
P.S.II
Forse non arriverò mai a mille amici su FB ma la pagina del Blog può farcela: QUA

Nel cielo dei Pub: guida incompleta ai pub di Bari per sopravvivere alla domanda “dove possiamo andare stasera?”

Ode al Pub.
Il pub è una grande invenzione. Su questo non c’è alcun dubbio. È il luogo in cui si va quando si vuole mangiare qualcosa ma non troppo o bere qualcosa e anche troppo. E poi, diciamoci la verità: ormai nei pub, in alcuni almeno, si può mangiare anche bene, molto bene e le guide Michelin se ne stanno accorgendo.
Il pub ti consente di fare molte cose, è un luogo ibrido: un po’ ristorante, un po’ bar, un po’ pizzeria, un po’ cicchetteria. Il pub accoglie tutti: nel pub ci puoi trovare il professionista e lo studente, l’aspirante premier e il cassintegrato,  il solitario malinconico e la comitiva chiassosa. Il pub, insomma, è il luogo bastardo per eccellenza e proprio questo lo consacra a luogo simbolo delle serate postmoderne perché gli dei della postmodernità, a differenza di quelli del Re Lear, parteggiano davvero per i bastardi. Continua a leggere

Gli Zerbini

Quelli che ben zerbinano.
Sono intorno a noi, in mezzo a noi e in molti casi siamo noi. Solo che è difficile accorgersene perché quando diventi uno zerbino il mondo che vedi da là sotto, in basso, da una nuova prospettiva, ti sembra quello di tutti i giorni, quello di sempre, il solo e unico che tu abbia mai conosciuto. Non riesci a capire che qualcosa è cambiato. Non riesci a cogliere che la tua prospettiva adesso è totalmente diversa, che il resto del mondo è rimasto alto e tridimensionale mentre tu sei diventato basso e piatto. Ma soprattutto non ti accorgi che il resto del mondo (ma soprattutto qualcuno o qualcuna) adesso ti cammina sopra, un piede alla volta e magari se li pulisce pure . E nessuno, o quasi, te lo fa notare perché, in fondo, avere qualcuno su cui pulirsi le scarpe fa comodo a chiunque. Continua a leggere

Quelli che ti aggiungono su Facebook

Un click per sei gradi di separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione afferma che tutti sono collegati a tutti, che chiunque può conoscere chiunque attraverso massimo sei passaggi. Del tipo: Marco vuole conoscere Lidia che è amica di Marisa che è la cugina di Fabio il quale è amico di Paolo che è amico di Marco. Marco allora non deve far altro che chiedere al suo amico Paolo: ehi Paolo puoi chiedere a tuo cugino Fabio di chiedere alla sua amica Marisa di presentarmi la sua amica Lidia?
E il gioco è fatto.
Oggi in realtà il gioco è ancora più facile perché grazie a Facebook possiamo fare a meno di Paolo,di Fabio, di Marisa e di tutti gli altri. Se vogliamo conoscere Lidia, tutto quello di cui abbiamo bisogno è una tastiera per mezzo della quale digitare il suo nome e aggiungerla tra gli amici. Tutt’al più quando l’avremo trovata ci accorgeremo che Lidia conosce Marisa che conosce Fabio che conosce Paolo ma a quel punto, chissenefrega.
Tutto più facile quindi? Probabilmente sì. Ma non è detto che sia tutto più semplice.
In effetti, se vengono a cadere i ponti di contatto umani – cioè la consuetudine per cui ci si conosce attraverso qualcuno che già si conosce – tutto è concesso. Ma, come spesso accade quando tutto è concesso, il mondo invece di semplificarsi, si complica. Ecco perché ci si propone di offrire una rapida guida che spiega chi e come ci aggiunge su Facebook. Continua a leggere

Il mondo salvato dalle zucchine: i Vegetariani

Prologo: sono circondato. Quest’estate mi viene a trovare in villa un vecchio amico, uno di quelli con cui hai passato l’adolescenza e con cui adesso passi la post-adolescenza. Per chi non è di queste parti è necessario spiegare che avere in comune l’adolescenza qua a Bari significa molte cose tra cui anche (e soprattutto) aver affrontato insieme quella che potremmo definire la mangiata ammerda. La mangiata ammerda consiste nell’uscire di sera per mangiare cibi che sono:

  • non sani
  • brutti a vedersi
  • di origine non chiara
  • poco igienici
  • venduti e consegnati da persone di dubbia morale e di dubbia fedina penale

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Tanta voglia di like: ovvero perché non basta la foto di vostra nonna per sopravvivere su Internet

I numeri contano. Cosa determina il numero di  mi piace  sotto un elemento pubblicato? L’elemento in sè (la qualità della canzone, dello stato, della foto) o la persona che la pubblica? Ci sono elementi pubblicati che sono interessantissimi, utilissimi, originalissimi ma che raccolgono pochi pollicioni all’insù. E ci sono elementi pubblicati che non aggiungono nulla al panorama circostante che però vengono accolti con migliaia di consensi digitali. Ma, spesso, accade anche il contrario.  Come mai? Il web è un mondo strano e difficile – un posto in cui Francesco Sole ha dieci volte più mi piace di Zerocalcare – dominato però da una regola ben precisa: per sopravvivere devi piacere a molti. Ma perché devo piacere a molti? Facile. Perché in un mondo dove tutti possono dire la loro, piacere a pochi è come non piacere a nessuno. E ora cerchiamo di capirne i motivi. Continua a leggere

Tempo al Tempo: i ritardatari

La solitudine dei numeri primi
La vita di un puntuale – diceva Stefano Benni – è un inferno di solitudini immeritate. E prima dell’avvento di smartphone e tablet, questo era ancora più vero. Arrivavi nel posto prefissato all’orario prefissato e non trovavi nessuno. Il vuoto. Il nulla. Controllavi l’ora sull’orologio da polso o sul display di quei cellulari privi di connessione internet e sapevi di essere nel giusto. Avevamo detto alle 21.30 e sono le 21.30. E allora dove sono tutti gli altri?
Boh, mistero.
Per ammazzare il tempo, allora, non restava che passeggiare nervosamente su e giù con un occhio sempre rivolto all’orizzonte per mantenere viva la speranza dell’arrivo dei famigerati “altri” oppure, seduti su un gradino o appoggiati al cofano dell’auto, tentare di battere il record di snake II.
Io che sono un puntuale insopportabile – uno di quelli che se gli dicono “ragazzi ci vediamo alle 22 a casa mia”, arriva alle 21:55, aspetta 5 minuti e poi bussa – le ho provate tutte per riempire il vuoto del ritardo altrui: passeggiate, analisi approfondita delle vetrine circostanti, videogiochi vintage e, da quando mi sono fornito di un’autoradio mp3, ascolto critico di intere discografie di artisti emergenti. Se i miei amici non appartenessero alla categoria dei ritardatari, molto probabilmente non avrei mai scoperto gli Arcade Fire. Ma dire ritardatari così, tout court, non rende giustizia alla complessità della categoria stessa. Sì, perché il non arrivare in orario è un’arte che conosce varie correnti e vari movimenti di pensiero. In fondo, far perdere tempo agli altri è atroce – perché il tempo non si innamora due volte di uno stesso uomo e perché è impossibile chiedere tempo al tempo (medaglia d’oro a chi coglie le due citazioni senza ausilio di Google) – e allora, almeno, è bene farlo con un po’ di varietà.
E dunque vediamo unpo’. Continua a leggere