Io, Diana, Lucas, la finale dei mondiali e una vagina artificiale.

(Post un po’ fuori dagli schemi di questo blog ma avevo un’ora libera prima di prendere il treno e poi mi sembrava una storia carina da raccontare, adatta a tutti quelli che la vita è una palla, sempre le stesse cose.)

Può capitare di restare soli a Bressanone. Non dovrebbe ma capita. A me è capitato ieri, e la sera c’era pure la finale dei mondiali. Per un attimo penso di vederla in camera, in hotel, dato che per una volta c’è pure un televisore decente. Ma guardare la finale dei mondiali in hotel da soli è triste, troppo triste a prescindere dalle stelle dell’hotel e dalla qualità della tv. Decido allora che, solo per essere solo, tanto vale esserlo in un locale pubblico. Entro così in un locale pieno zeppo di crucchi e chiedo al classico cameriere altoatesino – quello che parla tre lingue in scioltezza – se per caso c’è posto per uno, per me solo, dove magari si vede la partita.
Lui mi dice di aspettare un attimo.
Prego, faccio io.
Torna dopo pochi secondi e mi dice che sì c’è posto ma dovrei accettare di dividerlo con una persona che sarebbe arrivata a momenti.
Va benissimo, faccio io. E mi siedo ad un tavolino piccolo piccolo. Il tempo di sfogliare il menù e il cameriere ritorna accompagnato dalla persona in questione. Io alzo gli occhi e per un attimo penso che non solo Dio esiste ma che oggi ha sbirciato la mia pagina Facebook, si è accorto che mi ero messo ad ascoltare i Radiohead e ha deciso di intervenire. Penso questo perché la persona che in questo momento si sta sedendo a quindici centimetri dalla mia faccia è una delle ragazze più belle che abbia mai visto, di sicuro la più bella che sia mai venuta a cena con me, con tanto di candela al centro. D’accordo non l’ha fatto intenzionalmente ma di questi tempi non mi pare il caso di fare troppo i pignoli.
È imbarazzata, si siede, non parla italiano, è tedesca ma non di quelle tedesche bionde-occhi-azzurri. Ha i capelli castani, lisci, lunghi e degli occhi di un colore chiaro che non saprei dire, che se non fosse impossibile direi che cambia a seconda dell’espressione del volto. Con questo essere superiore io ci devo passare almeno novanta minuti della mia miserabile vita. E maledico di aver sempre rinviato a settembre, da parecchi settembre a questa parte, l’inizio del corso di tedesco. Non posso fare altro che attaccare bottone in inglese confidando nel sistema scolastico tedesco. A onor del vero il suo inglese è scarsino ma con gli occhi che si ritrova può parlare tutte le lingue del mondo. Dopo pochi minuti di conversazione standard, riesco a rompere il ghiaccio e lei sorride.
E il suo sorriso è una cosa incredibile. Questa ragazza non ha un volto. Ha un’icona che andrebbe stampata sulle t-shirt e copertine di tutto il mondo. Mi racconta che ha appena finito di fare la group leader a dei ragazzini per un soggiorno in Italia.
Dove?, domando io.
E lei mi risponde: Termoli.
Ho riso per quindici minuti. Lei ride con me ma non capisce. Allora le devo spiegare che Termoli si trova in una regione chiamata Molise, che il Molise non esiste e che dunque il suo lavoro non è mai esistito. Lei non comprende bene il tutto ma ammette che a Termoli non c’era nulla: auto, bus, giovani, manco il cellulare prendeva.
Logico, faccio io, eri in un posto che non esiste.
La Germania, nel frattempo, inizia i suoi primi assalti. Lei guarda, si diverte e ride. Ride perché dei tipi vicino a noi tifano come forsennati e mi spiega che i tedeschi di qua parlano il tedesco ma quando devono insultare usano l’italiano. E in effetti è vero. Nella sala, all’improvviso, risuonano frasi come “arbitro stupido cosa fai!” o uno strambo “testa di legno!”.
Lei però non è una tedesca di qua. Ha vent’anni tondi tondi ed è della Germania vera, continentale, e domani torna a casa.
Pure io, le dico.
Quanto ci metterai?, mi chiede.
Dieci ore più o meno, le rispondo.
Pure io, mi dice.
Qualcuno lassù si sta divertendo un mondo, penso io.
A questo punto le chiedo come si chiama. Diana, mi dice. Non un nome propriamente tedesco ma, mi spiega, la madre è polacca e quindi ecco chiarito il tutto. Io mi chiamo Renato, e lei, ovviamente, come tutte le persone nate e cresciute all’estero, non capisce, non lo sa pronunciare.
No problema. Puoi chiamarmi come vuoi, le dico. Scegli il nome che preferisci e lei, ridendo, ci pensa un po’ su e poi mi battezza Lucas. Dalla terra degli Helmut e Hans poteva andarmi peggio.
La partita prosegue così come i sempre splendidi racconti di vite che solo gli sconosciuti che si incontrano in un territorio neutro sanno fare. Ha studiato infermeria ma poi ha lasciato. Ora vorrebbe riprendere a studiare e fare l’assistente sociale, a breve saprà se è stata presa all’università. Le domando se ha un piano B ma la giovinezza, quella vera, e la bellezza, quella vera, da che mondo è mondo non conoscono piani B. Le faccio quindi un in bocca al lupo mentre terminano i tempi regolamentari. Diana fa una faccia sconsolata perché adesso teme che la Germania possa perdere andando ai rigori e che lei non possa quindi tornare a casa in qualità di campione del mondo. Io non so che augurarmi dal momento che abbiamo scommesso che se la Germania avesse vinto, io sarei stato Lucas per tutta la vita. E il mio nome vero è una delle poche cose di me che mi piace. Ma Dio oggi, oltre che benevolo nei miei confronti, è anche un pochetto tedesco. Mario Götze incrocia alla perfezione e la Germania segna. Il locale esplode e Diana applaude e mi sorride e io capisco che Dio ha fatto la scelta giusta. Ma come avevano capito benissimo gli Afterhours non c’è niente che sia per sempre. La Germania alza la coppa e noi ci alziamo e ci dirigiamo verso l’uscita. Non so come si dica “beh” in tedesco ma il momento del commiato lo si capisce anche senza.
“Di sicuro questa finale me la ricorderò per tutta la vita” , dico io.
“Anche io “, dice lei ridendo.
“Allora buona fortuna per tutto”.
Lei non dice nulla, mi sorride soltanto ed è giusto così.
Qualche minuto dopo entro in un bagno di un locale perché fino all’hotel non la tenevo. Mentre mi svuoto la vescica noto alla parete un distributore di “vagine artificiali”, quattro euro l’una e io non sapevo manco esistessero. Stavolta viene da ridere a me perché ‘sto finalaccio volgare non ci azzecca nulla con la storia di questa serata, perché questa serata da copione doveva finire in un’altra maniera ma la vita, si sa, non segue una sceneggiatura.
Non una ben scritta, almeno. Però è pur vero che ‘sta vitaccia balorda ti può regalare certi momenti così piacevoli e inaspettati in grado di salvare quella che sembrava essere una triste, solitaria, umida domenica sera, a centinaia di km da casa. E non è mica male così.
E no, la vagina artificiale non l’ho comprata. Quattro euro l’una. Ma siamo pazzi?

Aspetto l’estate tutto l’anno e all’improvviso eccola qua: venti motivi (più uno) per cui l’estate è la più bella stagione dell’anno

Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.
Lo diceva Ennio Flaiano, lo stesso secondo il quale i giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto (mentre tutti gli altri fanno solo volume). Cinque o sei giorni indimenticabili che, quindi, devono cadere necessariamente  d’estate.
Vediamo allora di capire un po’ perché l’estate è veramente la stagione più bella e importante dell’anno.

  • Perché l’estate ti fai le docce all’aperto e, anche se non abbiamo testimonianze dirette a riguardo, le docce al chiuso non esistevano nel Paradiso Terrestre.
  • Perché d’estate il fastidiosissimo, odiosissimo, innaturalissimo rumore del phon non si sente: ed è giusto così.
  • Perché l’estate puoi mangiare l’anguria, maledire i suoi cazzo di semi, godere della sua freschezza e gastemare per le macchie ignobili che ti lascia.
  • Perché l’estate la discussione  “ma qual è la migliore pizza di Bari? ” si trasforma prepotentemente in “ma qual è il miglior gelato di Bari?“e, a prescindere dai gusti pizza vs gelato, la sfida è decisamente più economica.
  • Perché – correlato al punto precedente – d’estate si sfidano le due scuole di pensiero che restano silenti durante tutto l’anno: sostenitori dei gusti alla frutta (fragola, limone, pesca, melone…) contro sostenitori dei gusti “dolci” (cioccolato, stracciatella, bacio…).
  • Perché d’estate tutti hanno un amico che se ne esce con il cono “mela verde e zuppa inglese” creando scandalo e svenimenti nella comitiva.
  • Perché d’estate (ri)incontri quella splendida categoria che sono “gli amici dell’estate”, quelli che sono cresciuti con te tre mesi alla volta, quelli che non ti hanno mai visto con un maglione in vita loro, quelli con cui hai condiviso la maggior parte delle tue “prime volte” (prima cotta, primo coito, prima sbronza), gli unici a cui puoi fare la domanda “beh che si dice?” e hanno veramente qualcosa da dirti (anche perché dopo 9 mesi vorrei ben vedere).
  • Perché nelle comitive estive vige un regime collettivistico a cui manco Marx aveva aspirato. Tutto è in comune: ci si passa asciugamani, creme solari, bottigliette d’acqua, bottiglie di birra, panini, costumi, ragazze (e ragazzi). Tanto d’estate, come a carnevale, vale tutto.
  • Perché le storie estive – si sa – durano poco ma sono le uniche che ricordi sempre sorridendo e mai piangendo.
  • Perché d’estate puoi vestirti come un rumeno in coda alla Lidl con la scusa del “cazzo, che caldo che fa
  • Perché d’estate le ragazze possono vestirsi come una ballerina di un Night di Praga con la scusa del “cazzo, che caldo fa
  • Perché d’estate scendono gli amici dal Nord e si commuovono perché ritrovano il Sole e un panino e bibita a 5 euro.
  • Perché il tasso di tradimenti sentimentali in estate cresce del 87% di modo che hai più possibilità sia di scopare sia di diventare cornuto. In ogni caso non ci si annoia mai.
  • Perché d’estate, senza dubbio alcuno,  rivedi sempre una persona che è invecchiata peggio di te e questo ti fa stare meglio.
  • Perché d’estate, dopo un anno di inattività, ci sono quelli che “ho proprio voglia di fare una partitella” e dopo cinque minuti capisci subito perché non toccavano palla da 12 mesi.
  • Perché d’estate, almeno per i maschietti, fare il bagaglio a mano Ryanair è molto più semplice.
  • Perché, se te ne vai dalla città, il cielo d’estate di notte è qualcosa di indescrivibile.
  • Perché a Ferragosto puoi spaccarti ammerda e hai almeno 15 giorni di tempo per riprenderti.
  • Perché quest’estate sono 27 anni che cerco di vedere una stella cadente nella notte di San Lorenzo senza riuscirci: magari questa estate è la volta buona.
  • Perché d’estate (almeno qua al sud) non esiste autodeterminazione, non esiste libero arbitrio. Vige piuttosto un determinismo geografico-climatico: puoi solo goderti l’estate nelle sue mille sfumature e non fare nient’altro. D’altra parte con questo caldo e con questo mare come puoi declinare verbi come studiare, lavorare, faticare, organizzare?

E laddove non arrivano le parole, funzionano le immagini. Questa foto rappresenta uno spettacolo che ci mette a disposizione l’estate alle 20:42. Alle venti e quarantadue. Chi ha bisogno di ragioni quando ha questo?

estaten

I Tipi da Spiaggia: breve catalogo di persone estive

L’importante è iniziare.
Cosa c’è di meglio dell’Estate, del mare, del gelato, dei bermuda, delle t-shirt, delle docce senza phon a seguire?
Niente, probabilmente. E a quelli che odiano il caldo, a quelli che “non vedo l’ora che arrivi l’Inverno”, a quelli che “mi annoio a stare senza far nulla” (soprattutto a questi ultimi), abbiate il coraggio di dire: non rompete i coglioni. Piuttosto che fare il conto alla rovescia per la fine dell’Estate, andatevene in Siberia che là c’è tanto fresco e tanto lavoro da fare..
Noi altri , invece, diciamo: benvenuta Estate. E che tu possa durare più a lungo possibile. E, soprattutto, che tu possa superare l’inizio il prima possibile.
Sì, perché anche le cose belle hanno i loro momenti difficili e l’Estate non fa eccezione. Il momento difficile dell’Estate è il suo inizio, cioè quel periodo tra giugno e luglio in cui la gente, venendo da mesi di freddo/neve/fresco/pioggia, non ha la più pallida idea di come gestire quella splendida avventura che è andare a mare. Continua a leggere

I Rosiconi

Rosicare è umano.
Recenti studi hanno dimostrato che nell’87% dei casi la felicità altrui è insopportabile. I motivi possono essere vari: perché è immeritata, perché ci è stata scippata, oppure perché – semplicemente – è altrui. Ossia degli altri. E, quando si tratta di cose belle, gli altri non siamo mai noi.
Non è mai stato chiarito del tutto se l’invidia sia o meno la più alta forma di ammirazione. Quel che è certo è che è un sentimento umano e, molte volte, assolutamente inevitabile. Tuttavia, così come c’è modo e modo di vincere e così come c’è modo e modo di perdere, c’è anche modo e modo di rosicare. Continua a leggere

La giornata di uno scrutatore: ovvero perché la Democrazia semplicemente non funziona

Chi ha avuto la possibilità di lavorare al seggio elettorale nei vari ruoli disponibili (presidente, segretario, scrutatore) ha avuto, al contempo, un onore e un onere. L’onore di capire come funziona il processo democratico e l’onere di toccarne con mano i difetti. Sì, perché basta aver lavorato una sola volta nella vita al seggio per avere la risposta a quella domanda che tutti, prima o poi, ci siamo fatti. E cioé: ma come cazzo ha fatto quello là a vincere le elezioni?
Io (che al seggio ci ho lavorato più di una volta) tenterò di elencare le varie tipologie di elettori italiani in modo da dare la possibilità a tutti (anche a chi in un seggio non ci è mai entrato) di risolvere l’enigma.  Partendo da una regola generale: benché si voti dal 1946, per un italiano ogni elezione è sempre la prima volta. E come ogni prima volta che si rispetti, nessuno ha ben chiaro come si deve comportare.
E dunque, iniziamo. Continua a leggere

Sporchiamo la Puglia

[ Questo post è un rapidissimo spot pubblicitario. Ma se lo  meritano]

Inchiostro di Puglia si propone di sporcare la Puglia.
Come sporcare? Sporcare la nostra (ancora) bella regione? Ma sono pazzi?
No, scusate. Riformulo. Inchiostro di Puglia si propone di macchiare la Puglia. Un attimo, e vi spiego. Inchiostro di Puglia vuole macchiare sì la nostra regione ma non in senso letterale bensì in senso letterario. Macchiarla d’inchiostro, addirittura con quello informatico, fatto di bit e di bytes e non di prodotti chimici così sono contenti anche gli ecologisti più radicali. Inchiostro di Puglia nasce e cresce come un progetto volto a raccontare il tacco del paese che sembra una scarpa. A farlo raccontare da chi ci vive e da chi ci è vissuto.
Guardatela, la nostra regione. E immaginate che in ogni paese, in ogni città, in ogni luogo ci sia una macchia che corrisponde a una storia. Inchiostro di Puglia fa questo. Percorre la nostra regione con un trerrote un po’ scassato e un po’ troppo lento. La percorre in lungo e in largo, senza un ordine prestabilito, da Bari a Lecce, da Lecce a Ostuni, da Ostuni a Molfetta, da Molfetta a Taranto, e chiede a qualcuno che in quei luoghi ci ha lasciato un pezzo di vita (per non dire un pezzo di cuore) di raccontarlo attraverso i suoi occhi e la sua penna. Il risultato è una mappa che è un po’ un cocktail di geografia e poesia, di economia e umorismo, di rimpianti e sogni, di umorismo e commozione.
Domani questo trerrote fa tappa a Bari e, per l’occasione, mi hanno invitato a farci un giro.
Venite anche voi a ballare in Puglia e vediamo un po’ che succede.
10153962_587850501314158_799765156135765600_n

Ps. Il Trerrote è metaforico non è che ci sta davvero eh!

Ormai siamo troppo giovani: la nostalgia di chi ha a disposizione più “domani” che “ieri”

Quand’è che siamo diventati vecchi? Quando è accaduto?
Il dicembre 1999 sembrava ieri. Tutti parlavano del capodanno del 2000 e dei megafesteggiamenti. Tutti stilavano delle classifiche per sintetizzare il meglio del Novecento: lo sportivo del secolo, il personaggio del secolo, la canzone del secolo, la partita del secolo, il libro del secolo, il film del secolo. Tutti erano eccitati per il futuro anche se stava sempre il rompicoglioni – quello è sempre esistito – che ripeteva beh, tecnicamente dovremmo festeggiare l’anno prossimo! Il 21° secolo infatti inizia dal 2001 e blabla.
Sembrava ieri. E oggi mi trovo a dover spiegare a una tredicenne che cos’era il Millennium Bug e quanto fosse emozionante lo spauracchio di un mondo che, da un secondo all’altro, poteva sprofondare in un medioevo post-apocalittico.
Quand’è, allora, che siamo diventati vecchi?
O meglio: quand’è – e soprattutto perché – siamo diventati nostalgici come i vecchi? Continua a leggere