Tre sistemi per sbarazzarsi del rancore sociale (senza però risparmiare sé stessi)

L’inutile inizio

Sono seduto sul lettino, ho la maglietta sollevata, la schiena nuda. Sento il freddo metallico dello stetoscopio appoggiarsi tra le scapole. La voce del medico mi ordina di tossire. E io tossisco.
Sono steso sul lettino, ho ancora la maglietta sollevata, il petto nudo. Sento i guanti in lattice premere qua e là sullo stomaco. La voce del medico mi chiede se sento dolore. Rispondo di no.
È passata circa mezz’ora da quando sono entrato nello studio e il medico, mio amico, decide che è abbastanza.
«Cuore, respirazione, pressione: è tutto in ordine» mi dice. «Stai bene» conclude, e sorride mentre con la coda dell’occhio guarda la porta chiusa alla mia destra.
Ho sempre pensato che il desiderio inconfessato dei medici sia una botola che si apre sotto i piedi del paziente non appena gli viene comunicata la diagnosi e l’eventuale terapia. Siccome però non possono realizzarlo, almeno non finché esiste la democrazia, si accontentano di sorridere e indicare con lo sguardo l’unica via di uscita a disposizione: la porta, per l’appunto. Tuttavia, per loro sfortuna, la strada verso una porta, a differenza di quella che scorre lungo una botola, è lastricata di cattive intenzioni e pessime domande.
«Ma tu sei sicuro che io sto bene?» gli chiedo mettendo il primo passo.
«Ti dico di sì» mi risponde mettendo il secondo.
«E se fosse qualcosa di autoimmune?» insisto, e mi fermo.
«No» dice lui e non si ferma.
«Magari un’allergia?»
«No» e continua a camminare.
«Qualcosa a livello neurologico?»
A questo punto il mio amico si ferma. Ma ha già la mano sul pomello.
«Ecco» dice. «Non neurologico ma mentale. Magari non è che non stai bene. È che pensi di non stare bene».
«Sono pazzo?»
«Che parolone. No, non dico quello. Però potresti parlarne con qualcuno».
«Mi vuoi mandare da uno strizzacervelli?»
«No, ti voglio mandare lontano da qui» e mi apre la porta.
Annuisco e m’incammino sconfitto per il corridoio. Sento la porta richiudersi alle mie spalle, il suo vetro smerigliato vibrare leggermente. Ma non passano nemmeno dieci secondi che la sento riaprirsi. Mi volto e vedo il medico, mio amico, che si sporge e mi dice:
«Poi ti mando il numero di uno bravo».
Sul momento, pensavo scherzasse. Che fosse una battuta fatta all’ultimo momento per smorzare la potenziale antipatia precedente. E invece, poi, l’ha fatto per davvero. Mi ha mandato il numero di uno, secondo la sua opinione, bravo. Prova a parlarci, mi ha scritto. Gli psicologi sono gli astrologi della salute. Anche se non ci credi, una lettura all’oroscopo non può farti male.
E così, per non farmi male, ci sono andato.

Il primo passo

Lo psicologo è un ometto gracile con pochi capelli in testa e un viso che si restringe paurosamente verso il mento. Mi ha fatto accomodare su una poltroncina quasi al centro della stanza e lui si è messo di fianco a me su un’altra poltroncina identica alla mia. Dei divani che si vedono nei film non c’è traccia.
«Bene» mi dice dopo qualche minuto di reciproco mutismo. «Posso chiederle perché pensa di trovarsi qui?»
«Perché penso di trovarmi qui?»
«Esatto».
«Perché non sto bene. Cioè non mi sento bene. E siccome dagli esami che ho fatto non è venuto fuori nulla, ho pensato che… anzi mi è stato fatto notare che qui avrei potuto trovare una soluzione, un giovamento».
«Posso chiederle di descrivermi i suoi sintomi? Perché pensa di non sentirsi bene?»
«È difficile da spiegare. Non è un dolore. O meglio non è un dolore solo, localizzato. Varia di intensità e posizione. Ci sono momenti in cui mi prende lo stomaco e me lo torce. Altri in cui afferra il petto e me lo stringe. Altri in cui s’infila nel cervello e me lo prende a calci».
«Posso chiederle di scendere più nei particolari? Quando si verificano questi, diciamo, attacchi?»
«Ah, non ci sono momenti specifici. Può capitare in qualsiasi momento. Per esempio. Sono al pub con un amico e lui mi sta raccontando della sua giornata di lavoro o del suo ultimo viaggio? Zac! Dolore allo stomaco. Sono davanti al pc e leggo una notizia di uno che ha fondato una nuova Start-up nella Silicon Valley? Dolore al petto. Vedo un libro appena pubblicato? Dolore alla testa. Accendo la tv e sento un’intervista a un politico? Dolore ovunque. Ecco. Cose così».
Lo psicologo congiunge le mani come a formare una capanna di dita e se le porta fin sotto al naso. Resta così, immobile e silente, per qualche secondo. Poi riprende.
«Capisco. Quindi, da quanto mi dice, si tratta spesso di situazioni legate a un’occasione di socialità. Lei prova dolore quando assiste alle parole, alle azioni e ai risultati di qualcun altro».
Stavolta sono io a rimanere immobile e silente per qualche secondo. Poi replico.
«Non ci faccio caso ma sì, può essere».
«Bene. E spingendoci un po’ più in là, potremmo forse dire che lei prova dolore quando assiste alle parole, alle azioni e ai risultati positivi di qualcun altro?»
«Positivi?»
«Quando qualcuno fa qualcosa di buono, intendo. O meglio, diciamolo senza indicazioni di qualità: quando qualcuno riesce a fare qualcosa. O meglio ancora: quando qualcuno ha un successo, piccolo o grande che sia, nel suo campo, qualunque esso sia».
Deglutisco e non rispondo.
«Un attimo» dice lui e si alza. Va verso la sua scrivania, ci gira intorno, si china su un cassetto, e lo apre. Quando torna a sedersi ha in mano un foglio.
«Facciamo un test» mi dice.

 Lo S.T.R.E.S.

Ho gli occhi chiusi, così come mi è stato chiesto. Mi è stato anche chiesto di rilassarmi ma per quello faccio un po’più di fatica.
«È un test molto semplice» sento dirmi da qualche parte nella stanza. «Si tratta di formare delle frasi. Di completarle. Io le darò dei soggetti e lei dovrà proseguire la frase con le prime cose che le vengono in mente».
«Le prime cose?»
«Sì. Non stia troppo a pensarci. Le completi di getto».
«Va bene».
«È pronto?»
«Sì».
Lo sento avvicinarsi e chinarsi su di me, alle mie spalle. Avverto il suo respiro nel mio orecchio sinistro e qui, all’improvviso, s’insinua una voce leggera, quasi sibilante, che dice:
«I politici…»
E io, come in trance, rispondo:
«…hanno distrutto l’Italia».
«Le banche…»
«…rubano».
«Gli imprenditori…»
«…sfruttano i poveri».
«I nuovi cantanti…»
«…sono sopravvalutati».
«Gli Youtuber…»
«…sono degli idioti».
«I calciatori…»
«…guadagnano troppo».
«Fabio Volo…»
«…è un raccomandato».
«Chiara Ferragni…»
«…non ha mai lavorato».
«L’ultimo iPhone…»
«…è per i figli di papà».
«Il sushi…»
«…è per privilegiati».
«Io…»
«…merito di più».
La sua mano si poggia sulla mia spalla. Apro gli occhi. Si è già allontanato.
«È sufficiente» dice.
«Sufficiente per cosa?»
«Quello che ha appena fatto», mi spiega mentre torna a sedersi, «è lo S.T.R.E.S. Ossia lo Standard Test del Rancore e dell’Esasperazione Sociale. Il soggetto che si sottopone allo S.T.R.E.S. viene esposto a una serie di stimoli verbali e, in base alle sue reazioni, è possibile misurare il grado di invidia sociale che prova».
«Mi perdoni, ma continuo a non capire».
«Detta in altri termini, è un modo per capire quanto lei odia gli altri solo perché fanno o hanno qualcosa in più di lei».
«Io?»
«Sì. E giudicando dalle sue risposte, mi dispiace dirlo, lei pare situarsi al penultimo grado misurabile dal test. A pochi passi dal cosiddetto punto di non ritorno. Non mi sorprende affatto che abbia così tanti attacchi di dolore. Al livello in cui si trova si è quasi incapaci di sostenere una semplice conversazione senza soffrire. Non le nascondo che la situazione è seria. Se continua così, l’esternazione è inevitabile».
«L’esternazione?»
«Sì. Ossia il momento in cui lei inizierà a manifestare all’esterno quei sintomi che, per il momento, l’affliggono all’interno».
«Che intende?»
«Intendo che inizierà a odiare apertamente chiunque e dunque a litigare con chiunque e ovunque: al bar, al supermercato, al telefono, sulle bacheche degli amici, su quelle degli estranei».
«Ma…»
«Per capire se c’è ancora speranza devo chiederle un’ultima cosa. Non si tratta di completare nulla. Deve solo rispondere sì o no a una semplice domanda».
Annuisco.
Mi guarda intensamente.
Io abbasso gli occhi.
Lui inspira leggermente dal naso.
Io tossisco.
Lui schiude le labbra.
Io blocco la respirazione.
Lui parla.
«È abbonato al Fatto Quotidiano?»
«No».
Rialzo lo sguardo e lo vedo sorridere.
«Può guarire» dice.

Le macerie invisibili

Dopo avermi diagnosticato un Rancore Sociale di grado 9, lo psicologo mi ha fissato tre sedute di “riabilitazione emozionale”, così come le ha definite. Una alla settimana per tre settimane. «Lei è intelligente» mi ha detto. «Basteranno».
Quando entro per la prima seduta non vedo nessuno: lo studio è vuoto. Sento una voce che mi saluta ma sul momento non capisco da dove proviene. Poi, lo vedo.
Lo psicologo si trova fuori, sul balcone alle spalle della scrivania e mi fa cenno di raggiungerlo. Si sposta un po’ sulla destra e mi lascia un po’ di spazio accanto a lui. Entrambi siamo ora in piedi, davanti a una ringhiera blu, affacciati su un viale trafficato.
«Cosa vede?» mi domanda.
«In che senso?»
«Da qui. Sotto di lei. Che vede?»
«Vedo quello che c’è. Una strada. Delle auto. Negozi. Persone».
«Macerie ne vede?»
«Macerie?»
«Sì. Macerie. Rovine. Tracce di distruzione».
«No, certo che no».
«Bene. Venga, andiamo a sederci».
«L’obiettivo di questa prima seduta», mi dice mentre si lascia andare sulla sua poltroncina, «è contenuto nella risposta che mi ha dato poc’anzi. Io le ho chiesto: “cosa vede?” E lei mi ha detto: “vedo quello che c’è.” Ed è esatto.  Lei deve imparare a vedere sempre quello che c’è».
«Ma lo so già fare. Lo faccio già».
«Ne è convinto? Quando l’ho sottoposta al test lei ha detto che l’Italia, il paese in cui vive, è stato distrutto. Eppure mi ha appena detto di non vedere macerie in giro»
«Ma non intendevo una distruzione reale, è ovvio».
«No, non è ovvio. E comunque sia: che distruzione intendeva?»
«Eh…direi…economica».
«Ah. Economica. Quando prima ero al balcone l’ho vista arrivare in auto e parcheggiare qui sotto. Ha un’auto?»
«Sì».
«E dove la parcheggia di solito?»
«In garage».
«Che è vicino casa sua, immagino».
«Proprio sotto».
«Quindi lei ha un’auto, paga un garage e ha una casa».
«Beh, sì».
«E nel garage ci sono altre auto?»
«Sì, ovvio».
«Che appartengono ad altre persone che abitano nei dintorni».
«Certo».
«Quindi possiamo dire che ci sono più persone che hanno più auto, che pagano per un garage e che vivono in delle case».
«Sì. Senta, ho capito dove vuole arrivare. Ma insomma i redditi di parecchie persone sono diminuiti, questo mi pare innegabile e….»
«Rimanga sul pezzo. C’è stata una distruzione?»
«No».
«E perché lo dice allora? Perché lo pensa?»
«Non lo so».
«Non lo sa».
«Magari, ecco, mi riferisco più a una distruzione di tipo morale. Legale. La gente ti vuole sempre fregare, ammazzare, e…»
«Stando ai dati nazionali, i crimini sono diminuiti. Ma in ogni caso: lei è stato fregato e ammazzato di recente?»
«No, ma…»
«Perfetto. Ora ci pensi e risponda: in base a quello che vede quando vede quello che c’è, può dire che c’è stata una distruzione fisica, economica, morale e legale?»
«No».
«Eppure lei vive come se qualcuno avesse distrutto tutto quello che aveva. Come se l’avessero cacciata dall’Eden senza nemmeno darle la soddisfazione di assaggiare il frutto proibito. Secondo lei è una cosa sensata? È una cosa sensata provare rabbia e dolore per cose che non vede realmente?»
«Credo di no».
«Ecco. E non sarebbe invece più sensato provare dei sentimenti per quello che vede davvero? Per quello che fa e ha veramente?».
«Credo di sì».
«Bene. Il primo passo, alla fine, è tutto qui».
«Devo imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno».
«No» e si alza. «Deve imparare a vedere il bicchiere».

I meriti altrui

La settimana successiva, quando entro, vedo un tavolino che non c’era. È posizionato davanti alla poltroncina che occupo di solito. Sopra ci sono vari oggetti che riconosco man mano che mi avvicino: un libro, uno smartphone, un quaderno.
«Si sieda, si sieda» mi dice lo psicologo e mi sembra quasi allegro. «Oggi sarà una seduta multimediale. Prenda il libro».
Lo prendo. È un romanzo di Fabio Volo. L’ultimo romanzo di Fabio Volo.
«Legga l’incipit».
Lo apro.
«Ad alta voce, per favore».
Mi schiarisco la gola, e comincio:
«Le cose importanti iniziano quando tutto sembra finito.
Me lo ripeteva sempre mio padre, me l’ha detto così tante volte che quando ci penso sento ancora la sua voce. Sono nudo, sdraiato sul letto, con il viso appoggiato al seno della donna che amo. Sento il calore della sua pelle, il battito del suo cuore, sto bene, come non mi sentivo da tempo. Fuori da questa stanza d’albergo esiste il mondo, con i suoi rumori e le sue difficoltà. Ma io non sento nulla. L’unica cosa di cui m’importa è la mia felicità».
«Bene. Basta così. Posso chiederle di dirmi che ne pensa?»
Non rispondo subito. Mi ricordo della prima seduta, della prima lezione: vedere quello che c’è. E tento di rispettarla.
«Beh», dico, «c’è qualcuno che parla in prima persona. È sul letto, con la donna che ama. Sta bene. È felice».
«Perfetto. Questo è quello che c’è».
«Sì».
«Ma io le ho chiesto di dirmi che ne pensa di quello che c’è».
Riporto gli occhi sul testo e rileggo. Avverto un dolore scendere lungo l’esofago e piantarsi sullo stomaco. Adesso ho un po’ di nausea. Ma voglio resistere.
«Difficile dare un’opinione basandosi solo su poche righe» dico.
«Ah sì? Bene. Lasci che le dia un quadro generale allora. È una storia d’amore ambientata a Milano».
Una fitta, stavolta al petto. Ma non rispondo.
«Lui e lei s’incontrano per caso» continua lo psicologo. «Inizialmente pensano che la loro sia solo un’avventura ma in breve si rendono conto che si tratta di un rapporto in grado di stravolgere le rispettive vite».
Avverto il mio respiro farsi sempre più rapido e sincopato.
«E lui e lei hanno quarant’anni. Sono dei giovani adulti» e lo dice marcando il fiato su “giovani adulti”.
Mi porto la mano alla fronte per asciugarmi il sudore. Sto sudando.
«Ah» aggiunge fissandomi. «Lui di mestiere fa il pubblicitario».
Ed è lì che perdo il controllo.
«Ma Cristo santo! Il pubblicitario! Perché tutti i quarantenni del nord fanno sempre i pubblicitari! Non hanno lavori normali a Milano? No! Sono sempre dei pubblicitari. È allucinante! E mi lasci indovinare: non è più soddisfatto del suo lavoro. Non trova più gli stimoli che aveva all’inizio quando gli slogan gli venivano facile facile, sotto la doccia. Per fortuna però incontra lei che gli cambia la vita. Mamma mia, è una cosa vista e rivista. Letta e riletta. La posso scrivere pure io una storia così!»
Mi fermo un attimo per riprendere fiato e vedo lo psicologo sorridere soddisfatto:
«Bingo!» dice. «La sa scrivere pure lei una storia così: era proprio qui che volevo arrivare. Ma non ci fermiamo. Guardi questo».
Mi toglie di mano il libro e mi passa lo smartphone. Sullo schermo c’è una foto di un cane, alquanto bruttino. Ha il muso schiacciato e il corpo rivestito da un giubbottino pieno di strass.
«Cos’è?»
«È la cagnolina di Chiara Ferragni. Ha un profilo personale su Instagram. Ha più di duecentomila follower».
Una nuova puntura al petto. All’altezza del cuore.
«Un cane?»
«Sì. Ma non si fermi. Continui a scorrere tra le immagini che le ho caricato».
Mi appare una foto di una spiaggia paradisiaca, quasi deserta. Al centro c’è una ragazza di spalle con un cappello di panama che guarda il mare cristallino che si apre, infinito, davanti a lei.
«Si tratta di una travel-blogger» mi spiega lo psicologo. «È in Polinesia in questi giorni. Viaggio pagato dagli sponsor».
Adesso il dolore si sposta sul fianco. Credo sia la milza. Forse sta sanguinando.
«E se va avanti vedrà la foto di una serie di Youtuber con il Presidente della Repubblica. Un incontro istituzionale che…».
«Basta, dottore, la prego» lo interrompo alzando un braccio. «Mi sto sentendo male».
Mi guarda e si ferma. Si dirige verso la scrivania e mi riempie un bicchiere d’acqua.
«Beva» mi dice e si risiede di fianco a me. «Per quanto sadico possa sembrare» prosegue mentre sorseggio con qualche difficoltà «quello che ho fatto era necessario. Adesso capirà. Posso chiederle di prendere quel quaderno?» e indica il quaderno sul tavolino davanti a me.
Lo prendo. È nuovo. Intonso. E all’interno c’è una penna.
«Lei prima, riferendosi al libro, ha detto queste testuali parole: la posso scrivere pure io una storia così».
«Sì, è vero».
«Bene. La scriva».
«Eh? Ora?»
«Sì. Non le chiedo il lavoro completo, ovviamente. Può scrivere soltanto l’inizio. O magari la trama generale. I personaggi e le loro relazioni. Insomma, mi faccia vedere che la potrebbe scrivere pure lei una storia così».
Prendo la penna e fisso il foglio bianco.
«Ma su due piedi io…»
«D’accordo, non si preoccupi. Provi con questo allora» e mi ripassa lo smartphone.
«Che devo fare?»
«Non saprei. Faccia una foto, un video. Scriva un articolo. Inventi un meme. Quello che le pare. Vediamo quanta attenzione riesce ad attirare. Quanta interazione. Lei è più intelligente di un cane, no?»
«Certo».
«E allora su. Vediamo che sa fare».
Fisso lo schermo, scorro tra le applicazioni ma non ne apro nessuna.
«Guardi, cioè…» balbetto «Non so che dirle. Che devo fare? Così, senza preavviso…»
«Va bene» e lo dice con un’improvvisa gravità nella voce. «Basta provocazioni. Parliamo seriamente».
Si rimette in piedi e prende a camminare intorno alla stanza.
«Le persone affette da Rancore Sociale hanno in testa un’idea molto semplice: il successo degli altri è ingiusto. Anzi: è immeritato. È spesso frutto di un vantaggio primordiale: gli altri, a differenza nostra, sono figli o nipoti di; gli altri, a differenza nostra, hanno più soldi di noi, e così via. Soprattutto, però, il successo degli altri è immeritato perché è ottenuto facendo cose che non sono particolarmente difficili, utili o speciali. Cose che, per l’appunto, non meriterebbero il successo che hanno. Del resto: se una cosa la può fare chiunque, io per primo, perché lui o lei che la fa deve avere successo? Questa è la domanda che, consciamente o inconsciamente, si fa una persona affetta da Rancore Sociale. Peccato che, il più delle volte, non si dia anche una risposta. Vede, le richieste che le ho fatto prima erano certo delle provocazioni ma fino ad un certo punto. Il mio obiettivo era di metterle davanti un dato di fatto: avere successo non è mai così semplice come appare alla fine. Quando qualcuno dice che quella cosa che qualcun altro ha già fatto la può fare pure lui, in realtà sta dicendo che quella cosa l’avrebbe potuta fare pure lui se solo avesse avuto la stessa idea. Ma avere un’idea non è un evento scontato. L’idea fa la differenza. E non solo. Tra credere di poter fare una cosa e saperla fare davvero intercorre una distanza abissale. Per esempio: lei crede di poter scrivere una storia come quella di Fabio Volo o di poter fare foto come quelle di Chiara Ferragni ma, con ogni probabilità, non lo saprebbe fare davvero. Non con gli stessi risultati, almeno. Eppure neanche questo la smuoverebbe dalla convinzione che il loro sia un successo immeritato. Perché io lo so, so bene come giustificherebbe l’eventuale fallimento a sé stesso. Si direbbe: “io sono troppo intelligente per riuscire a fare cose così stupide”. Ho ragione?»
Mi mordicchio il labbro inferiore e prendo tempo. Ha ragione ma non voglio dargliela. Non del tutto, almeno.
«Sì» dico infine «ha ragione. Però mi scusi: molte volte sono cose davvero troppe stupide. Insomma, un cane con un giubbotto, si rende conto?»
«Non è importante. Non se le deve mica far piacere per forza. Per guarire dal Rancore Sociale non è certo tenuto ad apprezzare le cose che trova stupide. Deve soltanto riconoscere che realizzarle non è facile, non è da tutti, e che chi ci riesce ha quindi il sacrosanto diritto di avere successo. Deve, in altri termini, accettare una verità che va contro l’impostazione individualistica della nostra psiche: esiste un merito anche nelle cose che non ci piacciono».
«Esiste un merito anche nelle cose che non ci piacciono» ripeto come a volerlo imprimere nella memoria.
«Esatto».
«Devo abituarmi all’idea».
«Ha una settimana di tempo».
«Ci proverò».
«Ci riuscirà. E vedrà: una volta che avrà preso familiarità con il concetto ne guadagnerà notevolmente in salute».
«Speriamo. Per il momento non le nascondo che mi sento un po’ provato».
«È normale. La sua mente sta combattendo contro la patologia. Sia forte. Anche perché», aggiunge mentre mi accompagna all’uscita, «l’ultima seduta è la più complessa».

Le colpe personali

Che sia la più complessa me ne accorgo subito, prima ancora che s’inizi a parlare. La mia comoda poltroncina non c’è più. Il mio posto è ora su una normalissima, e durissima, sedia di legno. Non c’è più nemmeno l’altra comoda poltroncina. Il dottore le ha tolte entrambe ma ha sostituito soltanto la mia. Lui, per il momento, è in piedi e passeggia su e giù davanti a me.
«Ha notato il cambiamento?» mi domanda senza fermarsi.
«Della seduta? Beh, sì. Difficile non accorgersene».
«Difficile non accorgersene: che bella risposta. Rinfrancante, direi. In fondo, quel che  abbiamo cercato di fare sinora è proprio quello: far sì che lei si accorgesse di tutto ciò che le pareva difficile notare. Che non vive in un mondo di macerie che gli altri producono a suo discapito. Che non vive in un mondo di ingiustizie di cui altri godono a suo discapito. Oggi, però, dobbiamo fare il passo ulteriore. Quello decisivo. Dopo averla resa consapevole degli altri, lei deve diventare consapevole di sé stesso».
«Di me stesso?».
«Sì. Perché il mondo non esiste se non attraverso gli occhi di chi guarda e di chi si guarda. E a proposito di occhi le devo chiedere di chiuderli, come durante il nostro primo incontro».
Annuisco e sprofondo nel buio, in silenzio.
Sento il dottore armeggiare con qualcosa poco più in là, rumore di plastica e carta, e all’improvviso vengo raggiunto da un intenso odore. Un odore che conosco. Sembra proprio…
«Sushi» mi dice. «No, non apra gli occhi. Può odorare ma non guardare. È funzionale alla creazione di un ambiente sensoriale adeguato. Senta qui adesso».
Un nuovo odore. Più sfumato del precedente. Conosco anche questo ma non lo riconosco.
«Quello che le ho messo sotto il naso è un iPhone nuovo, appena scartato. Inspiri, inspiri».
Inspiro e, mentre i polmoni si dilatano, nella mia mente si accavallano immagini, forse ricordi, di persone che mangiano roll, che li fotografano, li fotografano con degli iPhone. Avverto il dolore infilarsi nella trachea e scendere lentamente ostacolando l’aria. Mi scappa una smorfia di sofferenza.
«Bene, bene» sento dirmi.
«Bene cosa?»
«Ssst. Non parli. Si concentri sulle sensazioni. Ascolti qui ora».
È la voce di una persona che accusa i giovani di pigrizia. Una voce adulta.
«È Flavio Briatore che le sta dando del fannullone» spiega il dottore. «Del fallito» aggiunge sibilando.
Il dolore dalla trachea ha raggiunto lo stomaco. Ma non si è spostato. Si è espanso. Ho male ovunque.
«Così, da bravo, si lasci andare. Lo sa che Il Signor Distruggere, il noto blogger che prende in giro le mamme ignoranti, ha firmato un contratto editoriale con la Rizzoli?»
Tossisco.
«E, parlando di libri, lasci che le legga qualcosa».
E inizia a leggermi un discorso dell’onorevole Paola Taverna che critica l’obbligatorietà dei vaccini e propone invece di investire in “medicina preventiva”.
«Lei è una senatrice» aggiunge in chiusura. «Mentre lei», e mi posa un dito sul petto, «non lo è. Non è nulla di che, anzi. Come ci si sente a pensarci?»
«Male, dottore, male» biascico. «Ho nausea, iperventilazione, capogiri e…»
«E di chi è la colpa se lei non è un senatore?»
«Eh?»
«Non apra gli occhi! E risponda: di chi è la colpa se lei non è un senatore?»
«Come di chi è?» e adesso sono furioso. «Del sistema! Del sistema corrotto!»
«E di chi è la colpa se non ha passato il concorso per la scuola? Oh sì, non si stupisca, ho fatto le mie ricerche. Risponda. Di chi è la colpa in quel caso?»
«Dei pochi posti a disposizione! Dello stato che non dà fondi a sufficienza!»
«Oh, oh. E di chi è allora la colpa quando a quel colloquio in un’azienda privata le hanno detto “le faremo sapere” e non le hanno più fatto sapere?»
«Delle raccomandazioni!»
«Ovviamente. E di chi è la colpa di tutti i curriculum vitae inviati senza risposta?»
«Delle…delle raccomandazioni!»
«L’ha già detto».
«Delle…della domanda troppo alta! Della disperazione di tutti!»
«Non demorde eh? Benissimo. Nemmeno io. Di chi è la colpa se non è riuscito a pubblicare i suoi libri?»
«Delle case editrici che non leggono quello che ricevono…degli editor che non sanno leggere…»
«Basta! Dica la verità! Di chi è la colpa?»
«Della sfortuna che…»
Per qualche secondo non sento nulla, a parte il mio respiro a singhiozzo. Poi una voce, tranquilla, serena, confortevole, si avvicina al mio orecchio sinistro e mi domanda:
«Di chi è la colpa di tutto quello che non è riuscito a fare?»
«Di…delle…degli altri che…»
«Non ci crede più. Lo so che non ci crede più. Dica quello in cui crede».
Deglutisco. Forse sto tremando, non lo so. Una mano mi si appoggia sulla spalla e me la stringe con dolcezza. Ora capisco. Ora ci credo. Apro gli occhi e dico:
«Mia. È stata colpa mia».

La fine del mondo

Siamo entrambi sul balcone della mia prima lezione. Il mondo sotto di noi brulica di elementi colorati in frenetico movimento, cose e persone che adesso non mi suscitano più odio e dolore a prescindere. Sono guarito. Abbiamo fatto la controprova e non c’è alcun dubbio a riguardo. Ho passato dieci minuti a leggere le notizie dal mondo, e non ho avuto alcuna reazione particolare. Sono stato su Instagram seguendo gli hashtag #travel e #fashion, e non ho provato sofferenza. Ho persino chiamato due amici, uno che fa il broker a Londra pur non parlando inglese, l’altro che è stato candidato alle elezioni pur non avendo mai sviluppato il principio di realtà, ed è andato tutto bene. Nessun effetto collaterale.
«È bello» dico, in cerca di approvazione, guardando il mondo di sotto.
«Diciamo che non è brutto» risponde lo psicologo. «Come si sente?»
«Svuotato. Leggero».
«È normale. Si è liberato del peso del rancore sociale. Ed era un bel peso».
«Mi sento anche un po’ triste, però. Malinconico».
«Anche quello è normale. Una volta che ci si sbarazza del rancore verso gli altri si rimane soli. In un certo senso, si è indifesi. Non deve scordarsi che per lei il rancore sociale era anche una comoda autodifesa. Se il mondo era già distrutto e ingiusto, lei aveva sempre ragione. Poteva essere sconfitto ma mai davvero colpevole».
«Invece ora posso essere sconfitto e colpevole».
«Sconfitto perché colpevole».
«Ma non è pericoloso?»
«Che intende?».
«Voglio dire: senza l’autodifesa del rancore sociale, non finirò per cascare nel rancore personale? Provare odio per me stesso perché sono incapace di avere o di fare quello che gli altri hanno o fanno?»
Lo psicologo fissa il vuoto per qualche secondo.
«Il rischio c’è» ammette poi riportando gli occhi su di me. «È innegabile. Ma non è nulla che non si possa risolvere. Nel caso, la sottoporrò a un nuovo percorso di riabilitazione».
«Altre tre settimane di terapia?»
Sorride, quasi sogghigna, e scuote la testa.
«Anni» dice. «Tre anni, come minimo. Quando si hanno problemi con sé stessi, i tempi son sempre più lunghi».
Io non dico nulla. Non rispondo. Torno a guardare in basso, verso un mondo che non odio più ma che adesso non mi può più nemmeno salvare. C’è una spider che sta cercando di sorpassare un autobus che ingombra e rallenta la sua carreggiata. La scena mi lascia indifferente ma mi concentro. Cerco di pensare a quanto possa costare quell’auto, a quanto possa consumare. Anche se non posso vederlo da quassù, m’immagino chi la possa guidare. Quasi lo vedo, ora. Sì, quasi lo vedo. Lui e la sua giacca. Lui e il suo telefono. Lui e il suo lavoro. Sento una piccola fitta al fianco destro e mi scappa un sorriso.
Se puoi essere il giudice nella causa tra te e il mondo, condanna il mondo.

 

P.S.
L’accentazione di sé in “sé stessi/sé stesso” è frutto di un esplicito e consapevole supporto del pensiero di Luca Serianni

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Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea. Continua a leggere

Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile. Continua a leggere

Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere