Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare.

Quel che ha detto il professore

«Voi avete studiato. Cosa è del tutto ininfluente qui. Perché qualsiasi cosa abbiate studiato vi ha di certo insegnato a trovare. A trovare un significato in un libro, un risultato in un’equazione, un osso nello scheletro, un articolo nel codice penale. Tutto il nostro sistema scolastico e universitario, anzi tutta la nostra cultura, si basa sul valore positivo della presenza. Impariamo a trovare qualcosa e, per quello che non sappiamo trovare, ci rivolgiamo ad altri che invece sono in grado di farlo. Se ad esempio ho bisogno di sapere qual è la causa di un dolore che provo al costato, cerco un medico che sappia trovare la malattia. Se ho bisogno di aggiustare il lavandino che gocciola, cerco un idraulico che sappia trovare il guasto. E queste persone che sanno trovare quello che io non so trovare devono a loro volta farsi trovare. Ed è così per tutti. La presenza è utile. La presenza è fondamentale per il funzionamento della società e anche per i sentimenti dei suoi componenti. Ne siamo tutti convinti e lo diamo per scontato anche quando non ci tocca da vicino. Facciamo un esempio concreto, banalissimo. Ogni tot di tempo, sui giornali, soprattutto sulle edizioni online, si legge una storia del genere: un ragazzo si trova a un concerto, su un tram, su una metropolitana, su un aereo. Insomma: ovunque ci sia una quantità considerevole di persone a lui ignote. In mezzo a questa folla di sconosciuti, vede una ragazza. Magari i due si scambiano un sorriso, magari si parlano, a volte può anche capitare che, ubriachi e felici, si bacino. Però poi il concerto finisce. Il tram e la metropolitana arrivano alla fermata richiesta. L’aereo atterra. I due si separano e tornano alle rispettive vite sconosciute. La ragazza, che il ragazzo aveva notato o persino baciato, scompare. Dopo esser stata presente, diviene assente. E allora che succede? Succede che, come gli hanno insegnato sin dalle elementari, l’assenza gli sembra un errore da riparare. Il ragazzo vuole che la ragazza sia di nuovo presente. La vuole ritrovare. Ed ecco che si adopera per farlo. Appiccica dei volantini sui muri della città, scrive dei post su Internet, condivide eventuali foto o descrizioni, e i giornali ci fanno su un bell’articolo aiutandolo nell’impresa. E tutti noi ci accodiamo: leggiamo i volantini, ripostiamo i suoi post, ricondividiamo le sue foto, diffondiamo l’articolo che parla della storia. Insomma, gli diamo una mano a ritrovarla. Perché lo facciamo? Mica ci paga. Mica è un nostro parente o amico. In effetti, se ci pensate, ciò che ci spinge ad aiutarlo non è un interesse materiale o un coinvolgimento affettivo. No. Lo facciamo per un comune codice culturale. Perché comprendiamo il suo bisogno di presenza. Perché ci sentiamo partecipi del suo desiderio di ritrovarla. Perché, in definitiva, l’idea che una persona scompaia nel nulla quando un’altra persona non lo vorrebbe ci appare antipatica, brutta, ingiusta. Ma ora lasciate che vi faccia una domanda. Una domanda molto semplice che però non ci si pone quasi mai. E se la persona che scompare non volesse essere ritrovata? Se la ragazza in questione, quella che ha baciato il ragazzo, che gli ha sorriso, che ci ha parlato, non volesse essere di nuovo presente? Per una ragione qualsiasi, non importa: è fidanzata e non vuole che si sappia del suo tradimento o non doveva trovarsi in quel luogo o, più semplicemente, non ha alcun interesse a rivedere quella persona. Se così fosse, perché deve scappare non da un solo individuo ma da un’intera società che desidera invece che lei sia trovata e presente? La risposta la sapete. L’ho detta all’inizio. Perché tutta la nostra cultura, e oggi più che mai, si basa sul valore positivo della presenza. Se voi siete qui è perché invece avete il dubbio che non sia sempre così. Che sia positiva anche l’assenza. Che sia importante imparare a non trovare le cose. A non farci trovare. Se voi siete qui è perché avete il desiderio o la curiosità di scomparire. E io ora vi chiede di dirmene il motivo»

Quel che ha detto la ragazza

«Il mese scorso sono andata a una festa di una collega. Non avevo l’auto a disposizione così ho accettato il passaggio di un collega, un ragazzo da poco arrivato in città. La serata è stata tranquilla, divertente, normalissima.  Nei giorni seguenti, il collega che mi ha dato un passaggio si è fatto risentire. Mi ha aggiunto su Facebook e abbiamo iniziato a parlare. Di nuovo: niente di che. Discorsi generici. Film, musica, lavoro. Ci siamo visti qualche volta in ufficio e fuori, durante la pausa pranzo o al termine della giornata. Poi, però, con il passare del tempo la situazione si è fatta sempre meno sfumata e sempre più chiara: siamo andati a un’altra festa di un collega e lui mi ha chiesto un passaggio per ricambiare, mi ha invitato a casa sua a vedere un film, di fatto siamo arrivati a sentirci ogni giorno, tutti i giorni. In breve: ci stava provando. Ma io sono fidanzata. Certo, il mio ragazzo vive al momento in un’altra città, la nostra è una storia a distanza e ci vediamo poco, ma io resto fidanzata. Allora, un pomeriggio, ho deciso di far scivolare la notizia in un discorso qualunque. Ah, lo dice sempre anche il mio ragazzo. Martedì non ci sono che arriva il mio ragazzo. Mi ricorda un posto in cui sono andata con il mio ragazzo. Pensavo di aver fatto il mio dovere, di aver detto no, grazie senza dover dire no, grazie. Ma non ha funzionato. Lui ha continuato a contattarmi con la stessa frequenza di sempre, ad invitarmi fuori, a chiedermi di passare da casa sua. Allora, un sabato, ho preso coraggio e gli ho fatto il discorsetto esplicito. Gli ho premesso che forse stavo equivocando ma che preferivo sbagliare per eccesso di prudenza piuttosto che finire per fargli del male. Gli ho detto che mi era simpatico, che con lui mi trovavo bene, mi divertivo, ma che non c’era posto per altro. Sono fidanzata. Lui non ha negato. Ha detto che gli piaccio molto, che sa che è difficile, anzi impossibile, che ci sia posto per altro ma a lui non interessa. Gli piaccio e gli piace passare del tempo con me, parlare con me, poco importa dove questo conduca. Quando ci siamo salutati, mi ha rubato un bacio, e mi è piaciuto. Sono tornata a casa e, guardandomi allo specchio, ho capito che non mi rimaneva altra scelta: dovevo scomparire. Scomparire nonostante lui abbia il mio numero, il mio contatto Facebook, l’indirizzo di casa e, naturalmente, quello dell’ufficio. Scomparire senza causare e provare dolore. Sono qui per capire come farlo»

Intermezzo I

Quando la ragazza ha finito di parlare, era finita anche la nostra ora. Il professore mi ha chiesto se per me era un problema rimandare le mie motivazioni alla volta successiva. Gli ho risposto che no, non lo era. La volta successiva, però, la ragazza non mi ha dato il tempo di farlo. Appena entrata nello studio, ha esordito dicendo che aveva dovuto prendere una decisione, la situazione si stava facendo sempre più imbarazzante e potenzialmente pericolosa per la sua storia. «Da ieri ho smesso di rispondergli», ha detto. «Non leggo più quello che scrive. Non ascolto più quello che mi manda. Nulla. Sono sparita nel nulla». Il professore ha alzato lo sguardo dal libro che stava leggendo (The moral obbligation to be intellingent di Alan Trilling) e ha sorriso malinconico: «Ah, lei ha optato per il Ghosting». L’abbiamo guardato  con fare interrogativo e lui si è alzato e ha cominciato a spiegare.

Il Ghosting, ovvero l’aggressività della scomparsa

«Gli americani lo chiamano così, il Ghosting. Deriva, come potete facilmente immaginare, dal termine ghost, fantasma. E in effetti, come un fantasma, la persona che pratica il Ghosting decide di diventare invisibile, impalpabile, di scomparire nel nulla e all’improvviso. Esattamente come ha fatto lei. Il giorno prima lei aveva un rapporto con una persona, ci parlava, ci scherzava, ci usciva, e il giorno dopo: poff! Non più. È diventata un ectoplasma. Bene, dirà lei. Missione compiuta. Volevo sparire da quel rapporto e ci sono riuscita. È vero. Può darsi. Ma scegliere il Ghosting significa rischiare, e a più livelli. Tagliare i legami all’improvviso, bruscamente, è un atto violento. Aggressivo. E l’aggressività, da che mondo è mondo, chiama aggressività e soprattutto spiegazioni. Se una persona incontra un’altra persona e gli dà uno schiaffo, questa o ricambia lo schiaffo o ne chiede motivazione. Perché diamine mi hai dato uno schiaffo? Che ti salta in mente? Volevi davvero farlo? E come ti senti ora che l’hai dato? E queste, signorina, sono le stesse reazioni – e le stesse domande – che adesso lei sta rischiando. Se il ragazzo che ha conosciuto alla festa ricambia la violenza dello schiaffo della sua improvvisa sparizione, lei ha guadagnato un nemico. Non potreste più andare a una festa insieme, stare a uno stesso tavolo a pranzo, lavorare bene a un medesimo progetto. Se invece, com’è probabile, non accetterà la sua trasformazione in fantasma, ecco che indosserà i panni di un ghost-buster e la verrà a cercare per sapere perché l’ha fatto. E lei sarà punto e daccapo. Anzi, peggio. Perché allora i vostri discorsi non verteranno più su argomenti innocui, la musica, i film, il cibo, ma su argomenti sensibili. Voi. Il vostro rapporto. Sei sparita perché ti dava fastidio parlare con me? – No, certo. – E allora perché? – Perché avevo paura di farti male, di farci male. – Ti spaventa così tanto se abbiamo un rapporto? … Lei vuole davvero questo? Pensare ai vostri sentimenti? Parlare dei vostri sentimenti? Quello sì che è pericoloso. Quello sì che è doloroso. I fantasmi fanno paura. E la paura suscita spesso o rabbia o coraggio. Ma lei non cerca rabbia o coraggio. Lei cerca rassegnazione. Il che ci conduce alla lezione fondamentale: chi vuole sparire completamente non deve sparire improvvisamente.  La prossima volta vedremo come»

Intermezzo II

Due giorni dopo, ancor prima che cominciasse la lezione, la ragazza ha confermato la tesi del professore. «Mi ha contattato più volte» ha detto «E mi ha chiesto cos’era successo, perché non rispondevo, se davvero volevo sparire così. Desidera una spiegazione. Ma la dovrebbe già sapere. Gliel’avevo detto che non sono interessata in quel senso ma lui ha proseguito a comportarsi irrazionalmente. Perché non lo capisce?». Avrei voluto dirglielo io, il perché. Perché, signorina, la gente non rinuncia facilmente a quello che la fa sentire bene. Altro che irrazionalità. Non c’è nulla di più razionale di questo. Ma sono rimasto zitto ad ascoltare la persona che aveva più titolo di me per parlare.

Il Friendly Fade, ovvero la passività della scomparsa

«Non lo capisce perché non ne ha avuto il tempo. Vi siete conosciuti, vi siete trovati reciprocamente simpatici e interessanti – anche se non entrambi allo stesso livello. Avete parlato e scherzato.  Siete usciti e avete mangiato insieme. A un certo punto avete messo le carte in tavola e lui, pur non potendo vincere, ha continuato a giocare. Allora lei ha deciso di abbandonare il gioco. Ma in tutto ciò lui è rimasto lì, seduto, con le carte in mano convinto di avere ancora qualche manche a disposizione. Ecco perché non se ne capacita. Ed ecco perché il Ghosting è perverso e pericoloso. Se si taglia un legame all’improvviso, qualcuno rimarrà con un capo della corda tra le dita e cercherà di riallacciarlo, di capire cosa è successo e probabilmente finirà per coltivare rancore verso chi l’ha tranciato. Il primo passo per una scomparsa efficace e positiva è invece accettare una verità molto semplice della vita umana: non esistono legami tanto solidi da non poter essere sciolti senza l’ausilio delle forbici. Ed è proprio qui che si colloca quello che gli americani chiamano, all’opposto del Ghosting, il Friendly Fade. Il Friendly Fade  – o Scomparsa Amichevole – si basa su un lento e benevolo disinteresse distillato a dosi crescenti e sempre educate. Se il Ghosting prescrive di non rispondere più all’improvviso, il Friendly Fade prescrive di continuare a rispondere ma di meno e con sempre più ritardo tra una risposta e l’altra. Ad ogni che stai facendo? si risponde niente di che, tu? e lo si fa due, tre ore dopo quello che si stava effettivamente facendo. Nel giro di una settimana , si arriverà a rispondere dopo un giorno e sembrerà normale a entrambi. Le cose che prima piacevano, che facevano ridere, continueranno a farlo ma in misura ridotta e meno coinvolgente. Ad ogni canzone bella che verrà suggerita, ad esempio, si dovrà dire che è bella ma solo dopo averla ascoltata quando si avrà avuto tempo, ossia giorni dopo l’invio, e senza ricambiare con un’altra canzone. Se poi il Ghosting si fonda ovviamente sul non vedere più l’altra persona, il Friedly Fade si fonda sulla possibilità di vederla. Ogni invito e proposta non vanno cioè rifiutate a priori ma contemplate come possibili. Mi piacerebbe. Si potrebbe fare. Ti faccio sapere. Ci provo ad esserci. Magari dopo cena. Magari dopo venerdì. Magari dopo dicembre. Insomma, laddove c’era aggressività ci deve essere passività. E la passività, da che mondo è mondo, chiama passività. Se nessuno taglia il legame in maniera netta e violenta, nessuno può recriminare e richiedere spiegazioni. Certo, la vittima del Friendly Fade arriva ad accorgersene prima o poi ma che potrebbe dire? Non è più come prima? C’è forse qualcosa di diverso? Naturalmente sì. Ma da un lato le risposte possibili e non attaccabili per insufficienza di prove sono tantissime: è un periodo pieno di impegni, di problemi, di pensieri, di mestruazioni.  Dall’altro, e soprattutto, è ormai troppo tardi. Quando si prende coscienza del Friendly Fade si prende coscienza della verità da cui si è partiti: non esiste legame tanto solido da non poter essere sciolto. È bastato allentare il nodo ed è stato inesorabile. Chi era presente ogni giorno nella nostra vita, adesso esiste una volta alla settimana e di lì una volta al mese e poi, magari, una volta all’anno per gli auguri di capodanno. Una volta che si capisce questo non ha più senso rifare il nodo o chiedere perché non esiste più. È successo. E siamo sopravvissuti. E questa è forse la lezione fondamentale di tutto il corso. Per scomparire completamente non è necessaria alcuna azione particolare. Bisogna solo assecondare quello che è il vero movimento che intercorre tra gli esseri umani: l’allontanamento.  Dal momento in cui si nasce non si fa altro che allontanarsi dalla gente che si ha intorno: genitori, parenti, amici, colleghi, e poi, cambiato ruolo, figli, nipoti, e così via. Ma negli ultimi secoli abbiamo appreso sempre più l’arte dell’allacciarsi l’un l’altro, di considerare un bene l’essere presenti per gli altri. La tendenza ad allontanarsi è però dentro di noi. È genetica. Se vediamo qualcuno scappare da noi, lo rincorriamo e cerchiamo di capirne il motivo. Ma se qualcuno si dirige nella direzione opposta alla nostra senza prestarci attenzione, noi divergiamo da lui senza alcun problema o curiosità. Ecco. Se volete sparire, siate solo meno presenti. Gli altri faranno il resto. Tutto qui».

Intermezzo III, appena prima del finale

La volta successiva, ossia oggi, la lezione sembra aver dato i suoi frutti. La ragazza ha detto di aver ripreso a parlare con il ragazzo conosciuto alla festa ma di meno e con meno frequenza. A quanto afferma, lui, dopo qualche giorno, ha cominciato ad adeguarsi al nuovo ritmo del loro rapporto. Adesso si scambiano poche frasi e hanno lunghi intervalli di assenza reciproca. Era perciò fiduciosa che nel giro di un mese sarebbero scomparsi a vicenda senza drammi o grossi rancori. «Magari più in là potremmo davvero avere un rapporto d’amicizia » ha aggiunto. «Chissà», ho pensato io. «Chissà» ha detto il professore sorridendo vagamente.  Dal momento che aveva risolto il suo problema di presenza e che aveva compreso ciò che c’era da comprendere, la ragazza ha annunciato che non avrebbe più seguito le lezioni rimanenti. «Non si preoccupi» ha detto il professore con aria gioviale. «Del resto sarebbe paradossale obbligare la presenza in un corso che si propone di insegnare l’assenza». La ragazza ha sorriso, ci ha salutato, ed è andata via. Siamo così rimasti soltanto in due. Anzi no. Perché anche io, subito dopo, ho annunciato l’intenzione di andarmene. «Non si sarà mica offeso?» mi ha chiesto il professore preoccupato. «In tutto ciò, mi rendo conto che non le ho più chiesto il motivo per cui è venuto qui. Mi dispiace molto. Ma possiamo rimediare subito». Io ho scosso la testa. «No, professore. Non mi sono mica offeso. Solo che anche per me, come per la ragazza, non è più necessario restare qui». «Perché» ha fatto lui con un pizzico d’irononia «anche lei doveva scomparire da una persona che ha conosciuto a una festa?»

 

Quello che ho detto io

«No. Io sono la persona che ha conosciuto alla festa»

Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile. Continua a leggere

Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri. Continua a leggere

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere