Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli Untori

Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Questi sono i mesi nei quali progressivamente ci si allontana dal mare, dal sole, dal caldo, dalle magliette a maniche corte e ci si avvicina alla città, al freddo, ai piumini (non a quelli della Moncler così non scateniamo flame).
Ebbene, in questi mesi di transizione si aggira per le strade e per i locali della città una categoria umana tanto sfortunata quanto pericolosa: gli Untori.
Gli Untori sono i portatori dei più vari e temibili mali di stagione – mal di gola, tosse grassa, tosse secca, raffreddore, febbre – ma invece di starsene a casa a smaltire l’inconveniente tra il calore delle coperte e i conforti della chimica farmaceutica, s’infilano cappotto e cappello.
Ed escono.
Sì, escono.
Ma non perché sono costretti del tipo “se non vado a lavoro, non mi pagano e i miei tredici bambini moriranno di fame”. E nemmeno perché la loro presenza è assolutamente necessario del tipo “ho promesso a Giancarlo di suonare alla sua festa di laurea per trecento persone in un casale vicino Rutigliano: se non vado, nessuno si divertirà”.
No.
Loro escono perché semplicemente gli va. Non vogliono perdersi la solita, banale, sempre uguale serata al Factory o alla pizzeria sotto casa. Non possono saltarsi i quarantadue minuti di chiacchiere e cicchetti davanti al Demetra o, peggio, alla Spirit.
E allora vengono in auto con te, si siedono accanto a te, vogliono salutare proprio te. E tu non puoi fare altro che tentare di resistere al loro assalto, in vari modi e in varie maniere che dipendono dal tipo di Untore che ti è capitato. Non è facile e, spesso, non è nemmeno possibile. Ora e sempre resistenza. Continua a leggere

Le Palle Gialle. Per una teoria freudiana delle emoticon di Whatsapp

Breve storia della morte delle parole
Quando Ligabue, nell’oramai lontano 1998, cantava “Ho perso le parole” probabilmente non immaginava quanto avrebbe avuto ragione perché, circa sedici anni dopo, sia lui che noi quelle benedette parole le abbiamo perse per davvero. Ligabue perché, come il mediano da lui cantato in una sua splendida canzone, sembra aver già dato troppo e deve fare i conti con l’esaurimento della vena creativa. Noi perché, anche senza aver mai dato chissà quale contributo verbale, con il salvifico diffondersi di schermi di tutte le dimensioni abbiamo iniziato a mettere da parte le parole stesse e ad usare qualcos’altro.
In principio furono gli acronimi: ASD, ROTFL, LOL, IMHO, eccetera, eccetera. E io li adoravo. Un po’ perché erano la novità che certificava l’ingresso in un mondo nuovo – quello di internet – un po’ perché facevano molto English, molto American, molto cool. Ma ebbero vita breve. Perché – ci si chiese – usare acronimi, slang, sigle,  che sono pur sempre delle parole, quando si possono usare delle immagini? In fondo, se stiamo parlando attraverso uno schermo, al posto di dire quello che stiamo pensando o provando, possiamo benissimo mostrarlo. E allora, dopo aver creato i siti, dopo aver creato i forum, dopo aver creato le chat e i client di messaggistica istantanea, il Dio di Internet prese un po’ di argilla, spremette dei limoni maturi, raccolse dei sassolini e dei rametti, mise tutto insieme e poi soffiò sopra con il suo alito digitale. E nacquero loro. Le Palle Gialle, volgarmente chiamate anche Emoticon(s).
Loro nacquero e io iniziai a morire un po’, perché, a differenza delle parole,  non riuscivo a capire bene quando usarle, come usarle e se usarle. In effetti per molto tempo tutte le mie conversazioni online ebbero una costante: non presentavano emoticon. Se qualcuno riceveva un mio messaggio con una Palla Sorridente, s’affrettava a chiamarmi a casa per dirmi “renà, vedi che qualcuno sta usando il tuo account“. Poi, le prime incomprensioni telematiche – “ma dai scherzavo!” / “no, eri serio!” / “ma dai, si capiva benissimo che ero ironico” / “col cazzo.” –  incrinarono il mio integralismo e cominciai ad usare il primordiale, eterno, universale XD.
E fu l’inizio della fine.
Non appena cedi su un fianco, infatti, l’intera fortezza va a rotoli.  E infatti, complice l’esplosione di whatsapp, le Palle Gialle presero a insinuarsi nella mia esistenza fino a colonizzarla completamente. Oggi, ormai, anche io uso queste benedette Palle Gialle, benché in misura minore di certi insopportabili individui che seguono l’assurda regola per la quale “ogni tre parole ci sono sei emoticon”. Io, dal canto mio, mi limito ad utilizzarle secondo un principio fondamentale forse un po’ sessista e un po’ maschilista: tra maschi non si usano Palle Gialle. Mai. Nemmeno al compleanno dove tutt’al più sono amesse le emoticon del caso (torte, candele, fuochi d’artificio). Le Palle Gialle, di conseguenza, vanno usate solo quando si chatta con degli esponenti del sesso femminile. Ossia con delle donne. Così ci si capisce meglio. Così ci si dovrebbe capire meglio.
A seguire un’analisi approfondita – di stampo freudiano – dei reali significati che si celano dietro le Palle Gialle più comunemente adoperate. Si noterà, molto probabilmente, che tali significati non concordano con i propri. Ma non vi è nulla di cui sorprendersi.  In fondo, se è vero che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere non sarà certo un fottuto limone con la lingua da fuori a renderci veramente in grado di comunicare. Continua a leggere

Quelli che ti aggiungono su Facebook

Un click per sei gradi di separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione afferma che tutti sono collegati a tutti, che chiunque può conoscere chiunque attraverso massimo sei passaggi. Del tipo: Marco vuole conoscere Lidia che è amica di Marisa che è la cugina di Fabio il quale è amico di Paolo che è amico di Marco. Marco allora non deve far altro che chiedere al suo amico Paolo: ehi Paolo puoi chiedere a tuo cugino Fabio di chiedere alla sua amica Marisa di presentarmi la sua amica Lidia?
E il gioco è fatto.
Oggi in realtà il gioco è ancora più facile perché grazie a Facebook possiamo fare a meno di Paolo,di Fabio, di Marisa e di tutti gli altri. Se vogliamo conoscere Lidia, tutto quello di cui abbiamo bisogno è una tastiera per mezzo della quale digitare il suo nome e aggiungerla tra gli amici. Tutt’al più quando l’avremo trovata ci accorgeremo che Lidia conosce Marisa che conosce Fabio che conosce Paolo ma a quel punto, chissenefrega.
Tutto più facile quindi? Probabilmente sì. Ma non è detto che sia tutto più semplice.
In effetti, se vengono a cadere i ponti di contatto umani – cioè la consuetudine per cui ci si conosce attraverso qualcuno che già si conosce – tutto è concesso. Ma, come spesso accade quando tutto è concesso, il mondo invece di semplificarsi, si complica. Ecco perché ci si propone di offrire una rapida guida che spiega chi e come ci aggiunge su Facebook. Continua a leggere

I Rosiconi

Rosicare è umano.
Recenti studi hanno dimostrato che nell’87% dei casi la felicità altrui è insopportabile. I motivi possono essere vari: perché è immeritata, perché ci è stata scippata, oppure perché – semplicemente – è altrui. Ossia degli altri. E, quando si tratta di cose belle, gli altri non siamo mai noi.
Non è mai stato chiarito del tutto se l’invidia sia o meno la più alta forma di ammirazione. Quel che è certo è che è un sentimento umano e, molte volte, assolutamente inevitabile. Tuttavia, così come c’è modo e modo di vincere e così come c’è modo e modo di perdere, c’è anche modo e modo di rosicare. Continua a leggere

Davanti alle foto degli altri

Le munizioni infinite e la società dell’immagine.
Ci sono schermi ovunque. Sui muri, sulle scrivanie, nelle auto, nelle metropolitane, nelle tasche dei pantaloni. E se ci sono schermi, ci sono immagini. D’altra parte tra i migliaia di modi in cui ci si riferisce alla società contemporanea vi è anche l’etichetta – giustificata – di società dell’immagine.
La società dell’immagine non è nata oggi e nemmeno ieri. Però è innegabile che tra ieri e oggi abbia acquisito una caratteristica fondamentale: è diventata velocissima. E la velocità è sinonimo di abbondanza. Qualche anno fa nelle macchine fotografiche c’era uno sportelletto al cui interno si metteva un oggettino chiamato rullino. Il rullino consentiva di scattare un certo numero di foto (12,24,36). Era insomma come un caricatore di una pistola. E chiunque abbia partecipato a una guerra o giocato ai videogiochi sa bene che i proiettili non vanno sprecati. Vanno razionati, vanno sparati bene e per necessità, se no rimani senza e i nemici ti ammazzano facilmente e gli zombie ti spolpano in massa. Qualche anno fa, quindi, quando si faceva una foto si pensava bene a quello che si stava per fare: si sceglieva un posto, ci si metteva bene in posa, cheese, click. E speriamo che lo stronzo non abbia chiuso gli occhi. L’avvento delle digitali e il successivo sdoganamento delle reflex ha messo in mano agli esseri umani dei mitra con munizioni illimitate, in maniera non troppo diversa da quando si usavano i codici e i trucchi alla playstation. E da che mondo è mondo se non ci si deve preoccupare del numero dei proiettili, si spara a raffica, si spara a cazzo di cane. Come se non bastasse oggi c’è anche un posto perfetto per questi proiettili vaganti e impazziti, una sorta di poligono di tiro grande e affollato in cui mitragliare foto senza grossi rischi, vale a dire i social network e Facebook in testa. I carnefici e le vittime di questo gioco siamo noi. Noi che ci troviamo, volenti o nolenti, dentro o davanti le foto degli altri. Continua a leggere

«In periodi di saldi è bene non dare nulla per scontato»: ovvero, l’estetica contemporanea e le bugie dei commessi

Quel pomeriggio di un giorno prima dei saldi: i non compratori peripatetici.
Un amico pomeridiano – cioè uno di quelli che vedi solo il pomeriggio quando ha bisogno di compagnia per fare un servizio – mi chiama, di pomeriggio, per accompagnarlo a fare un giro in centro.
Tempo di saldi, penso.
Periodo, cioè, di giri per negozi in cui cammini, vedi, tocchi e non compri. Un po’ come una battuta di caccia senza caccia. Un imprescindibile giro esplorativo da fare insieme perché poi a comprare, come tutte le cose private, ci vai da solo o, dato che siamo italiani, con mamma. Ma, poiché mi piace sia camminare sia guardare, accetto. E allora cammino e guardo. Vedo un maglione rosso con al centro, al posto della faccia di Che Guevara, un viso di una renna  e mi chiedo quante chance di utilizzo possa avere, una volta che è passato il 25 Dicembre. Vedo alcune camicie e alcuni giubbotti e mi accorgo che mi potrebbero essere abbordabili solo con sconti a partire dal 75%, poco probabili anche in tempi di crisi. Vedo dei mocassini e mi domando il loro perché. Vedo tante cose. Ma soprattutto penso.
Penso che tutto sia incominciato con le etichette del prezzo. Da quando cioè le merci presentano un bigliettino con sopra scritto il loro prezzo, le cose hanno iniziato a parlare. Ed è un bene. Ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza. Continua a leggere