Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare.

Quel che ha detto il professore

«Voi avete studiato. Cosa è del tutto ininfluente qui. Perché qualsiasi cosa abbiate studiato vi ha di certo insegnato a trovare. A trovare un significato in un libro, un risultato in un’equazione, un osso nello scheletro, un articolo nel codice penale. Tutto il nostro sistema scolastico e universitario, anzi tutta la nostra cultura, si basa sul valore positivo della presenza. Impariamo a trovare qualcosa e, per quello che non sappiamo trovare, ci rivolgiamo ad altri che invece sono in grado di farlo. Se ad esempio ho bisogno di sapere qual è la causa di un dolore che provo al costato, cerco un medico che sappia trovare la malattia. Se ho bisogno di aggiustare il lavandino che gocciola, cerco un idraulico che sappia trovare il guasto. E queste persone che sanno trovare quello che io non so trovare devono a loro volta farsi trovare. Ed è così per tutti. La presenza è utile. La presenza è fondamentale per il funzionamento della società e anche per i sentimenti dei suoi componenti. Ne siamo tutti convinti e lo diamo per scontato anche quando non ci tocca da vicino. Facciamo un esempio concreto, banalissimo. Ogni tot di tempo, sui giornali, soprattutto sulle edizioni online, si legge una storia del genere: un ragazzo si trova a un concerto, su un tram, su una metropolitana, su un aereo. Insomma: ovunque ci sia una quantità considerevole di persone a lui ignote. In mezzo a questa folla di sconosciuti, vede una ragazza. Magari i due si scambiano un sorriso, magari si parlano, a volte può anche capitare che, ubriachi e felici, si bacino. Però poi il concerto finisce. Il tram e la metropolitana arrivano alla fermata richiesta. L’aereo atterra. I due si separano e tornano alle rispettive vite sconosciute. La ragazza, che il ragazzo aveva notato o persino baciato, scompare. Dopo esser stata presente, diviene assente. E allora che succede? Succede che, come gli hanno insegnato sin dalle elementari, l’assenza gli sembra un errore da riparare. Il ragazzo vuole che la ragazza sia di nuovo presente. La vuole ritrovare. Ed ecco che si adopera per farlo. Appiccica dei volantini sui muri della città, scrive dei post su Internet, condivide eventuali foto o descrizioni, e i giornali ci fanno su un bell’articolo aiutandolo nell’impresa. E tutti noi ci accodiamo: leggiamo i volantini, ripostiamo i suoi post, ricondividiamo le sue foto, diffondiamo l’articolo che parla della storia. Insomma, gli diamo una mano a ritrovarla. Perché lo facciamo? Mica ci paga. Mica è un nostro parente o amico. In effetti, se ci pensate, ciò che ci spinge ad aiutarlo non è un interesse materiale o un coinvolgimento affettivo. No. Lo facciamo per un comune codice culturale. Perché comprendiamo il suo bisogno di presenza. Perché ci sentiamo partecipi del suo desiderio di ritrovarla. Perché, in definitiva, l’idea che una persona scompaia nel nulla quando un’altra persona non lo vorrebbe ci appare antipatica, brutta, ingiusta. Ma ora lasciate che vi faccia una domanda. Una domanda molto semplice che però non ci si pone quasi mai. E se la persona che scompare non volesse essere ritrovata? Se la ragazza in questione, quella che ha baciato il ragazzo, che gli ha sorriso, che ci ha parlato, non volesse essere di nuovo presente? Per una ragione qualsiasi, non importa: è fidanzata e non vuole che si sappia del suo tradimento o non doveva trovarsi in quel luogo o, più semplicemente, non ha alcun interesse a rivedere quella persona. Se così fosse, perché deve scappare non da un solo individuo ma da un’intera società che desidera invece che lei sia trovata e presente? La risposta la sapete. L’ho detta all’inizio. Perché tutta la nostra cultura, e oggi più che mai, si basa sul valore positivo della presenza. Se voi siete qui è perché invece avete il dubbio che non sia sempre così. Che sia positiva anche l’assenza. Che sia importante imparare a non trovare le cose. A non farci trovare. Se voi siete qui è perché avete il desiderio o la curiosità di scomparire. E io ora vi chiede di dirmene il motivo»

Quel che ha detto la ragazza

«Il mese scorso sono andata a una festa di una collega. Non avevo l’auto a disposizione così ho accettato il passaggio di un collega, un ragazzo da poco arrivato in città. La serata è stata tranquilla, divertente, normalissima.  Nei giorni seguenti, il collega che mi ha dato un passaggio si è fatto risentire. Mi ha aggiunto su Facebook e abbiamo iniziato a parlare. Di nuovo: niente di che. Discorsi generici. Film, musica, lavoro. Ci siamo visti qualche volta in ufficio e fuori, durante la pausa pranzo o al termine della giornata. Poi, però, con il passare del tempo la situazione si è fatta sempre meno sfumata e sempre più chiara: siamo andati a un’altra festa di un collega e lui mi ha chiesto un passaggio per ricambiare, mi ha invitato a casa sua a vedere un film, di fatto siamo arrivati a sentirci ogni giorno, tutti i giorni. In breve: ci stava provando. Ma io sono fidanzata. Certo, il mio ragazzo vive al momento in un’altra città, la nostra è una storia a distanza e ci vediamo poco, ma io resto fidanzata. Allora, un pomeriggio, ho deciso di far scivolare la notizia in un discorso qualunque. Ah, lo dice sempre anche il mio ragazzo. Martedì non ci sono che arriva il mio ragazzo. Mi ricorda un posto in cui sono andata con il mio ragazzo. Pensavo di aver fatto il mio dovere, di aver detto no, grazie senza dover dire no, grazie. Ma non ha funzionato. Lui ha continuato a contattarmi con la stessa frequenza di sempre, ad invitarmi fuori, a chiedermi di passare da casa sua. Allora, un sabato, ho preso coraggio e gli ho fatto il discorsetto esplicito. Gli ho premesso che forse stavo equivocando ma che preferivo sbagliare per eccesso di prudenza piuttosto che finire per fargli del male. Gli ho detto che mi era simpatico, che con lui mi trovavo bene, mi divertivo, ma che non c’era posto per altro. Sono fidanzata. Lui non ha negato. Ha detto che gli piaccio molto, che sa che è difficile, anzi impossibile, che ci sia posto per altro ma a lui non interessa. Gli piaccio e gli piace passare del tempo con me, parlare con me, poco importa dove questo conduca. Quando ci siamo salutati, mi ha rubato un bacio, e mi è piaciuto. Sono tornata a casa e, guardandomi allo specchio, ho capito che non mi rimaneva altra scelta: dovevo scomparire. Scomparire nonostante lui abbia il mio numero, il mio contatto Facebook, l’indirizzo di casa e, naturalmente, quello dell’ufficio. Scomparire senza causare e provare dolore. Sono qui per capire come farlo»

Intermezzo I

Quando la ragazza ha finito di parlare, era finita anche la nostra ora. Il professore mi ha chiesto se per me era un problema rimandare le mie motivazioni alla volta successiva. Gli ho risposto che no, non lo era. La volta successiva, però, la ragazza non mi ha dato il tempo di farlo. Appena entrata nello studio, ha esordito dicendo che aveva dovuto prendere una decisione, la situazione si stava facendo sempre più imbarazzante e potenzialmente pericolosa per la sua storia. «Da ieri ho smesso di rispondergli», ha detto. «Non leggo più quello che scrive. Non ascolto più quello che mi manda. Nulla. Sono sparita nel nulla». Il professore ha alzato lo sguardo dal libro che stava leggendo (The moral obbligation to be intellingent di Alan Trilling) e ha sorriso malinconico: «Ah, lei ha optato per il Ghosting». L’abbiamo guardato  con fare interrogativo e lui si è alzato e ha cominciato a spiegare.

Il Ghosting, ovvero l’aggressività della scomparsa

«Gli americani lo chiamano così, il Ghosting. Deriva, come potete facilmente immaginare, dal termine ghost, fantasma. E in effetti, come un fantasma, la persona che pratica il Ghosting decide di diventare invisibile, impalpabile, di scomparire nel nulla e all’improvviso. Esattamente come ha fatto lei. Il giorno prima lei aveva un rapporto con una persona, ci parlava, ci scherzava, ci usciva, e il giorno dopo: poff! Non più. È diventata un ectoplasma. Bene, dirà lei. Missione compiuta. Volevo sparire da quel rapporto e ci sono riuscita. È vero. Può darsi. Ma scegliere il Ghosting significa rischiare, e a più livelli. Tagliare i legami all’improvviso, bruscamente, è un atto violento. Aggressivo. E l’aggressività, da che mondo è mondo, chiama aggressività e soprattutto spiegazioni. Se una persona incontra un’altra persona e gli dà uno schiaffo, questa o ricambia lo schiaffo o ne chiede motivazione. Perché diamine mi hai dato uno schiaffo? Che ti salta in mente? Volevi davvero farlo? E come ti senti ora che l’hai dato? E queste, signorina, sono le stesse reazioni – e le stesse domande – che adesso lei sta rischiando. Se il ragazzo che ha conosciuto alla festa ricambia la violenza dello schiaffo della sua improvvisa sparizione, lei ha guadagnato un nemico. Non potreste più andare a una festa insieme, stare a uno stesso tavolo a pranzo, lavorare bene a un medesimo progetto. Se invece, com’è probabile, non accetterà la sua trasformazione in fantasma, ecco che indosserà i panni di un ghost-buster e la verrà a cercare per sapere perché l’ha fatto. E lei sarà punto e daccapo. Anzi, peggio. Perché allora i vostri discorsi non verteranno più su argomenti innocui, la musica, i film, il cibo, ma su argomenti sensibili. Voi. Il vostro rapporto. Sei sparita perché ti dava fastidio parlare con me? – No, certo. – E allora perché? – Perché avevo paura di farti male, di farci male. – Ti spaventa così tanto se abbiamo un rapporto? … Lei vuole davvero questo? Pensare ai vostri sentimenti? Parlare dei vostri sentimenti? Quello sì che è pericoloso. Quello sì che è doloroso. I fantasmi fanno paura. E la paura suscita spesso o rabbia o coraggio. Ma lei non cerca rabbia o coraggio. Lei cerca rassegnazione. Il che ci conduce alla lezione fondamentale: chi vuole sparire completamente non deve sparire improvvisamente.  La prossima volta vedremo come»

Intermezzo II

Due giorni dopo, ancor prima che cominciasse la lezione, la ragazza ha confermato la tesi del professore. «Mi ha contattato più volte» ha detto «E mi ha chiesto cos’era successo, perché non rispondevo, se davvero volevo sparire così. Desidera una spiegazione. Ma la dovrebbe già sapere. Gliel’avevo detto che non sono interessata in quel senso ma lui ha proseguito a comportarsi irrazionalmente. Perché non lo capisce?». Avrei voluto dirglielo io, il perché. Perché, signorina, la gente non rinuncia facilmente a quello che la fa sentire bene. Altro che irrazionalità. Non c’è nulla di più razionale di questo. Ma sono rimasto zitto ad ascoltare la persona che aveva più titolo di me per parlare.

Il Friendly Fade, ovvero la passività della scomparsa

«Non lo capisce perché non ne ha avuto il tempo. Vi siete conosciuti, vi siete trovati reciprocamente simpatici e interessanti – anche se non entrambi allo stesso livello. Avete parlato e scherzato.  Siete usciti e avete mangiato insieme. A un certo punto avete messo le carte in tavola e lui, pur non potendo vincere, ha continuato a giocare. Allora lei ha deciso di abbandonare il gioco. Ma in tutto ciò lui è rimasto lì, seduto, con le carte in mano convinto di avere ancora qualche manche a disposizione. Ecco perché non se ne capacita. Ed ecco perché il Ghosting è perverso e pericoloso. Se si taglia un legame all’improvviso, qualcuno rimarrà con un capo della corda tra le dita e cercherà di riallacciarlo, di capire cosa è successo e probabilmente finirà per coltivare rancore verso chi l’ha tranciato. Il primo passo per una scomparsa efficace e positiva è invece accettare una verità molto semplice della vita umana: non esistono legami tanto solidi da non poter essere sciolti senza l’ausilio delle forbici. Ed è proprio qui che si colloca quello che gli americani chiamano, all’opposto del Ghosting, il Friendly Fade. Il Friendly Fade  – o Scomparsa Amichevole – si basa su un lento e benevolo disinteresse distillato a dosi crescenti e sempre educate. Se il Ghosting prescrive di non rispondere più all’improvviso, il Friendly Fade prescrive di continuare a rispondere ma di meno e con sempre più ritardo tra una risposta e l’altra. Ad ogni che stai facendo? si risponde niente di che, tu? e lo si fa due, tre ore dopo quello che si stava effettivamente facendo. Nel giro di una settimana , si arriverà a rispondere dopo un giorno e sembrerà normale a entrambi. Le cose che prima piacevano, che facevano ridere, continueranno a farlo ma in misura ridotta e meno coinvolgente. Ad ogni canzone bella che verrà suggerita, ad esempio, si dovrà dire che è bella ma solo dopo averla ascoltata quando si avrà avuto tempo, ossia giorni dopo l’invio, e senza ricambiare con un’altra canzone. Se poi il Ghosting si fonda ovviamente sul non vedere più l’altra persona, il Friedly Fade si fonda sulla possibilità di vederla. Ogni invito e proposta non vanno cioè rifiutate a priori ma contemplate come possibili. Mi piacerebbe. Si potrebbe fare. Ti faccio sapere. Ci provo ad esserci. Magari dopo cena. Magari dopo venerdì. Magari dopo dicembre. Insomma, laddove c’era aggressività ci deve essere passività. E la passività, da che mondo è mondo, chiama passività. Se nessuno taglia il legame in maniera netta e violenta, nessuno può recriminare e richiedere spiegazioni. Certo, la vittima del Friendly Fade arriva ad accorgersene prima o poi ma che potrebbe dire? Non è più come prima? C’è forse qualcosa di diverso? Naturalmente sì. Ma da un lato le risposte possibili e non attaccabili per insufficienza di prove sono tantissime: è un periodo pieno di impegni, di problemi, di pensieri, di mestruazioni.  Dall’altro, e soprattutto, è ormai troppo tardi. Quando si prende coscienza del Friendly Fade si prende coscienza della verità da cui si è partiti: non esiste legame tanto solido da non poter essere sciolto. È bastato allentare il nodo ed è stato inesorabile. Chi era presente ogni giorno nella nostra vita, adesso esiste una volta alla settimana e di lì una volta al mese e poi, magari, una volta all’anno per gli auguri di capodanno. Una volta che si capisce questo non ha più senso rifare il nodo o chiedere perché non esiste più. È successo. E siamo sopravvissuti. E questa è forse la lezione fondamentale di tutto il corso. Per scomparire completamente non è necessaria alcuna azione particolare. Bisogna solo assecondare quello che è il vero movimento che intercorre tra gli esseri umani: l’allontanamento.  Dal momento in cui si nasce non si fa altro che allontanarsi dalla gente che si ha intorno: genitori, parenti, amici, colleghi, e poi, cambiato ruolo, figli, nipoti, e così via. Ma negli ultimi secoli abbiamo appreso sempre più l’arte dell’allacciarsi l’un l’altro, di considerare un bene l’essere presenti per gli altri. La tendenza ad allontanarsi è però dentro di noi. È genetica. Se vediamo qualcuno scappare da noi, lo rincorriamo e cerchiamo di capirne il motivo. Ma se qualcuno si dirige nella direzione opposta alla nostra senza prestarci attenzione, noi divergiamo da lui senza alcun problema o curiosità. Ecco. Se volete sparire, siate solo meno presenti. Gli altri faranno il resto. Tutto qui».

Intermezzo III, appena prima del finale

La volta successiva, ossia oggi, la lezione sembra aver dato i suoi frutti. La ragazza ha detto di aver ripreso a parlare con il ragazzo conosciuto alla festa ma di meno e con meno frequenza. A quanto afferma, lui, dopo qualche giorno, ha cominciato ad adeguarsi al nuovo ritmo del loro rapporto. Adesso si scambiano poche frasi e hanno lunghi intervalli di assenza reciproca. Era perciò fiduciosa che nel giro di un mese sarebbero scomparsi a vicenda senza drammi o grossi rancori. «Magari più in là potremmo davvero avere un rapporto d’amicizia » ha aggiunto. «Chissà», ho pensato io. «Chissà» ha detto il professore sorridendo vagamente.  Dal momento che aveva risolto il suo problema di presenza e che aveva compreso ciò che c’era da comprendere, la ragazza ha annunciato che non avrebbe più seguito le lezioni rimanenti. «Non si preoccupi» ha detto il professore con aria gioviale. «Del resto sarebbe paradossale obbligare la presenza in un corso che si propone di insegnare l’assenza». La ragazza ha sorriso, ci ha salutato, ed è andata via. Siamo così rimasti soltanto in due. Anzi no. Perché anche io, subito dopo, ho annunciato l’intenzione di andarmene. «Non si sarà mica offeso?» mi ha chiesto il professore preoccupato. «In tutto ciò, mi rendo conto che non le ho più chiesto il motivo per cui è venuto qui. Mi dispiace molto. Ma possiamo rimediare subito». Io ho scosso la testa. «No, professore. Non mi sono mica offeso. Solo che anche per me, come per la ragazza, non è più necessario restare qui». «Perché» ha fatto lui con un pizzico d’irononia «anche lei doveva scomparire da una persona che ha conosciuto a una festa?»

 

Quello che ho detto io

«No. Io sono la persona che ha conosciuto alla festa»

Gli Untori

Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Questi sono i mesi nei quali progressivamente ci si allontana dal mare, dal sole, dal caldo, dalle magliette a maniche corte e ci si avvicina alla città, al freddo, ai piumini (non a quelli della Moncler così non scateniamo flame).
Ebbene, in questi mesi di transizione si aggira per le strade e per i locali della città una categoria umana tanto sfortunata quanto pericolosa: gli Untori.
Gli Untori sono i portatori dei più vari e temibili mali di stagione – mal di gola, tosse grassa, tosse secca, raffreddore, febbre – ma invece di starsene a casa a smaltire l’inconveniente tra il calore delle coperte e i conforti della chimica farmaceutica, s’infilano cappotto e cappello.
Ed escono.
Sì, escono.
Ma non perché sono costretti del tipo “se non vado a lavoro, non mi pagano e i miei tredici bambini moriranno di fame”. E nemmeno perché la loro presenza è assolutamente necessario del tipo “ho promesso a Giancarlo di suonare alla sua festa di laurea per trecento persone in un casale vicino Rutigliano: se non vado, nessuno si divertirà”.
No.
Loro escono perché semplicemente gli va. Non vogliono perdersi la solita, banale, sempre uguale serata al Factory o alla pizzeria sotto casa. Non possono saltarsi i quarantadue minuti di chiacchiere e cicchetti davanti al Demetra o, peggio, alla Spirit.
E allora vengono in auto con te, si siedono accanto a te, vogliono salutare proprio te. E tu non puoi fare altro che tentare di resistere al loro assalto, in vari modi e in varie maniere che dipendono dal tipo di Untore che ti è capitato. Non è facile e, spesso, non è nemmeno possibile. Ora e sempre resistenza. Continua a leggere

Le Palle Gialle. Per una teoria freudiana delle emoticon di Whatsapp

Breve storia della morte delle parole
Quando Ligabue, nell’oramai lontano 1998, cantava “Ho perso le parole” probabilmente non immaginava quanto avrebbe avuto ragione perché, circa sedici anni dopo, sia lui che noi quelle benedette parole le abbiamo perse per davvero. Ligabue perché, come il mediano da lui cantato in una sua splendida canzone, sembra aver già dato troppo e deve fare i conti con l’esaurimento della vena creativa. Noi perché, anche senza aver mai dato chissà quale contributo verbale, con il salvifico diffondersi di schermi di tutte le dimensioni abbiamo iniziato a mettere da parte le parole stesse e ad usare qualcos’altro.
In principio furono gli acronimi: ASD, ROTFL, LOL, IMHO, eccetera, eccetera. E io li adoravo. Un po’ perché erano la novità che certificava l’ingresso in un mondo nuovo – quello di internet – un po’ perché facevano molto English, molto American, molto cool. Ma ebbero vita breve. Perché – ci si chiese – usare acronimi, slang, sigle,  che sono pur sempre delle parole, quando si possono usare delle immagini? In fondo, se stiamo parlando attraverso uno schermo, al posto di dire quello che stiamo pensando o provando, possiamo benissimo mostrarlo. E allora, dopo aver creato i siti, dopo aver creato i forum, dopo aver creato le chat e i client di messaggistica istantanea, il Dio di Internet prese un po’ di argilla, spremette dei limoni maturi, raccolse dei sassolini e dei rametti, mise tutto insieme e poi soffiò sopra con il suo alito digitale. E nacquero loro. Le Palle Gialle, volgarmente chiamate anche Emoticon(s).
Loro nacquero e io iniziai a morire un po’, perché, a differenza delle parole,  non riuscivo a capire bene quando usarle, come usarle e se usarle. In effetti per molto tempo tutte le mie conversazioni online ebbero una costante: non presentavano emoticon. Se qualcuno riceveva un mio messaggio con una Palla Sorridente, s’affrettava a chiamarmi a casa per dirmi “renà, vedi che qualcuno sta usando il tuo account“. Poi, le prime incomprensioni telematiche – “ma dai scherzavo!” / “no, eri serio!” / “ma dai, si capiva benissimo che ero ironico” / “col cazzo.” –  incrinarono il mio integralismo e cominciai ad usare il primordiale, eterno, universale XD.
E fu l’inizio della fine.
Non appena cedi su un fianco, infatti, l’intera fortezza va a rotoli.  E infatti, complice l’esplosione di whatsapp, le Palle Gialle presero a insinuarsi nella mia esistenza fino a colonizzarla completamente. Oggi, ormai, anche io uso queste benedette Palle Gialle, benché in misura minore di certi insopportabili individui che seguono l’assurda regola per la quale “ogni tre parole ci sono sei emoticon”. Io, dal canto mio, mi limito ad utilizzarle secondo un principio fondamentale forse un po’ sessista e un po’ maschilista: tra maschi non si usano Palle Gialle. Mai. Nemmeno al compleanno dove tutt’al più sono amesse le emoticon del caso (torte, candele, fuochi d’artificio). Le Palle Gialle, di conseguenza, vanno usate solo quando si chatta con degli esponenti del sesso femminile. Ossia con delle donne. Così ci si capisce meglio. Così ci si dovrebbe capire meglio.
A seguire un’analisi approfondita – di stampo freudiano – dei reali significati che si celano dietro le Palle Gialle più comunemente adoperate. Si noterà, molto probabilmente, che tali significati non concordano con i propri. Ma non vi è nulla di cui sorprendersi.  In fondo, se è vero che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere non sarà certo un fottuto limone con la lingua da fuori a renderci veramente in grado di comunicare. Continua a leggere

Quelli che ti aggiungono su Facebook

Un click per sei gradi di separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione afferma che tutti sono collegati a tutti, che chiunque può conoscere chiunque attraverso massimo sei passaggi. Del tipo: Marco vuole conoscere Lidia che è amica di Marisa che è la cugina di Fabio il quale è amico di Paolo che è amico di Marco. Marco allora non deve far altro che chiedere al suo amico Paolo: ehi Paolo puoi chiedere a tuo cugino Fabio di chiedere alla sua amica Marisa di presentarmi la sua amica Lidia?
E il gioco è fatto.
Oggi in realtà il gioco è ancora più facile perché grazie a Facebook possiamo fare a meno di Paolo,di Fabio, di Marisa e di tutti gli altri. Se vogliamo conoscere Lidia, tutto quello di cui abbiamo bisogno è una tastiera per mezzo della quale digitare il suo nome e aggiungerla tra gli amici. Tutt’al più quando l’avremo trovata ci accorgeremo che Lidia conosce Marisa che conosce Fabio che conosce Paolo ma a quel punto, chissenefrega.
Tutto più facile quindi? Probabilmente sì. Ma non è detto che sia tutto più semplice.
In effetti, se vengono a cadere i ponti di contatto umani – cioè la consuetudine per cui ci si conosce attraverso qualcuno che già si conosce – tutto è concesso. Ma, come spesso accade quando tutto è concesso, il mondo invece di semplificarsi, si complica. Ecco perché ci si propone di offrire una rapida guida che spiega chi e come ci aggiunge su Facebook. Continua a leggere

I Rosiconi

Rosicare è umano.
Recenti studi hanno dimostrato che nell’87% dei casi la felicità altrui è insopportabile. I motivi possono essere vari: perché è immeritata, perché ci è stata scippata, oppure perché – semplicemente – è altrui. Ossia degli altri. E, quando si tratta di cose belle, gli altri non siamo mai noi.
Non è mai stato chiarito del tutto se l’invidia sia o meno la più alta forma di ammirazione. Quel che è certo è che è un sentimento umano e, molte volte, assolutamente inevitabile. Tuttavia, così come c’è modo e modo di vincere e così come c’è modo e modo di perdere, c’è anche modo e modo di rosicare. Continua a leggere

Davanti alle foto degli altri

Le munizioni infinite e la società dell’immagine.
Ci sono schermi ovunque. Sui muri, sulle scrivanie, nelle auto, nelle metropolitane, nelle tasche dei pantaloni. E se ci sono schermi, ci sono immagini. D’altra parte tra i migliaia di modi in cui ci si riferisce alla società contemporanea vi è anche l’etichetta – giustificata – di società dell’immagine.
La società dell’immagine non è nata oggi e nemmeno ieri. Però è innegabile che tra ieri e oggi abbia acquisito una caratteristica fondamentale: è diventata velocissima. E la velocità è sinonimo di abbondanza. Qualche anno fa nelle macchine fotografiche c’era uno sportelletto al cui interno si metteva un oggettino chiamato rullino. Il rullino consentiva di scattare un certo numero di foto (12,24,36). Era insomma come un caricatore di una pistola. E chiunque abbia partecipato a una guerra o giocato ai videogiochi sa bene che i proiettili non vanno sprecati. Vanno razionati, vanno sparati bene e per necessità, se no rimani senza e i nemici ti ammazzano facilmente e gli zombie ti spolpano in massa. Qualche anno fa, quindi, quando si faceva una foto si pensava bene a quello che si stava per fare: si sceglieva un posto, ci si metteva bene in posa, cheese, click. E speriamo che lo stronzo non abbia chiuso gli occhi. L’avvento delle digitali e il successivo sdoganamento delle reflex ha messo in mano agli esseri umani dei mitra con munizioni illimitate, in maniera non troppo diversa da quando si usavano i codici e i trucchi alla playstation. E da che mondo è mondo se non ci si deve preoccupare del numero dei proiettili, si spara a raffica, si spara a cazzo di cane. Come se non bastasse oggi c’è anche un posto perfetto per questi proiettili vaganti e impazziti, una sorta di poligono di tiro grande e affollato in cui mitragliare foto senza grossi rischi, vale a dire i social network e Facebook in testa. I carnefici e le vittime di questo gioco siamo noi. Noi che ci troviamo, volenti o nolenti, dentro o davanti le foto degli altri. Continua a leggere

«In periodi di saldi è bene non dare nulla per scontato»: ovvero, l’estetica contemporanea e le bugie dei commessi

Quel pomeriggio di un giorno prima dei saldi: i non compratori peripatetici.
Un amico pomeridiano – cioè uno di quelli che vedi solo il pomeriggio quando ha bisogno di compagnia per fare un servizio – mi chiama, di pomeriggio, per accompagnarlo a fare un giro in centro.
Tempo di saldi, penso.
Periodo, cioè, di giri per negozi in cui cammini, vedi, tocchi e non compri. Un po’ come una battuta di caccia senza caccia. Un imprescindibile giro esplorativo da fare insieme perché poi a comprare, come tutte le cose private, ci vai da solo o, dato che siamo italiani, con mamma. Ma, poiché mi piace sia camminare sia guardare, accetto. E allora cammino e guardo. Vedo un maglione rosso con al centro, al posto della faccia di Che Guevara, un viso di una renna  e mi chiedo quante chance di utilizzo possa avere, una volta che è passato il 25 Dicembre. Vedo alcune camicie e alcuni giubbotti e mi accorgo che mi potrebbero essere abbordabili solo con sconti a partire dal 75%, poco probabili anche in tempi di crisi. Vedo dei mocassini e mi domando il loro perché. Vedo tante cose. Ma soprattutto penso.
Penso che tutto sia incominciato con le etichette del prezzo. Da quando cioè le merci presentano un bigliettino con sopra scritto il loro prezzo, le cose hanno iniziato a parlare. Ed è un bene. Ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza. Continua a leggere