Una storia vera

L’inizio, per finta.
Se questa non fosse una storia vera, avrebbe un inizio paradossale, chiaramente irrealistico. Del tipo:

Sono in una stanza piena di gente, una trentina di persone. Io sono in piedi su un piccolo palco, loro sono seduti di fronte, disposti su cinque file di sedie di plastica bianca.
Io dico:
«Mi chiamo Renato e sono un opinionista».
Loro rispondono, in coro: «Ciao, Renato».
Io dico: «Non esprimo un’opinione da quattro mesi, due settimane, e tre giorni».
Loro applaudono.
Do un sorso al bicchiere d’acqua che si trova sul tavolino di fianco. Poi riprendo a parlare.
«Per anni, il mio primo pensiero dopo essermi alzato era accendere il cellulare e scoprire qual era il fatto del giorno. A volte era facile scoprirlo: era quello di cui tutti stavano parlando. Altre volte era più difficile: era quello di cui tutti avrebbero parlato. In ogni caso, l’obiettivo era lo stesso. Dovevo formarmi un’opinione a riguardo. Non appena me l’ero formata, la condividevo con tutti. Se non riuscivo a formarmi un’opinione giusta a riguardo – perché il fatto del giorno era troppo complesso o controverso – esprimevo un’opinione su quelli che avevano espresso un’opinione sbagliata. E la condividevo. Sono andato avanti così a lungo. Ho condiviso di tutto. Opinioni su amore, amicizia, società, cultura, politica, sport, economia… Tutto. Finché, un giorno, mi sono alzato e non ce l’ho fatta più. Ero stanco, così stanco. Era come se la debolezza si fosse mescolata alla noia per dare vita a un nuovo malessere. Tutto era troppo. O troppo poco. Non lo so. Fatto sta che non ce la facevo più. E non lo faccio più. Ogni tanto, lo ammetto mi manca. L’altro giorno, per esempio, tutti stavano parlando di come il libro di Giulia De Lellis e il film di Chiara Ferragni fossero i sintomi del degrado socio-culturale-politico del paese, tutti dicevano ma se la gente compra questi libri e vede questi film, è inutile votare, è inutile, dobbiamo scappare e basta. Allora io ho sentito dentro di me quello stimolo che ho sentito per anni, mattina dopo mattina, giorno dopo giorno. Ero pronto. Lo stavo per fare. Stavo per condividere la mia opinione a riguardo. Ma mi sono fermato giusto in tempo. Ho buttato il cellulare sulla poltrona, ho aperto il frigo e mi sono fatto una birra. Dopo, mi era passata la voglia. Ma ho avuto paura di ricascarci».
Ho gli occhi lucidi. Sono provato ma soddisfatto. Ringrazio i presenti per avermi ascoltato. Loro mi ringraziano per non aver condiviso. Sorridiamo tutti. Ormai ci conosciamo abbastanza. Ci riuniamo qui, in questa sala, ogni martedì sera. Siamo gli opinionisti anonimi.

Ecco, se questa non fosse una storia vera, ciò che avete appena letto potrebbe essere un inizio adeguato. Ma questa, nel caso non si fosse capito, è una storia vera.

I. L’inizio, per davvero.
Come tutte le storie vere, questa storia non ha un inizio. Comincia un giorno come un altro, grosso modo in corrispondenza dell’ultimo grande tentativo di rivoluzione liberale in Italia, la rivoluzione di Iliad.
Per quanto mi riguarda, passai a Iliad per lo stesso motivo di tutti: per risparmiare due euro al mese che avrei poi sprecato ugualmente. Tuttavia, i primi tempi, ebbi vari problemi di linea e connessione e ricordo che me ne lamentai con l’amico che mi aveva convinto a cambiare gestore, il classico amico che tutti i maschi hanno, quello che ti vuole per forza convincere a fare le stesse cose che fa lui – comprare quel modello di cellulare, scegliere quel tipo di abbonamento, partecipare a quel concorso, acquistare da quel sito – tanto che tu pensi che avrà di sicuro una percentuale per farlo ma invece no, non ce l’ha. Lo fa e basta. Mi lamentai con quest’amico, dunque, e non sarebbe una cosa importante se non fosse che lui mi rispose in un certo modo, un modo che in questa storia vera c’entra qualcosa. Mi disse: «Sono appena arrivati. Lasciamoli lavorare».
«Lasciamoli lavorare»: queste parole, da un giorno all’altro, iniziarono a spuntare sui social ovunque si parlasse di politica. Sembrava che non si potesse dire nulla su una legge, un provvedimento, un riposizionamento, senza che qualcun altro dicesse sì vabbè ma lasciamoli lavorare. Se si replicava, si litigava. Il fatto, all’inizio, non mi parve preoccupante. Del resto, i tormentoni erano sempre esistiti così come le diatribe tra chi la pensa diversamente, specie in politica. E internet, in fondo, era sempre stato un posto strano e litigioso. Ma poi successe qualcos’altro. Iniziarono a sparire le persone.

II. La scomparsa.
Me ne accorsi per caso e a poco a poco. Le cose che leggevo o ascoltavo sui social erano sempre le stesse – anche se sempre più polemiche e polarizzate – ma le persone che scrivevano o parlavano, no. Non erano sempre le stesse. Erano di meno. Mancava qualcuno.
In principio scomparvero proprio quelli che parlavano di politica. Dov’era finito A che si faceva portavoce dei vantaggi della socialdemocrazia? E B che era convinto sostenitore del sovranismo? E che dire di C che non passava giorno senza suggerire che la soluzione a tutto fosse la scomparsa dell’intervento statale? Chissà. Non c’erano più. Sul momento cercai di non pensarci troppo. Del resto, potevano esserci decine di spiegazioni plausibili. Non ci doveva essere per forza  una correlazione. Ma il trend non si arrestò e anzi si allargò e ben presto finì con il coinvolgere tutti i campi e i settori umani. Anche D, per esempio, che discettava quotidianamente di musica, iniziò a condividere opinioni e canzoni sempre meno finché sparì pure lui. E così anche E che parlava sempre di sport, F che scriveva sempre di viaggi, G che recensiva fumetti, H che consigliava serie tv, I che criticava la Apple, L che analizzava romanzi… In breve, in un periodo di tempo difficile da quantificare con esattezza – diciamo più di due mesi e meno di sei – non era rimasto quasi più nessuno della vecchia cricca di persone con cui, più o meno direttamente, me la facevo sul grande mare del web. Fu allora che cominciai ad aver paura.

III. La decisione.
Il timore che fosse successo qualcosa di brutto ai miei amici, e soprattutto che stesse per succedere qualcosa di brutto a me, mi spinse a compiere una mossa che nessuno ormai faceva più da anni: organizzare un’uscita nel mondo reale con degli esseri umani adulti. Ora, non interessa qui ricostruire il percorso che condusse alla realizzazione dell’impresa – sappiate solo che coinvolse: un gruppo Whatsapp di cinque persone per trovare un accordo, cinque chat private per lamentarsi privatamente dei problemi degli altri, tre spostamenti di date, due di orario, un sondaggio per scegliere il posto dove incontrarsi, un bidone all’ultimo momento. Ciò che qui interessa è che nonostante tutto, in un giorno qualunque alle soglie dell’autunno, quattro persone adulte riuscirono a incontrarsi per discutere a viva voce del fatto che, da un po’ di tempo, non discutevano più online. Essendo questa una storia vera, i nomi di queste quattro persone non possono essere rivelati. Per comodità di narrazione userò allora degli pseudonimi che sono però indicativi della personalità degli individui coinvolti e dell’area semantica delle loro opinioni: IO, DISAGIO, NOSTALGIA, GENITORE 2. Quel che segue è il resoconto in prima persona, da parte di IO, di quel che successe.

IV. L’incontro.
DISAGIO fu il primo ad arrivare. Quando entrai nel locale – un bar nei pressi della stazione centrale – era seduto da solo a un tavolino sul fondo della sala. Alzò la mano per segnalarmi la sua presenza. IO lo raggiunsi con tre passi e lo salutai.
«Beh, che si dice?» mi chiese mentre mi sedevo.
«Mah, il solito. Tutto bene. Tu piuttosto che mi dici? L’ultima volta che ci siamo sentiti mi avevi detto che stavi per trasferirti».
Quando posi questa domanda erano le 17:35. L’appuntamento era alle 17:30. NOSTALGIA sarebbe arrivato un po’ in ritardo – ce l’aveva appena scritto. GENITORE 2, invece, ci avrebbe raggiunto dopo le 18, non appena la sua compagna, GENITORE 1, fosse tornata a dargli il cambio. C’ero solo IO, dunque, a sentire la risposta di DISAGIO che parlò ininterrottamente per più di venti minuti dicendo più o meno questo:
«Contratto a termine, non so se me lo rinnovano, ho superato i trent’anni, la gente si sposa, devo andare a due matrimoni, l’ansia, i bambini, non ho più il fisico, il metabolismo rallenta, la gente sta male, che ci possiamo fare, la nostra generazione, lo xanax, l’Inps, la Naspi, la Dis.coll, eh le raccomandazioni, però sono contento per lui, il riscaldamento globale, l’affitto in nero, cinque coinquilini, non abbiamo ancora internet, Primavera Sound, l’ultimo libro di Zerocalcare, conosci “Non è successo niente” fa troppo ridere perché parla di noi, qualcosa alla fine uscirà, la nostra generazione, abbiamo sbagliato tutto, non andremo mai in pensione, vabbè, che ci possiamo fare, l’ansia».
Quando finì di parlare, IO avevo finito il mio cappuccino. Avevo annuito dalla prima all’ultima parola e, più o meno al centro, avevo anche fatto mh-mh con la bocca. Ora che aveva terminato, DISAGIO si aspettava però da me una replica più verbale ma per fortuna, in quel momento, arrivò NOSTALGIA.
«Ueee, grandissimi» disse mentre ci dava la mano aggiungendoci una coppia di baci sulla guancia ciascuno. «Che mi dite, brutti bastardi?» ci chiese poi prendendo posto e afferrando il menu.
IO non avevo granché da dirgli e DISAGIO aveva appena detto tutto e non pareva intenzionato a concedere repliche. Ma NOSTALGIA, come al solito, non aveva bisogno delle nostre parole. Iniziò un lungo discorso dettato dal ritmo sincopato delle sue connessioni neurali, impossibile da ricostruire con esattezza ma i cui estremi furono questi:
«Ma vi ricordate di quando  ……………………………………………….. eh, bei tempi».
IO  e DISAGIO ci ricordavamo abbastanza anche se non eravamo del tutto convinti che fossero davvero bei tempi. Comunque sia, lo lasciammo parlare e ci mettemmo a ridere ogni qual volta che rideva lui. In fondo, era divertente. Chi non aveva una faccia divertita, invece, era GENITORE 2 che apparve sullo sfondo all’improvviso, con i capelli arruffati e la faccia stravolta.
«Scusate, scusate» disse con un po’ di fiatone tra le parole. «Sono in mega ritardo ma è successo un mezzo casino».
«Qualcosa di serio?» chiese DISAGIO un po’ a disagio.
«No, vabbè, serio no. Non esageriamo. È solo che quando hai un figlio…»
IO e NOSTALGIA ci scambiammo uno sguardo preoccupato. Sapevamo entrambi che quando un genitore pronuncia la frase «quando hai un figlio» non lo puoi più fermare. Ci si deve rassegnare ad ascoltare un sermone composto dalla combinazione e declinazione dei seguenti elementi

ELEMENTO A ELEMENTO B
Io non ho più Tempo/soldi/spazio/forze
Io non posso più fare Qualsiasi cosa
Voi non potete capire Qualsiasi cosa
Io devo rinunciare Hobby/sport/viaggi/sonno
Però vi faccio vedere Foto/video

Ed è esattamente quel che fece GENITORE 1. Noialtri ci adeguammo accordando le nostre reazioni al suo umore narrativo. Quand’anche lui ebbe finito, IO pensai che forse tutto quello era stato un errore. Davvero mi mancavano quelle cose? Era forse un male che le loro parole disagiate, nostalgiche, genitoriali, fossero scomparse dal web? Ma ormai c’ero. Era inutile tergiversare. Così li affrontai di petto e, approfittando di un momento di silenzio, presi coraggio e parola e chiesi loro: «Ragazzi, ma dove cazzo siete finiti?»

V. Le confessioni (1).
DISAGIO, NOSTALGIA E GENITORE 2 mi fissarono incuriositi.
«Che intendi?» domandarono.
Glielo spiegai. Gli dissi che erano scomparsi dal dibattito pubblico. Che le loro opinioni che prima erano immancabili su ogni fatto del giorno non c’erano più. Che le loro storie non c’erano più. Che loro non c’erano più. Ma proprio più. Eppure loro c’erano ancora. Erano davanti a me. E quindi glielo richiesi: «Ragazzi, ma dove cazzo siete finiti?»
Il primo a parlare fu GENITORE 2 ma la sua spiegazione non durò a lungo.
«Beh, è solo che quando hai un figlio non hai davvero più tempo per…»
«Oh piantala per la miseria!» esplose DISAGIO. «Basta con ‘sta storia. Hai un figlio abbiamo capito!»
Rimanemmo tutti spiazzati. L’ultima volta che DISAGIO aveva alzato la voce c’era ancora la lira.
«DISAGIO» dissi «ma che ti prende?»
«Mi prende che mi sono scocciato delle sue bugie» rispose. E tornò a parlare rivolgendosi a GENITORE 2. «Hai un figlio, bene. Ma ce l’avevi anche prima. E questo non ti fermava, prima, dall’esprimerti. Dal dirci la tua su tutto. Anzi. Avevi un figlio e ti sentivi ancor più titolato a parlare. Hanno approvato Quota 100? E tu subito a dire “in qualità di genitore non posso non dirmi preoccupato per il futuro”. C’era Sferaebbasta a X-Factor? E tu subito a dire “a mio figlio farò sentire la musica vera” e ci postavi Wish you were here dei Pink Floyd. Non facevi altro che parlare, intervenire, raccontare in nome del padre, del figlio, e dello spirito santo. Quindi smettila. Non dire stronzate. Non sei scomparso perché hai un figlio. Sei scomparso nonostante tu abbia un figlio».
GENITORE 2 accusò il colpo. Era visibilmente sofferente.
«DISAGIO, calmati» disse NOSTALGIA. «Non c’è bisogno di arrabbiarsi. Non credo che tu…»
«No, no» lo interruppe GENITORE 2, «ha ragione. Non è per quello. Era una scusa. Stavo usando mio figlio come una scusa. Sono pessimo. Mi vergogno. È che quando si è genitori, a volte…»
«E basta!» urlammo noi tre all’unisono.
«Sì, scusate. La forza dell’abitudine. Dicevo: non è per quello. Anzi, DISAGIO ha proprio ragione. È nonostante quello. Pensate a come mi sento in questi giorni in cui tutti discutono sulla catastrofe climatica che verrà. Io, proprio io che ho un figlio, dovrei intervenire e dire la mia, dovrei affermare l’opinione di uno che ha messo al mondo un abitante del futuro. Ma…»
«Ma…»
«Non ce la faccio più» disse. E scoppiò a piangere.
Dovemmo consolarlo per qualche minuto con pacche sulle spalle e offerte di fazzoletti. Riprese a parlare che ancora tirava su col naso.
«A un certo punto, non so perché, tutto ciò che dicevo sembrava non interessare più agli altri. Nessuno mi filava più. I miei articoli di approfondimento? Ignorati. Le mie battute sagaci? Come se non fossero esistite. Anche i miei racconti da neo-papà non funzionavano più. Anche le foto non funzionavano più! Le foto, capite? Le foto di mio figlio! Vi rendete conto? C’è stato un tempo in cui ne bastava una, pure sfocata, e pareva fossi l’uomo più importante del mondo. Complimenti! Che bello! Auguri! Bravissimo! Bellissimo! Ma quanto cresce! E invece adesso non interessa più a nessuno. Eppure mio figlio ha dieci mesi, non dieci anni! Possibile che dieci mesi bastino per annoiarci di un essere umano?»
DISAGIO stava per intervenire a confermare il suo dubbio ma NOSTALGIA gli sferrò un calcetto da sotto il tavolo. IO non sapevo che fare.
«E allora» continuò GENITORE 2 «presi una decisione. Se tutti mi ignoravano, io avrei ignorato tutti. E sapete di cosa mi sono accorto? Io li ignoravo già. Vi ignoravo già. Con tutto il rispetto, ragazzi eh. Con tutto l’affetto. Ma le vostre opinioni avevo smesso di considerarle da un sacco. E allora, mi sono detto, al diavolo tutto. Sono scomparso da tutte le discussioni, da tutti i forum, da tutti i social, meno che uno».
«Quale?» chiesi.
«L’Ikea» disse. E riprese a piangere.

VI. Le confessioni (2)
Non appena GENITORE 2 ridusse i singhiozzi, qualche minuto dopo, NOSTALGIA tirò fuori il cellulare e iniziò a scorrere il dito sullo schermo.
«Io lo capisco» disse. «Vi ricordate di Internet dieci anni fa? Bei tempi eh? Ehi, non mi guardate così. Erano bei tempi davvero! Per dire: non c’erano giornali o giornalisti online. Guarda un po’ oggi, invece. Vi rendete conto? Siamo arrivati a litigare sugli articoli dei giornali. Noi. Noi che non abbiamo mai letto i giornali. Erano una roba da vecchi, i giornali. E invece oggi stiamo a discutere di quello che dice Enrico Mentana. Ma chi cazzo se ne frega di quello che dice Enrico Mentana! O Marco Travaglio. O Andrea Scanzi. O il padre di Andrea Scanzi. Oh sì, non lo sapete? Ci sta pure il padre di Andrea Scanzi a dire la sua. E la gente a discuterci. Basta. A me due cose piaceva fare su internet: i cazzi degli altri e celebrare l’adolescenza. Mi piaceva vedere chi stava con chi o chi non stava più con chi, e perché. E lo ammetto: mi piaceva anche vedere le foto, ma non le foto dei bambini, le foto delle tipe, quelle degli album “Estate 2000-e-qualcosa”. Oh, gli album di foto. Che fine hanno fatto gli album di foto eh? Chissà. Comunque: questo mi piaceva fare. Questo e collezionare  ricordi. Mi piaceva ricordare con chi c’era stato i videogiochi di ieri, i film di ieri, le pubblicità di ieri, il calcio di ieri, i locali di ieri. Ricordarli, paragonarli a quelli di oggi, e dire ma che ne sanno i 2000, ma che ne sanno i bimbiminkia. E per un po’ ha funzionato eh. Ve lo ricordate vero? Ci si divertiva. Ci si sentiva migliori. Io mi sentivo migliore. Migliore di quelli che si erano lasciati perché cornuti o di quelli che stavano insieme benché cornuti. E migliore dei più giovani, ovviamente. Ma poi, a un certo punto, non è stato più sufficiente. Farsi i cazzi degli altri non è stato più sufficiente. Il passato non è stato più sufficiente. Vi rendete conto? La gente si era montata la testa. Voleva dire la propria su tutto. Voleva raccontare la propria versione dei fatti. Voleva fare lo storytelling della propria vita. Io ci ho anche provato ma non era cosa per me. Non capisco niente di niente, io. Non so narrare, io. Così quando hanno smesso di cagarmi, io ho smesso di starci. Era un bel giocattolo ma si è rotto. E io non ci gioco con le cose rotte».
E i suoi occhi si posarono, roventi, su DISAGIO.

VII. Flambé.
«Oh, lo sapevo» disse DISAGIO. «Alla fine della fiera, la colpa è mia».
«Ma no, che dici» intervenni. «NOSTALGIA mica intendeva quello».
«Beh, insomma…» mi corresse NOSTALGIA «non tutta la colpa ma in parte sì».
«Vedi?» disse DISAGIO «Ce l’ha proprio come. E perché poi? Perché non parlo del tuo passato idealizzato ma del nostro presente imperfetto? Scusa tanto. Ma questa è la mia vita. E se la mia vita è fatta di piccoli problemi, di piccole ansie e di piccoli fallimenti, io ho tutto il diritto di raccontarla».
«È proprio questo il problema!» sbottò NOSTALGIA. «Tu e tutti quelli come te. Siete piccoli. Non avete nulla di grande da condividere, fosse anche una tragedia. Però non fate altro che parlare, raccontare. Ma è ora che qualcuno vi dica che la vostra tenera e impacciata microstoria di come non riuscite a diventare adulti ha fracassato i coglioni!»
«Su, NOSTALGIA» s’intromise GENITORE 2 «ora non esagerare».
«Non ho bisogno di avvocati difensori» disse DISAGIO. «Cosa credi che solo perché sei diventato padre, sei più maturo di me?»
«Ma che dici?»
«La verità. Guardatemi, sono un papà, non ho tempo per le serie tv come ce l’avete voi. Però posso passare la giornata a raccontarvi di quanto sia difficile dar la pappa al pupo. Come siamo teneri noi, come siamo istruttivi, siamo il futuro della specie, noi».
«Ma vaffanculo DISAGIO! E io che ti volevo pure aiutare. Sai cosa? Ha ragione NOSTALGIA. Vivi ancora come uno studente Erasmus e pensi che le tue opinioni valgano qualcosa? Cresci un po’ prima e poi torna a parlare».
«Bravi, alleatevi. Il padre e il reazionario. Una bella coppia, in fondo. Molto coerente. Quando c’eravate voi Facebook arrivava in orario e si potevano lasciare i profili aperti. Sento proprio odore di fascismo».
«Oddio, il fascismo!» disse NOSTALGIA. «Mi sembrava strano che non l’avevi ancora tirato fuori».
«Cristo santo» gli fece eco GENITORE 2. «Quando la smetterai di votare quelle cose da centri sociali? Ti fottono il cervello. Ti fanno vedere fascisti ovunque. Cosa credi che io e NOSTALGIA votiamo Lega?»
«Beh, non so te ma io l’ho votata» disse NOSTALGIA.
«Cosa?» disse GENITORE 2.
«Perché tu cosa hai votato?»
«Io? Io… beh… adesso non c’entra».
«Come non c’entra? Ah, ho capito. Hai votato Pd e non lo vuoi ammettere» ridacchiò NOSTALGIA.
«E se anche fosse?»
«Sei proprio diventato un papà perfetto. Un bel moderato. Pannolini e tredicesima. E poi ti chiedi perché la gente non ti cagava più. Sei noioso».
«Io noioso?»
«Sì, tu sei noioso» ringhiò NOSTALGIA. «E pure tua moglie è noiosa. Condivide ancora gli screen del Signor Distruggere convinta che facciano ridere. Che palle. Per tuo figlio, beh, è ancora presto per dirlo ma dalle foto non promette bene. Sono noiosissime le sue foto. Del resto sono tutti uguali i bambini piccoli. E sono tutti brutti. Sono dei rospi umanoidi. Ti mettiamo il like alla prima foto per simpatia. Poi ti rivelo un segreto: delle tutine che cambiano colore ce ne sbattiamo il cazzo. Torna quando gli hai insegnato ad andare in bici che magari ti facciamo i complimenti».
«Fottiti, NOSTALGIA. Io almeno sono andato avanti nella vita. Tu stai sempre fermo lì con la testa. Vuoi fare ancora le rimpatriate di classe. Te lo rivelo io, un segreto: nessuno si ricorda più un cazzo della scuola. Tu stavi dal primo o sei arrivato in terzo? Boh. Chi lo sa. E soprattutto: chi se ne importa?»
«Ah, ah, i fascisti non sono più tanto uniti ora eh!»
«Ma stai zitto DISAGIO! Te l’hanno rinnovato il contratto quest’anno o sei ancora a carico dell’Inps grazie alle mie tasse?»
«Le tue tasse? Ma se lavori nello studio di tuo padre!»
«Sì ma non fattura quanto quella puttana di tua madre».
«Pezzo di merda, mia madre è morta sette mesi fa!»
IO, NOSTALGIA, e GENITORE 2 ci bloccammo.
«Cazzo» fece NOSTALGIA. «Non lo sapevo».
«Manco io, mi dispiace» disse GENITORE 2.
«IO neppure» dissi IO.
«Come fate a non saperlo?» urlò DISAGIO. «Non avete letto il post che ho fatto? C’era anche una foto. Era bellissima e struggente».
«Ehm no, ci deve essere sfuggito» ammise NOSTALGIA.
«Sì, ho paura di sì» dissi IO.
«Anche perché», aggiunse GENITORE 2, «ogni giorno ci sono almeno dieci post di gente che annuncia la morte di qualcuno».
«Infatti» disse NOSTALGIA «sono talmente tanti che ormai nessuno li legge più».
«Sì» confermò GENITORE 2. «Ormai hanno rotto le palle» .
«E sono anche abbastanza patetici» completai IO.
«Che cazzo ragazzi» disse DISAGIO ai limiti dell’incredulo. «Mi fate schifo».
Tacemmo tutti per qualche secondo. In sottofondo, mani che aprivano bustine di zucchero, cucchiaini che cozzavano sui bordi delle tazzine.
«Però se mi posso permettere», abbozzò NOSTALGIA, «hai iniziato tu».
«Io?» disse DISAGIO. «Veramente hai iniziato tu».
«No, guarda, al massimo è stato lui» e NOSTALGIA spostò lo sguardo su GENITORE 2.
«Ma proprio no» fece quello. «Siete stati voi».
«Sì ma solo dopo che tu…»
«No, tu!»
«Tu!»
«Ragazzi! RAGAZZI!» dissi IO cercando di riportare la calma. I clienti intorno avevano iniziato ad osservarci.
«No, un attimo» disse NOSTALGIA. «Ci stiamo sbagliando tutti. Ha iniziato lui!» e indicò me.
«IO? Ma che cazzo dici?»
«Ha ragione» disse GENITORE 2. «Tu e le tue idee del cazzo. Che ti è saltato in mente di organizzare questo incontro?»
«Ma veramente, insomma, ve l’ho detto. Volevo solo sapere dove eravate finiti».
«Dove eravamo finiti?» chiese NOSTALGIA. «Guarda piuttosto dove siamo finiti!. Siamo finiti a fare quello che non facevamo più. Che non volevamo più fare. Ascoltarci, confrontarci, litigare. Stavamo tanto bene dove stavamo. Fottiti IO».
«Sì, fottiti» disse GENITORE 2. «Ora chiedo il conto così ce ne possiamo andare tutti affanculo».
«E se scompariamo di nuovo», aggiunse NOSTALGIA, «facci un favore: fatti i cazzi tuoi».

VIII. Il finale, per davvero.
NOSTALGIA e GENITORE 2 se ne andarono subito dopo aver pagato la loro parte. Uno andò a destra. L’altro a sinistra. Ad oggi non li ho più rivisti, risentiti o riletti. IO e DISAGIO portammo il totale alla cassa, ci dividemmo il resto, e uscimmo al sole calante del tardo pomeriggio.
«Scusa IO» mi disse DISAGIO mettendo il primo passo. «Forse ho un po’ esagerato».
«Abbiamo tutti un po’ esagerato, temo» risposi. «Forse è stata davvero tutta colpa mia. Dovevo farmi i fatti miei. Ma ero preoccupato. O forse mi mancavate soltanto. Non lo so. Almeno però adesso so qualcosa in più sulla vostra scomparsa. Anzi», aggiunsi pensando  a me stesso, a quello che avevo fatto e a quello che avrei fatto di lì a poco, «adesso so qualcosa in più sulla nostra scomparsa: non esprimiamo più opinioni perché ci siamo rotti delle opinioni degli altri».
«E delle nostre» aggiunse DISAGIO.
«Sì, e delle nostre».
«Soprattutto delle nostre».
«Sì. È faticoso avere un’opinione».
«Sfiancante».
«Soprattutto se poi, alla fine, non cambia nulla, averla o non averla».
«Sì, non cambia nulla».
Attraversammo la strada in silenzio.
«DISAGIO?» chiesi.
«Dimmi, IO» rispose.
«Ma quindi anche tu sei scomparso per questo? Ti sei scocciato di sentire gli altri e te stesso?»
«No, ma che scherzi? Io adoro sentire me stesso».
«Ma… allora perché sei sparito?»
«Te l’ho detto prima. Mi sono trasferito e non abbiamo ancora messo internet a casa».
«Ah sì, giusto…»
«Non mi stavi ascoltando?»
«Ma no, certo che ti stavo ascoltando. Ma mi devo esser perso questo passaggio».
«Mh».
«Ma… DISAGIO?»
«Dimmi, IO».
«Ma non puoi usare i dati mobili come tutti?»
«Eh, son passato a Iliad».
«Ah».

P.s.
Iliad va benissimo, non la cambierò mai.
Questa non è una storia vera.

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Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli Untori

Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Questi sono i mesi nei quali progressivamente ci si allontana dal mare, dal sole, dal caldo, dalle magliette a maniche corte e ci si avvicina alla città, al freddo, ai piumini (non a quelli della Moncler così non scateniamo flame).
Ebbene, in questi mesi di transizione si aggira per le strade e per i locali della città una categoria umana tanto sfortunata quanto pericolosa: gli Untori.
Gli Untori sono i portatori dei più vari e temibili mali di stagione – mal di gola, tosse grassa, tosse secca, raffreddore, febbre – ma invece di starsene a casa a smaltire l’inconveniente tra il calore delle coperte e i conforti della chimica farmaceutica, s’infilano cappotto e cappello.
Ed escono.
Sì, escono.
Ma non perché sono costretti del tipo “se non vado a lavoro, non mi pagano e i miei tredici bambini moriranno di fame”. E nemmeno perché la loro presenza è assolutamente necessario del tipo “ho promesso a Giancarlo di suonare alla sua festa di laurea per trecento persone in un casale vicino Rutigliano: se non vado, nessuno si divertirà”.
No.
Loro escono perché semplicemente gli va. Non vogliono perdersi la solita, banale, sempre uguale serata al Factory o alla pizzeria sotto casa. Non possono saltarsi i quarantadue minuti di chiacchiere e cicchetti davanti al Demetra o, peggio, alla Spirit.
E allora vengono in auto con te, si siedono accanto a te, vogliono salutare proprio te. E tu non puoi fare altro che tentare di resistere al loro assalto, in vari modi e in varie maniere che dipendono dal tipo di Untore che ti è capitato. Non è facile e, spesso, non è nemmeno possibile. Ora e sempre resistenza. Continua a leggere

Le Palle Gialle. Per una teoria freudiana delle emoticon di Whatsapp

Breve storia della morte delle parole
Quando Ligabue, nell’oramai lontano 1998, cantava “Ho perso le parole” probabilmente non immaginava quanto avrebbe avuto ragione perché, circa sedici anni dopo, sia lui che noi quelle benedette parole le abbiamo perse per davvero. Ligabue perché, come il mediano da lui cantato in una sua splendida canzone, sembra aver già dato troppo e deve fare i conti con l’esaurimento della vena creativa. Noi perché, anche senza aver mai dato chissà quale contributo verbale, con il salvifico diffondersi di schermi di tutte le dimensioni abbiamo iniziato a mettere da parte le parole stesse e ad usare qualcos’altro.
In principio furono gli acronimi: ASD, ROTFL, LOL, IMHO, eccetera, eccetera. E io li adoravo. Un po’ perché erano la novità che certificava l’ingresso in un mondo nuovo – quello di internet – un po’ perché facevano molto English, molto American, molto cool. Ma ebbero vita breve. Perché – ci si chiese – usare acronimi, slang, sigle,  che sono pur sempre delle parole, quando si possono usare delle immagini? In fondo, se stiamo parlando attraverso uno schermo, al posto di dire quello che stiamo pensando o provando, possiamo benissimo mostrarlo. E allora, dopo aver creato i siti, dopo aver creato i forum, dopo aver creato le chat e i client di messaggistica istantanea, il Dio di Internet prese un po’ di argilla, spremette dei limoni maturi, raccolse dei sassolini e dei rametti, mise tutto insieme e poi soffiò sopra con il suo alito digitale. E nacquero loro. Le Palle Gialle, volgarmente chiamate anche Emoticon(s).
Loro nacquero e io iniziai a morire un po’, perché, a differenza delle parole,  non riuscivo a capire bene quando usarle, come usarle e se usarle. In effetti per molto tempo tutte le mie conversazioni online ebbero una costante: non presentavano emoticon. Se qualcuno riceveva un mio messaggio con una Palla Sorridente, s’affrettava a chiamarmi a casa per dirmi “renà, vedi che qualcuno sta usando il tuo account“. Poi, le prime incomprensioni telematiche – “ma dai scherzavo!” / “no, eri serio!” / “ma dai, si capiva benissimo che ero ironico” / “col cazzo.” –  incrinarono il mio integralismo e cominciai ad usare il primordiale, eterno, universale XD.
E fu l’inizio della fine.
Non appena cedi su un fianco, infatti, l’intera fortezza va a rotoli.  E infatti, complice l’esplosione di whatsapp, le Palle Gialle presero a insinuarsi nella mia esistenza fino a colonizzarla completamente. Oggi, ormai, anche io uso queste benedette Palle Gialle, benché in misura minore di certi insopportabili individui che seguono l’assurda regola per la quale “ogni tre parole ci sono sei emoticon”. Io, dal canto mio, mi limito ad utilizzarle secondo un principio fondamentale forse un po’ sessista e un po’ maschilista: tra maschi non si usano Palle Gialle. Mai. Nemmeno al compleanno dove tutt’al più sono amesse le emoticon del caso (torte, candele, fuochi d’artificio). Le Palle Gialle, di conseguenza, vanno usate solo quando si chatta con degli esponenti del sesso femminile. Ossia con delle donne. Così ci si capisce meglio. Così ci si dovrebbe capire meglio.
A seguire un’analisi approfondita – di stampo freudiano – dei reali significati che si celano dietro le Palle Gialle più comunemente adoperate. Si noterà, molto probabilmente, che tali significati non concordano con i propri. Ma non vi è nulla di cui sorprendersi.  In fondo, se è vero che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere non sarà certo un fottuto limone con la lingua da fuori a renderci veramente in grado di comunicare. Continua a leggere

Quelli che ti aggiungono su Facebook

Un click per sei gradi di separazione.
La teoria dei sei gradi di separazione afferma che tutti sono collegati a tutti, che chiunque può conoscere chiunque attraverso massimo sei passaggi. Del tipo: Marco vuole conoscere Lidia che è amica di Marisa che è la cugina di Fabio il quale è amico di Paolo che è amico di Marco. Marco allora non deve far altro che chiedere al suo amico Paolo: ehi Paolo puoi chiedere a tuo cugino Fabio di chiedere alla sua amica Marisa di presentarmi la sua amica Lidia?
E il gioco è fatto.
Oggi in realtà il gioco è ancora più facile perché grazie a Facebook possiamo fare a meno di Paolo,di Fabio, di Marisa e di tutti gli altri. Se vogliamo conoscere Lidia, tutto quello di cui abbiamo bisogno è una tastiera per mezzo della quale digitare il suo nome e aggiungerla tra gli amici. Tutt’al più quando l’avremo trovata ci accorgeremo che Lidia conosce Marisa che conosce Fabio che conosce Paolo ma a quel punto, chissenefrega.
Tutto più facile quindi? Probabilmente sì. Ma non è detto che sia tutto più semplice.
In effetti, se vengono a cadere i ponti di contatto umani – cioè la consuetudine per cui ci si conosce attraverso qualcuno che già si conosce – tutto è concesso. Ma, come spesso accade quando tutto è concesso, il mondo invece di semplificarsi, si complica. Ecco perché ci si propone di offrire una rapida guida che spiega chi e come ci aggiunge su Facebook. Continua a leggere

I Rosiconi

Rosicare è umano.
Recenti studi hanno dimostrato che nell’87% dei casi la felicità altrui è insopportabile. I motivi possono essere vari: perché è immeritata, perché ci è stata scippata, oppure perché – semplicemente – è altrui. Ossia degli altri. E, quando si tratta di cose belle, gli altri non siamo mai noi.
Non è mai stato chiarito del tutto se l’invidia sia o meno la più alta forma di ammirazione. Quel che è certo è che è un sentimento umano e, molte volte, assolutamente inevitabile. Tuttavia, così come c’è modo e modo di vincere e così come c’è modo e modo di perdere, c’è anche modo e modo di rosicare. Continua a leggere

Davanti alle foto degli altri

Le munizioni infinite e la società dell’immagine.
Ci sono schermi ovunque. Sui muri, sulle scrivanie, nelle auto, nelle metropolitane, nelle tasche dei pantaloni. E se ci sono schermi, ci sono immagini. D’altra parte tra i migliaia di modi in cui ci si riferisce alla società contemporanea vi è anche l’etichetta – giustificata – di società dell’immagine.
La società dell’immagine non è nata oggi e nemmeno ieri. Però è innegabile che tra ieri e oggi abbia acquisito una caratteristica fondamentale: è diventata velocissima. E la velocità è sinonimo di abbondanza. Qualche anno fa nelle macchine fotografiche c’era uno sportelletto al cui interno si metteva un oggettino chiamato rullino. Il rullino consentiva di scattare un certo numero di foto (12,24,36). Era insomma come un caricatore di una pistola. E chiunque abbia partecipato a una guerra o giocato ai videogiochi sa bene che i proiettili non vanno sprecati. Vanno razionati, vanno sparati bene e per necessità, se no rimani senza e i nemici ti ammazzano facilmente e gli zombie ti spolpano in massa. Qualche anno fa, quindi, quando si faceva una foto si pensava bene a quello che si stava per fare: si sceglieva un posto, ci si metteva bene in posa, cheese, click. E speriamo che lo stronzo non abbia chiuso gli occhi. L’avvento delle digitali e il successivo sdoganamento delle reflex ha messo in mano agli esseri umani dei mitra con munizioni illimitate, in maniera non troppo diversa da quando si usavano i codici e i trucchi alla playstation. E da che mondo è mondo se non ci si deve preoccupare del numero dei proiettili, si spara a raffica, si spara a cazzo di cane. Come se non bastasse oggi c’è anche un posto perfetto per questi proiettili vaganti e impazziti, una sorta di poligono di tiro grande e affollato in cui mitragliare foto senza grossi rischi, vale a dire i social network e Facebook in testa. I carnefici e le vittime di questo gioco siamo noi. Noi che ci troviamo, volenti o nolenti, dentro o davanti le foto degli altri. Continua a leggere