Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea.
«Ecco» dice. «Ecco. Lo vedi? Dieci, cinque o anche tre anni fa non avresti dato questa risposta. Saresti uscito con me e mi avresti dato una mano».
«Ma tu non hai bisogno di una mano».
«Non ho bisogno di una mano? Mi sono lasciato. Lasciato. La-scia-to».
«A quanto ne so sei stato lasciato».
«Non è importante. Non cambia il fatto che sono di nuovo single. Single. Sin-gle. Sono solo. So-lo».
«Ho capito, non sono scemo».
«E allora fai il tuo dovere. Accompagnami a un free-drink»
«A un free-drink?»
«Sì. A un free-drink. È primavera, quasi estate. Andiamo al free-drink di Farmacia».
«Non esiste più».
«Come non esiste più?»
«Sì. Non esiste più».
«E che è successo?»
«Non lo so. Forse quelli che lo organizzavano si sono finalmente laureati».
«Ah».
«Eh».
«Va bene, va bene» dice e riprende a muoversi tra il bracciolo del divano e la finestra. «Nulla di grave. Andiamo a un Erasmus Party. L’Erasmus Party è il vero significato dell’Europa unita».
«Non esiste più».
«Non esiste più?»
«No».
«Ma cosa? L’Erasmus Party o l’Europa unita?»
«Entrambi».
«Ma come entrambi? Quando? Perché?»
«Lunga storia. La crisi dei mutui subprime. La vittoria delle politiche dell’austerity. L’avanzata dei populismi . Il sospetto per lo straniero. Insomma, polacche e ungheresi non si fidano più a pomiciare con quelli dell’area Euro».
Il mio amico, mio coetaneo, allarga il suo raggio di azione e inizia a camminare intorno all’intera stanza.
«D’accordo, d’accordo» dice più a se stesso che a me. «Restiamo calmi. Restiamo in Italia. Andiamo a una serata allo Zenzero»
«Non esiste più».
«Al Cellar».
«Non esiste più».
«Al Gorgeous».
«Non esiste più».
«Benissimo. Benissimo» dice e si ferma al centro esatto della stanza, bloccandomi la visuale della televisione. «Nulla di grave. Tranquillo. Niente ballare. E che fa? Usciamo a bere a cazzo. Ci sono pub aperti?»
«Probabile».
«E allora andiamoci».
«Ti ho detto che è giovedì».
«Cristo santo. E io ti ho detto che mi sono lasciato. Sono stato lasciato. Lasciato. E da che mondo è mondo quando qualcuno viene lasciato deve tornare a godersela. A vivere. A vivere e a godersela con gli amici. Esistono ancora gli amici, no?»
«No. Hai trent’anni».
Il mio amico – che avendo trent’anni come me non è più tecnicamente mio amico – è sfinito. È disgustato da tutto e da tutti. Si accascia sul divano, accanto a me, facendo però attenzione a non toccarmi perché gli omosessuali, a differenza di locali e amici,  esistono ancora. Davanti a noi, la televisione è ancora accesa e di nuovo sgombra e trasmette Uomini & Donne di Maria de Filippi, unico faro di vita in una programmazione pomeridiana smorta ai limiti della sonnolenza. Il mio amico inizia a guardarlo in silenzio, rassegnato all’apparenza, ma poi d’un tratto sbotta agitando il dito indice della mano destra.
«E quindi alla fine avevo ragione io» dice. «Prima era più facile».

Quello che non si dice

Non glielo direi mai direttamente. Non lo ammetterei mai ad alta voce ma non ha tutti i torti. Prima – non so bene quando ma prima – era davvero più facile. E lui, purtroppo per lui, se lo è dovuto ricordare. Da pochi giorni, il mio amico è infatti entrato a far parte di una categoria disagiata. Anzi: dimenticata. I trentenni che si lasciano. La loro è una condizione dura ma non priva di una certa ironia. In effetti, al giorno d’oggi, l’amore dei trentenni è in sé un argomento tutt’altro che trascurato. Tutti  parlano infatti delle storie tra trentenni ma, il più delle volte, tutti ne parlano con un misto di ammirazione e paura. Non sorprende. Del resto, sono i trentenni quelli che vanno a convivere. Sono loro che si sposano. Loro che hanno figli. Insomma, sono loro quelli che si sistemano. Chi ha un amico che ha trent’anni ha nove possibilità su dieci di dire una frase del genere entro la fine della giornata:

  •  Quello ad ottobre va a convivere e io ho bisogno ancora che mamma mi svegli.
  •  Quello ad ottobre si sposa e io litigo ancora per decidere se è meglio la playstation o l’xbox.
  • Quello ad ottobre diventa padre e io aspetto ancora il mio compleanno per avere la busta di soldi dai nonni.¹

Detta altrimenti, i trentenni fungono da cartina di tornasole dell’immaturità sentimentale altrui. E quindi è facile stimarli, ammirarli, temerli, persino odiarli, ma è assai difficile compatirli. D’altronde chi mai potrebbe compatire la maturità sentimentale? Nessuno. Eppure non si dovrebbe mai scordare che la maturità sentimentale, così come la si guadagna, la si può anche perdere.

Zanryū nipponhei

Se gli amori dei trentenni fossero una guerra, sarebbero una guerra di posizione. Non una razionale e spietata blitzkrieg come l’invasione della Polonia e nemmeno un massacro a campo aperto come Waterloo. Sarebbero piuttosto un fronte immobile della Grande Guerra o, nei casi peggiori, una lentissima battaglia isola per isola come quelle avvenute nel ’45 nel Pacifico Orientale. In ogni caso, sarebbero delle guerre d’abitudine, delle guerre in cui ci si alza la mattina, tutte le mattine, e si fanno sempre le stesse cose. Sparare un messaggio o un bacio del buongiorno. Aspettare la risposta della controparte. Replicare lo scambio prima di pranzo. Tentare un’incursione armata nel pomeriggio. Sfondare a sera. Lanciare un paio di botti prima di addormentarsi. E al mattino, ricominciare daccapo. Per mesi. Per anni. In conflitti di questo genere, come ovvio, la tattica è standard. Non necessita di aggiustamenti particolari o continue programmazioni. I soldati sanno sempre che fare e lo fanno sempre secondo una strana consuetudine che si mescola al piacere. Proprio per questo motivo, quando una guerra d’abitudine finisce, è facile che si verifichi  quello che si potrebbe definire il dramma della libertà. Dopo un sacco di tempo trascorso a vivere in una routine, ti dicono che non è più necessaria. Puoi tornare a casa. La guerra è finita. Persa o vinta che sia, è finita. Sei libero. Sei in pace. E sarebbe bellissimo se non fosse che la pace e la libertà non sono più quelle di una volta. La guerra è finita ma il mondo, infatti, è nel frattempo andato avanti. Hai combattuto per anni e nessuno te l’ha detto. Nessuno ti ha avvisato. Quando nell’agosto del 1945 il Giappone capitolò e si arrese, c’erano parecchi suoi soldati sparsi nei territori del Pacifico che non vennero avvisati o se avvisati, non ci credettero. Pensavano fosse soltanto propaganda avversaria. Col cazzo che avrebbero smesso di fare quello che facevano. Presero a chiamarli Zanryū nipponhei o, in inglese, Japanese holdouts. Più o meno letteralmente: i restanti combattenti giapponesi. Per circa quarant’anni, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, ogni tanto ne spuntava uno fuori da qualche cespuglio di bacche selvatiche o da una piantagione di bambù. Le autorità locali andavano allora a prenderlo e gli dicevano la verità. È finita da un po’.  È andata così. Era inevitabile. La storia si stava trascinando da troppo. Senti a me, meglio che sia successo prima di fare il grande passo. Non è stata colpa tua. Non eravamo ancora pronti, tutto qui. Ora facciamo le nazioni adulte. Restiamo amici. E il povero combattente – esattamente come il mio amico – si trovava così catapultato in un mondo dove tutto sembrava più difficile rispetto a prima. Magari tentava pure di tornare alla libertà ma non ce la faceva. Andava dai suoi amici di un tempo, quelli che frequentava prima di partire per la guerra, e proponeva di fare le cose di sempre, del tipo andare a onorare l’Imperatore ma quelli gli rispondevano che non si usava più, che l’Imperatore non aveva più natura divina. E allora lui restava stupito e chiedeva come, da quando, e gli altri scuotevano la testa e le spalle e dicevano che era ormai da un bel po’. Lui però lo trovava assurdo, insopportabile, e diceva che era tutto uno schifo e che bisognava fare un bel seppoku ma i suoi amici ridacchiavano e gli rispondevano che uccidersi con una spada non era più un’opzione praticabile, tutt’al più potevano giocare con la Playstation. E così il poverino, distrutto e abbandonato, chiedeva se almeno si poteva andare a violentare una ragazza cinese, senza impegno, giusto per distrarsi, e no, a quanto pareva, nemmeno quello si poteva fare più. Cose da pazzi, oggi come allora.
Di sbieco, osservo il mio amico che solleva il telecomando e alza il volume per sentire meglio l’opinione di Gianni Sperti. C’è una sorta di fascino nel suo sguardo spento. Una specie di dignità. Quel fascino e quella dignità che hanno tutte le persone che sono residui di un’epoca passata e che vivono da stoici relitti in un tempo che non gli appartiene fino in fondo. Prima di entrare nella fitta giungla del suo fidanzamento, nove anni fa, il mondo aveva discoteche, locali, serate Erasmus, serate libere, desiderio di divertimento diffuso, dignità in vendita per una vodka-lemon annacquata. Ora, fuoriuscito dalla giungla, nove anni dopo, tutto questo non esiste più o se esiste è di proprietà di qualcun altro, qualcuno che lui non conosce e non può conoscere. E lui, quindi, è solo, da solo. È uno zanryū nipponhei dell’amore, è una vittima di una causa persa, un eroe senza possibilità di medaglie e va dunque aiutato. Sì. Aveva ragione. È giusto che vada aiutato. Necessario. Magari sabato, a pranzo, lo porto a mangiare sushi all you can eat  così la sera, forse, non si intristisce quando nessuno vorrà accompagnarlo a ballare e sbronzarsi sotto le stelle al Barcollando. Del resto, esiste ancora l’usanza di ballare e bere in spiaggia da qualche parte? Prima di Hiroshima e Nagasaki lo si faceva, me lo ricordo, ma ora su, siamo seri. Però farò quello che posso. In fondo, il mio amico, mio coetaneo, merita rispetto. Ha combattuto per anni per una guerra che credeva giusta e non può essere abbandonato, da un certo punto di vista è ancora giovane e… si volta verso di me e ha un’espressione decisa.
«Sai cosa?» mi chiede all’improvviso.
«Cosa?»
«Salvini ha ragione».

I disoccupati sentimentali

C’è un momento di silenzio tra noi. Io lo fisso aspettando che mi dica che stava scherzando, che era solo una cazzata. Ma lui tace e continua a mostrare quell’espressione decisa di chi no, non sta affatto scherzando.
«Salvini?» gli chiedo allora.
«Sì».
«Quello della Lega?»
«Sì, certo».
«Ma che c’entra mo?»
Il mio amico allunga la mano – ha ancora il telecomando tra le dita – e mi indica il televisore.
«Guarda» mi dice.
Io guardo ma non capisco. Davanti ai miei occhi ci sono sempre uomini e donne che si corteggiano a vicenda, discutono, litigano, piangono, si baciano. Non necessariamente in quest’ordine.
«Continuo a non capire» gli dico.
«Come fai a non vederlo? Guarda. È una congiura. Ci hanno eliminato dal mercato».
«Eh?»
«Uomini & Donne: a che serve?»
«Come a che serve? È un programma televisivo».
«Lo so. Ma a che serve? Qual è lo scopo dichiarato del programma?».
«Far trovare l’amore alle persone».
«Esatto. E a che persone?».
«Come a che persone? Uomini e donne. Esseri umani».
«Guarda meglio».
«Oh, insomma. Parla chiaro».
«Serve a far trovare l’amore a persone come loro».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Socchiudo le palpebre per mettere meglio a fuoco le immagini ma non trovo l’illuminazione.
«E che persone sono le persone come loro?» chiedo.
«Non te accorgi? Sono o ventenni o cinquantenni. Noi, i trentenni, siamo fuori. Noi, i trentenni, non sono considerati. Ci hanno cancellato dal mercato dell’amore».
«Ma sei serio?»
«Certo che sono serio. E l’hanno fatto con consapevolezza. Con lucida e spietata razionalità. Ci hanno abbandonato per calcolo. Per loro noi siamo troppo vecchi per essere ancora single e troppo giovani per essere già divorziati o vedovi. E questa sai come si chiama al mio paese?»
«Come?»
«Discriminazione, pura e semplice. Anche a trent’anni si può essere single. Anche a trent’anni ci si si può lasciare. Si può anche divorziare. Esistono. I trentenni che si sono sposati ad agosto e hanno divorziato a settembre. Esistono. Li conosco. Li vuoi conoscere?»
«Ma che stai a dì?»
«La verità. Siamo nel mezzo. Abbiamo perso l’amore e non possiamo ancora permetterci di rassegnarci e andare in pensione. Siamo gli esodati dell’amore. E nessuno pensa a noi. Solo un Salvini potrebbe pensare a noi. Maledetta legge Fornero».
«Ma cosa cazzo c’entra la Fornero? Cosa mai può fare il governo per voi?»
«Qualcosa».
«Qualcosa cosa?»
«Degli ammortizzatori sentimentali. Non possono ignorarci per sempre. Io ho trent’anni e sono stato fidanzato per nove anni. Non posso ricominciare da zero. Chi mi prende? Ormai ho un’età, ho un carattere già formato, delle aspettative di un certo livello. Sono come quei dirigenti di azienda che con la crisi perdono il lavoro a cinquant’anni. Che faccio? Vado al call center?»
«Forse è meglio che ti porto a bere qualcosa».
«Non scherzare. Sono serio.  L’altro giorno sono uscito con una di 22 anni. Così, solo per distrarmi. L’ho riportata a casa e non è successo niente. Ci siamo salutati e basta. E lei il giorno dopo mi manda un messaggio e mi dice che è stato bello uscire con qualcuno che non vuole leccarsi già la prima sera».
«Leccarsi?»
«Sì, leccarsi. A quando pare significa baciarsi, pomiciare, limonare. Io ho trent’anni e per me leccare è un verbo transitivo. Io lecco un ghiacciolo, un gelato, una fica. Non posso iniziare a leccarmi così dal nulla. Ecco perché c’è bisogno di un intervento dall’alto. La mia è una disoccupazione sentimentale di cui qualcuno deve prendersi cura. Non posso mica aspettare vent’anni prima di poter andare a Uomini & Donne».
«E che può fare lo stato? Di concreto, intendo».
«Non lo so. Dei corsi di aggiornamento. Per esempio, potrebbe organizzare stage gratuiti di salsa & merengue. Giusto le basi eh. Quel che basta per renderci in grado di fare un ballo con una divorziata. Oppure, che ne so, creare delle strutture di incontro tra i trentenni single con lavoro a tempo indeterminato e le trentenni fuori corso all’università e viceversa. In questo modo risolveremmo due problemi in una volta: eliminiamo la solitudine e i parcheggi nelle facoltà. Oppure si potrebbe inserirlo nel servizio civile».
«Oddio. Nel servizio civile?»
«Essì. Hai venticinque anni e non sai che fare della tua vita? Fai l’esperienza del servizio civile. Renditi utile. Accompagna un trentenne che si è lasciato e aiutalo a reinserirsi nel mondo sociale. Fammi da cane guida in questo pazzo mondo dove non esiste più nulla delle cose che c’erano quando non facevo parte di una coppia».
«E dobbiamo fare tutto ‘sto casino per i trentenni che si lasciano?»
«Certo. Per chi se no? Per i migranti?»
«Ossignore!»
«Ce lo meritiamo. Noi siamo la spina dorsale di questo paese. L’età di mezzo. Non la puoi abbandonare così. Nel momento del bisogno».
«Come no? Poverini, persi nella selva oscura».
«Esatto. Del resto quand’è che Dante si perde? A trentacinque anni. Era un trentenne. Uno di noi. E perché si perde? Perché Beatrice lo molla e lui resta da solo. Gli amici non sono più disponibili e non sa che fare, dove uscire, con chi uscire…»
«Ma non è proprio così eh».
«Il principio è quello che conta. Serve un aiuto. Una pensione d’invalidità sentimentale».
«Soldi mo?»
«Certo. Soldi. Sempre. Che credi sia gratis essere lasciati a trent’anni e ricominciare? Io e Miriam stavamo insieme da nove anni. Nove. Ormai mangiavamo sempre a casa. Col cazzo che si andava al ristorante dopo nove anni di fidanzamento. Il venerdì sera? Dicevamo di uscire sabato sera. Il sabato sera? Finivamo con Tv e pizza a domicilio. Reciproci compleanni? Nulla. Ci regalavamo il viaggio d’estate. Estate? Villa dei suoi a Capitolo e tanti saluti al viaggio. E invece adesso? Adesso poniamo che  incontro una che mi piace, la devo portare fuori a cena. Fuori. Offrire. Farle regali. Proporle viaggi. Farli per davvero. Ti rendi conto? E chi me li dà i soldi per tutto questo? Io non li ho più. A ventuno anni facevo solo dei lavoretti saltuari ma non avevo spese. Pensavano a tutto i miei. Ora invece ho le spese della macchina, dell’affitto, del telefono. Proprio per questo serve…»
«Una pensione d’invalidità sentimentale».
«Esatto. Basterebbe un cazzo di modulo dell’Inps. Domanda Dis/Sent., stato di disoccupazione sentimentale. Lasciato a trent’anni? Magari senza giusta causa? Ti becchi un sussidio finché non trovi un’altra compagna. Anzi. Ti becchi un sussidio per trovare un’altra compagna. E nel frattempo corsi di formazione, scuole di aggiornamento, colloqui garantiti».
«Colloqui sentimentali intendi».
«Certo. Almeno una volta a mese, ti organizzano un appuntamento. È giusto così.  Ci deve essere una specie di Ius cuori. Sei cittadino italiano? Paghi le tasse? Voti? Ebbene lo stato deve prendersi cura della salute del tuo cuore. Bada bene: mica voglio essere un parassita eh. Ci vogliono regole certe. Se per caso rinunci volontariamente e intenzionalmente a un appuntamento organizzato, tac: perdi il sussidio. Ma nel frattempo lo prendi. Ne hai bisogno».
«Sai che non hai tutti i torti? Viva il welfare state dell’amore. In culo al neoliberismo dell’amore!»
«Bravo! Si può anche mettere una flat tax alle coppie di ventenni. Il 15% delle vostre uscite e dei vostri hobby di coppia lo destiniamo al fondo dell’amore perduto dei trentenni».
«Suona bene».
«Stop invasione!».
«Giusto. Aspè. Invasione di chi?»
«Non lo so. Diciamo dei quarantenni».
«D’accordo».
«Bene».
«Però…»
«Cosa?»
«Dimmi».
«Stavo pensando. Poniamo che tentiamo di farlo per davvero. Dovremo convicere la gente, no? E allora che  potremmo dire a quelli che ci diranno che l’amore non è una responsabilità collettiva, che l’amore si trova e si perde per puro caso, per destino, non per merito o per età, che non è affatto come il lavoro, che in amore dieci anni possono valere sei mesi e sei mesi dieci anni, che un trentenne che è stato lasciato ha dunque tutto tempo che vuole, deve solo trovare la persona giusta, che la persona giusta è la fuori, che i trentenni tornati single non hanno allora bisogno di aiuto, che il loro disagio è normale, è solo un periodo, e che da che mondo è mondo l’amore non ha età?».
Sentendo la mia domanda, il mio amico spegne il televisore e si alza in piedi. Negli occhi ha una  luce che non gli vedevo da anni, dai suoi vent’anni, quando l’Europa Unita esisteva ancora e il giovedì sera era solo un sabato sera con un nome diverso. E con quella stessa luce mi guarda e dice:
«Ruspa».

 

¹Non c’è nessuna ragione particolare per l’utilizzo di ottobre come mese di sistemazione.

 

Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile. Continua a leggere

Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri. Continua a leggere

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere