Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile.

L’anima non conta

Quando varchiamo l’ingresso di via Re David, la prima cosa che vedo sono dei portici. Un grosso e oscuro porticato che brulica di persone che hanno auricolari alle orecchie e portatili tra le mani. Sono così giovani e non ne capisco il motivo. Fuori di qui, quando li incontro, non sono mica così giovani. All’esterno di quel porticato, oltre la sbarra dell’entrata, lungo i marciapiedi della città, non appaiono mica così giovani, ne sono certo. Sono come me, o quasi.
«Questo» – mi dice il Fisico – «è il confine. Qui si ramifica il Politecnico e dunque Ingegneria nelle sue varie forme. Se ti fermi, fai Ingegneria. Se vai oltre, conosci le vere Scienze».
Mi guardo intorno, alzo lo sguardo al cielo, ma non lo vedo. Sopra di me, ci sono solo una serie di lastroni di cemento armato, sporchi. Se mi fossi fermato qui, una decina di anni fa, non avrei visto il cielo per chissà quanto tempo. Però magari adesso, la mattina, davanti allo specchio del bagno, sarebbe diverso. Sarebbe sicuramente diverso. Ma in questo momento non ha senso fermarsi a Ingegneria. Se devo masturbarmi con le strade non prese, desidero farmi  male sul serio. Voglio andare a vedere le vere Scienze. Voglio un dolore all’altezza dei rimpianti che ho.
«Andiamo oltre» dico.
Varchiamo la Terra di Mezzo dei portici e sfociamo nella Terra delle Scienze Vere. Sulla destra, ci accoglie subito un brutto edificio di un brutto colore.
«Questa», mi indica il Fisico, «è Matematica. I cugini sfigati di Fisica. Vuoi entrare?»
Matematica.
Quando facevo il liceo, un liceo scientifico nel bel mezzo del centro di Bari, il mio professore di matematica era solito dire, con una forte cadenza locale, che “la matematica dà il pane”. All’epoca, sospettavo avesse un piccolo difetto di obiettività – un leggerissimo bias cognitivo – ma il tempo mi ha fatto venire il dubbio che non avesse tutti i torni. E allora son curioso. Entriamo pure a vedere ciò che mi avrebbe dato il pane.
I piedi del Fisico coprono rapidamente i sei gradini che ci separano dal portone d’ingresso. Nella vita fuori di qui, nell’universo senza università, sono io il più veloce tra noi due. Ma qui, tra le strade della Terra delle Scienze Vere, il Fisico mi supera, mi è sempre davanti, e io arranco e mentre lui è già sulla soglia, io inciampo sul penultimo gradino. Così, ancor prima di entrare nella facoltà di Matematica, io ho già abbassato la testa, ho già abbassato letteralmente la testa, sono già inginocchiato ai suoi piedi.
I corridoi di Matematica sono stretti, la luce opaca, la gente strana. Un ragazzo con i riccioli è poggiato al muro, da solo, e sembra aspettare l’estinzione della razza umana. Gli passa accanto una tipa con una felpa stinta e una treccia sporca e si fissano intensamente senza dirsi nulla. All’improvviso, una ragazza con i baffi appare alle nostre spalle e ci chiede dove sia un’aula. Non lo sappiamo e io non resisto più. Avrei forse resistito a vent’anni? Se avessi fatto di Matematica, avrei avuto ora un cesto di pane in mano? Sarei stato più sazio e più strano? O solo più brutto? Chissà.
Usciti all’aria aperta, chiedo al Fisico se quelli che fanno matematica sono davvero tutti così bizzarri e se quelle che fanno matematica sono davvero tutte così, insomma, come dire, lontane dagli standard di bellezza inculcatici dall’industria occidentale dei mass media. Davvero non c’è figa nel Teorema di Fermat?
«Se vuoi vedere la figa tutta curata con la borsa di Vuitton» mi risponde «devi andare da un’altra parte»
Lingue, l’anticipo io.
«No»
Come no? Rimango sorpreso. È noto che è a Lingue che stanno le fighe. O al massimo a Economia. Ma siccome a Lingue son quasi tutte donne, è statisticamente più probabile che ci sia una maggiore concentrazione di figa di qualità altresì nota come figa-figa. Non è infatti un caso che la Facoltà di Lingue sia stata costruita alle spalle di Giurisprudenza. È stato fatto per ottimizzare i tempi e consentire ai futuri avvocati di scegliersi la futura moglie, o segretaria, senza allontanarsi troppo.
Ma il Fisico non è persuaso dalle mie parole. Qui non valgono, sembra dire. Hanno senso forse per il mondo di fuori, all’esterno delle mura della Terra delle Scienze Vere. Ma qui la figa-figa la trovi in una zona specifica.
«Quale?» chiedo.
«Farmacia»
«Portami là»
Purtroppo però non è un bel giorno per osservare la fauna di Farmacia. Nella Terra delle Scienze Vere, mi spiega il Fisico, se non ci sono lezioni o esami, gli animali non si fanno vedere in giro. Sono chiusi nelle tane a studiare, nelle aulette a studiare, nelle biblioteche a studiare. Le porte intorno a noi, in effetti, sono tutte chiuse, sbarrate, e vediamo solo una ragazza in lontananza, una ragazza castana con il camice bianco, una specie di cosplayer di Medicina, che cammina veloce. Di qui, sembrava bella ma non ne ho la certezza. L’avrei, se solo all’epoca avessi fatto Farmacia.
Però, d’altro canto, adesso siamo a Chimica. Avrei potuto benissimo fare Chimica. Sarei stato un bravo chimico? Forse. Ma cosa fanno i chimici, peraltro? Tutto, immagino. La Matematica dà il pane, la Farmacia dà i farmaci, ma è la Chimica a fare il pane e i farmaci.
Chimica, mi dice infatti il Fisico mentre mi mostra una grande aula deserta, alla fine di una bacheca piena di reperti da museo, «è la seconda Scienza Nobile della Terra delle Scienze Vere».
«Qual è la prima?» domando allora. Ma è una domanda stupida. Non risponde nemmeno. Passiamo oltre un professore con la barba bianca, gli occhiali e la giacca di tweed – un luogo comune con le gambe – e siamo già in volo tra le nuvole in direzione di Fisica.

Le particelle elementari

Il palazzo di Fisica è un incrocio tra la hall di un albergo e quella di un cimitero. Le scale che percorriamo hanno venature color bronzo e sono illuminate da fioche luci perpetue. Il Fisico, davanti a me, sempre davanti a me, mi conduce sicuro e veloce nei corridoi di quella che è stata per anni casa sua. In un percorso che vuole essere una sintesi del suo percorso universitario mi mostra la regressione geometrica dell’ampiezza delle aule di Fisica.
«Aula da cento posti» dice aprendo la porta. «Qui ci si trova tutti il primo anno»
All’interno ora c’è solo una ragazza, piccola piccola, intenta a leggere volumi e appunti dietro i suoi occhiali da nerd ormai sdoganati da The Big Bang Theory. Con l’arroganza di chi ha già perso, la interrompo e le chiedo cosa vuole fare da grande. Qualcosa con la Fisica Medica, mi risponde un po’ imbarazzata e abbastanza insicura. La salutiamo. Nel tragitto verso l’aula successiva, il Fisico mi spiega che Fisica Medica è la nuova moda del momento, un po’ come era il succo di melograno nei bar un paio d’anni fa.
Quando apre la seconda porta, l’aula si è almeno dimezzata.
«Qui si faceva Fisica delle Particelle».
Vorrei chiedere dove diavolo sono finiti i posti di quelli del primo anno ma ho come l’impressione che non ce ne sia bisogno
La terza porta conduce a uno sgabuzzino con dodici sedie.
«Qui, alla fine, eravamo in quattro a seguire»
No, non ce n’era bisogno.
Mi conduce in un’auletta per mostrarmi la fauna che studia. Ci sono una dozzina di persone, concentrate e grassocce, e l’odore è quello tipico di elettroni sudati. L’attraversiamo con rispetto. Torniamo verso le scale e facciamo su e giù, e io non capisco più nulla, sembriamo in un quadro di Escher, finché, non so come, siamo scesi nei sotterranei, credo.
«Adesso», mi dice, «i laboratori»
Bussiamo a una porta. È un piccolo ufficio con tutti i mobili e gli oggetti etichettati e catalogati come proprietà dell’istituto. Non si può rubare nemmeno un attaccapanni, che tempi. All’interno c’è un altro Fisico, un’amica, collega, o forse entrambe le cose. Si mettono a parlare di expertise, know how, grant, submission, poi prendono un mazzo di chiavi e mi fanno strada. Arriviamo in un’altra stanza, un po’ più grande ma non troppo, dove ci sono altri tre Fisici intorno a quello che sembra un pezzo di metallo.
«Abbiamo un visitatore» dice il Fisico A.
E senza che nessuno l’avesse chiesto, i Fisici cominciano a spiegarmi cosa stanno facendo. Costruiscono e testano dei rilevatori che saranno poi spediti al Cern di Ginevra per trovare muoni attraverso l’ausilio di un gas ionizzante.¹
«Un po’ come l’esperimento che fece quello per trovare i neutroni», dico io.
«Sì, Chadwick» dice il Fisico A
«Hai studiato», dice il Fisico C.
La mia cultura da Trivial Pursuit mi è stata ancora una volta utile per sembrare intelligente. Non corro però rischi ulteriori e mi taccio. Forse scambiano il mio silenzio per noia ma, ad un tratto, il Fisico C prende un altro mazzo di chiavi e mi dice
«Vieni, ti porto in un laboratorio più bello»
Nella nuova stanza ci sono fili dappertutto e una grossa cabina al centro.
«Qui dentro» dice indicando la cabina «si sparano i raggi X per testare i rilevatori»
Assomiglia alla cabina in cui rimane bloccato Jon Osterman di Watchmen diventando poi il Dottor Manhattan, e lo dico. Ma il Fisico C non ha mai letto Watchmen. I postdoc li danno proprio a tutti, ormai.

giphy

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mentre penso a quanto sarebbe bello poter controllare tutta la materia dell’universo e quindi avere tutte le lauree esistenti, il Fisico C prosegue a mostrami il macchinario, scherza (scherza?) sul suo cancro da radiazioni prossimo venturo, e boccia la mia idea di centralizzare la produzione mondiale di rilevatori di muoni a Modugno. Poi, con un sorriso, ci  saluta. Io e il Fisico A restiamo soli e risaliamo i gradini in silenzio. E così questa sarebbe stata la mia esistenza  se avessi fatto la Scienza Nobile nella Terra delle Scienze. Un cacciatore di muoni. Alzarsi la mattina e andare a trovare cose che non si vedono in spazi che non esistono. Non è poi tanto diverso da quello che ho fatto. Ma no, certo che lo è. C’è tutta la differenza del mondo.
Nella nostra salita verso l’uscita, incrociamo a una coppia di ragazzi. Lui è poggiato al muro delle scale e lei è poggiata a lui. Le teste sono vicine, le labbra si parlano a qualche centimetro di distanza, le mani sono variamente intrecciate  o posate sui fianchi. Si accorgono di noi e si zittiscono, s’immobilizzano. Noi andiamo oltre, saliamo un’altra rampa, e io da lassù butto l’occhio laggiù per vedere che fanno. Ma lei ha fatto lo stesso e i nostri occhi s’incrociano per un secondo. Sorrido e sparisco dalla sua visuale, togliendo il disturbo dalle loro vite reali e dalla mia vita potenziale. Ora, potranno baciarsi in pace.

campus

Epilogo

«Hai visto quei due?», dico al Fisico con un pizzico di malizia. «Aspettavano che non li vedessimo più per baciarsi. Non è buffo?»
«Un po’. Magari si vergognavano di quello che stavano per fare»
«Da stupidi eh?»
«Chissà. Forse, al contrario, sono intelligenti. Provare vergogna per qualcosa ancora da fare è una cosa intelligente. Può salvarti. Invece, di solito, la gente si vergogna di quello che ha già fatto. Quando non può più farci niente»
Sta parlando di me? Sta parlando di sé? O sta parlando di noi? Non lo so, e ho paura di chiedere, di sapere se dovrò vergognarmi o se avrei dovuto vergognarmi. Non credo sia semplice capirlo. Perché la gente fa quello che fa? Cosa spinge le persone a non fermarsi e a baciarsi di fronte a tutti, tra le scale di una facoltà, e fare quella facoltà?
«Per amore», mi risponde il Fisico, «Lo si fa sempre per amore»
Non aggiungiamo altro e camminiamo in silenzio varcando la soglia di via Orabona in direzione dell’auto. Lì dentro ha detto che fu per amore. Ma qua fuori io so, noi sappiamo, che ciò che abbiamo pianto era solo una stagione della vita, che è finita già.²


¹Spero di ricordare bene

² https://www.youtube.com/watch?v=Wi49sp1O_NA

Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri. Continua a leggere

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere