Una storia vera

L’inizio, per finta.
Se questa non fosse una storia vera, avrebbe un inizio paradossale, chiaramente irrealistico. Del tipo:

Sono in una stanza piena di gente, una trentina di persone. Io sono in piedi su un piccolo palco, loro sono seduti di fronte, disposti su cinque file di sedie di plastica bianca.
Io dico:
«Mi chiamo Renato e sono un opinionista».
Loro rispondono, in coro: «Ciao, Renato».
Io dico: «Non esprimo un’opinione da quattro mesi, due settimane, e tre giorni».
Loro applaudono.
Do un sorso al bicchiere d’acqua che si trova sul tavolino di fianco. Poi riprendo a parlare.
«Per anni, il mio primo pensiero dopo essermi alzato era accendere il cellulare e scoprire qual era il fatto del giorno. A volte era facile scoprirlo: era quello di cui tutti stavano parlando. Altre volte era più difficile: era quello di cui tutti avrebbero parlato. In ogni caso, l’obiettivo era lo stesso. Dovevo formarmi un’opinione a riguardo. Non appena me l’ero formata, la condividevo con tutti. Se non riuscivo a formarmi un’opinione giusta a riguardo – perché il fatto del giorno era troppo complesso o controverso – esprimevo un’opinione su quelli che avevano espresso un’opinione sbagliata. E la condividevo. Sono andato avanti così a lungo. Ho condiviso di tutto. Opinioni su amore, amicizia, società, cultura, politica, sport, economia… Tutto. Finché, un giorno, mi sono alzato e non ce l’ho fatta più. Ero stanco, così stanco. Era come se la debolezza si fosse mescolata alla noia per dare vita a un nuovo malessere. Tutto era troppo. O troppo poco. Non lo so. Fatto sta che non ce la facevo più. E non lo faccio più. Ogni tanto, lo ammetto mi manca. L’altro giorno, per esempio, tutti stavano parlando di come il libro di Giulia De Lellis e il film di Chiara Ferragni fossero i sintomi del degrado socio-culturale-politico del paese, tutti dicevano ma se la gente compra questi libri e vede questi film, è inutile votare, è inutile, dobbiamo scappare e basta. Allora io ho sentito dentro di me quello stimolo che ho sentito per anni, mattina dopo mattina, giorno dopo giorno. Ero pronto. Lo stavo per fare. Stavo per condividere la mia opinione a riguardo. Ma mi sono fermato giusto in tempo. Ho buttato il cellulare sulla poltrona, ho aperto il frigo e mi sono fatto una birra. Dopo, mi era passata la voglia. Ma ho avuto paura di ricascarci».
Ho gli occhi lucidi. Sono provato ma soddisfatto. Ringrazio i presenti per avermi ascoltato. Loro mi ringraziano per non aver condiviso. Sorridiamo tutti. Ormai ci conosciamo abbastanza. Ci riuniamo qui, in questa sala, ogni martedì sera. Siamo gli opinionisti anonimi.

Ecco, se questa non fosse una storia vera, ciò che avete appena letto potrebbe essere un inizio adeguato. Ma questa, nel caso non si fosse capito, è una storia vera. Continua a leggere

Le Scarpe Allacciate

Ieri sera sono uscito. Cinque persone di – più o meno – 25 anni l’una. Avevamo tutti le scarpe allacciate. Capite? Coi lacci. Coi nodi. E non sto parlando di scarpe classiche stile Fratelli Rossetti ma di Superga, di Nike, di Adidas. Quando me ne sono accorto ero commosso fino alle lacrime. Non mi capitava da anni. Una persona aveva pure un giubbino jeans. Capite? Di quelli blu, senza maniche. Ho iniziato a credere che, dalle parti di via Argiro, ci fosse una specie di finestra spazio-temporale che mi avesse catapultato nei ruggenti anni 90. Magari se accendo adesso la tv, mi sono detto, stanno trasmettendo Dawson’s creek mentre Mtv manda a manetta i video delle Spice Girls. Ma era solo una fantasia. Era realmente il 28 Maggio 2013. E va bene. Facciamocene una ragione e andiamo avanti. Siamo andati alla Ciclatera, uno di quei locali che ti fanno sentire diverso dai giovani avvocati e dalle giovani gaggiane che se la fanno su Corso Vittorio Emanuele. Fuori non c’era posto ma dentro sì. Ci siamo accomodati in una nicchia stile grotta di Betlemme e, a dirla tutta, la temperatura interna e le lucine intorno si accordavano alla perfezione con il clima natalizio. A Maggio. Vabè chi se ne frega. Abbiamo ordinato un mix di bevande che non c’entravano nulla tra di loro: birra, vino, cedrate. E con una selezione musicale in sottofondo che andava dal jazz da camera al pop-raggae dei Police si è parlato dei grandi problemi della condizione umana: sesso che latita, droga che ti fotte da cui bisogna star lontani, droga da legalizzare che se può fare ogni tanto, soldi che mancano, soldi da restituire. Dopo aver sviscerato la difficoltà di conciliare un passato di vita sfrenata e alcolica con un presente in cui l’emozione più forte è l’attesa della nuova puntata di Come un Delfino, si è aperto il capitolo dei MALANNI DI SALUTE, quello in cui le persone sembrano fare a gara nel raccontare chi sta peggio, chi ha sofferto di più,chi ha l’amico che è morto in maniera più atroce. Continua a leggere