Il credito di cittadinanza

Mi recai al Centro per l’Impiego in una fredda mattina di metà novembre. Mi ero svegliato abbastanza presto, più tardi dei panettieri e dei giornalai ma prima dei commessi e dei funzionari di segreteria. Volevo arrivare il prima possibile e sbrigarmi il prima possibile.
Uscendo di casa, per le strade, trovai già movimento. Un gruppetto di studenti in ritardo, o forse più semplicemente intenzionati ad entrare alla seconda ora, stazionava all’angolo bloccando il marciapiede. Alla mia vista si aprirono quel tanto che bastava a consentirmi il passaggio. Li attraversai senza guardarli e loro continuarono a parlare senza preoccuparsi delle mie orecchie in transito. Non ricordo nulla di quello che stavano dicendo ma se riesco a immaginarlo non ho grossi rimpianti.

Sbucai sull’Estramurale salutato da una folata di vento. Alla mia destra i primi Flixbus del mattino caricavano persone da distribuire in tutta Italia a prezzi e comodità variabili. Sullo sfondo, a lettere cubitali, un grosso cartellone pubblicitario dichiarava il sindaco bocciato in un sondaggio senza possibilità di appello. A quanto si leggeva, infatti, il 71% dei baresi era scontento di come era governata la città. Mi scappò un sorriso. Mi ricordai di quella volta che passai di lì con la mia ragazza e lei si fermò ad osservare quello stesso cartellone, lei che pur vivendo allora a Bari non era affatto di Bari. Lo guardò per qualche secondo e poi disse che il risultato del sondaggio era probabilmente giusto ma che la motivazione era di sicuro sbagliata. Il 71% dei baresi non è scontento di come è governata la città, disse. Il 71% dei Baresi è scontento. Punto. Avrei voluto ribattere chiedendole con che razza di baresi se la facesse ma mi fermai appena in tempo. La risposta sarebbe stata: con te, idiota.

Proseguii lasciandomi alle spalle i pullman e l’infelicità. Un centinaio di metri dopo svoltai a sinistra e imboccai la strada che mi avrebbe portato a destinazione. Le saracinesche del Centro erano ancora abbassate ma una macchia confusa di persone affollava già lo spazio antistante. Avrei dovuto aggiungermi pazientemente a loro ma, quando li raggiunsi, non riuscii a fermarmi. Tirai dritto sfilandogli accanto e osservandoli di sfuggita, ad uno ad uno, nella maniera in cui si osservano quelli che sono più sfortunati di noi: fingendo di non farlo. Vidi così di sbieco uomini e donne di tutte le età, forme e colori. C’era persino qualche bambino ancora assonnato e già annoiato costretto, suo malgrado, a fare compagnia al proprio genitore. C’era chi parlava, chi usava il cellulare, chi guardava l’auto lasciata in doppia fila, chi guardava le auto e basta. Tutti, in ogni caso, sembravano scarichi, spenti, stanchi di aspettare qualcosa che non fosse soltanto l’orario di apertura. Non era un bello spettacolo. Come potevo aggiungermi a loro? Come potevo mescolarmi a loro? Io non volevo essere come loro. Ma, almeno in quel momento, lo ero. Mi costrinsi a tornare indietro e con discrezione, sperando che nessuno se ne accorgesse, mi unii a quel mucchio di persone in attesa, rassegnato ad essere osservato come sua parte da chi, al contrario di me, sarebbe passato di lì senza doversi fermare.

Il tempo passò. A un quarto d’ora dall’apertura una voce si alzò dall’interno del nostro gruppo. «Per favore», disse, «vogliamo formare una fila?».
Nonostante la forma di cortese richiesta, la sostanza era quella di un ordine aggressivo.A parlare era stato un signore che si trovava proprio davanti a me e dietro altri che, con l’avvicinarsi dell’ora fatidica, stavano diventando sempre di più arrivando da ogni lato e direzione.
«Dico a lei», continuò rivolgendosi a una persona, cappellino da baseball e marsupio alla vita, che era apparsa dall’orizzonte opposto al nostro. «Lei è arrivato ora?»
«No» rispose quello. «Sto qua da mezz’ora».
«Qui nessuno l’ha vista».
«Sì, perché sono venuto di qua ma poi ho continuato a camminare e mi sono messo là, di fronte».
Indicò un pezzo di marciapiede a una decina di metri dall’ingresso. Non l’avevo visto ma pensai che forse stava dicendo la verità. Forse anche lui, come me all’inizio, non era riuscito a fermarsi, non aveva avuto il coraggio di confondersi con tutti gli altri e si era allora messo ad aspettare in disparte. Il signore davanti a me, però, non sembrava disposto a concedersi pensieri d’empatia.
«Mi dispiace, errore tuo» disse passando improvvisamente dalla terza alla seconda persona. «L’ingresso è qui. Qui dovevi stare. Ora ti metti dietro e amen. Hai sbagliato tu».
La trattativa, se mai c’era stata, sembrò chiudersi lì e la maggior parte delle persone in ascolto la protocollò in un rabbioso brusio di approvazione: «ci siamo messi in quest’ordine», «siamo qui dalle sette», «ogni volta è la stessa storia», «ci provano sempre». All’uomo con il marsupio non restò che accomodarsi alle mie spalle trasformandomi così nel muro che avrebbe separato i due litiganti.
«Questa è l’Italia», borbottò parlando ormai al mio orecchio. «Stiamo qui a litigare tra di noi invece di prendercela con chi ci governa. In un paese serio sarebbero già scesi in piazza. Ma questo è il paese di Pulcinella».
Non specificò quale potesse essere un paese serio né quale fosse la piazza dove i suoi più seri abitanti sarebbero già scesi. In compenso continuò a sciorinare una serie di maschere che, a suo parere, avrebbero dovuto sintetizzare il miserabile carattere buffonesco dell’Italia. Per lui eravamo il paese di Arlecchino, di Pantalone…
Una signora, qualche metro più avanti, cercò di riportare la calma invitando i due a non polemizzare ma si dimenticò che quando si invita qualcuno a non polemizzare lo si sta al contempo accusando di polemizzare e si finisce quindi per alimentare altre polemiche.
«Non si tratta di polemizzare. Ma di rispettare gli altri. Se è arrivato dopo, entra dopo».
«Ho già detto che ero lì da prima».
«E hai sbagliato a stare lì. Dovevi stare qui».
Discutevano senza guardarsi. L’accusatore parlava guardando dinanzi a sé, con il suo bersaglio alle spalle. L’accusato rispondeva alla sua nuca, passando per la mia. Io non proferivo parola. Non volevo essere coinvolto. Volevo essere invisibile.

La mia invisibilità, tuttavia, durò poco. L’uomo che aveva iniziato il tutto con la sua cortese richiesta a formare la fila si girò verso di me e mi fece vedere una lettera. Il Centro per l’Impiego lo aveva convocato per quella mattina alle 10.30.
«Vedi? Io ho un appuntamento ma sono venuto lo stesso all’alba, per non rischiare» disse, e parlava a me, all’uomo con il marsupio, e a tutti gli altri. Ma poi aggiunse cambiando tono, abbassandolo, e destinatario, restringendolo. «Secondo te» mi chiese «devo prenderlo comunque il ticket?»
Non so perché lo chiese proprio a me – speravo proprio di essere invisibile – né sapevo cosa consigliargli. Mi tenni perciò sul vago.
«Non saprei» dissi. «Se ha un appuntamento non credo che ne abbia bisogno. Però, magari, fossi in lei lo prenderei comunque. Per non rischiare».
«Mh. Sì. Credo pure io. Pensa. Mi hanno chiamato per farmi il profilo occupazionale. Che servirebbe per trovarmi un lavoro. Ma che razza di lavoro mi devono trovare a me. Sai quanti anni ho io?».
Gli detti un’occhiata complessiva. Qualche anno prima mi sarebbe sembrato un adulto senza possibilità di salvezza, lontano da me quanto un residuo di vita marziano. In quel momento, in quei giorni, lo riconobbi invece come mio simile, abitanti di una stessa galassia, di uno stesso pianeta.
«Quarantacinque?» abbozzai.
«Magari. Cinquantatré. La mia azienda mi ha lasciato a casa dopo tredici anni di servizio. Che cosa mi devono trovare qui? A cinquantatré anni. Sto qui solo perché se no perdo la disoccupazione».
A quelle parole l’uomo con il marsupio tentò di intromettersi e di ricominciare la discussione sottolineando, ancora una volta, l’apparente illogicità del loro conflitto. «E invece di allearci, invece di aiutarci, litighiamo tra noi. Siamo ridicoli. Dovremmo protestare, dovremmo…» Fortunatamente, però, il refrain della sua indignazione fu interrotto da un sottile rumore di movimento metallico. Le serrande del Centro, finalmente, si stavano alzando.

La fila tornò una folla. Si allargò all’improvviso nei metri prima dell’ingresso per poi restringersi vorticosamente negli ultimi centimetri. Diventammo un imbuto di gente. Chi prima ne fuoriusciva si ritrovava un numero migliore tra le mani. Qualcuno spinse e qualcuno disse di non spingere ma il tutto durò pochi secondi, un minuto al massimo. Ciò che si trovava sul marciapiede fu travasato in una sala rettangolare piena di cartelli che spiegavano tutte le cose – documenti, domande, richieste – per le quali non c’era bisogno di trovarsi in quel posto. Io non sapevo se ne avevo davvero bisogno ma ormai c’ero. Avevo il bigliettino numero 33.

Nella stanza le sedie a disposizione erano già tutte occupate. Mi accomodai su un lungo tavolo di legno posto nei pressi dell’entrata e che si trovava lì, credo, proprio per bilanciare lo squilibrio tra domanda e offerta di sedili. Aprii un libro e aspettai. Il display luminoso segnava il numero 3. Una decina di minuti dopo, sentii una voce avvicinarsi e dirmi che avevo avuto ragione. Il signore che all’esterno si trovava in coda davanti a me, ora, all’interno, era di fronte a me e mi parlava brandendo la sua lettera di appuntamento.
«Avevi ragione» disse. «Non serviva il ticket. Ho mostrato la lettera e ho già fatto».
Alzai le spalle e risposi che era meglio così. Lui fece altri due passi in avanti, si piegò su di me come se avesse voluto baciarmi, e con la bocca ormai attaccata al mio orecchio mi disse «tieni». Non ebbi il tempo di realizzare cosa stesse accadendo né quindi di ringraziare. Sentii solo «buona fortuna» e quando sollevai lo sguardo lo vidi sparire dallo stesso ingresso dal quale eravamo entrati. Mi aveva infilato il suo bigliettino nella tasca del giubbotto.

Il tono di voce era stato così basso e così interno ai miei padiglioni auricolari che nessuno, credo, si accorse delle sue parole. Ma il gesto, il gesto con cui aveva messo la sua mano nella mia tasca, era stato troppo evidente per passare del tutto inosservato. Una signora dall’altro lato della sala mi fissò per qualche secondo. Poi parlottò con la signora che le sedeva di fianco cosa che attirò l’attenzione del signore appoggiato al muro accanto a loro e del suo più giovane vicino. In men che non si dica gli occhi che mi fissavano divennero quattro, sei, otto. Io cercavo di ostentare indifferenza mentre tra le dita, nella tasca, stringevo il pezzo della loro curiosità che nemmeno io avevo avuto ancora il coraggio di soddisfare. Che numero avevo adesso? Che numero ero diventato? Per scoprirlo avrei dovuto vederlo, ma per vederlo avrei dovuto scoprirlo. Avrei dovuto tirare fuori il ticket, portarlo alla luce, ma questo avrebbe potuto trasformare le occhiate degli altri in domande, opinioni, obiezioni. Scelsi, ed era l’ennesima volta quel giorno, di aspettare. Ad un tratto, la signora che per prima si era accorta della consegna si alzò dal suo posto e iniziò a camminare. La direzione dei passi portava al mio tavolo. Deglutii. In quel momento mi squillò il telefono.

Le donne, si sa, sono specializzate nel salvare gli uomini. Il più delle volte, li salvano da loro stessi; altre volte li salvano da altre donne; altre volte ancora – poche, a dir la verità – li salvano da una folla di gente che vorrebbe giustizia. La telefonata della mia ragazza rientrò forse nel terzo, minore, caso. Quando mi vide rispondere, la signora rallentò l’andatura fino a fermarsi a qualche metro di distanza dalla mia posizione. Forse voleva attendere la fine della conversazione o forse aveva semplicemente rinunciato all’approccio, accontentandosi di sgranchirsi le gambe per tornare poi alla sua preziosa sedia. Non lo scoprii mai. Uscii per parlare e, quando rientrai, era trascorso abbastanza tempo da farmi ridiventare un corpo tra tanti e ciò che sembrava un’imminente aria di polemica era tornata ad essere astenia diffusa. Gli occhi di tutti fissavano di nuovo il pavimento, i giornali, i cellulari, comunque di certo non me e la mia inattesa fortuna. Finalmente invisibile, guardai il display luminoso. Segnava il numero 16. Non era male. Mentre mi trovavo all’esterno ne avevo approfittato per scoprire il mio nuovo ticket. La persona che me l’aveva dato era in fila appena davanti a me ma il numero che aveva preso diceva altro. Evidentemente, mentre eravamo nell’imbuto, era riuscito a scivolare molto meglio di me. Ero adesso il numero 26.

Fui ammesso negli uffici dopo circa un’ora. Esposi il mio dubbio e ad esporlo mi sentii ancor più stupido che ad averlo. Avevo presentato online domanda di disoccupazione e, da regolamento, dovevo ora presentare al Centro per l’Impiego la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. Avevo cercato di farlo ugualmente online ma l’online non me l’aveva fatto fare e mi aveva anche detto che non ce n’era bisogno: presentando domanda di disoccupazione, infatti, presentavo contestualmente dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. Ma erano due siti diversi, due sistemi diversi, chi aveva ragione? La risposta fu persino più stupida del mio dubbio. Entrambi.
«Facendo domanda di disoccupazione sul sito dell’Inps», mi spiegò l’impiegata, «lei ha effettuato anche la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. E quindi non la poteva effettuare sul sito dell’Anpal. Ma affinché la dichiarazione fosse valida la doveva presentare poi da noi. Adesso dovrà soltanto tornare qui l’11 dicembre per fare il patto di servizio personalizzato».
Il patto di servizio personalizzato era ciò che era venuto a fare l’uomo che si trovava in coda prima di me, il signore che mi aveva ceduto il suo ticket. Una sorta di colloquio in cui si annotano titoli ed esperienze del soggetto e, in base a quello che sa fare, si cerca di capire che cosa può fare. Domandai se per caso si sarebbe potuto farlo sul momento così da non farmi ritornare. Ma no, non era possibile. Peccato. Sarebbe durato pochissimo. Non sapevo fare quasi nulla.

Uscii dal Centro per l’Impiego passando per quella che sembrava essere un’uscita di servizio. Non avevo alcuna intenzione di ripassare davanti a tutta quella gente in attesa. Il sole si era liberato dalla patina del primo mattino, c’era più luce, l’aria era meno fredda. Alla mia sinistra la vetrina di un supermercato esibiva pandori e panettoni e un negozio di cinesi, l’ennesimo, si preparava a una nuova grande apertura. Un Babbo Natale di plastica mi sorrise mentre ripresi la strada verso casa.

Annunci

Trentuno consigli ai maturandi da parte di un trentunenne

Dal momento che si è giovani una volta sola, sarebbe bello poter non perdere tempo – estivo, peraltro – con sciocchezze e scocciature quali gli esami di maturità. Purtroppo, però, non è possibile. Gli esami, che siano di stato o del sangue, si devono fare se si vuole sapere di che pasta si è fatti e avere un pezzo di carta che lo certifichi (nel bene e nel male). Per rendere allora più semplice l’inevitabile, ecco un piccolo aiuto da parte di chi ci è già passato. Si tratta di trentuno agili consigli rivolti ai maturandi e scritti da un maturato. Se siete ancora così giovani vi converrebbe davvero seguirli. Ma se siete davvero ancora così giovani so bene che non li seguirete mai. Continua a leggere

Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea. Continua a leggere

Come si diventa ciò che si è: gli amici medici e le loro specializzazioni

Prologo: La strada non presa
La facoltà di Medicina ha una sua logica intrinseca che non sfugge a nessuno, nemmeno agli studenti di Psicologia: chi studia Medicina, fa il medico. Semplice, pulito, perfetto. Studiare Medicina è una strada che ha senso. Un senso unico, direbbe qualcuno dall’animo più artistico che pratico, ma pur sempre un senso: che è molto di più di quanto si possa dire di molti altri corsi di studio. Però, ad un certo punto, anche questa strada a senso logicamente unico si dirama. Si studia Medicina per fare il medico, e siamo d’accordo, ma quando si finisce di studiare Medicina bisogna decidere che tipo di medico fare. E di medici, di tipi di medici, ce ne sono a bizzeffe. Dalla A di anestesista alla V di virologo, e se ci si mette d’impegno di sicuro si trova anche qualcosa con la Z.  Tante specializzazioni da fare ma una vita sola per farle. E allora come si sceglie che tipo di medico si vuol diventare? E soprattutto, direbbe Orwell, tutti i tipi di medici sono uguali o ci sono alcuni che sono più uguali degli altri?
Per rispondere a queste mie curiosità, qualche tempo fa ho telefonato ad un mio amico medico, specialista in censura, e che lavora presso il Policlinico di una città che, per comodità, chiameremo Bari.
«Come si sceglie che tipo di medico vuoi diventare?», gli ho chiesto.
«Dipende dalle inclinazioni personali», mi ha risposto.
«E ci sono specializzazioni migliori e altre peggiori?»
«Ogni specializzazione ha una sua dignità e importanza»
«È la verità?»
«No»
«E qual è la verità?»
«Se vuoi», ha sogghignato, «ti porto a vederla dal vivo, la verità»
«Lo voglio» Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

È colpa vostra

È colpa vostra. Sì, avete letto bene. È colpa vostra. Non lo dice mai nessuno – e meno che mai lo si scrive – ma ogni tanto è bene ricordarlo: è colpa vostra. Da quando il web permette a chiunque di parlare, questo sacrosanto diritto di parola è stato spesso confuso con il – un po’ meno sacrosanto – diritto di puntare il dito. È successo qualcosa? Beh, è colpa di “x”. Mi è successo qualcosa? È sicuramente e vergognosamente colpa di “x”. Dove “x”, naturalmente, è una persona o un’entità che ha un qualche potere o, in ogni caso, ha più potere di voi. Invece, molte volte, è colpa vostra. Continua a leggere