Come si diventa ciò che si è: gli amici medici e le loro specializzazioni

Prologo: La strada non presa
La facoltà di Medicina ha una sua logica intrinseca che non sfugge a nessuno, nemmeno agli studenti di Psicologia: chi studia Medicina, fa il medico. Semplice, pulito, perfetto. Studiare Medicina è una strada che ha senso. Un senso unico, direbbe qualcuno dall’animo più artistico che pratico, ma pur sempre un senso: che è molto di più di quanto si possa dire di molti altri corsi di studio. Però, ad un certo punto, anche questa strada a senso logicamente unico si dirama. Si studia Medicina per fare il medico, e siamo d’accordo, ma quando si finisce di studiare Medicina bisogna decidere che tipo di medico fare. E di medici, di tipi di medici, ce ne sono a bizzeffe. Dalla A di anestesista alla V di virologo, e se ci si mette d’impegno di sicuro si trova anche qualcosa con la Z.  Tante specializzazioni da fare ma una vita sola per farle. E allora come si sceglie che tipo di medico si vuol diventare? E soprattutto, direbbe Orwell, tutti i tipi di medici sono uguali o ci sono alcuni che sono più uguali degli altri?
Per rispondere a queste mie curiosità, qualche tempo fa ho telefonato ad un mio amico medico, specialista in censura, e che lavora presso il Policlinico di una città che, per comodità, chiameremo Bari.
«Come si sceglie che tipo di medico vuoi diventare?», gli ho chiesto.
«Dipende dalle inclinazioni personali», mi ha risposto.
«E ci sono specializzazioni migliori e altre peggiori?»
«Ogni specializzazione ha una sua dignità e importanza»
«È la verità?»
«No»
«E qual è la verità?»
«Se vuoi», ha sogghignato, «ti porto a vederla dal vivo, la verità»
«Lo voglio» Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

È colpa vostra

È colpa vostra. Sì, avete letto bene. È colpa vostra. Non lo dice mai nessuno – e meno che mai lo si scrive – ma ogni tanto è bene ricordarlo: è colpa vostra. Da quando il web permette a chiunque di parlare, questo sacrosanto diritto di parola è stato spesso confuso con il – un po’ meno sacrosanto – diritto di puntare il dito. È successo qualcosa? Beh, è colpa di “x”. Mi è successo qualcosa? È sicuramente e vergognosamente colpa di “x”. Dove “x”, naturalmente, è una persona o un’entità che ha un qualche potere o, in ogni caso, ha più potere di voi. Invece, molte volte, è colpa vostra. Continua a leggere

Dalla parte sbagliata

Le vacanze di Natale sono pressoché finite. E come ogni anno la gente che è tornata a casa si appresta ad andarsene portando con sé il solito bagaglio di ricordi e mozzarelle, vestiti e salumi, promesse e fotografie del lungomare. In mezzo a tutto ciò, sorgono puntuali delle domande.
Chi è che si trova dalla parte giusta? E chi dalla parte sbagliata? Quelli che se ne vanno? Quelli che restano? Quelli che ritornano?
Io non lo so ma penso che questa mail che mi ha inviato una persona che ha fatto tutte e tre le azioni – andarsene, restare, ritornare – possa essere una bella risposta. O, quanto meno, un bello spunto di riflessione: sono i luoghi a fare le emozioni o viceversa?
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Il New Year’s Act: dieci proposte al Governo per migliorare l’Italia

Quando mancano pochi giorni all’arrivo dell’anno nuovo generalmente si fanno due cose:
– bilancio dell’anno appena trascorso
– lista di buoni propositi per l’anno che sta per arrivare.
Tuttavia, dato che guardare al proprio passato è il più delle volte deprimente e dato che guardare al proprio futuro può avere lo stesso identico effetto, è meglio desistere e dedicarsi a qualcos’altro. Per esempio, proporre cose che dovrebbe fare  il Governo per rendere il mondo – il nostro mondo – un mondo migliore. Così, se poi tra un anno saremo punto e daccapo, non dovremo deprimerci più di tanto: la colpa, infatti, sarà del Governo. Come sempre.
E dunque ecco dieci proposte che il Governo potrebbe facilmente realizzare al fine di cambiare in meglio il nostro paese e la nostra vita. Continua a leggere

Se una notte d’inverno un ricercatore

Sette parole e una risposta per Almalaurea
Se ci metti più di sette parole per spiegare cosa fai, di sicuro il tuo lavoro è inutile alla società. Se poi fai il dottorato di ricerca, allora non solo non riesci a stare nelle sette parole ma tecnicamente non hai nemmeno un lavoro.
Lo sa che il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro?, mi domanda gentilmente la signorina del sondaggio Almalaurea – uno dei tanti con cui si tenta di tastare il polso della situazione giovanile di questo paese – dopo che io le avevo detto cosa stavo facendo al momento.
Una persona normale, alle 9:30 di sabato mattina, avrebbe risposto:
E rompere i coglioni a quest’ora chiedendo alla gente di giudicare statisticamente la propria attuale esistenza invece sarebbe un lavoro?
Ma siccome sono una persona più civile che normale mi limito a dirle:
Sì, lo so.
E, in effetti, è vero. Il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro. Tuttavia, se lo fai, non ti permette di avere un lavoro, un “altro lavoro” verrebbe da dire se il dottorato di ricerca, per l’appunto, fosse considerato un lavoro.
Illogico? Sembrerebbe.
Bizzarro? Forse.
Ingiusto? Probabilmente.
D’accordo, ma per risolvere la questione: che fa di preciso un dottorando di ricerca? Continua a leggere