Le strade di Bari

A volte mi chiedo se qualcuno ha mai pensato di fare causa alla città di Bari per i danni che provoca al senso dell’orientamento dei suoi cittadini. Non so, magari una class action, una querela o qualcosa di simile. In fondo, quelle strade tutte così diritte e perpendicolari tra loro costituiscono un vero e proprio attentato alla capacità della gente di concentrarsi e le impediscono di sviluppare l’abilità di muoversi in spazi organizzati diversamente. Ci sarebbero quindi danni morali e materiali da considerare e chissà, magari un domani potrebbe essere un’idea per guadagnare un po’ di soldi.
In effetti, a Bari, una volta che superi la ferrovia e ti dirigi verso il centro, non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Anzi, a dirla tutta, non hai nemmeno bisogno di sapere esattamente dove stai andando. È sufficiente camminare. Cammini e pensi ad altro – alla cena, al declino del gusto nell’abbigliamento femminile degli ultimi anni, a cosa c’è dopo la morte – finché ad un certo punto ti fermi. Ti fermi, ti guardi intorno e rapidamente capisci in che punto di quella specie di scacchiera che è Bari ti trovi. Poi, a seconda della tua meta finale o della persona che vuoi o non vuoi incontrare, giri a sinistra, poi a destra, poi diritto e in qualche modo arrivi. Certo, ti muovi un po’ come il serpente di Snake, quel giochino che si trovava nei cellulari quando erano ancora grandi come cellulari, ma arrivi sempre. A Bari arrivi sempre. E questa è una bella cosa. Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri. Continua a leggere

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere

Quel che resta di uno squillo

Tutta la storia, diceva qualcuno, è storia contemporanea. In effetti, noi leggiamo quello che è accaduto nel 1400 inevitabilmente con gli occhi di oggi e quindi, in un certo qual modo, siamo portati a farci domande e a darci risposte secondo quello che pensiamo e sappiamo oggi. Invece bisognerebbe storicizzare sempre: riportare ogni cosa alla sua epoca e leggerla secondo le coordinate del suo stesso tempo. Ma non è facile. Facciamo un esempio pratico: lo squillo del cellullare. Lo squillo del cellulare è, diciamo, un’azione. Io seleziono un contatto dalla rubrica, premo il tasto verde, porto il cellulare all’orecchio e sento fare tuuu mentre, in un’altra stanza, in un’altra città, qualcun altro sentirà l’inizio della sua suoneria. Ecco qua. Tutto qua. Solo che un’azione non è mai neutra ma trae il suo significato dal contesto in cui la si fa e, soprattutto, dalla sua epoca. Oggi, nel 2015, uno squillo è poco più che uno squillo. È l’azione di squillare, tutt’al più può assumere il significato di “scendi” se inserito nell’accordo del “ti faccio uno squillo quando sto giù”. Ma anni fa, uno squillo poteva contenere un mondo di significati e desideri al suo interno. E noi, noi che c’eravamo, abbiamo il dovere di ricordarcelo e di farlo sapere a quelli che, invece, non c’erano, per quanto difficile questo possa essere. Ecco perché qualche giorno fa mi sono imbarcato in una delle lezioni più complesse della mia vita: far capire ad una (molto) teenager degli anni 00 cos’era e cosa significava uno squillo. Continua a leggere

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere