Il credito di cittadinanza

Mi recai al Centro per l’Impiego in una fredda mattina di metà novembre. Mi ero svegliato abbastanza presto, più tardi dei panettieri e dei giornalai ma prima dei commessi e dei funzionari di segreteria. Volevo arrivare il prima possibile e sbrigarmi il prima possibile.
Uscendo di casa, per le strade, trovai già movimento. Un gruppetto di studenti in ritardo, o forse più semplicemente intenzionati ad entrare alla seconda ora, stazionava all’angolo bloccando il marciapiede. Alla mia vista si aprirono quel tanto che bastava a consentirmi il passaggio. Li attraversai senza guardarli e loro continuarono a parlare senza preoccuparsi delle mie orecchie in transito. Non ricordo nulla di quello che stavano dicendo ma se riesco a immaginarlo non ho grossi rimpianti. Continua a leggere

Annunci

Scrivo libri, vedo gente: l’estetica della presentazione di un libro

Dopo la prima
Ah, la letteratura.
Ah, i libri.
Ah, le librerie.
Cosa c’è di più bello che raccontare storie? Cosa c’è di più bello degli oggetti che consentono a tutti di conoscere e amare quelle storie? Cosa c’è di più bello dei luoghi in cui queste storie sono conservate e offerte a tutti?
Un sacco di cose.
Ma lasciamole da parte per un momento. E parliamo di storie, di libri e di librerie. Anzi, più specificamente parliamo di un evento che racchiude i tre elementi: la presentazione di un libro. Attenzione. Non la prima presentazione di un libro perché quella è sempre bella & successful: ci vengono tutti gli amici & parenti e vendi tante copie da illuderti che, nel giro di un mese, condurrai un programma quanto meno su Raitre. No, parliamo delle presentazioni dopo la prima. Quelle in cui ti scontri con la dura verità: e cioè che la letteratura, i libri e le librerie non fanno bene.
Fanno paura. Continua a leggere

Quelli che non ce la fanno ad essere i migliori

Qualche settimana fa, il responsabile delle risorse umane di una delle più importanti aziende che hanno sede a Bari, rivolgendosi ad una platea di giovani in cerca di lavoro, ha detto candidamente: non è che noi non assumiamo più. È che assumiamo solo i migliori. Continua a leggere

La Fiera della Vanità: una giornata alla fiera del levante 

fiera-del-levante
Prologo
: Lavori & Dolori.
Prima di iniziare, una domanda.
Ma qualcuno che ha inviato il curriculum alle mail “m.santoro@grupposerviziassociati.it” e  “info@zucchettiregulus.it”, è stato contattato, interrogato e, per nove giorni, assunto? È solo una curiosità personale.
Ditemi di sì. Ditemi che qualcuno ha letto l’esauriente esito dei bandi il 5 settembre – in cui non viene detto né numero dei posti disponibili, né scadenza dei termini di selezione – ha partecipato ed è stato richiamato. Restituitemi fiducia nel ventunesimo secolo. Ditemi che qualcuno ha aperto la mail, ha letto il curriculum e ha pensato sì, questo qui ha l’esperienza e la competenza adatta per stare in piedi accanto a una porta, penso che sia il candidato adatto! Ditemi che sia una coincidenza che sul profilo Facebook della Fiera del Levante rispondevano ad ogni domanda (ripetuta ad nauseam: ma quanto costa il biglietto? Quando inizia? Quali sono gli orari?) tranne a quelle relative ai posti di lavoro (Perché la mia mail risulta cestinata senza essere stata letta? Escono i nominativi degli assunti? Come fanno a leggere e valutare tutti i cv in ventiquattro ore? ).
Essì direte voi: ma hanno esternalizzato, non sono loro che decidono, non sono affari loro. Essì, dico io: ma sono pur sempre cazzi nostri. Continua a leggere

Tutta una merda di vita davanti: la fenomenologia del call center 

Sfonderò una porta aperta. Perché so che tutti (o quasi) sanno di cosa sto parlando. D’altra parte basta andare su Kijiji e dare un’occhiata: qual è il lavoro che non manca mai? Esatto. Quello che trovi sempre accanto alla richiesta del programmatore e al tipo che cerca da venticinque mesi di vendere la rosticceria ben avviata in Corso Cavour. Avete capito no? Sì, sto parlando de l’operatore del call-center. Anzi. L’operatore del call-center outbound. Per chi – beato lui – non sapesse che si intende con questa parolina anglosassone lo spiegherò in breve. Il fantastico mondo dei call-center si divide in due categorie: c’è l’operatore outbound, cioè il tipo che ti scassa i coglioni chiamandoti a casa a orari indecenti e c’è l’operatore inbound, cioè il tipo a cui tu scassi i coglioni quando internet non va o il tuo credito sul cellulare è misteriosamente scomparso nel nulla. Diciamolo subito: l’operatore call-center inbound è il privilegiato della situazione. Non deve telefonare, non deve pregare di trovare la persona disponibile, non deve convincere nessuno. E infatti trovare un annuncio per call-center inbound è cosa rara e preziosa, manco fosse un posto da neurochirurgo spinale o da esperto di telecomunicazioni per lo Shuttle. Salvo poi scoprire che, nove volte su dieci, quando chiami un call center inbound ti risponde il rumeno, l’albanese o lo straniero della situazione con cui devi imbastire una conversazione da teatro dell’assurdo: lei contratto telefono non registrato – dispiace ripetere? Abbonamento che tipo −  problemi zona dove lei chiama. E non proseguo per non essere tacciato di razzismo spicciolo.
Call center outbound quindi, dicevamo. È quello che, da italiani del 21esimo secolo, ci tocca. E facciamolo. Continua a leggere