Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea. Continua a leggere

Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile. Continua a leggere

Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

Come si diventa ciò che si è: gli amici medici e le loro specializzazioni

Prologo: La strada non presa
La facoltà di Medicina ha una sua logica intrinseca che non sfugge a nessuno, nemmeno agli studenti di Psicologia: chi studia Medicina, fa il medico. Semplice, pulito, perfetto. Studiare Medicina è una strada che ha senso. Un senso unico, direbbe qualcuno dall’animo più artistico che pratico, ma pur sempre un senso: che è molto di più di quanto si possa dire di molti altri corsi di studio. Però, ad un certo punto, anche questa strada a senso logicamente unico si dirama. Si studia Medicina per fare il medico, e siamo d’accordo, ma quando si finisce di studiare Medicina bisogna decidere che tipo di medico fare. E di medici, di tipi di medici, ce ne sono a bizzeffe. Dalla A di anestesista alla V di virologo, e se ci si mette d’impegno di sicuro si trova anche qualcosa con la Z.  Tante specializzazioni da fare ma una vita sola per farle. E allora come si sceglie che tipo di medico si vuol diventare? E soprattutto, direbbe Orwell, tutti i tipi di medici sono uguali o ci sono alcuni che sono più uguali degli altri?
Per rispondere a queste mie curiosità, qualche tempo fa ho telefonato ad un mio amico medico, specialista in censura, e che lavora presso il Policlinico di una città che, per comodità, chiameremo Bari.
«Come si sceglie che tipo di medico vuoi diventare?», gli ho chiesto.
«Dipende dalle inclinazioni personali», mi ha risposto.
«E ci sono specializzazioni migliori e altre peggiori?»
«Ogni specializzazione ha una sua dignità e importanza»
«È la verità?»
«No»
«E qual è la verità?»
«Se vuoi», ha sogghignato, «ti porto a vederla dal vivo, la verità»
«Lo voglio» Continua a leggere

Addio, e grazie per tutti i panzerotti

«No, senti io non ce la faccio più».
Il mio amico getta via il suo smartphone che rimbalza sul tavolo e cade a terra dopo aver incocciato nella sedia. È un Huawei, d’accordo, ma il suo è comunque un gesto degno di un certo rispetto e, sicuramente, d’attenzione.
«Uo, uo. Che succede?», chiedo alzando gli occhi dal mio Samsung.
Due persone e nemmeno un iPhone: qualcosa nelle nostre vite è andato storto.
«Succede che non ce la faccio veramente più», risponde lui mentre recupera il cellulare dal pavimento. «Sono entrato su Facebook e ne ho visto un altro»
«Ancora uno stato della tua ex? Ehi, si è innamorata di nuovo. Doveva succedere prima o poi»
«Ma no, non sto parlando di quello. E comunque non si è innamorata di nuovo, è solo felice di non essere più sola»
«E non è la stessa cosa?»
«No che non lo è»
«Vabbè lasciamo perdere. Di che stiamo a parlare allora?»
Il mio amico dà una spolverata simbolica al cellulare, digita qualcosa sulla barra di ricerca, fa una smorfia di disgusto, e mi passa il motivo del suo acceso disappunto.
«Di questo», dice. E si lascia cadere sul divano dietro di lui. Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere