Addio, e grazie per tutti i panzerotti

«No, senti io non ce la faccio più».
Il mio amico getta via il suo smartphone che rimbalza sul tavolo e cade a terra dopo aver incocciato nella sedia. È un Huawei, d’accordo, ma il suo è comunque un gesto degno di un certo rispetto e, sicuramente, d’attenzione.
«Uo, uo. Che succede?», chiedo alzando gli occhi dal mio Samsung.
Due persone e nemmeno un iPhone: qualcosa nelle nostre vite è andato storto.
«Succede che non ce la faccio veramente più», risponde lui mentre recupera il cellulare dal pavimento. «Sono entrato su Facebook e ne ho visto un altro»
«Ancora uno stato della tua ex? Ehi, si è innamorata di nuovo. Doveva succedere prima o poi»
«Ma no, non sto parlando di quello. E comunque non si è innamorata di nuovo, è solo felice di non essere più sola»
«E non è la stessa cosa?»
«No che non lo è»
«Vabbè lasciamo perdere. Di che stiamo a parlare allora?»
Il mio amico dà una spolverata simbolica al cellulare, digita qualcosa sulla barra di ricerca, fa una smorfia di disgusto, e mi passa il motivo del suo acceso disappunto.
«Di questo», dice. E si lascia cadere sul divano dietro di lui.

Con le dita sul piccolo schermo, leggo quattro righi e mezzo di parole, che sarebbero tre se non ci fosse una fastidiosa sovrabbondanza di puntini di sospensione, ultima vera barriera di genere tra la scrittura femminile e quella maschile. Mi gratto la testa e restituisco il cellulare al mio amico.
«Eh», dico.
«Eh, un cazzo», dice lui e si mette a leggere quei quattro righi e mezzo di parole pieni di puntini di sospensione. «Ci sei sempre stata per me… quando tutto mi andava storto io venivo solo da te perché sapevo che solo tu mi potevi capire… negli ultimi tempi eri sempre più debole ma io ti ho sentito sempre vicino… fino alla fine. Ciao nonna, mi mancherai tantissimo… grazie di tutto. Perché Renato, perché?»
«Senti», tiro su col naso per prendere tempo e trovare l’ispirazione. «Alcuni dicono che la scrittura abbia un effetto terapeutico. Forse la ragazza aveva bisogno di esternare il suo dolore per…», come minchia dicono gli psicologi in televisione? ah sì!, «…per elaborare il lutto!».
Il mio amico mi guarda in silenzio per qualche secondo e io, per qualche secondo, ho la sensazione che il mio rigo e mezzo di banalità assortite possa aver spiegato quei quattro righi e mezzo di parole e puntini di sospensione. Sensazione sbagliata. Il mio amico sbotta all’improvviso.
«Ma non è un caso isolato, Renato! È da un po’ di tempo che la mia home page è diventata un fottuto cimitero. Sembra la pagina dei necrologi della Gazzetta del Mezzogiorno. L’altro giorno un tipo ha postato una foto del nonno che lo aiutava mentre da piccolo lui andava in bicicletta e ci ha scritto sopra  Mi hai insegnato ad andare in bicicletta e a non arrendermi mai. I traguardi che raggiungo saranno sempre merito tuo, anche se non ci sei più. Grazie nonno. E ieri. Poi ieri. Aspetta», e si mette a scorrere lo schermo. «Ecco», dice, «senti un po’ qua: Sono sicura che ci ritroveremo prima o poi e tu mi farai ancora i tuoi buonissimi panzerotti. Ciao nonna, grazie di tutto. I panzerotti! I panzerotti in paradiso, Renato! Manco Eric Clapton potrebbe pensare una cosa del genere!»
«Beh, i panzerotti sono una cosa importante»
«Ma che sta succedendo? Che ci sta succedendo?»
Mi alzo dalla sedia e mi dirigo verso il mobiletto vicino al televisore. Apro l’anta sinistra e prendo la bottiglia a metà di vodka al caramello e due bicchieri.
«Tieni», gli dico passandogliene uno.
«Grazie»
Verso una generosa porzione ad entrambi e mi accomodo sul divano.
«Nessuno vuole soffrire da solo, credo», sospiro mentre butto giù il superalcolico preferito dagli eterosessuali di tutto il mondo. «Quando muore qualcuno di vicino, cerchiamo il conforto di qualcuno di vicino, no?»
«Un momento!», fai lui e si alza. «Il conforto di qualcuno di vicino, sì. Ma non di tutti. Se lo scrivi qua sopra», e sbatte il palmo sullo schermo del cellulare, «lo stai dicendo a tutti. Ma perché lo devi dire a tutti che qualcuno che conosci è morto? Io su internet voglio conoscere i cazzi tuoi non i morti tuoi»
«In qualche caso coincidono»
«Ma porca miseria, no che non coincidono»
«Beh, se condividi la tua vita è normale che, nella tua vita, un giorno capiti la tua laurea, un altro un lutto. Funziona così»
«Funziona così la vita reale! Nella vita reale non puoi scegliere cosa ti capita. Ma qua dentro io ho il potere di selezionare la vita che appare. E allora non puoi mettermi sullo stesso piano la foto della tua vacanza a Mykonos, la foto della tua laurea e la foto di tua nonna morta mercoledì e che fino a sabato sera ti faceva dei panzerotti buonissimi. Mi stai facendo vedere cose totalmente diverse tra loro. E tu l’hai scelto. Mica la vita. E tu mi stai mettendo in mezzo, mi tiri dentro il tuo lutto. E io non ci voglio stare nel tuo lutto. Io voglio vedere te in costume da bagno non voglio vedere tua nonna morta. Manco ti conosco poi. Perché vuoi che uno sconosciuto veda il tuo lutto, la tua perdita, il tuo dolore? E io cosa dovrei fare? Come cazzo mi devo rapportare con la notizia della morte di tua nonna? Dimmelo! Perché per le foto delle vacanze e delle lauree so come si fa: un mi piace qua, un congratulazioni là, un beato te a sinistra, un evviva a destra. Ci arrivo. Hanno senso. Ma là che ti devo mettere? La faccia che piange? Ma veramente? Una palla gialla che piange? Ti fa sentire meglio una palla gialla che piange? Oppure che ti devo scrivere? Mi dispiace tantissimo? R.I.P.? Cristo santo, Renato, esiste veramente gente che scrive R.I.P.? Oppure, aspetta aspetta», e riprende a cercare sul cellulare. «Mi dispiace tanto. Era una persona splendida e ti voleva un gran bene. Ho tanti bei ricordi di lei. Sono sicuro che un giorno mangeremo tutti di nuovo i suoi panzerotti. E ha aggiunto una faccina sorridente.  Hai capito? Dalla morte di una persona stanno organizzando una panzerottata in paradiso! Chissà se fanno l’evento? E chissà se sarà aperto al pubblico!»
La sparata gli ha quasi fatto venire il fiatone.
«Senti» gli dico approfittando della sua pausa. «Alla fine non è poi così assurdo. Nessuno sa bene come comportarsi davanti al dolore degli altri»
«Ma infatti il problema è a monte. Nessuno dovrebbe sbattere il proprio dolore in faccia agli altri. Non così. Non così indiscriminatamente»
Lui si zittisce e io per un po’ non so cosa dire.
«Ci sarebbe stato bene un “cazzo” prima del secondo “non così”», dico ad un certo punto per coprire il silenzio.
«”Non così, cazzo. Non così indiscriminatamente”», lo ridice a voce alta. «Sì, forse hai ragione»
«Già»
«Versa un altro po’», e mi indica quel che resta della vodka al caramello. Io eseguo e lui, dopo un altro sorso, riprende:
«Che poi sai cosa mi fa veramente innervosire di tutta sta faccenda?»
«Cosa?»
«Non sono tanto i commenti del cazzo che ci costringono a scrivere o le frasi struggenti che mettono come stato o come didascalia a qualche foto degli anni ’80 o ’90. È il loro compiacimento»
«Compiacimento?»
«Sì, compiacimento. Non lo vedi? Non è evidente, non sempre almeno, ma c’è, eccome se c’è. È il compiacimento di dire – di dire a tutti – io ho sofferto, io sto soffrendo, e perché sto soffrendo sono da ammirare. Guardatemi brutti stronzi, guardatemi. Provo dolore: sono da ammirare. Vi sto dicendo una cosa seria in mezzo al mare delle vostre cazzate: sono da ammirare. Vi sto ricordando della morte, vi sto mostrando che io la conosco, la morte: sono da ammirare. Sono una vittima e perciò ora datemi affetto e rispetto. Ditemi che vi dispiace per me, che lui o lei era orgoglioso di me, che domani andrà meglio e che, in ogni caso, sono pieno di amici e di gente che mi vuole bene. Ditemelo. E noi lo facciamo. E che altro dovremmo fare in effetti?».
Guardo il livello della bottiglia di vodka al caramello. Siamo quasi al vuoto assoluto.
«Okay, okay. Questa intanto la mettiamo via eh?», e la poggio su un tavolo più in là. Poi ricomincio:
«Però tu non consideri un altro aspetto, meno evidente forse, ma anche più nobile: ricordare una persona. Questi stati, queste foto, sono in fondo un modo per dire a molti – a tutti, come diresti tu – che quel qualcuno c’è stato, ha vissuto ed è morto. È una testimonianza di una vita che altrimenti non ci sarebbe stata. Questa è una bella cosa mi sembra, no?»
«Sì, ma i morti non ci sono. È quello il fatto. Non ti dicono chi era veramente quello che è morto, cosa ha fatto, perché deve essere ricordato. Ti dicono che solo che per loro era importante, che loro sono felici di averlo conosciuto, e che loro stanno soffrendo. Sono sempre loro i protagonisti. Sempre loro, maledizione. Sai cosa mi consola però?»
«Cosa?»
«Che i nonni sono una risorsa finibile. Nella migliore delle ipotesi sono quattro. È come quando andavamo a scuola: potevi usare la giustificazione della morte della nonna solo un tot di volte. E anche qua. Potranno scrivere al massimo quattro stati del genere. Alla fine, ‘sto festival del dolore personale dovrà finire»
«Sì, però…»
«Però?»
«Ecco», mi schiarisco la voce, «Facebook è nato nel 2004. Siamo nel 2016. Ha dodici anni, insomma. Sta entrando nell’adolescenza. E chi inizia a morire durante l’adolescenza?»
«I nonni, appunto»
«Già. Ma poi?»
Il mio amico mi lancia un’occhiata preoccupata. Sta iniziando a capire.
«I genitori»
«Esatto. E poi?»
Il mio amico annuisce sconfortato. Ha capito.
«Gli amici»
«Sì. E poi?»
Il mio amico si limita a sibilarlo.
«Noi»
«Esattamente»
«È appena iniziata non è vero?»
«Ho paura di sì»
«Quindi, quando sarà il momento, qualcuno scriverà qualcosa anche su di me»
«Molto probabile»
«E sarà una stronzata insopportabile»
«È quasi certo»
«Cazzo»
«Già»
«Ci stava bene “cazzo” qua, non è vero?»
«Da dio»
Gli occhi ci cadono sulla bottiglia di vodka al caramello ormai rassegnata, come noi, ad essere vicina alla fine.
«Non è che possiamo farci un altro giro?»
«Te lo stavo per dire io»
La rimanenza è appena sufficiente per due bicchieri a metà.
«Senti Rena’»
«Dimmi»
«Mi prometti che quando succederà, almeno tu non scriverai nulla?», mi chiede, e ha uno sguardo ai limiti della preghiera
«Neanche una parola», e alzo il bicchiere. «Neanche una parola».
Ovviamente sto mentendo ma lui, ahimé, non lo saprà mai.

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Gli Indifferenti del sabato sera

«Dammi risposte precise, please»
Mancano sette minuti scarsi alle 19 ed è un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di digitare la sua richiesta dopo un botta e risposta durato cinque o sei messaggi non ben identificati. Tira su con il naso e aspetta che il suo interlocutore digitale lo visualizzi. È in piedi, con il cellulare nella mano sinistra e la mano destra appoggiata sull’anca, e già sente tre vertebre sacrali su cinque che gl’implorano di sedersi. Non è incazzato, quello no. Ma non si può nemmeno dire che si stia godendo quella conversazione, quel suo pre-serata e quella sua vita là. Tutte cose che sarebbero già abbastanza complesse e pregne di dolore senza bisogno che il suo amico dall’altra parte dello schermo ci mettesse del suo. Anche se qui, ad essere onesti, il problema è esattamente l’opposto. Il suo amico non ci mette del suo. Non ci mette proprio niente. E non gliene si può neanche fare una colpa. Ventotto anni fa, mentre il materiale genetico della madre e quello del padre giocavano a mescolarsi, fu la cieca volontà del caso a conficcargli nel bel mezzo del DNA il maledetto e inestirpabile gene dell’Indifferenza del Sabato Sera. E da quel momento in poi, avere risposte precise fu impossibile. Continua a leggere

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Le strade di Bari

A volte mi chiedo se qualcuno ha mai pensato di fare causa alla città di Bari per i danni che provoca al senso dell’orientamento dei suoi cittadini. Non so, magari una class action, una querela o qualcosa di simile. In fondo, quelle strade tutte così diritte e perpendicolari tra loro costituiscono un vero e proprio attentato alla capacità della gente di concentrarsi e le impediscono di sviluppare l’abilità di muoversi in spazi organizzati diversamente. Ci sarebbero quindi danni morali e materiali da considerare e chissà, magari un domani potrebbe essere un’idea per guadagnare un po’ di soldi.
In effetti, a Bari, una volta che superi la ferrovia e ti dirigi verso il centro, non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Anzi, a dirla tutta, non hai nemmeno bisogno di sapere esattamente dove stai andando. È sufficiente camminare. Cammini e pensi ad altro – alla cena, al declino del gusto nell’abbigliamento femminile degli ultimi anni, a cosa c’è dopo la morte – finché ad un certo punto ti fermi. Ti fermi, ti guardi intorno e rapidamente capisci in che punto di quella specie di scacchiera che è Bari ti trovi. Poi, a seconda della tua meta finale o della persona che vuoi o non vuoi incontrare, giri a sinistra, poi a destra, poi diritto e in qualche modo arrivi. Certo, ti muovi un po’ come il serpente di Snake, quel giochino che si trovava nei cellulari quando erano ancora grandi come cellulari, ma arrivi sempre. A Bari arrivi sempre. E questa è una bella cosa. Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri.

«Leggi un po’ qua», mi fa un amico passandomi il suo LG.
Un grande classico. Quando sei seduto allo stesso tavolo con una persona e non hai nulla da dirle, non c’è niente di meglio che parlare di un’altra persona che a quello stesso tavolo non c’è.
«Fai vedere», dico.
Inizio dunque a scorrere una conversazione Whatsapp che il mio amico ha intrattenuto la sera prima con una ragazza che conosco.
«Allora che ne pensi?»
«Penso che non riesco a capire perché hai sentito il pressante bisogno di rinunciare al carattere di scrittura predefinito per adoperare un font che sembra uscito dalla mano e dalla mente di un bambino delle elementari affetto da dislessia».
(In effetti, ammetto di non aver mai compreso il fascino esercitato dalle lettere tondeggianti e non diritte).
«Trimone, intendo che ne pensi della conversazione?»
«Non saprei. La conosco abbastanza bene da conoscere il suo nome ma non così bene da riconoscere le sue intenzioni attraverso delle parole e delle emoji»
«No, non intendo nemmeno quello», dice il mio amico e, facendo segno con la mano, aggiunge: «guarda bene la fine».
«Mmm, vediamo, tu scrivi “Ahah, si ti capisco. È successa pure a me una cosa simile”».
«Ecco, esatto».
«Beh e allora? Cosa c’è che non va? A parte il fatto che “sì” affermazione si scrive con l’accento, ovviamente».
Il mio amico inspira sconsolato e decide di ignorare la mia pedanteria grammaticale:
«La sua risposta. Ecco cosa non va».
«La sua risposta. Ma se non ha…».
E in quel momento capisco. Il mio amico è un’altra, l’ennesima, vittima dello spietato galateo dell’epoca digitale. Un’epoca in cui, essendo le conversazioni a distanza, si può scomparire nel nulla senza gli inconvenienti tipici dei contatti umani primari. Prima, quando le conversazioni le facevi in piazza Mercantile, non potevi dileguarti senza adoperare preavvisi di sorta: “guarda, ora devo scappare”, “ho l’auto in doppia fila”, “magari ci prendiamo un caffè la prossima settimana”. Un po’ meno prima, quando le conversazioni le facevi sì al telefono ma a viva voce, non potevi sparire senza adeguate motivazioni: “mi stanno chiamando”, “serve il telefono”, “ti richiamo più tardi”. Oggi, invece, se stai chattando con una persona puoi tranquillamente smettere di rispondere all’improvviso. Il che equivale a chiudere il telefono in faccia mentre dall’altro capo della cornetta ti stanno raccontando la loro giornata o a scappare a perdifiato lungo Corso Cavour al primo momento di disattenzione del tuo interlocutore.
Ma il 21° secolo non può averci reso più maleducati. Non avrebbe senso. Tutt’al più, ci ha reso più disponibili in ogni momento. Anche in quelli in cui non siamo disponibili.
«Ho capito», gli dico.
«Ecco. Stavamo parlando. Ma bene eh. Niente di serio o di polemico. E poi poff! Lei scompare nel nulla».
«Ho capito», riprendo. «Tu non credi alle vite degli altri».
Il mio amico mi guarda strano.
«Eh? Che cazzo sono?»
«È una teoria che postula l’esistenza di una vita anche per gli altri. La vita degli altri sostiene che così come noi siamo continuamente alle prese con gioie, dolori, impegni, imprevisti, malanni di salute e citofonate di quelli che devono lasciare i volantini di Mediaworld, anche gli altri sperimentano le nostre stesse situazioni».
«Non ti sto seguendo».
«Allora, diciamo che tu e lei stavate parlando. Vi eravate dati appuntamento? Del tipo “oggi chattiamo dalle 23:45 alle 01:15?”»
«Ovviamente no!»
«Perfetto. Tu l’hai contattata. Così. Senza preavviso. Che è come presentarsi sotto casa sua alle 23:45 e dirle “scendi? Così parliamo un po’?”»
«Ma non è la stessa cosa!»
«Infatti. È il bello della tecnologia. Possiamo sentire tutti in ogni momento senza apparire invadenti, pazzi o stalker, come si dice mo. Però quando contattiamo una persona in ogni momento lo facciamo in un momento che a noi va bene. Un momento libero. Ma non è detto che anche per l’altra persona sia lo stesso. Questo è il brutto della tecnologia. Non siamo sempre coordinati. Magari stiamo interrompendo un amplesso o una litigata. O magari non stiamo interrompendo niente ma, dopo trentacinque minuti di conversazione, al nostro interlocutore è capitato un cazzo qualsiasi. La mamma che lo chiama. Il cane che impazzisce. Il forno che esplode. O anche una cagata improvvisa. Insomma, dobbiamo accettare che anche gli altri hanno una vita che può chiamarli mentre hanno a che fare con noi».
«Mi stai a dire che non mi ha più risposto perché ha avuto un attacco di diarrea?»
«Può essere».
«E allora perché non ha scritto dopo? Poteva dire “scusami ho avuto un impegno” o una cosa del genere».
«Magari non ne ha avuto modo o tempo o le è passato di mente. Una delle conseguenze più atroci della teoria della vita degli altri è che in quella vita noi potremmo anche non esserci o non esserne al centro. Da questo punto di vista Whatsapp ha sferrato il colpo decisivo al nostro egocentrismo, un colpo molto più forte e potente di quelli inferti da Copernico, Darwin e Freud. Noi nasciamo e pensiamo di essere importanti, di essere al centro di tutto e di tutti e che quindi la gente ci debba considerare importanti e centrali. Non pensiamo mica che la gente può avere mille cazzi a cui pensare e che noi potremmo essere il milleunesimo o il duemillesimo. No. Noi dobbiamo essere il primo cazzo a cui tutto il mondo pensa o almeno rientrare nella top ten. Poi un giorno ti svegli, contatti dieci persone e ti accorgi che non è che stavano proprio aspettando il tuo messaggio o la tua presenza. Vedi Marco, per esempio».
«Che ha fatto?»
«La settimana scorsa è stato il suo compleanno, no? Tu gli hai fatto gli auguri?»
«Sì, certo».
«Ti ha risposto?»
«Sì, ecco qua», e mi fa vedere il botta e risposta sullo schermo del suo smartphone.
«Ecco, a me non ha risposto».
«Strano».
«Mica tanto. Guarda, tu glieli hai fatti la mattina e ti ha risposto. Io la sera sul tardi e non mi ha risposto».
«La festa!»
«Essì. Sicuramente quello stava alla festa, sbronzo o meno, e tra il casino e la gente, avrà visualizzato il mio messaggio come quello di altri e avrà detto “rispondo domani” o “rispondo più tardi” e poi se ne sarà scordato perché preso da altri impegni, da altre persone. Vedi? Le vite degli altri. Ci vuole anche culo per entrarci, fosse anche per qualche minuto».
«Mi hai quasi convinto. Dunque non sarei uno sfigato se le scrivo di nuovo senza che lei mi abbia risposto?».
«Ma certo che no. Saresti un uomo maturo».
«Lo faccio proprio adesso».
E lo fa. Passa qualche minuto tra cazzate e pettegolezzi e un trillo annuncia la risposta. Lui la legge, inarca il sopracciglio e mi fa:
«Ehi Renà, ma vaffanculo tu e le vite degli altri. Senti un po’ cosa dice “cmq l’altra sera mi ero addormentata”».
Chiudo gli occhi. Non ci posso credere. Nell’anno del Signore 2015 la usano ancora quella scusa. Nessuno le ha spiegato che è una risorsa finibile come le morti dei nonni o i cani che mangiano i compiti?
«Capisci? Un minuto prima stava a scrivere un papiro e un minuto dopo è in coma farmacologico. E magari l’ho svegliata io adesso dopo 48 ore».
«Eh, non so, forse, sai, un colpo di sonno dopo una giornata piena», tento goffamente di salvare la mia teoria.
«A te è mai capitato?»
«Un colpo di sonno? No, non mi sembr»
«No, che quella con cui stavi parlando si addormentasse di colpo», m’incalza senza pietà.
«Sì, l’hanno detta pure a me ‘sta cosa».
«E ora tu vuoi farmi credere che sta un’invasione di mosche tsé tsé o che sta uno psicopatico seriale che attacca la gente alle spalle con il cloroformio?»
«N-no».
«Ecco, infatti. Avevo ragione io. Se la gente non ti risponde è perché non vuole risponderti. Altro che le vite degli altri. Le vite degli altri non esistono. E adesso il conto lo paghi tu dato che mi hai fatto fare la figura del sottone. Coglione io a darti ascolto. Mai contattare per primo per più di due volte di seguito. Questa non è una teoria. È una legge».
Non ho voglia di controbbattere. Pago il conto ringraziando il cielo che questa discussione sia capitata in un giorno infrasettimanale in cui la spesa pro capite è inferiore alle cinque euro.
Mentre attendo lo scontrino, vedo intorno a me l’incessante movimento della vita. Un tipo al bancone sta servendo da bere a due amici e tutti e tre ridono un po’ rumorosamente. Una cameriera va avanti e indietro con un vassoio sempre pieno e sembra non vedere l’ora che tutto sia finito. Un tizio si alza per rispondere al telefono. Un altro lascia vibrare il suo telefono dopo aver sbirciato il nome del chiamante. Una ragazza chatta con un’altra ragazza seduta al suo stesso tavolo ed entrambe scoppiano a ridere guardano ciò che si sono scambiate.  Un gruppo entra e chiede se c’è posto. Il mio amico, nonostante la puzza di menzogna, continua a digitare sulla tastiera.
Le vite degli altri. So che esistono. E un giorno lo dimostrerò.

Das Leben der Anderen

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere