Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro.

Un giorno, una ragazzina a cui faccio ripetizioni di latino mi raccontò che la sua professoressa distribuisce quattro-cinque versioni diverse durante il compito in classe.
«Per rendere più difficile copiare?», chiesi retoricamente io.
No, non per quello. La professoressa – mi spiegò – distribuiva versioni diverse non tanto per limitare il copia-copia ma per “venire incontro al suo pubblico”. Le versioni diverse avevano cioè difficoltà diverse e venivano date agli alunni in base al loro grado di bravura: gli asini si beccavano una versione soggetto-verbo-predicato, i mediocri una versione con qualche complemento indiretto, i bravi potevano addirittura ricevere una versione in latino vero e proprio.
Non è giusto, pensai. E, quasi senza accorgermene, lo dissi pure ad alta voce:
«Non è giusto»
In effetti, se la scala di difficoltà è diversa, anche la scala di giudizio deve essere diversa e invece la scala di giudizio era unica per tutti: da 0 a 10.
«Un 6 avuto su una versione facile non vale un 6 avuto su una versione difficile», aggiunsi rivolto più a me stesso che alla mia allieva.
«Lo so. Ma lo fa per aiutare quelli meno bravi», mi rispose con l’innocenza tipica dell’età a cui l’adolescenza non ha ancora sfondato la porta.
«Ma quelli meno bravi non sono nati meno bravi», replicai istantaneamente. «Fino a prova contraria, fate tutti parte della stessa classe, avete tutti avuto la stessa insegnante e avete tutti seguito le stesse lezioni: dovete pertanto essere giudicati sulle stesse cose e allo stesso modo. Adeguare l’esame alle capacità dell’esaminando non è giustizia redistributiva. È un’ingiustizia bella e buona».
Dopo questo accenno di invettiva, mi zittii di colpo. Mi schiarii la voce, liquidai la faccenda con un banale «comunque sia, ciascuno ha i propri metodi» e passai ad altro.
Un altro giorno, un’altra ragazzina (un po’ meno – ina) a cui faccio ripetizioni mi disse che, benché venisse da una serie di insufficienze gravi, non ne era particolarmente preoccupata dal momento che la sua professoressa «non credeva nei debiti».
«Non ho capito», esclamai sorpreso. «Non crede nei debiti?»
«No, non ci crede», rispose. «L’ha detto esplicitamente: “ragazzi, io non credo nei debiti”»
«E quindi che fa?»
«Mette 6 alla fine dell’anno»
«A prescindere che tu abbia avuto 3, 4 o 5?»
«Sì»
Come Mr. Pink ne Le Iene di Tarantino non credeva alle mance, questa professoressa non crede nei debiti. Facile no? E Il risultato di quella politica di ateismo valutativo era davanti ai miei occhi: una studentessa diciassettenne con la preparazione scolastica di una undicenne ma pur sempre in quarto superiore. Quattro anni di scuola, quattro sei, nessun debito: viene anche la curiosità di sapere perché la mandassero a ripetizioni.
In ogni caso, anche quella volta non mi espressi più di tanto. Misi su una faccia perplessa e andai avanti. In entrambe le occasioni non dissi quello che pensavo. E pensavo un sacco di cose che avrei potuto dire.

A quelle ragazze, per esempio, avrei potuto dire che la gente che sta dietro una cattedra ha un ruolo fondamentale: alleva esseri umani, li educa, li giudica, li cresce. Una persona fa il primo superiore a 14 anni e il quinto a 19. Un insegnante delle scuole superiori, quindi, accoglie un bambino e fa uscire un adulto, e questo è un lavoro mica da poco e mica da scherzi. Avrei potuto allora dire che le loro insegnanti avevano rinunciato a quel lavoro. Si erano limitate a prendere atto della verità universale per cui ci sono persone che studiano meno e persone che studiano di più e avevano deciso di adeguarsi. Una aveva deciso di assegnare compiti facili a quelli che studiano meno e compiti difficili a quelli che studiano di più, rifugiandosi in una soluzione logicamente ineccepibile: attribuire un coefficiente di difficoltà correlato al coefficiente di impegno e intelligenza dell’alunno e ottimizzare così il risultato. L’altra era andata addirittura oltre la logica. Dava compiti uguali per tutti, li valutava sulla base dello stesso metro di giudizio ma alla fine dell’anno, magicamente, tutti i voti inferiori a 6 diventavano 6, e uno potrebbe legittimamente chiedersi cosa ne è dei voti che erano effettivamente 6. A quel punto avrei spiegato come queste soluzioni, così logicamente ineccepibili e così fascinosamente magiche, siano però delle soluzioni educativamente atroci dal momento che insegnano ai ragazzi che non si applicano a non applicarsi e ai ragazzi che si applicano che, beh, insomma, potrebbero anche applicarsi di meno. Detto questo, avrei probabilmente agitato l’indice e sottolineato come tutto ciò sia sbagliato non solo dal punto di vista educativo ma anche morale perché far capire a dei ragazzi che basta fare quello che si può (o che si vuole) per andare avanti significa, molto semplicemente, imbrogliarli. Imbrogliarli prima e lasciarli poi da soli a scoprire la verità, cioè che nella vita non sempre quello che si può (o che si vuole) è quello che ti viene richiesto o, peggio ancora, è sempre sufficiente di per sé. Avrei dunque concluso dicendo che quelle non sono delle grandi lezioni da ricevere a quattordici o diciassette anni e che, soprattutto, non sono delle grandi lezioni da impartire quando di anni ne hai un pochetto di più. Sì,  con questa stoccata avrei chiuso e solo allora sarei andato avanti a fare quello che si doveva fare.
O forse no. Perché, a pensarci bene, avrei potuto dire molto di più.
In un giorno di particolare loquacità, per esempio, avrei potuto dire che agli studenti basterebbe andare dieci minuti su Facebook per accorgersi di come molte persone che gli impartiscono lezioni di mestiere dovrebbero, in realtà, cambiare mestiere. Anzi, avrei potuto tirar fuori il mio smartphone e mostrare direttamente due o tre gruppi  in cui un sacco di insegnanti che dovrebbero spiegare il rispetto delle fonti e l’importanza del dubbio si rivelano invece talmente imbecilli o talmente arrabbiati (e le due cose spesso coincidono) da condividere e commentare notizie palesemente false tratte da siti palesemente fasulli. Scorrendo un po’ la cronologia, avrei poi potuto mostrare insegnanti così meschini e miserabili da organizzarsi con i loro colleghi per convincere i loro studenti – «anche dodici-quattordici a classe» – a non seguire la finale di Amici perché «ci va Renzi». Avrei potuto indicare insegnanti che ignorano l’abc della Costituzione, insegnanti che non riconoscono il valore della conversazione e anche insegnanti a cui di insegnare non gliene frega un beneamato cazzo e che dunque non vogliono nemmeno imparare a farlo perché vogliono  fare solo supplenze. Infine, dopo aver riposto lo smartphone in tasca,  avrei potuto sottolineare con ampi gesti della mano come tutti questi insegnanti – imbecilli, collerici, meschini, ignoranti –  siano anche abbastanza stupidi da fare tutto questo su Facebook, senza pensare che un loro qualsiasi studente potrebbe agevolmente assistere a tali scempi o, ancora più grave, senza pensare che questi siano scempi da nascondere.
Ma, come anticipato, non dissi nulla di ciò.
Non lo feci perché gli studenti di oggi sono già abbastanza disincantati e disillusi da non aver bisogno che qualcuno, dall’esterno, confermi quello che molti di loro hanno già forse intuito: che gli insegnanti sono persone come tutti e, a volte, sono peggiori di alcuni di quei tutti. E questo è necessario che gli studenti lo pensino il meno possibile perché se a dei ragazzini dici che i loro insegnanti sbagliano, che i loro insegnanti non dovrebbero insegnare, allora per loro vale tutto (dalla professoressa pazza che metterebbe brutti voti in virtù della sua pazzia al professore che «mi odia perché la penso diversamente da lui») e quando vale tutto non funziona più niente. Per mantenere viva la speranza, dunque, davanti a degli studenti non parlo mai male degli insegnanti. Non do mai loro la colpa.
Eppure, rileggendo il tutto, di chi è la colpa? Della Grande Entità Astratta ossia della Scuola? Della Scuola che ha smarrito la sua missione, della Scuola che non può più permettersi di bocciare, della Scuola che non ha più fondi per selezionare? O, addirittura, come vogliono i professionisti del complotto, la colpa è del Potere che ci vuole tutti più ignoranti, più stupidi e quindi più controllabili?
No, ‘sto giochino delle Grandi Entità Astratte in questi casi non funziona granché. Tutt’al più è possibile parlare di una responsabilità della Scuola e del Potere ma la colpa – quella vera – è di “qualcun altro”. Ma di chi non si può dire. Agli studenti perché se no, la mattina dopo, quelli manco si alzano per andarci, alla scuola. Agli adulti perché, in ciascuno di questi casi,  quel “qualcun altro” ha un nome e un cognome e dare la colpa ad un nome e un cognome per gli adulti è sempre una rogna oltre che, come ha capito benissimo il politico durante la giornata mondiale del libri, anche un rischio. La Scuola, infatti, non vota. Gli insegnanti sì.

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P.S.
Perché Snape/Piton? Trovatemi voi una persona che incarni meglio il ruolo dell’insegnante

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri.

«Leggi un po’ qua», mi fa un amico passandomi il suo LG.
Un grande classico. Quando sei seduto allo stesso tavolo con una persona e non hai nulla da dirle, non c’è niente di meglio che parlare di un’altra persona che a quello stesso tavolo non c’è.
«Fai vedere», dico.
Inizio dunque a scorrere una conversazione Whatsapp che il mio amico ha intrattenuto la sera prima con una ragazza che conosco.
«Allora che ne pensi?»
«Penso che non riesco a capire perché hai sentito il pressante bisogno di rinunciare al carattere di scrittura predefinito per adoperare un font che sembra uscito dalla mano e dalla mente di un bambino delle elementari affetto da dislessia».
(In effetti, ammetto di non aver mai compreso il fascino esercitato dalle lettere tondeggianti e non diritte).
«Trimone, intendo che ne pensi della conversazione?»
«Non saprei. La conosco abbastanza bene da conoscere il suo nome ma non così bene da riconoscere le sue intenzioni attraverso delle parole e delle emoji»
«No, non intendo nemmeno quello», dice il mio amico e, facendo segno con la mano, aggiunge: «guarda bene la fine».
«Mmm, vediamo, tu scrivi “Ahah, si ti capisco. È successa pure a me una cosa simile”».
«Ecco, esatto».
«Beh e allora? Cosa c’è che non va? A parte il fatto che “sì” affermazione si scrive con l’accento, ovviamente».
Il mio amico inspira sconsolato e decide di ignorare la mia pedanteria grammaticale:
«La sua risposta. Ecco cosa non va».
«La sua risposta. Ma se non ha…».
E in quel momento capisco. Il mio amico è un’altra, l’ennesima, vittima dello spietato galateo dell’epoca digitale. Un’epoca in cui, essendo le conversazioni a distanza, si può scomparire nel nulla senza gli inconvenienti tipici dei contatti umani primari. Prima, quando le conversazioni le facevi in piazza Mercantile, non potevi dileguarti senza adoperare preavvisi di sorta: “guarda, ora devo scappare”, “ho l’auto in doppia fila”, “magari ci prendiamo un caffè la prossima settimana”. Un po’ meno prima, quando le conversazioni le facevi sì al telefono ma a viva voce, non potevi sparire senza adeguate motivazioni: “mi stanno chiamando”, “serve il telefono”, “ti richiamo più tardi”. Oggi, invece, se stai chattando con una persona puoi tranquillamente smettere di rispondere all’improvviso. Il che equivale a chiudere il telefono in faccia mentre dall’altro capo della cornetta ti stanno raccontando la loro giornata o a scappare a perdifiato lungo Corso Cavour al primo momento di disattenzione del tuo interlocutore.
Ma il 21° secolo non può averci reso più maleducati. Non avrebbe senso. Tutt’al più, ci ha reso più disponibili in ogni momento. Anche in quelli in cui non siamo disponibili.
«Ho capito», gli dico.
«Ecco. Stavamo parlando. Ma bene eh. Niente di serio o di polemico. E poi poff! Lei scompare nel nulla».
«Ho capito», riprendo. «Tu non credi alle vite degli altri».
Il mio amico mi guarda strano.
«Eh? Che cazzo sono?»
«È una teoria che postula l’esistenza di una vita anche per gli altri. La vita degli altri sostiene che così come noi siamo continuamente alle prese con gioie, dolori, impegni, imprevisti, malanni di salute e citofonate di quelli che devono lasciare i volantini di Mediaworld, anche gli altri sperimentano le nostre stesse situazioni».
«Non ti sto seguendo».
«Allora, diciamo che tu e lei stavate parlando. Vi eravate dati appuntamento? Del tipo “oggi chattiamo dalle 23:45 alle 01:15?”»
«Ovviamente no!»
«Perfetto. Tu l’hai contattata. Così. Senza preavviso. Che è come presentarsi sotto casa sua alle 23:45 e dirle “scendi? Così parliamo un po’?”»
«Ma non è la stessa cosa!»
«Infatti. È il bello della tecnologia. Possiamo sentire tutti in ogni momento senza apparire invadenti, pazzi o stalker, come si dice mo. Però quando contattiamo una persona in ogni momento lo facciamo in un momento che a noi va bene. Un momento libero. Ma non è detto che anche per l’altra persona sia lo stesso. Questo è il brutto della tecnologia. Non siamo sempre coordinati. Magari stiamo interrompendo un amplesso o una litigata. O magari non stiamo interrompendo niente ma, dopo trentacinque minuti di conversazione, al nostro interlocutore è capitato un cazzo qualsiasi. La mamma che lo chiama. Il cane che impazzisce. Il forno che esplode. O anche una cagata improvvisa. Insomma, dobbiamo accettare che anche gli altri hanno una vita che può chiamarli mentre hanno a che fare con noi».
«Mi stai a dire che non mi ha più risposto perché ha avuto un attacco di diarrea?»
«Può essere».
«E allora perché non ha scritto dopo? Poteva dire “scusami ho avuto un impegno” o una cosa del genere».
«Magari non ne ha avuto modo o tempo o le è passato di mente. Una delle conseguenze più atroci della teoria della vita degli altri è che in quella vita noi potremmo anche non esserci o non esserne al centro. Da questo punto di vista Whatsapp ha sferrato il colpo decisivo al nostro egocentrismo, un colpo molto più forte e potente di quelli inferti da Copernico, Darwin e Freud. Noi nasciamo e pensiamo di essere importanti, di essere al centro di tutto e di tutti e che quindi la gente ci debba considerare importanti e centrali. Non pensiamo mica che la gente può avere mille cazzi a cui pensare e che noi potremmo essere il milleunesimo o il duemillesimo. No. Noi dobbiamo essere il primo cazzo a cui tutto il mondo pensa o almeno rientrare nella top ten. Poi un giorno ti svegli, contatti dieci persone e ti accorgi che non è che stavano proprio aspettando il tuo messaggio o la tua presenza. Vedi Marco, per esempio».
«Che ha fatto?»
«La settimana scorsa è stato il suo compleanno, no? Tu gli hai fatto gli auguri?»
«Sì, certo».
«Ti ha risposto?»
«Sì, ecco qua», e mi fa vedere il botta e risposta sullo schermo del suo smartphone.
«Ecco, a me non ha risposto».
«Strano».
«Mica tanto. Guarda, tu glieli hai fatti la mattina e ti ha risposto. Io la sera sul tardi e non mi ha risposto».
«La festa!»
«Essì. Sicuramente quello stava alla festa, sbronzo o meno, e tra il casino e la gente, avrà visualizzato il mio messaggio come quello di altri e avrà detto “rispondo domani” o “rispondo più tardi” e poi se ne sarà scordato perché preso da altri impegni, da altre persone. Vedi? Le vite degli altri. Ci vuole anche culo per entrarci, fosse anche per qualche minuto».
«Mi hai quasi convinto. Dunque non sarei uno sfigato se le scrivo di nuovo senza che lei mi abbia risposto?».
«Ma certo che no. Saresti un uomo maturo».
«Lo faccio proprio adesso».
E lo fa. Passa qualche minuto tra cazzate e pettegolezzi e un trillo annuncia la risposta. Lui la legge, inarca il sopracciglio e mi fa:
«Ehi Renà, ma vaffanculo tu e le vite degli altri. Senti un po’ cosa dice “cmq l’altra sera mi ero addormentata”».
Chiudo gli occhi. Non ci posso credere. Nell’anno del Signore 2015 la usano ancora quella scusa. Nessuno le ha spiegato che è una risorsa finibile come le morti dei nonni o i cani che mangiano i compiti?
«Capisci? Un minuto prima stava a scrivere un papiro e un minuto dopo è in coma farmacologico. E magari l’ho svegliata io adesso dopo 48 ore».
«Eh, non so, forse, sai, un colpo di sonno dopo una giornata piena», tento goffamente di salvare la mia teoria.
«A te è mai capitato?»
«Un colpo di sonno? No, non mi sembr»
«No, che quella con cui stavi parlando si addormentasse di colpo», m’incalza senza pietà.
«Sì, l’hanno detta pure a me ‘sta cosa».
«E ora tu vuoi farmi credere che sta un’invasione di mosche tsé tsé o che sta uno psicopatico seriale che attacca la gente alle spalle con il cloroformio?»
«N-no».
«Ecco, infatti. Avevo ragione io. Se la gente non ti risponde è perché non vuole risponderti. Altro che le vite degli altri. Le vite degli altri non esistono. E adesso il conto lo paghi tu dato che mi hai fatto fare la figura del sottone. Coglione io a darti ascolto. Mai contattare per primo per più di due volte di seguito. Questa non è una teoria. È una legge».
Non ho voglia di controbbattere. Pago il conto ringraziando il cielo che questa discussione sia capitata in un giorno infrasettimanale in cui la spesa pro capite è inferiore alle cinque euro.
Mentre attendo lo scontrino, vedo intorno a me l’incessante movimento della vita. Un tipo al bancone sta servendo da bere a due amici e tutti e tre ridono un po’ rumorosamente. Una cameriera va avanti e indietro con un vassoio sempre pieno e sembra non vedere l’ora che tutto sia finito. Un tizio si alza per rispondere al telefono. Un altro lascia vibrare il suo telefono dopo aver sbirciato il nome del chiamante. Una ragazza chatta con un’altra ragazza seduta al suo stesso tavolo ed entrambe scoppiano a ridere guardano ciò che si sono scambiate.  Un gruppo entra e chiede se c’è posto. Il mio amico, nonostante la puzza di menzogna, continua a digitare sulla tastiera.
Le vite degli altri. So che esistono. E un giorno lo dimostrerò.

Das Leben der Anderen

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere

Quel che resta di uno squillo

Tutta la storia, diceva qualcuno, è storia contemporanea. In effetti, noi leggiamo quello che è accaduto nel 1400 inevitabilmente con gli occhi di oggi e quindi, in un certo qual modo, siamo portati a farci domande e a darci risposte secondo quello che pensiamo e sappiamo oggi. Invece bisognerebbe storicizzare sempre: riportare ogni cosa alla sua epoca e leggerla secondo le coordinate del suo stesso tempo. Ma non è facile. Facciamo un esempio pratico: lo squillo del cellullare. Lo squillo del cellulare è, diciamo, un’azione. Io seleziono un contatto dalla rubrica, premo il tasto verde, porto il cellulare all’orecchio e sento fare tuuu mentre, in un’altra stanza, in un’altra città, qualcun altro sentirà l’inizio della sua suoneria. Ecco qua. Tutto qua. Solo che un’azione non è mai neutra ma trae il suo significato dal contesto in cui la si fa e, soprattutto, dalla sua epoca. Oggi, nel 2015, uno squillo è poco più che uno squillo. È l’azione di squillare, tutt’al più può assumere il significato di “scendi” se inserito nell’accordo del “ti faccio uno squillo quando sto giù”. Ma anni fa, uno squillo poteva contenere un mondo di significati e desideri al suo interno. E noi, noi che c’eravamo, abbiamo il dovere di ricordarcelo e di farlo sapere a quelli che, invece, non c’erano, per quanto difficile questo possa essere. Ecco perché qualche giorno fa mi sono imbarcato in una delle lezioni più complesse della mia vita: far capire ad una (molto) teenager degli anni 00 cos’era e cosa significava uno squillo. Continua a leggere

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere

Le sorelle degli amici

Le sorelle degli amici hanno una funzione sociale di primo rilievo. Quando sei un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più grande, quest’ultima consente di canalizzare la sovrapproduzione ormonale puberale verso un obiettivo tanto vicino quanto irrealizzabile. Quando non sei più un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più piccola che è diventata grande, quest’ultima consente di misurare il tuo grado residuo di depravazione e il tuo attuale codice morale. Le sorelle degli amici ti fanno sentire adulto quando sei piccolo e giovane quando sei adulto. Questo reportage sudicio ma sincero è dedicato a loro. Continua a leggere