Quel che resta di uno squillo

Tutta la storia, diceva qualcuno, è storia contemporanea. In effetti, noi leggiamo quello che è accaduto nel 1400 inevitabilmente con gli occhi di oggi e quindi, in un certo qual modo, siamo portati a farci domande e a darci risposte secondo quello che pensiamo e sappiamo oggi. Invece bisognerebbe storicizzare sempre: riportare ogni cosa alla sua epoca e leggerla secondo le coordinate del suo stesso tempo. Ma non è facile. Facciamo un esempio pratico: lo squillo del cellullare.
Lo squillo del cellulare è, diciamo, un’azione. Io seleziono un contatto dalla rubrica, premo il tasto verde, porto il cellulare all’orecchio e sento fare tuuu mentre, in un’altra stanza, in un’altra città, qualcun altro sentirà l’inizio della sua suoneria. Ecco qua. Tutto qua. Solo che un’azione non è mai neutra ma trae il suo significato dal contesto in cui la si fa e, soprattutto, dalla sua epoca.
Oggi, nel 2015, uno squillo è poco più che uno squillo. È l’azione di squillare, tutt’al più può assumere il significato di “scendi” se inserito nell’accordo del “ti faccio uno squillo quando sto giù”.
Ma anni fa, uno squillo poteva contenere un mondo di significati e desideri al suo interno. E noi, noi che c’eravamo, abbiamo il dovere di ricordarcelo e di farlo sapere a quelli che, invece, non c’erano, per quanto difficile questo possa essere. Ecco perché qualche giorno fa mi sono imbarcato in una delle lezioni più complesse della mia vita: far capire ad una (molto) teenager degli anni 00 cos’era e cosa significava uno squillo.

«Allora, se io ti chiedo cos’è uno squillo tu che mi rispondi?»
«Come cos’è uno squillo? Uno squillo è… è uno squillo!»
«Tu dici: uno squillo è quando parte la suoneria del cellulare».
«Esatto».
«Invece, anni fa era molto di più. Uno squillo poteva salvarti la giornata. O rovinartela. Devi sapere, che tanto tanto tempo fa, nell’era buia in cui non esistevano smartphone e tariffe all inclusive, le chiamate si pagavano al minuto e anche con lo scatto alla risposta. E gli sms costavano».
«Quanto?»
«Mi sa tipo 15  centesimi».
«L’uno?»
«Sì».
«O mio Dio, ma è tantissimo!»
«Allora, chiudi gli occhi e prova ad immaginare quanto poteva costare farsi una chiacchierata o porre delle semplici domande».
«Tanto!»
«Esatto. Ed è proprio in questo inferno economico che prosperava lo squillo».
«In che senso?»
«Siccome costava sia parlare sia inviare messaggi, lo si faceva solo quando era realmente necessario. Dovevo dirti una cosa o mi serviva un’informazione? Ti chiamavo o ti mandavo un sms. Ma se ciò che volevo fare era solo sentirti, era solo farti capire che ti stavo pensando, che mi ricordavo della tua esistenza, che la tua esistenza non mi era indifferente e che speravo che la mia non lo fosse per te, che facevo?»
Mi guarda allucinata. Ha capito qual è la risposta da dire ma non la riesce a dire perché non ha capito perché, non può capirla.
«L-lo squillo?»
«Sì. Tu facevi uno squillo e l’altro te lo rifaceva».
«Ma non ha senso! Cioè come facevi a capire cosa voleva dire l’altro?»
«Non era facile, non sempre almeno. Ma lo deducevi. Alcune volte era addirittura semplice perché era quasi istituzionalizzato. C’era lo squillo del buongiorno e quello della buonanotte, molto in voga tra i pischelli che si frequentavano o che volevano farlo. C’era lo squillo organizzativo del “se per tutti va bene alle 21.30 sotto casa di Andrea ti faccio uno squillo”. C’era lo squillo del “ho quasi finito di studiare e ti sto pensando”. C’era persino lo squillo del “ti squillo perché è da un sacco di tempo che non ti squillo”».
«Ma è assurdo!»
«No, è successo veramente. Tu pensa a quante storie sono iniziate e finite per merito o per colpa di uno squillo. O a quante serate sono state organizzate a colpi di squillo».
«Assurdo. Ma scusa, se uno lasciava il cellulare in una stanza e andava via e poi tornava e trovava una chiamata senza risposta, come faceva a capire se era uno squillo o una chiamata?»
«Eh. Brutta storia quella. O andava a tentoni facendo uno squillo e vedendo che tipo di risposta riceveva. Oppure doveva farsi forza e coraggio, chiamare e dire: “Ciao, ho trovato la tua chiamata. Ero in bagno, dimmi tutto”. E magari si sentiva rispondere “Ciao, ah no. Niente. Era solo uno squillo”».
Mi guarda come se si aspettasse da un momento all’altro che una troupe di Scherzi a Parte uscisse dall’armadio e rivelasse che era tutto uno scherzo. Ma dall’armadio non esce nessuno. Allora arriccia il naso, deglutisce e afferma un po’ sconvolta, un po’ sollevata:
«Io non sarei sopravvissuta alla tua età».
«Parli molto al cellulare?».
«Un sacco. Tieni conto che ho quattro migliori amiche».
«Quattro? Beh, non c’è dubbio: l’abbassamento dei prezzi e l’innovazione tecnologica incrementano le amicizie. Ai tempi dei Nokia 3310 si aveva una migliore amica. Al massimo due, se avevi il papà che ti faceva tante ricariche».
«Lo confermo: io non sarei sopravvissuta alla tua età».
«Esagerata. Anche io pensavo di non sopravvivere all’avvento delle palle gialle di whatsapp. Però poi ci si adegua sempre».
«Ma è diverso. Fare uno squillo invece di scrivere o parlare? No, non ce l’avrei fatta».
Scuoto le spalle. È la solita storia: ognuno crede di poter vivere solo nel proprio presente ma in realtà ognuno è sopravvissuto anche in un passato e, se tutto va come dovrebbe andare, ognuno sopravvivrà anche in un futuro. Perciò, tra non molto, anche lei avrà dei ricordi superati dal tempo che faticherà a far capire a chi non c’era. Ma quello è esattamente il compito di noi saggi maestri.
«Vabè, ora torniamo al latino e alla versione. La prossima volta ti racconterò dell’insopportabile e classista loquacità di chi aveva la Christmas Card o la Summer Card».
Negli occhi della mia allieva c’è un oceano di curiosità.
Cicerone può attendere.

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P.S.
A proposito dell’ancora attuale “ti squillo quanto sto giù” può risultare utile la lettura della controparte degli anni ’90: ti citofono quando sto giù

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere

Le sorelle degli amici

Le sorelle degli amici hanno una funzione sociale di primo rilievo. Quando sei un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più grande, quest’ultima consente di canalizzare la sovrapproduzione ormonale puberale verso un obiettivo tanto vicino quanto irrealizzabile. Quando non sei più un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più piccola che è diventata grande, quest’ultima consente di misurare il tuo grado residuo di depravazione e il tuo attuale codice morale. Le sorelle degli amici ti fanno sentire adulto quando sei piccolo e giovane quando sei adulto. Questo reportage sudicio ma sincero è dedicato a loro. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

È colpa vostra

È colpa vostra. Sì, avete letto bene. È colpa vostra. Non lo dice mai nessuno – e meno che mai lo si scrive – ma ogni tanto è bene ricordarlo: è colpa vostra. Da quando il web permette a chiunque di parlare, questo sacrosanto diritto di parola è stato spesso confuso con il – un po’ meno sacrosanto – diritto di puntare il dito. È successo qualcosa? Beh, è colpa di “x”. Mi è successo qualcosa? È sicuramente e vergognosamente colpa di “x”. Dove “x”, naturalmente, è una persona o un’entità che ha un qualche potere o, in ogni caso, ha più potere di voi. Invece, molte volte, è colpa vostra. Continua a leggere

Dalla parte sbagliata

Le vacanze di Natale sono pressoché finite. E come ogni anno la gente che è tornata a casa si appresta ad andarsene portando con sé il solito bagaglio di ricordi e mozzarelle, vestiti e salumi, promesse e fotografie del lungomare. In mezzo a tutto ciò, sorgono puntuali delle domande.
Chi è che si trova dalla parte giusta? E chi dalla parte sbagliata? Quelli che se ne vanno? Quelli che restano? Quelli che ritornano?
Io non lo so ma penso che questa mail che mi ha inviato una persona che ha fatto tutte e tre le azioni – andarsene, restare, ritornare – possa essere una bella risposta. O, quanto meno, un bello spunto di riflessione: sono i luoghi a fare le emozioni o viceversa?
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Il New Year’s Act: dieci proposte al Governo per migliorare l’Italia

Quando mancano pochi giorni all’arrivo dell’anno nuovo generalmente si fanno due cose:
– bilancio dell’anno appena trascorso
– lista di buoni propositi per l’anno che sta per arrivare.
Tuttavia, dato che guardare al proprio passato è il più delle volte deprimente e dato che guardare al proprio futuro può avere lo stesso identico effetto, è meglio desistere e dedicarsi a qualcos’altro. Per esempio, proporre cose che dovrebbe fare  il Governo per rendere il mondo – il nostro mondo – un mondo migliore. Così, se poi tra un anno saremo punto e daccapo, non dovremo deprimerci più di tanto: la colpa, infatti, sarà del Governo. Come sempre.
E dunque ecco dieci proposte che il Governo potrebbe facilmente realizzare al fine di cambiare in meglio il nostro paese e la nostra vita. Continua a leggere