Non è proprio così

C’è una cosa tristissima di cui mi sono accorto soltanto di recente. Questa cosa tristissima, in estrema sintesi, è questa: ogni volta che ascolto qualcuno parlare di un argomento che conosco abbastanza o che leggo qualcuno scrivere di un argomento che conosco abbastanza, arriva sempre un momento in cui scuoto la testa e penso «beh, non è proprio così». Questo momento arriva sempre, talmente sempre che sembra una maledizione. Magari all’inizio va tutto bene, concordo con tutto, non saprei dirlo meglio, ma poi, zac, all’improvviso, ecco che compare sempre qualcosa – una motivazione, una ricostruzione, una definizione – che insomma, a pensarci bene, non è proprio così. E allora lo penso: «Beh, non è proprio così».

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La rivincita delle piccole cose

[Qualche settimana fa è uscito il mio nuovo libro, La legge di frustrazione universale. Per chi è curioso di sapere cosa c'è dentro (e per chi ancora non si fida) pubblico qui un estratto] 

La regola dei bambini
Quando si è molto piccoli si è affascinati dalle cose molte grandi. È inevitabile. Le cose molte grandi sono meno comuni delle cose piccole e ciò che è meno comune fa più effetto. Un gatto, tanto per fare un esempio, attira sì l’attenzione di un bambino ma quello che gli fa spalancare davvero gli occhi e lo spinge a saltellare dalla gioia è l’elefante allo zoo. L’auto della mamma e de papà è un oggetto certo interessante ma il tir a due piani con tanto di rimorchio è qualcosa di totalmente diverso. Insomma, quando si è piccoli, vige una regola generale: più grande è, meglio è.
Poi pian piano si cresce e la fascinazione per le cose molto grandi si attenua. Anche questo è inevitabile. Lo straniamento si combatte con l’abitudine, e crescere, alla, fine non è altro che un continuo, incessante, abituarsi: ai gatti, agli elefanti, alle auto, ai tir, a mamma e papà. E tuttavia, a ben vedere, qualcosa dell’antico gusto rimane.
L’Italia è un Paese di paesi. La maggior parte della popolazione vive in uno spazio che può essere più o meno grande ma che molto spesso non è molto grande e che, in ogni caso, ha sempre qualcosa di più grande che si trova un po’ più in là. Una delle conseguenze è che molti italiani, a un certo punto della loro vita, sognano di andarci. E alcuni lo fanno. Vanno a vivere nelle città più grandi. In genere capita quando si è giovani. Tuttavia, siccome in Italia la categoria della gioventù ha assunto confini abnormi, tali da comprendere al suo interno i sedicenni che escono alle ventitré, i trentenni neet che fanno gli hikikomori, i quarantenni divorziati, e a volte anche i cinquantenni senza figli, occorre specificare un po’ meglio il target di riferimento. Diciamo allora che capita quando si galleggia tra i venti e i trent’anni, in quel tranquillo periodo della vita in cui devi scegliere se studiare ancora, cosa studiare ancora, che lavoro fare o non fare. In questi anni, molti tornano a subire il fascino di quell’antica regola che sussurrava all’orecchio di quand’erano bambini: più grande è, meglio è. La differenza è che ora non sono più bambini. Non strabuzzano più gli occhi davanti agli elefanti e quando incontrano un tir solitamente sbuffano perché gli rallenta la carreggiata. E allora perché succede? Per capirlo, ho intervistato più volte, nel corso di quasi quindici anni, una persona che quel fascino l’ha subito e seguito, in Italia e all’estero. Per preservarne l’anonimato lo chiameremo “A”.

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La legge di frustrazione universale

Alcuni di voi mi hanno suggerito di fingere che moltissimi di voi mi abbiano chiesto, negli anni, come mai non pubblicassi in un libro ciò che scrivevo – e avevo scritto – online. A questi moltissimi e inesistenti lettori io davo due risposte:
1) non lo faccio perché nessuno me lo propone
2) non lo faccio perché non ha molto senso pubblicare su carta ciò che si è già pubblicato online.
Oggi non ho cambiato idea ma, a giudicare dall’immagine che potete vedere, qualcosa è in effetti successa.
Cosa?
Beh, innanzitutto, qualcuno me l’ha proposto.
In secondo luogo, non ho solo raccolto gli articoli usciti online negli ultimi dieci anni. Li ho riscritti, parzialmente o totalmente, e siccome i libri si comprano – e quindi si pagano – ho aggiunto anche una cinquantina di pagina del tutto inedite.
Questo, insomma, dovrebbe spiegare l’esistenza di questo libro ai moltissimi di voi che, per anni, non me l’hanno chiesto ma che, da oggi, possono leggerlo.


Acquistabile su Amazon, naturalmente, ma anche su Feltrinelli, Mondadori , etc., un po’ ovunque online e fisicamente.

Una vita fra

L’errore

Sarà capitato anche a voi. Sulla quarta di copertina di un libro, su un articolo di giornale, su una voce di Wikipedia: da qualche parte vi sarà capitato di leggere le informazioni biografiche di una persona e scoprire che quella persona, a differenza vostra, non abita in un posto ma fra due posti. Voi vivete in Italia e quella persona – leggete – vive fra l’Italia e gli Stati Uniti. Voi vivete a Bari e quella persona – approfondite – vive fra Roma e New York. 
Per anni ho pensato che tutto ciò fosse impossibile. Che questo “vivere fra” fosse cioè una menzogna o, per essere più gentili, una posa intellettuale. Lo pensavo anche perché molte delle persone che lo affermavano appartenevano a delle categorie particolari. Erano scrittori, giornalisti, registi, attori e per loro – così ragionavo – dire di vivere fra più posti era un modo come un altro per distinguersi dalla maggioranza, per dirci, tra le righe, che noi avevamo una casa mentre loro ne avevano due, che noi conoscevamo un paese mentre loro conoscevano il mondo. Per anni, di conseguenza, ho preso in giro chiunque sostenesse di vivere fra. Se qualcuno mi diceva che viveva fra Bari e Bologna, io gli chiedevo se abitava a Teramo. Se qualcuno mi diceva che viveva fra Milano e Dublino, io gli chiedevo se abitava su una zattera nel canale della Manica. Non erano battute molto divertenti, lo ammetto. Ma per me non servivano tanto a far ridere quanto a sottolineare l’assurdità dell’affermazione di partenza: non si può vivere fra. Punto e basta. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo di grosso.

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Dialogo sopra i due massimi soggetti del mondo

Il primo
Lo vedo arrivare dall’angolo opposto del marciapiede. Con la mascherina è difficile esserne certi ma sembra proprio contento. Anzi, euforico. Mi vede anche lui e aumenta il passo.
«Uelà!» mi fa. «Tutto bene?»
«Non ci lamentiamo».
«Per caso ti faccio interferenza?»
«Scusa?»
«Se ti faccio interferenza al cellulare, mi dispiace».
Lo fisso stranito. Ho capito che sta scherzando ma non riesco a capire che tipo di scherzo è.
«Non sto capendo» confesso, infine.
«Ho fatto il vaccino ieri».
«Sì, lo so».
«Ah lo sai?»
«Beh, hai pubblicato la foto ovunque. Pure sulle storie di whatsapp, e quelle le vedono solo i maniaci compulsivi».
«Sì, giusto. Beh, vabbè. Ho fatto il vaccino, no? Quindi potrei farti perdere segnale al telefono».
«Ma che stai a dire?»
«Perché mi hanno iniettato il microchip!»
«Ah, ok. Sì, il microchip».
«Il microchip! Hai capito? Bill Gates mi controlla! Uuuuuuh ohhhhh ahhhhh».
«Sì sì. Ho capito. Eheh. Divertente».
«Anzi, vedi un po’. Magari invece ti aumento la velocità di connessione. Perché ho il 5G! Il 5G! Sono un’antenna umana!»
«Va bene, va bene».
«Scusami un secondo. Soros mi sta mandando un messaggio giusto in questo momento. Mi dica capo. Che devo fare? Diffondere il globalismo? Certo, agli ordini».
«Ho capito. È divertente. Un’astuta e originale presa in giro dei timori complottisti diffusi. Ma ora basta, dai. Anche perché a breve ci raggiunge Stupidio e sai com’è fatto. E io non ho voglia di litigare».
Stronzio mi guarda un po’ deluso. Poi alza le mani e la smette. Ci mettiamo di fianco, con le spalle poggiate al muro, in attesa.
«Che vaccino hai fatto, poi?» gli chiedo.
«Pfizer, naturalmente».

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Giuseppe Conte, un soggetto per Raiuno

Ci sono cose che non sono ancora avvenute ma che sappiamo tutti che avverranno e anche come avverranno. Fedez e Chiara Ferragni che si lasciano ma che rimangono in buoni rapporti e lo annunciano con un post congiunto su Instagram. Giorgio Manetti che ritorna a Uomini & Donne con la telecamera che inquadra fissa un primo piano di Gemma. Raiuno che trasmette la fiction su Giuseppe Conte in due puntate in prima serata con uno speciale di Porta a Porta a seguire.
Queste cose avverranno. Passerà un po’ di tempo ma avverranno. E anche se non dovessero mai avvenire non importa. Sarebbero potute benissimo accadere. E dunque le possiamo benissimo immaginare. Continua a leggere

I concorsi pubblici

Il pregiudizio senza l’orgoglio
È una verità universalmente riconosciuta che un meridionale sprovvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di un posto pubblico. Naturalmente ciò non avviene subito. Anche i meridionali, come tutti, hanno dei sogni quando sono giovani. E i sogni, anche quelli dei giovani meridionali, di solito non contemplano l’entrata nei ranghi della pubblica amministrazione. Eppure, quando la gioventù sta sfumando e i sogni sono belli che andati, ecco che questa verità universalmente riconosciuta viene a bussare alla porta. Quando accade? Dipende. Per alcuni accade relativamente presto, in quel periodo compreso tra la fine degli studi e la scoperta che gli studi finiti non servono a nulla. Per altri serve più tempo, e spesso qualche master o stage. Comunque sia, presto o tardi, accade.
A me accadde un pomeriggio di qualche mese fa. A voler essere precisi, nessuna verità bussò alla mia porta. Piuttosto mi chiamò al telefono. Risposi al terzo squillo. A parlare era una voce maschile, adulta e cordiale. Si presentò come «il signor Simone» e chiese subito conferma delle mie generalità. Mi domandò se mi chiamavo Renato, se ero laureato in Lettere, se avevo 32 anni, se ero di Bari. Risposi di sì. Il signor Simone mi chiese se ne ero sicuro.
«Certo che sì», risposi.
«Cioè lei mi conferma che ha 32 anni, è laureato in Lettere, ed è di Bari?»
«Sì».
«E non ha mai partecipato a un concorso pubblico?»
«No».
«Ne è sicuro?»
«Sì».
«Non mi sta prendendo in giro, vero?»
«Senta», dissi un po’ spazientito, «ma lei chi è?»
«Gliel’ho detto. Sono il signor Simone».
«Ho capito. Ma da me che vuole?»
Il signor Simone tacque per qualche secondo. Anche se era impossibile mi parve di vederlo sorridere. In effetti, quando riprese a parlare, il suo tono era diventato più dolce e affabile.
«Cosa voglio da lei?» disse. «Semplice. Voglio darle una speranza».
E riattaccò.
Una decina di minuti dopo il telefono squillò di nuovo. Stavolta però non era il signor Simone ma Marco, mio amico, mio coetaneo e conterraneo. Risposi e avevo l’intenzione di raccontargli quello strano episodio ma Marco fu più veloce di me.
«Ti devo dire una cosa» disse. E iniziò a parlare.
Più raccontava, meno credevo a ciò che stavo ascoltando. Anche lui aveva ricevuto una telefonata. Anche a lui era stato chiesto conto delle sue generalità. Anche a lui era stato chiesto se avesse mai fatto un concorso pubblico. Anche lui aveva risposto di no. Anche a lui avevano riattaccato. Gli dissi che era successo anche a me.
«Veramente?» mi chiese stupito.
«Uguale identico» risposi. «E scommetto che la persona al telefono si chiamava signor Simone».
«No, era una donna. La signora Maggioli».
«Maggioli. Mai sentita. Certo che è strano, eh».
«Aspetta, non ti ho detto tutto. Hai presente Luca, mio cugino?»
«Certo».
«È successo anche a lui».
Io, Marco e Luca ci incontrammo la sera stessa. Luca raccontò a me quello che aveva già raccontato al cugino. Anche a lui erano successe le stesse cose. L’unica differenza era la persona che gli aveva telefonato. Non era né il signor Simone, né la signora Maggioli. Era il signor Edises.
«Edises?» gli chiesi.
«Così ha detto».
«Forse era spagnolo?»
«Non saprei. Parlava italiano».
«Simone, Maggioli, Edises» ripeté Marco. «Nomi diversi ma identiche telefonate».
«Sì» echeggiò Luca.
«Che facciamo?» chiesi.
In quel momento squillarono i telefoni. Tutti e tre. Continua a leggere

Barihazard – 180 giorni dopo

In un universo parallelo, il coronavirus che ha colpitola Cina è davvero arrivato a Bari e ha cominciato a diffondersi. A quanto pare, il governo di quell’universo decise di isolare la città per evitare che l’epidemia si allargasse al territorio nazionale. Un cordone militare venne disposto lungo i suoi confini. Nessuno poteva entrare. Nessuno poteva uscire. Quello che segue è il resoconto pervenutoci dei giorni di isolamento. Che Dio abbia pietà di noi.

PRIMO GIORNO DI ISOLAMENTO
Sono diramate le regole basilari per prevenire il contagio: evitare luoghi affollati, lavarsi spesso le mani, prestare attenzione ai sintomi descritti. La cittadinanza, però, non sembra disposta a seguirle. Le autorità non sono sorprese. Da delle persone che hanno bisogno di essere obbligate a non farsi il bagno in mare quando in mare ci sono i liquami della fogna è lecito aspettarsi resistenza a tutto. Si impongono sanzioni pecuniarie. La gente inizia a lavarsi le mani.

PRIMA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
Non si evidenziano grossi disagi. Anzi, si registra persino qualche lato positivo. Non potendo uscire dalla città, i baresi che lavorano nel suo hinterland sono in vacanza giustificata e quindi pagata. Non dovendo accogliere i non baresi che lavorano a Bari, il traffico della città ne beneficia. Di conseguenza, molti baresi si godono un riposo retribuito in una città più tranquilla e possono così seguire con attenzione le notizie sulla crisi in corso. Il presidente della regione Michele Emiliano dice che risolverà la questione in pochi giorni, a patto che da Roma gli arrivino i fondi richiesti. Il sindaco Antonio Decaro invita i cittadini alla calma. I cittadini gli chiedono quando uscirà il bando delle case popolari e quando si ricorderà di Via Manzoni. A livello meno istituzionale, i giovani specializzandi del Policlinico inondano i social di post di Burioni mettendosi like a vicenda. I parenti dei pazienti del Policlinico raccontano le ore che hanno dovuto aspettare per essere visitati. Come detto, non si evidenziano grossi disagi.

SECONDA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
Le cose si complicano. La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica un’intervista a un impiegato cinquantenne, laureato in Scienze Politiche, che denuncia la verità della situazione: il virus, in realtà, non è mai esistito. È una replica della Xylella. La causa della malattia, infatti, è l’inquinamento. L’Unione Europea avrebbe fatto poi il resto approfittandone per attaccare l’Italia, il sud, e i suoi tesori.La teoria si diffonde. I magistrati aprono un’inchiesta e nel frattempo sospendono le minime misure di sicurezza: ci si può di nuovo recare nei locali e ci si può di nuovo lavare le mani una sola volta al giorno. Da questo momento, la diffusione del virus aumenta in maniera considerevole.

TERZA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
La situazione inizia a precipitare. Al 21 del mese le persone che hanno affittato le stanze agli studenti fuorisede, in assenza dei fuorisede che sono bloccati nelle rispettive città di provincia, non ricevono i loro affitti in nero. Sono così costretti a cercare altri inquilini alcuni dei quali hanno però la pretesa di stipulare dei regolari contratti. Il mercato immobiliare prende a scricchiolare. Non è l’unico. Anche il mercato digitale comincia a mostrare segni di sofferenza. Dopo tre settimane di clausura entro i confini cittadini, le Instagrammers baresi hanno ormai esaurito i due posti che si possono fotografare in città. Stanche di cercare nuove prospettive di Palazzo Mincuzzi o di svegliarsi all’alba per fotografare il mare, le imprenditrici digitali scendono in piazza al grido di “lasciateci andare a Polignano”. Ma è inutile.Con l’aumento dei malati il cordone sanitario intorno a Bari si fa sempre più stretto. Impossibile uscire. Inoltre, per non spaventare i turisti, Polignano decide di trasferirsi in provincia di Brindisi. Qualche chilometro più in là, in mancanza di villeggianti baresi, a Rosamarina tornano i tedeschi.

QUARTA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
La tragedia vera e propria. L’afflusso di pomodori dalle aree rurali, sempre più debole nelle settimane precedenti, si interrompe. In città, non ci sono più pomodori. La focaccia barese diventa focaccia genovese. Accanto ai morti per il virus, si registrano i primi suicidi.

SECONDO MESE DI ISOLAMENTO
In giro, si vede sempre meno gente. I baresi sono esausti. Non picchiano più gli autisti dei bus né i medici del Pronto Soccorso. Non ne hanno più voglia. Nessuno dice più all’altro “tu stai bene” o “beato a te”. I panzerotti vengono fatti solo al forno per risparmiare l’olio.
Il Salento approfitta della situazione per costituirsi regione a sé stante.

TERZO MESE DI ISOLAMENTO
La consueta festa patronale non si svolge. Per compensare l’assenza dei fuochi d’artificio, i baresi incendiano di nuovo il Petruzzelli.

QUARTO MESE DI ISOLAMENTO
La procura chiude le indagini. Il virus esisteva veramente. Ci si deve di nuovo lavare le mani più volte al giorno.

QUINTO MESE DI ISOLAMENTO
Al comune viene eletto un sindaco della Lega con il 73% delle preferenze.

SESTO MESE DI ISOLAMENTO
L’epidemia viene dichiarata sotto controllo. Le porte della città vengono riaperte ma la città è irriconoscibile. Con la popolazione decimata, le strade sono deserte e si trova parcheggio al Chiringuito. I posteggiatori abusivi, per compensare la minore domanda, richiedono un minimo di due euro a sosta. All’università, parecchi docenti hanno perso i loro parenti e sono costretti ad assumere sconosciuti. Il Ministero dell’Interno calcola le perdite umane nell’ordine di 150.000 persone. Questo trasforma Bari nella città con il più alto indice di ristoranti giapponesi per abitante al mondo: ci sono tre ristoranti di sushi all you can eat per ogni abitante. I prezzi, di conseguenza, crollano. Qualche barese, mentre si strafoca di roll a buon mercato, pensa che in fondo ne sia valsa la pena.

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Una storia vera

L’inizio, per finta.
Se questa non fosse una storia vera, avrebbe un inizio paradossale, chiaramente irrealistico. Del tipo:

Sono in una stanza piena di gente, una trentina di persone. Io sono in piedi su un piccolo palco, loro sono seduti di fronte, disposti su cinque file di sedie di plastica bianca.
Io dico:
«Mi chiamo Renato e sono un opinionista».
Loro rispondono, in coro: «Ciao, Renato».
Io dico: «Non esprimo un’opinione da quattro mesi, due settimane, e tre giorni».
Loro applaudono.
Do un sorso al bicchiere d’acqua che si trova sul tavolino di fianco. Poi riprendo a parlare.
«Per anni, il mio primo pensiero dopo essermi alzato era accendere il cellulare e scoprire qual era il fatto del giorno. A volte era facile scoprirlo: era quello di cui tutti stavano parlando. Altre volte era più difficile: era quello di cui tutti avrebbero parlato. In ogni caso, l’obiettivo era lo stesso. Dovevo formarmi un’opinione a riguardo. Non appena me l’ero formata, la condividevo con tutti. Se non riuscivo a formarmi un’opinione giusta a riguardo – perché il fatto del giorno era troppo complesso o controverso – esprimevo un’opinione su quelli che avevano espresso un’opinione sbagliata. E la condividevo. Sono andato avanti così a lungo. Ho condiviso di tutto. Opinioni su amore, amicizia, società, cultura, politica, sport, economia… Tutto. Finché, un giorno, mi sono alzato e non ce l’ho fatta più. Ero stanco, così stanco. Era come se la debolezza si fosse mescolata alla noia per dare vita a un nuovo malessere. Tutto era troppo. O troppo poco. Non lo so. Fatto sta che non ce la facevo più. E non lo faccio più. Ogni tanto, lo ammetto mi manca. L’altro giorno, per esempio, tutti stavano parlando di come il libro di Giulia De Lellis e il film di Chiara Ferragni fossero i sintomi del degrado socio-culturale-politico del paese, tutti dicevano ma se la gente compra questi libri e vede questi film, è inutile votare, è inutile, dobbiamo scappare e basta. Allora io ho sentito dentro di me quello stimolo che ho sentito per anni, mattina dopo mattina, giorno dopo giorno. Ero pronto. Lo stavo per fare. Stavo per condividere la mia opinione a riguardo. Ma mi sono fermato giusto in tempo. Ho buttato il cellulare sulla poltrona, ho aperto il frigo e mi sono fatto una birra. Dopo, mi era passata la voglia. Ma ho avuto paura di ricascarci».
Ho gli occhi lucidi. Sono provato ma soddisfatto. Ringrazio i presenti per avermi ascoltato. Loro mi ringraziano per non aver condiviso. Sorridiamo tutti. Ormai ci conosciamo abbastanza. Ci riuniamo qui, in questa sala, ogni martedì sera. Siamo gli opinionisti anonimi.

Ecco, se questa non fosse una storia vera, ciò che avete appena letto potrebbe essere un inizio adeguato. Ma questa, nel caso non si fosse capito, è una storia vera. Continua a leggere

Elegia scritta in un cimitero di campagna un po’ strano ma molto istruttivo

Triggiano è un comune in provincia di Bari, un piccolo agglomerato di case e negozi che soddisfano bisogni ed esigenze di circa ventisettemila persone. Non ci sono molte cose da vedere a Triggiano e del resto, a dirla tutta, non ci sono molte cose da vedere nemmeno a Bari. Ma se per caso vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano e avete tempo da perdere – e siamo onesti: se vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano è probabile che tempo da perdere ce l’abbiate – , una cosa da vedere forse c’è. E forse oggi è proprio il giorno più giusto per farlo. Continua a leggere