I concorsi pubblici

Il pregiudizio senza l’orgoglio
È una verità universalmente riconosciuta che un meridionale sprovvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di un posto pubblico. Naturalmente ciò non avviene subito. Anche i meridionali, come tutti, hanno dei sogni quando sono giovani. E i sogni, anche quelli dei giovani meridionali, di solito non contemplano l’entrata nei ranghi della pubblica amministrazione. Eppure, quando la gioventù sta sfumando e i sogni sono belli che andati, ecco che questa verità universalmente riconosciuta viene a bussare alla porta. Quando accade? Dipende. Per alcuni accade relativamente presto, in quel periodo compreso tra la fine degli studi e la scoperta che gli studi finiti non servono a nulla. Per altri serve più tempo, e spesso qualche master o stage. Comunque sia, presto o tardi, accade.
A me accadde un pomeriggio di qualche mese fa. A voler essere precisi, nessuna verità bussò alla mia porta. Piuttosto mi chiamò al telefono. Risposi al terzo squillo. A parlare era una voce maschile, adulta e cordiale. Si presentò come «il signor Simone» e chiese subito conferma delle mie generalità. Mi domandò se mi chiamavo Renato, se ero laureato in Lettere, se avevo 32 anni, se ero di Bari. Risposi di sì. Il signor Simone mi chiese se ne ero sicuro.
«Certo che sì», risposi.
«Cioè lei mi conferma che ha 32 anni, è laureato in Lettere, ed è di Bari?»
«Sì».
«E non ha mai partecipato a un concorso pubblico?»
«No».
«Ne è sicuro?»
«Sì».
«Non mi sta prendendo in giro, vero?»
«Senta», dissi un po’ spazientito, «ma lei chi è?»
«Gliel’ho detto. Sono il signor Simone».
«Ho capito. Ma da me che vuole?»
Il signor Simone tacque per qualche secondo. Anche se era impossibile mi parve di vederlo sorridere. In effetti, quando riprese a parlare, il suo tono era diventato più dolce e affabile.
«Cosa voglio da lei?» disse. «Semplice. Voglio darle una speranza».
E riattaccò.
Una decina di minuti dopo il telefono squillò di nuovo. Stavolta però non era il signor Simone ma Marco, mio amico, mio coetaneo e conterraneo. Risposi e avevo l’intenzione di raccontargli quello strano episodio ma Marco fu più veloce di me.
«Ti devo dire una cosa» disse. E iniziò a parlare.
Più raccontava, meno credevo a ciò che stavo ascoltando. Anche lui aveva ricevuto una telefonata. Anche a lui era stato chiesto conto delle sue generalità. Anche a lui era stato chiesto se avesse mai fatto un concorso pubblico. Anche lui aveva risposto di no. Anche a lui avevano riattaccato. Gli dissi che era successo anche a me.
«Veramente?» mi chiese stupito.
«Uguale identico» risposi. «E scommetto che la persona al telefono si chiamava signor Simone».
«No, era una donna. La signora Maggioli».
«Maggioli. Mai sentita. Certo che è strano, eh».
«Aspetta, non ti ho detto tutto. Hai presente Luca, mio cugino?»
«Certo».
«È successo anche a lui».
Io, Marco e Luca ci incontrammo la sera stessa. Luca raccontò a me quello che aveva già raccontato al cugino. Anche a lui erano successe le stesse cose. L’unica differenza era la persona che gli aveva telefonato. Non era né il signor Simone, né la signora Maggioli. Era il signor Edises.
«Edises?» gli chiesi.
«Così ha detto».
«Forse era spagnolo?»
«Non saprei. Parlava italiano».
«Simone, Maggioli, Edises» ripeté Marco. «Nomi diversi ma identiche telefonate».
«Sì» echeggiò Luca.
«Che facciamo?» chiesi.
In quel momento squillarono i telefoni. Tutti e tre. Continua a leggere

Barihazard – 180 giorni dopo

In un universo parallelo, il coronavirus che ha colpitola Cina è davvero arrivato a Bari e ha cominciato a diffondersi. A quanto pare, il governo di quell’universo decise di isolare la città per evitare che l’epidemia si allargasse al territorio nazionale. Un cordone militare venne disposto lungo i suoi confini. Nessuno poteva entrare. Nessuno poteva uscire. Quello che segue è il resoconto pervenutoci dei giorni di isolamento. Che Dio abbia pietà di noi.

PRIMO GIORNO DI ISOLAMENTO
Sono diramate le regole basilari per prevenire il contagio: evitare luoghi affollati, lavarsi spesso le mani, prestare attenzione ai sintomi descritti. La cittadinanza, però, non sembra disposta a seguirle. Le autorità non sono sorprese. Da delle persone che hanno bisogno di essere obbligate a non farsi il bagno in mare quando in mare ci sono i liquami della fogna è lecito aspettarsi resistenza a tutto. Si impongono sanzioni pecuniarie. La gente inizia a lavarsi le mani.

PRIMA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
Non si evidenziano grossi disagi. Anzi, si registra persino qualche lato positivo. Non potendo uscire dalla città, i baresi che lavorano nel suo hinterland sono in vacanza giustificata e quindi pagata. Non dovendo accogliere i non baresi che lavorano a Bari, il traffico della città ne beneficia. Di conseguenza, molti baresi si godono un riposo retribuito in una città più tranquilla e possono così seguire con attenzione le notizie sulla crisi in corso. Il presidente della regione Michele Emiliano dice che risolverà la questione in pochi giorni, a patto che da Roma gli arrivino i fondi richiesti. Il sindaco Antonio Decaro invita i cittadini alla calma. I cittadini gli chiedono quando uscirà il bando delle case popolari e quando si ricorderà di Via Manzoni. A livello meno istituzionale, i giovani specializzandi del Policlinico inondano i social di post di Burioni mettendosi like a vicenda. I parenti dei pazienti del Policlinico raccontano le ore che hanno dovuto aspettare per essere visitati. Come detto, non si evidenziano grossi disagi.

SECONDA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
Le cose si complicano. La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica un’intervista a un impiegato cinquantenne, laureato in Scienze Politiche, che denuncia la verità della situazione: il virus, in realtà, non è mai esistito. È una replica della Xylella. La causa della malattia, infatti, è l’inquinamento. L’Unione Europea avrebbe fatto poi il resto approfittandone per attaccare l’Italia, il sud, e i suoi tesori.La teoria si diffonde. I magistrati aprono un’inchiesta e nel frattempo sospendono le minime misure di sicurezza: ci si può di nuovo recare nei locali e ci si può di nuovo lavare le mani una sola volta al giorno. Da questo momento, la diffusione del virus aumenta in maniera considerevole.

TERZA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
La situazione inizia a precipitare. Al 21 del mese le persone che hanno affittato le stanze agli studenti fuorisede, in assenza dei fuorisede che sono bloccati nelle rispettive città di provincia, non ricevono i loro affitti in nero. Sono così costretti a cercare altri inquilini alcuni dei quali hanno però la pretesa di stipulare dei regolari contratti. Il mercato immobiliare prende a scricchiolare. Non è l’unico. Anche il mercato digitale comincia a mostrare segni di sofferenza. Dopo tre settimane di clausura entro i confini cittadini, le Instagrammers baresi hanno ormai esaurito i due posti che si possono fotografare in città. Stanche di cercare nuove prospettive di Palazzo Mincuzzi o di svegliarsi all’alba per fotografare il mare, le imprenditrici digitali scendono in piazza al grido di “lasciateci andare a Polignano”. Ma è inutile.Con l’aumento dei malati il cordone sanitario intorno a Bari si fa sempre più stretto. Impossibile uscire. Inoltre, per non spaventare i turisti, Polignano decide di trasferirsi in provincia di Brindisi. Qualche chilometro più in là, in mancanza di villeggianti baresi, a Rosamarina tornano i tedeschi.

QUARTA SETTIMANA DI ISOLAMENTO
La tragedia vera e propria. L’afflusso di pomodori dalle aree rurali, sempre più debole nelle settimane precedenti, si interrompe. In città, non ci sono più pomodori. La focaccia barese diventa focaccia genovese. Accanto ai morti per il virus, si registrano i primi suicidi.

SECONDO MESE DI ISOLAMENTO
In giro, si vede sempre meno gente. I baresi sono esausti. Non picchiano più gli autisti dei bus né i medici del Pronto Soccorso. Non ne hanno più voglia. Nessuno dice più all’altro “tu stai bene” o “beato a te”. I panzerotti vengono fatti solo al forno per risparmiare l’olio.
Il Salento approfitta della situazione per costituirsi regione a sé stante.

TERZO MESE DI ISOLAMENTO
La consueta festa patronale non si svolge. Per compensare l’assenza dei fuochi d’artificio, i baresi incendiano di nuovo il Petruzzelli.

QUARTO MESE DI ISOLAMENTO
La procura chiude le indagini. Il virus esisteva veramente. Ci si deve di nuovo lavare le mani più volte al giorno.

QUINTO MESE DI ISOLAMENTO
Al comune viene eletto un sindaco della Lega con il 73% delle preferenze.

SESTO MESE DI ISOLAMENTO
L’epidemia viene dichiarata sotto controllo. Le porte della città vengono riaperte ma la città è irriconoscibile. Con la popolazione decimata, le strade sono deserte e si trova parcheggio al Chiringuito. I posteggiatori abusivi, per compensare la minore domanda, richiedono un minimo di due euro a sosta. All’università, parecchi docenti hanno perso i loro parenti e sono costretti ad assumere sconosciuti. Il Ministero dell’Interno calcola le perdite umane nell’ordine di 150.000 persone. Questo trasforma Bari nella città con il più alto indice di ristoranti giapponesi per abitante al mondo: ci sono tre ristoranti di sushi all you can eat per ogni abitante. I prezzi, di conseguenza, crollano. Qualche barese, mentre si strafoca di roll a buon mercato, pensa che in fondo ne sia valsa la pena.

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Una storia vera

L’inizio, per finta.
Se questa non fosse una storia vera, avrebbe un inizio paradossale, chiaramente irrealistico. Del tipo:

Sono in una stanza piena di gente, una trentina di persone. Io sono in piedi su un piccolo palco, loro sono seduti di fronte, disposti su cinque file di sedie di plastica bianca.
Io dico:
«Mi chiamo Renato e sono un opinionista».
Loro rispondono, in coro: «Ciao, Renato».
Io dico: «Non esprimo un’opinione da quattro mesi, due settimane, e tre giorni».
Loro applaudono.
Do un sorso al bicchiere d’acqua che si trova sul tavolino di fianco. Poi riprendo a parlare.
«Per anni, il mio primo pensiero dopo essermi alzato era accendere il cellulare e scoprire qual era il fatto del giorno. A volte era facile scoprirlo: era quello di cui tutti stavano parlando. Altre volte era più difficile: era quello di cui tutti avrebbero parlato. In ogni caso, l’obiettivo era lo stesso. Dovevo formarmi un’opinione a riguardo. Non appena me l’ero formata, la condividevo con tutti. Se non riuscivo a formarmi un’opinione giusta a riguardo – perché il fatto del giorno era troppo complesso o controverso – esprimevo un’opinione su quelli che avevano espresso un’opinione sbagliata. E la condividevo. Sono andato avanti così a lungo. Ho condiviso di tutto. Opinioni su amore, amicizia, società, cultura, politica, sport, economia… Tutto. Finché, un giorno, mi sono alzato e non ce l’ho fatta più. Ero stanco, così stanco. Era come se la debolezza si fosse mescolata alla noia per dare vita a un nuovo malessere. Tutto era troppo. O troppo poco. Non lo so. Fatto sta che non ce la facevo più. E non lo faccio più. Ogni tanto, lo ammetto mi manca. L’altro giorno, per esempio, tutti stavano parlando di come il libro di Giulia De Lellis e il film di Chiara Ferragni fossero i sintomi del degrado socio-culturale-politico del paese, tutti dicevano ma se la gente compra questi libri e vede questi film, è inutile votare, è inutile, dobbiamo scappare e basta. Allora io ho sentito dentro di me quello stimolo che ho sentito per anni, mattina dopo mattina, giorno dopo giorno. Ero pronto. Lo stavo per fare. Stavo per condividere la mia opinione a riguardo. Ma mi sono fermato giusto in tempo. Ho buttato il cellulare sulla poltrona, ho aperto il frigo e mi sono fatto una birra. Dopo, mi era passata la voglia. Ma ho avuto paura di ricascarci».
Ho gli occhi lucidi. Sono provato ma soddisfatto. Ringrazio i presenti per avermi ascoltato. Loro mi ringraziano per non aver condiviso. Sorridiamo tutti. Ormai ci conosciamo abbastanza. Ci riuniamo qui, in questa sala, ogni martedì sera. Siamo gli opinionisti anonimi.

Ecco, se questa non fosse una storia vera, ciò che avete appena letto potrebbe essere un inizio adeguato. Ma questa, nel caso non si fosse capito, è una storia vera. Continua a leggere

Elegia scritta in un cimitero di campagna un po’ strano ma molto istruttivo

Triggiano è un comune in provincia di Bari, un piccolo agglomerato di case e negozi che soddisfano bisogni ed esigenze di circa ventisettemila persone. Non ci sono molte cose da vedere a Triggiano e del resto, a dirla tutta, non ci sono molte cose da vedere nemmeno a Bari. Ma se per caso vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano e avete tempo da perdere – e siamo onesti: se vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano è probabile che tempo da perdere ce l’abbiate – , una cosa da vedere forse c’è. E forse oggi è proprio il giorno più giusto per farlo. Continua a leggere

Il credito di cittadinanza

Mi recai al Centro per l’Impiego in una fredda mattina di metà novembre. Mi ero svegliato abbastanza presto, più tardi dei panettieri e dei giornalai ma prima dei commessi e dei funzionari di segreteria. Volevo arrivare il prima possibile e sbrigarmi il prima possibile.
Uscendo di casa, per le strade, trovai già movimento. Un gruppetto di studenti in ritardo, o forse più semplicemente intenzionati ad entrare alla seconda ora, stazionava all’angolo bloccando il marciapiede. Alla mia vista si aprirono quel tanto che bastava a consentirmi il passaggio. Li attraversai senza guardarli e loro continuarono a parlare senza preoccuparsi delle mie orecchie in transito. Non ricordo nulla di quello che stavano dicendo ma se riesco a immaginarlo non ho grossi rimpianti. Continua a leggere

Trentuno consigli ai maturandi da parte di un trentunenne

Dal momento che si è giovani una volta sola, sarebbe bello poter non perdere tempo – estivo, peraltro – con sciocchezze e scocciature quali gli esami di maturità. Purtroppo, però, non è possibile. Gli esami, che siano di stato o del sangue, si devono fare se si vuole sapere di che pasta si è fatti e avere un pezzo di carta che lo certifichi (nel bene e nel male). Per rendere allora più semplice l’inevitabile, ecco un piccolo aiuto da parte di chi ci è già passato. Si tratta di trentuno agili consigli rivolti ai maturandi e scritti da un maturato. Se siete ancora così giovani vi converrebbe davvero seguirli. Ma se siete davvero ancora così giovani so bene che non li seguirete mai. Continua a leggere

Tre sistemi per sbarazzarsi del rancore sociale (senza però risparmiare sé stessi)

L’inutile inizio

Sono seduto sul lettino, ho la maglietta sollevata, la schiena nuda. Sento il freddo metallico dello stetoscopio appoggiarsi tra le scapole. La voce del medico mi ordina di tossire. E io tossisco.
Sono steso sul lettino, ho ancora la maglietta sollevata, il petto nudo. Sento i guanti in lattice premere qua e là sullo stomaco. La voce del medico mi chiede se sento dolore. Rispondo di no.
È passata circa mezz’ora da quando sono entrato nello studio e il medico, mio amico, decide che è abbastanza.
«Cuore, respirazione, pressione: è tutto in ordine» mi dice. «Stai bene» conclude, e sorride mentre con la coda dell’occhio guarda la porta chiusa alla mia destra.
Ho sempre pensato che il desiderio inconfessato dei medici sia una botola che si apre sotto i piedi del paziente non appena gli viene comunicata la diagnosi e l’eventuale terapia. Siccome però non possono realizzarlo, almeno non finché esiste la democrazia, si accontentano di sorridere e indicare con lo sguardo l’unica via di uscita a disposizione: la porta, per l’appunto. Tuttavia, per loro sfortuna, la strada verso una porta, a differenza di quella che scorre lungo una botola, è lastricata di cattive intenzioni e pessime domande.
«Ma tu sei sicuro che io sto bene?» gli chiedo mettendo il primo passo.
«Ti dico di sì» mi risponde mettendo il secondo.
«E se fosse qualcosa di autoimmune?» insisto, e mi fermo.
«No» dice lui e non si ferma.
«Magari un’allergia?»
«No» e continua a camminare.
«Qualcosa a livello neurologico?»
A questo punto il mio amico si ferma. Ma ha già la mano sul pomello.
«Ecco» dice. «Non neurologico ma mentale. Magari non è che non stai bene. È che pensi di non stare bene».
«Sono pazzo?»
«Che parolone. No, non dico quello. Però potresti parlarne con qualcuno».
«Mi vuoi mandare da uno strizzacervelli?»
«No, ti voglio mandare lontano da qui» e mi apre la porta.
Annuisco e m’incammino sconfitto per il corridoio. Sento la porta richiudersi alle mie spalle, il suo vetro smerigliato vibrare leggermente. Ma non passano nemmeno dieci secondi che la sento riaprirsi. Mi volto e vedo il medico, mio amico, che si sporge e mi dice:
«Poi ti mando il numero di uno bravo».
Sul momento, pensavo scherzasse. Che fosse una battuta fatta all’ultimo momento per smorzare la potenziale antipatia precedente. E invece, poi, l’ha fatto per davvero. Mi ha mandato il numero di uno, secondo la sua opinione, bravo. Prova a parlarci, mi ha scritto. Gli psicologi sono gli astrologi della salute. Anche se non ci credi, una lettura all’oroscopo non può farti male.
E così, per non farmi male, ci sono andato. Continua a leggere

Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea. Continua a leggere

Come scomparire completamente

­Da un paio di settimane a questa parte frequento un corso pomeridiano all’università. A seguirlo siamo solo in due, io e una ragazza un po’ più giovane di me. È bruna, bassina, e sembra intelligente anche se non ne ho la certezza assoluta: abbiamo scambiato solo qualche parola. Dal momento che siamo solo in due, in tre se si conta anche il docente, per le lezioni non occupiamo alcuna aula. Non avrebbe senso. Ci riuniamo invece nello studio del professore, un ufficio male illuminato che condivide con altri due colleghi, per fortuna assenti durante le nostre ore. Il corso che seguo si chiama Sociologia della Scomparsa.
Il primo giorno, il professore, un uomo allampanato sulla tarda quarantina, ci ha guardato incuriosito e ci ha detto che non si aspettava una folla del genere. L’altro anno, ha aggiunto, non s’era presentato nessuno. Ci ha scortato nel suo ufficio e ci ha fatto accomodare su due sedie poste di fronte la scrivania. Poi ha fatto il giro del tavolo e si è seduto. E ha iniziato a parlare. Continua a leggere

Gli anni dell’università dopo l’università: due passi nella gaia scienza

La vita illusa

Tutte le lauree, ad eccezione – forse – di medicina, sono perseguitate dai fantasmi delle lauree che avrebbero potuto essere. Una laurea in Lettere si alza la mattina e, davanti allo specchio del bagno, si chiede come sarebbe stato il mondo se fosse stata invece una laurea in Ingegneria Informatica. All’ora di pranzo, una laurea in Giurisprudenza si siede con in mano un panino e, mescolando saliva e fantasia, pensa che sarebbe potuta facilmente essere una laurea in Economia. A notte inoltrata, una laurea in Psicologia s’infila nel letto, e con gli occhi aperti sul soffitto, s’immagina una vita in cui è una laurea in Veterinaria.
Tutte le lauree si trascinano dietro questi fantasmi. O meglio. Tutte le persone laureate. E ciascuna si comporta diversamente. C’è chi li sconfigge sbattendo loro in faccia il successo della scelta compiuta. C’è chi ci convive cedendo al fatalismo del tempo che passa e non può ritornare. Altri ancora, invece, li ignorano, spengono le connessioni neurali responsabili del “se solo avessi” e del “chissà cosa sarebbe successo”, e vanno avanti dimenticandosi di aver mai fatto una scelta. E infine, ci sono anche altri, pochi, che decidono di affrontarli apertamente questi fantasmi, pur sapendo di non aver alcuna speranza di vittoria. Sono i masochisti in cerca di un passato migliore, sono i sadici spettatori di un’esistenza possibile, sono io che mi faccio accompagnare da un Fisico alla scoperta del Campus di Bari, in una mattina invernale che in una buona parte d’Europa sarebbe considerata primaverile. Continua a leggere