Gli Indifferenti del sabato sera

«Dammi risposte precise, please»
Mancano sette minuti scarsi alle 19 ed è un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di digitare la sua richiesta dopo un botta e risposta durato cinque o sei messaggi non ben identificati. Tira su con il naso e aspetta che il suo interlocutore digitale lo visualizzi. È in piedi, con il cellulare nella mano sinistra e la mano destra appoggiata sull’anca, e già sente tre vertebre sacrali su cinque che gl’implorano di sedersi. Non è incazzato, quello no. Ma non si può nemmeno dire che si stia godendo quella conversazione, quel suo pre-serata e quella sua vita là. Tutte cose che sarebbero già abbastanza complesse e pregne di dolore senza bisogno che il suo amico dall’altra parte dello schermo ci mettesse del suo. Anche se qui, ad essere onesti, il problema è esattamente l’opposto. Il suo amico non ci mette del suo. Non ci mette proprio niente. E non gliene si può neanche fare una colpa. Vent’otto anni fa, mentre il materiale genetico della madre e quello del padre giocavano a mescolarsi, fu la cieca volontà del caso a conficcargli nel bel mezzo del DNA il maledetto e inestirpabile gene dell’Indifferenza del Sabato Sera. E da quel momento in poi, avere risposte precise fu impossibile.

«Dammi risposte precise, please»
Mancano quattro minuti scarsi alle 19 ed è ancora un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di leggere la richiesta dell’amico e sbuffa. Gliel’ha già detta la sua risposta. L’ha appena scritta, per la miseria. E adesso, dopo soli tre minuti, gli si chiede di darne un’altra, ma non un’altra qualsiasi bensì una risposta precisa. Che, oddio, sarebbe pure fattibile, che sarebbe pure possibile – e lui in fondo in fondo lo sa – ma con il determinismo biologico non ci sono margini di trattativa. Così, riprende in mano il suo iPhone e non può fare a meno di digitare nuovamente la combinazione di parole che è croce (altrui) e delizia (personale) degli Indifferenti di tutto il globo. Il loro grido di non-battaglia.
«Te l’ho già detto. Per me è uguale»
Per me è uguale.
E per lui lo è davvero, sempre e da sempre. Aveva due anni o giù di lì e, subito dopo aver imparato a dire “mamma”, aveva già capito. Inutile affannarsi, inutile sbattersi. Non cambiava nulla. Il mondo era tutto uguale. “Cosa vuoi amore? La palla o il secchiello?”, gli domandava la mamma accovacciata sulla sabbia accanto a lui. E lui biascicava consonanti spezzate, vocali prolungate, suoni indistinti, ma il senso era chiaro. Il senso era quello: mamma, per me è uguale. E la mamma, col tempo, l’aveva capito. Ma più di vent’anni dopo il suo amico no, non l’avrebbe capito.

«Te l’ho già detto. Per me è uguale».
Cristo.
Ora sì. Ora un po’ incazzato lo è. Come fa ad essere uguale? Non lo è. Nulla è veramente uguale. E poi, la miseria, non gli aveva chiesto se preferisse andare alla pizzeria napoletana di via Putignani o a quella di via Piccinni. Due pizzerie napoletane non sono uguali – e lui lo sa, oh come lo sa – ma quello, forse, sarebbe riuscito a comprenderlo. Non ha il gusto, non ha il palato fino e non sa distinguere la pizza napoletana da una oltraggiosa doppia massa. Ci può stare. Non è bello ma ci può stare. Non capisce un cazzo di pizze e allora le pizzerie, per lui, sono tutte uguali. Ha senso. Ma lui non gli sta chiedendo di scegliere tra due pizzerie. Gli sta chiedendo altro.
«Come minchia fa ad essere uguale? Ti ho chiesto se per te è meglio andare a mangiare la carne a Sammichele con Luca e gli altri o aggiungersi al giapponese con Marco e gli amici. Carne o pesce. Devi avere una preferenza, cazzo»

«Devi avere una preferenza, cazzo»
Sono le 19 e 01 e lui una preferenza, cazzo, non ce l’ha. Carne o pesce. Sì, certo sono animali diversi e poi tra una braceria e un ristorante giapponese cambiano anche un sacco di altre cose. Cibo cotto o cibo crudo, camerieri italiani o camerieri orientali, vino della casa (ché sulla salsiccia ci azzecca sempre) o acqua della casa (ché l’all you can eat sta già sopra i venti euro di per sé). Cambia persino città. Fare quattro passi a Bari verso il sashimi o fare venti chilometri per Sammichele verso la zampina. E che dire poi della compagnia? Cambia pure quella. Cibo diverso, posto diverso, persone diverse. No, non è uguale da nessun punto di vista tranne il suo. E, in effetti, l’indifferenza del sabato sera non è una sindrome dotata di logica. È indifferente pure a quella. E allora lui mostra il sintomo successivo della malattia, quello che farà incazzare definitivamente il suo amico. La delega in bianco.
«No, ti assicuro. Per me è uguale. Scegliete voi»

«Scegliete voi».
La puttana miseria zoccola.
Devono sempre scegliere loro. Gli altri. Se Gramsci fosse vissuto abbastanza a lungo da organizzare i sabati sera della società capitalistica, allora sì che li avrebbe odiati per davvero gli indifferenti. E magari, a leggere Moravia, esistevano pure all’epoca. “Che facciamo stasera Vittorio? Andiamo in osteria a Frosinone o raggiungiamo Mario che va a ‘na specie di marcia su Roma?” – “Boh, per me è uguale. Fate voi”. E a furia di “per me è uguale fate voi” uno si ritrovava poi il fascismo al governo. Da allora era passato quasi un secolo, una guerra mondiale persa e due mondiali di calcio vinti ma si era punto e daccapo. Per me è uguale. Scegliete voi. No, non avrebbe ceduto. Non senza combattere almeno. Ora e sempre resistenza all’indifferenza.
«No, tu dimmi cosa vuoi fare. Scegli una cosa. Carne o giapponese. Poi vediamo che vogliono fare gli altri e si decide. Si chiama democrazia»

«Si chiama democrazia».
Che ansia. Adesso per far contento l’amico deve rendere infelice se stesso. Ma chi la vuole questa democrazia alla fine. Di sabato sera, poi. Si concentra e tenta di capire che vuole fare, cerca di trovare dentro il suo corpo un elemento chiarificatore, un segno
che gli dia un’indicazione. La carne l’ha mangiata il giorno prima a pranzo. Ma erano brasciole. Il giapponese. Da quanto non va al giapponese? Un mese. Sì, un mese più o meno. Ma gli onigiri gli si piazzano sullo stomaco, maledizione.
Adesso cammina nervosamente con l’iPhone in mano. Non risponde. Aspetta. Fa accumulare i secondi che diventano minuti. D’altra parte, il tempo è sempre stato un suo alleato: più passa e più gli altri sentono il peso della serata che fugge e prendono delle decisioni, delle decisioni al posto suo. Ed è bellissimo.
«Beh?»
Come volevasi dimostrare. Il display si è appena illuminato. Sono le 19 e 12 e l’amico sta avvertendo il bisogno di certezze. Ha bisogno di sapere, di avvertire, di organizzare, di prenotare, di scegliere il guardaroba adeguato. Ne ha bisogno. È un fottuto drogato di certezze. Le cose, per il suo amico, contano. Ma per lui, per lui che ora si siede con calma sul divano, le cose non contano. Le cose sono tutte uguali.
«Veramente, scegli tu. Va bene tutto»

«Veramente, scegli tu. Va bene tutto»
Andate tutti affanculo.
Non ce la fa più. È distrutto. Affranto dalla natura atrocemente illogica dell’universo. Sopraffatto dalla struggente e incolmabile differenza che separa le vite degli esseri umani. Non c’è speranza, non c’è comprensione, non c’è via d’uscita. E allora se va bene tutto, tanto vale che tutto vada bene. Con un raro sentimento di gentilezza verso se stesso, digita sulla tastiera virtuale la decisione che più gli aggrada in quel sabato pomeriggio che sta per diventare sera.
«Ok. Allora per me possiamo andare a mangiare la carne»

«Ok. Allora per me possiamo andare a mangiare la carne»
Legge, sorride ed espira, buttando finalmente fuori quel groppo di ansia e ossigeno che si teneva nel petto sin dall’inizio di questa conversazione. Ogni maledetto sabato sera. La gente non sa quanto può essere difficile non avere preferenze, quanto può essere faticoso non voler creare problemi. Ma adesso, finalmente, è finita.
«Per me va bene»

«Per me va bene»
Scuote la testa e poggia il cellulare sul tavolo. Guarda l’orologio a muro. Le 19 e 21. Se si fosse tenuto per sé tutti i minuti sprecati per far esprimere un’opinione alla gente avrebbe già finito di leggere Infinite Jest in inglese. Ma tant’è. Se non altro si è arrivati ad una scelta. Carne a Sammichele. C’è di peggio, pensa. Apre Spotify, mette su gli Arctic Monkeys e si mette a navigare spensierato sul web mentre la voce strafottente di Alex Turner gli ricorda l’adolescenza che non ha mai vissuto. Al primo ritornello dell’ottava canzone – Oh that boy’s a slag/The best you ever had – l’occhio gli cade sull’orario della barra degli strumenti. Le 20 e 17. Cazzo. Occorre iniziare a prepararsi. Ed è in quel momento che la musica e il senso di fretta gli fanno compiere l’errore che gli rovinerà definitivamente la serata. Prende il cellulare e, senza riflettere, scrive un messaggio:
«Come andiamo? Passo io o passi tu?»
E lo invia.

«Come andiamo? Passo io o passi tu?»
Sono le 20 e 18 di un sabato sera invernale e gli hanno fatto un’altra domanda. Un’altra domanda per cui ci vuole una risposta precisa. Incredibile. Come se fosse davvero possibile dare risposte precise. Non impareranno mai, pensa tra sé e sé mentre i suoi pollici compongono l’unica risposta sensata che gli pare si possa davvero comporre.
«Per me è uguale. Scegli tu»
E la invia.

Sono le 20 e 19 di un sabato sera invernale e due ragazzi abitano sullo stesso pianeta, nella stessa nazione e nella stessa città. Uno si è appena rinfilato il suo iPhone nella tasca dei jeans dopo aver mandato un messaggio. Riprende a guardare la tv, e cosa sta guardando di preciso non lo sa nemmeno perché tanto, per lui, è tutto uguale. L’altro ha appena letto un messaggio. È in piedi nel corridoio, con la mano destra sempre appoggiata sulle vertebre sacrali. E piange.

Gramsci

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga»

Quel che disse il mio amico

Le relazioni a distanza sono un po’ come gli incontri ravvicinati del terzo tipo: alcuni ci credono, molti non ci credono ma tutti, prima o poi, ne parlano. Da un punto di vista statistico, le relazioni a distanza possono appartenere a due grandi categorie: le relazioni che diventano a distanza e quelle che nascono a distanza.
Alla prima categoria appartengono tutte le storie  tipiche degli anni di crisi in cui stiamo vivendo. Lui & Lei che si mettono insieme a sedici anni e poi, tre anni dopo, Lei va a Milano alla Bocconi a studiare Giurisprudenza e lascia Lui a fare Economia in via Camillo Rosalba a Bari. Oppure Lui & Lei che si mettono insieme durante l’università e poi Lui trova lavoro a Zurigo e lascia Lei, a Potenza, che deve ancora dire a suo padre che ha un ragazzo. Insomma, nella prima categoria Lui e Lei stanno insieme nella stessa città ma poi uno dei due è costretto per vari motivi a trasferirsi altrove: la relazione non nasce a distanza ma diventa a distanza.
Alla seconda categoria appartengono invece tutte le storie che sono direttamente figlie della globalizzazione. Lui si mette con Lei durante l’Erasmus ma l’Erasmus dura sei mesi e poi Lui deve tornare a casa a dare gli esami seriamente. Lei si mette con Lui durante uno stage o un master a Londra ma poi la fortuna o la sfortuna la porta chissà dove. Insomma, nella seconda categoria, Lui e Lei si mettono insieme in un posto che è già distante dalla casa di uno o di entrambi: la relazione nasce già a distanza perché ha in potenza l’esito della distanza. Mi stai seguendo? Bene.
Ora, tecnicamente ci sarebbero anche altre due categorie. Quella delle relazioni virtuali in cui Lui e Lei si conoscono su Internet e là – e solo là – si frequentano ma questa non la consideriamo perché io appartengo alla scuola di pensiero per cui non c’è relazione senza penetrazione. L’altra categoria è invece più fisica ed è quella di chi va in vacanza da qualche parte in Grecia o in Croazia e, in sette giorni, trova il tempo di fidanzarsi con uno o una di Napoli che ha incontrato là. Comunque sia, anche questa categoria non la consideriamo perché nella maggior parte dei casi queste storie non superano il traghetto di ritorno e anche se sopravvivessero all’attracco, rientrerebbe nella seconda categoria: storie nate a distanza. Oltretutto, quale che sia la loro categoria di partenza, le relazioni a distanza diventano poi tutte alquanto simili dal momento che chiamano in causa gli stessi interrogativi: come si fa a stare insieme ad una persona che è lontana centinaia di km? Quante volte ci si deve vedere dal vivo per poter cambiare lo status sentimentale su Facebook? E quindi, in definitiva, è possibile avere una relazione a distanza? Inutile dirti che ognuno la pensa diversamente ma la verità è che le relazioni a distanza sono possibili ma non esistono.

Le cose che non possiamo condividere

«Non ho capito. Si può avere una relazione a distanza ma una relazione a distanza non esiste?»
«Esatto»
«Ma non senso!»
«Invece sì. Che le relazioni a distanza siano possibili è evidente. C’è gente che ce l’ha. Sono tantissimi. Sono dappertutto. Eppure, allo stesso tempo, non esistono perché una relazione a distanza non è una relazione»
«Senti, capisco che tu ci tenga molto all’equazione tra penetrazione e relazione ma…»
«No, no. Non sto parlando della frequenza del sesso che, pure, è importantissima. Sto parlando di ciò che fa una relazione. Delle cose su cui si basa. Delle cose che condividiamo»
«Guarda che se uno abita lontano non è detto che scompaia eh. Poi, che cazzo, è il ventunesimo secolo: c’è il telefono, c’è Whatsapp, c’è Skype, c’è Ryanair»
«Sì, d’accordo. Non mi riferisco a quello. È ovvio che oggi ci possiamo sentire e persino vedere ogni giorno a prescindere dalla distanza. E possiamo anche incontrarci ogni due settimane anche se viviamo a due nazioni di distanza. Sto parlando di altro. Ecco, cos’hai fatto prima con quella bottiglietta d’acqua?»
«Con questa?», domando guardando spaesato la bottiglietta d’acqua liscia che, secondo l’ultima pagina del menu, pagherò 1,5 euro.
«Sì, con quella. Prima di aprirla. Stavamo parlando e tu, ancora sigillata, l’hai rovesciata»
«Ah sì, lo faccio sempre per…»
«Perché sei cresciuto con i casi di avvelenamento di Acquabomber e controlli sempre se il tappo è integro e non perde acqua per via di qualche foro»
«Sì», ammetto un po’ scocciato. «Mi è rimasto il tic. Oh e poi è meglio essere sicuri. Bere candeggina nell’acqua San Benedetto sarebbe una morte da stronzi»
«Indubbiamente. Ma non era quello il punto. Il punto è che questa cosa che tu fai io la conosco perché ti frequento abitualmente. Non c’è Whatsapp o Skype che avrebbe potuto dirmela o farmela conoscere».
«Ma questa cosa è una cazzata!»
«Sì ma le relazioni si basano esattamente sulle cazzate. Sul sapere se lei porta i fazzoletti nella sua borsa, se parla a bocca piena, se fa finire le canzoni in auto o se passa alla successiva subito dopo il primo ritornello. Obiettivamente, sono tutte cazzate. Ma sono quelle che fanno la differenza tra conoscere una persona e averci una relazione. Metti che conosci una, vi piacete e finite a letto insieme».
«Come si chiama il film?»
«Aspè, segui il mio ragionamento. Vi vedete il giorno dopo, poi il giorno ancora dopo e magari il sabato sera andate in pizzeria ed è là che tu scopri che lei ordina la pizza wurstel e patatine e che lascia pure i bordi della pizza. Non penseresti una cosa del tipo “Cristo santo, come ho fatto a leccarla ad una che ordina la pizza wurstel e patatine e che lascia i bordi?”»
«Non con quelle parole ma sì, una cosa del genere»
«Ecco, per esempio, quella è una cazzata importante ed è una cazzata che puoi imparare solo sul campo. Non a distanza. Conoscere una persona, andarci a letto, mettersi insieme: quello è solo l’inizio. Poi ci sono le cazzate da conoscere e se te le perdi, non hai una relazione. Le persone che hanno una relazione a distanza le perdono di continuo, perdono di continuo quelle cose che fanno una relazione. Ergo non hanno una relazione»
«Ok, un momento. Quel che dici ha senso, più o meno. Ma ascolta: se io per tot anni ho avuto una relazione, una relazione vera (come diresti tu), e poi mi devo trasferire…»
«Stai parlando della prima categoria?»
«Sì, delle relazioni che diventano a distanza. Ecco, in quel caso, io la persona la conosco già. L’ho conosciuta col tempo e sul campo, per davvero. Se la relazione diventa a distanza non è che quelle cose, le cazzate come diresti tu, me le scordo»
«Ma non le puoi più vivere. E nel frattaempo ognuno va avanti da solo. E infatti quando una coppia in una relazione a distanza si rivede dal vivo è come se dovesse recuperare le puntate precedenti: “Oh, hai iniziato a portare le camicie?”, “Ma Luca non esce più con voi?”, “Ah, ha chiuso la Taverna? Di nuovo?”, “Hai comprato l’ultimo album dei Coldplay? Da quando ascolti i Coldplay? E da quando compri gli album?” E così via. Di giorno in giorno si perde la quotidianità, si diventa estranei un passetto alla volta. Quando si ha una relazione a distanza è come se ci si lasciasse a dosi omeopatiche».
«Dio santo! Stando al tuo ragionamento tutte le coppie che vivono una relazione a distanza dovrebbero lasciarsi. E invece non succede»
«È vero. Ma quello accade perché nella maggior parte dei casi diventano dei Falsi Positivi».
«Falsi Positivi?»
«Sì, i falsi positivi sono nella scienza statistica quei risultati che falsano per errore l’ipotesi di un test. Fai il test di gravidanza, risulti incinta, ma non sei incinta: era un falso positivo. E così nelle relazioni a distanza: risulti fidanzato ma non sei fidanzato. Nelle relazioni a distanza però i falsi positivi sono anche dei falsi positivi nel vero senso della parola. Sono cioè quelle coppie che vivono positivamente la distanza senza accorgersi di quanto sia falsa la loro positività. Sono quelli che abitano lontano, si vedono ogni tot settimane o mesi e per quel weekend o per quella settimana che stanno realmente insieme va tutto alla grande. E grazie. Non hai letteralmente tempo perché le cose possano andare male. Ti vedi dopo un sacco, hai a disposizione poco e che fai? Semplice, vivi positivamente. Scopi, vai a cinema, vai a cena, scopi di nuovo, le dici “ti amo”, fai la valigia, la baci, e “ti amo” ancora. Non può andare male in quei giorni. È nel resto del tempo, quando non succede nulla, che va male anche se non se lo si vuole ammettere»

Le cose che dobbiamo condividere

C’è un attimo di pausa. Il mio amico s’infila un’oliva in bocca, io sorseggio un po’ d’acqua dalla mia bottiglietta che son sicuro nessuno ha manipolato. Poi riprendo.
«Ma allora?»
«Allora niente. A seconda della forza si sopravvive. C’è chi diventa un Falso Positivo, c’è chi diventa un Falso e basta vivendo male la sua non relazione, c’è chi resiste contando i giorni e i centimetri che li separano e c’è chi dopo un po’ si lascia»
«Sei un po’ drastico, che cazzo»
«Tu dici? Beh, che ne pensi di Miriam?»
«Miriam chi? La tua ragazza?»
«Sì. Che ne pensi? È bella?»
Le domande che non ti aspetti sono spesso e volentieri quelle che non vorresti aspettarti.
«Ma…eh…che intendi?»
«Tipo è bella o no? Ti piace? Su una scala da 0 a 10 quanto le daresti?»
«Mah, non…non lo so»
«Vabbè, il solito vigliacco. Ma io non lo so per davvero»
Un secondo di sorpresa.
«In che senso?»
«Nel senso che non so se la mia ragazza sia bella o no. O meglio non lo so più dire. Non lo so più dire perché ogni volta che la vedo mi vengono in mente tutte le cose che abbiamo condiviso. Le pizze mangiate con tutti i bordi, i film che le ho fatto vedere e le hanno fatto schifo, le canzoni che mi ha passato e che ho adorato, insomma tutte ‘ste frociate che solo a dirle mi vergogno. E se penso a queste cose non riesco più ad essere obiettivo: non vedo più una ragazza bella, brutta o così così, vedo la ragazza con cui ho fatto tutte quelle cose e lei mi piace. Mi piace e basta. Ecco, la verità è che se io non riuscissi a vedere tutte le cose che abbiamo condiviso e soprattutto se non riuscissi a vedere le cose che condivideremo, io non ci potrei stare insieme. E queste cose le puoi vedere solo se puoi vedere lei, se la puoi vedere veramente e continuamente»
Un’altra oliva per lui, un altro sorso d’acqua non avvelenato per me.
«Discorsone eh», constato sorridendo.
Fa spallucce e risponde con l’oliva che ancora si rigira in bocca.
«Sai quando dicono che siamo fatti per poche persone? Cazzate. Non siamo fatti per poche persone»
Sputa il nocciolo.
«Siamo fatti per pochi chilometri»

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Epilogo: la prosa del mondo

«Oh, ha risposto la tipa di Tinder»
«Eh? Come la tipa di Tinder?»
«Sì, una tipa. Capelli rossi. Tra l’altro abita pure vicino casa. Guarda un po’ le foto, non è brutta eh?»
(No, non è affatto brutta)
«Beh, certo», prosegue, «bisogna sempre vedere dal vivo che non puoi mai sap…»
«No, aspetta. Ma come Tinder? E Miriam? Dopo tutto quello che hai detto»
«Ah sì. Miriam è a Lecce dai nonni fino a lunedì»
«E allora?»
«E allora oltre i quaranta chilometri non è tradimento»

Le strade di Bari

A volte mi chiedo se qualcuno ha mai pensato di fare causa alla città di Bari per i danni che provoca al senso dell’orientamento dei suoi cittadini. Non so, magari una class action, una querela o qualcosa di simile. In fondo, quelle strade tutte così diritte e perpendicolari tra loro costituiscono un vero e proprio attentato alla capacità della gente di concentrarsi e le impediscono di sviluppare l’abilità di muoversi in spazi organizzati diversamente. Ci sarebbero quindi danni morali e materiali da considerare e chissà, magari un domani potrebbe essere un’idea per guadagnare un po’ di soldi.
In effetti, a Bari, una volta che superi la ferrovia e ti dirigi verso il centro, non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Anzi, a dirla tutta, non hai nemmeno bisogno di sapere esattamente dove stai andando. È sufficiente camminare. Cammini e pensi ad altro – alla cena, al declino del gusto nell’abbigliamento femminile degli ultimi anni, a cosa c’è dopo la morte – finché ad un certo punto ti fermi. Ti fermi, ti guardi intorno e rapidamente capisci in che punto di quella specie di scacchiera che è Bari ti trovi. Poi, a seconda della tua meta finale o della persona che vuoi o non vuoi incontrare, giri a sinistra, poi a destra, poi diritto e in qualche modo arrivi. Certo, ti muovi un po’ come il serpente di Snake, quel giochino che si trovava nei cellulari quando erano ancora grandi come cellulari, ma arrivi sempre. A Bari arrivi sempre. E questa è una bella cosa. Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri.

«Leggi un po’ qua», mi fa un amico passandomi il suo LG.
Un grande classico. Quando sei seduto allo stesso tavolo con una persona e non hai nulla da dirle, non c’è niente di meglio che parlare di un’altra persona che a quello stesso tavolo non c’è.
«Fai vedere», dico.
Inizio dunque a scorrere una conversazione Whatsapp che il mio amico ha intrattenuto la sera prima con una ragazza che conosco.
«Allora che ne pensi?»
«Penso che non riesco a capire perché hai sentito il pressante bisogno di rinunciare al carattere di scrittura predefinito per adoperare un font che sembra uscito dalla mano e dalla mente di un bambino delle elementari affetto da dislessia».
(In effetti, ammetto di non aver mai compreso il fascino esercitato dalle lettere tondeggianti e non diritte).
«Trimone, intendo che ne pensi della conversazione?»
«Non saprei. La conosco abbastanza bene da conoscere il suo nome ma non così bene da riconoscere le sue intenzioni attraverso delle parole e delle emoji»
«No, non intendo nemmeno quello», dice il mio amico e, facendo segno con la mano, aggiunge: «guarda bene la fine».
«Mmm, vediamo, tu scrivi “Ahah, si ti capisco. È successa pure a me una cosa simile”».
«Ecco, esatto».
«Beh e allora? Cosa c’è che non va? A parte il fatto che “sì” affermazione si scrive con l’accento, ovviamente».
Il mio amico inspira sconsolato e decide di ignorare la mia pedanteria grammaticale:
«La sua risposta. Ecco cosa non va».
«La sua risposta. Ma se non ha…».
E in quel momento capisco. Il mio amico è un’altra, l’ennesima, vittima dello spietato galateo dell’epoca digitale. Un’epoca in cui, essendo le conversazioni a distanza, si può scomparire nel nulla senza gli inconvenienti tipici dei contatti umani primari. Prima, quando le conversazioni le facevi in piazza Mercantile, non potevi dileguarti senza adoperare preavvisi di sorta: “guarda, ora devo scappare”, “ho l’auto in doppia fila”, “magari ci prendiamo un caffè la prossima settimana”. Un po’ meno prima, quando le conversazioni le facevi sì al telefono ma a viva voce, non potevi sparire senza adeguate motivazioni: “mi stanno chiamando”, “serve il telefono”, “ti richiamo più tardi”. Oggi, invece, se stai chattando con una persona puoi tranquillamente smettere di rispondere all’improvviso. Il che equivale a chiudere il telefono in faccia mentre dall’altro capo della cornetta ti stanno raccontando la loro giornata o a scappare a perdifiato lungo Corso Cavour al primo momento di disattenzione del tuo interlocutore.
Ma il 21° secolo non può averci reso più maleducati. Non avrebbe senso. Tutt’al più, ci ha reso più disponibili in ogni momento. Anche in quelli in cui non siamo disponibili.
«Ho capito», gli dico.
«Ecco. Stavamo parlando. Ma bene eh. Niente di serio o di polemico. E poi poff! Lei scompare nel nulla».
«Ho capito», riprendo. «Tu non credi alle vite degli altri».
Il mio amico mi guarda strano.
«Eh? Che cazzo sono?»
«È una teoria che postula l’esistenza di una vita anche per gli altri. La vita degli altri sostiene che così come noi siamo continuamente alle prese con gioie, dolori, impegni, imprevisti, malanni di salute e citofonate di quelli che devono lasciare i volantini di Mediaworld, anche gli altri sperimentano le nostre stesse situazioni».
«Non ti sto seguendo».
«Allora, diciamo che tu e lei stavate parlando. Vi eravate dati appuntamento? Del tipo “oggi chattiamo dalle 23:45 alle 01:15?”»
«Ovviamente no!»
«Perfetto. Tu l’hai contattata. Così. Senza preavviso. Che è come presentarsi sotto casa sua alle 23:45 e dirle “scendi? Così parliamo un po’?”»
«Ma non è la stessa cosa!»
«Infatti. È il bello della tecnologia. Possiamo sentire tutti in ogni momento senza apparire invadenti, pazzi o stalker, come si dice mo. Però quando contattiamo una persona in ogni momento lo facciamo in un momento che a noi va bene. Un momento libero. Ma non è detto che anche per l’altra persona sia lo stesso. Questo è il brutto della tecnologia. Non siamo sempre coordinati. Magari stiamo interrompendo un amplesso o una litigata. O magari non stiamo interrompendo niente ma, dopo trentacinque minuti di conversazione, al nostro interlocutore è capitato un cazzo qualsiasi. La mamma che lo chiama. Il cane che impazzisce. Il forno che esplode. O anche una cagata improvvisa. Insomma, dobbiamo accettare che anche gli altri hanno una vita che può chiamarli mentre hanno a che fare con noi».
«Mi stai a dire che non mi ha più risposto perché ha avuto un attacco di diarrea?»
«Può essere».
«E allora perché non ha scritto dopo? Poteva dire “scusami ho avuto un impegno” o una cosa del genere».
«Magari non ne ha avuto modo o tempo o le è passato di mente. Una delle conseguenze più atroci della teoria della vita degli altri è che in quella vita noi potremmo anche non esserci o non esserne al centro. Da questo punto di vista Whatsapp ha sferrato il colpo decisivo al nostro egocentrismo, un colpo molto più forte e potente di quelli inferti da Copernico, Darwin e Freud. Noi nasciamo e pensiamo di essere importanti, di essere al centro di tutto e di tutti e che quindi la gente ci debba considerare importanti e centrali. Non pensiamo mica che la gente può avere mille cazzi a cui pensare e che noi potremmo essere il milleunesimo o il duemillesimo. No. Noi dobbiamo essere il primo cazzo a cui tutto il mondo pensa o almeno rientrare nella top ten. Poi un giorno ti svegli, contatti dieci persone e ti accorgi che non è che stavano proprio aspettando il tuo messaggio o la tua presenza. Vedi Marco, per esempio».
«Che ha fatto?»
«La settimana scorsa è stato il suo compleanno, no? Tu gli hai fatto gli auguri?»
«Sì, certo».
«Ti ha risposto?»
«Sì, ecco qua», e mi fa vedere il botta e risposta sullo schermo del suo smartphone.
«Ecco, a me non ha risposto».
«Strano».
«Mica tanto. Guarda, tu glieli hai fatti la mattina e ti ha risposto. Io la sera sul tardi e non mi ha risposto».
«La festa!»
«Essì. Sicuramente quello stava alla festa, sbronzo o meno, e tra il casino e la gente, avrà visualizzato il mio messaggio come quello di altri e avrà detto “rispondo domani” o “rispondo più tardi” e poi se ne sarà scordato perché preso da altri impegni, da altre persone. Vedi? Le vite degli altri. Ci vuole anche culo per entrarci, fosse anche per qualche minuto».
«Mi hai quasi convinto. Dunque non sarei uno sfigato se le scrivo di nuovo senza che lei mi abbia risposto?».
«Ma certo che no. Saresti un uomo maturo».
«Lo faccio proprio adesso».
E lo fa. Passa qualche minuto tra cazzate e pettegolezzi e un trillo annuncia la risposta. Lui la legge, inarca il sopracciglio e mi fa:
«Ehi Renà, ma vaffanculo tu e le vite degli altri. Senti un po’ cosa dice “cmq l’altra sera mi ero addormentata”».
Chiudo gli occhi. Non ci posso credere. Nell’anno del Signore 2015 la usano ancora quella scusa. Nessuno le ha spiegato che è una risorsa finibile come le morti dei nonni o i cani che mangiano i compiti?
«Capisci? Un minuto prima stava a scrivere un papiro e un minuto dopo è in coma farmacologico. E magari l’ho svegliata io adesso dopo 48 ore».
«Eh, non so, forse, sai, un colpo di sonno dopo una giornata piena», tento goffamente di salvare la mia teoria.
«A te è mai capitato?»
«Un colpo di sonno? No, non mi sembr»
«No, che quella con cui stavi parlando si addormentasse di colpo», m’incalza senza pietà.
«Sì, l’hanno detta pure a me ‘sta cosa».
«E ora tu vuoi farmi credere che sta un’invasione di mosche tsé tsé o che sta uno psicopatico seriale che attacca la gente alle spalle con il cloroformio?»
«N-no».
«Ecco, infatti. Avevo ragione io. Se la gente non ti risponde è perché non vuole risponderti. Altro che le vite degli altri. Le vite degli altri non esistono. E adesso il conto lo paghi tu dato che mi hai fatto fare la figura del sottone. Coglione io a darti ascolto. Mai contattare per primo per più di due volte di seguito. Questa non è una teoria. È una legge».
Non ho voglia di controbbattere. Pago il conto ringraziando il cielo che questa discussione sia capitata in un giorno infrasettimanale in cui la spesa pro capite è inferiore alle cinque euro.
Mentre attendo lo scontrino, vedo intorno a me l’incessante movimento della vita. Un tipo al bancone sta servendo da bere a due amici e tutti e tre ridono un po’ rumorosamente. Una cameriera va avanti e indietro con un vassoio sempre pieno e sembra non vedere l’ora che tutto sia finito. Un tizio si alza per rispondere al telefono. Un altro lascia vibrare il suo telefono dopo aver sbirciato il nome del chiamante. Una ragazza chatta con un’altra ragazza seduta al suo stesso tavolo ed entrambe scoppiano a ridere guardano ciò che si sono scambiate.  Un gruppo entra e chiede se c’è posto. Il mio amico, nonostante la puzza di menzogna, continua a digitare sulla tastiera.
Le vite degli altri. So che esistono. E un giorno lo dimostrerò.

Das Leben der Anderen

Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere