Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano”

E poi giù a spiegare che il ventre ricurvo indica la paura di una nuova gravidanza con l’arrivo di nuovi fratelli, che l’assenza di seno induce a pensare ad uno svezzamento vissuto come troppo precoce. Insomma, è un libro che racconta le varie sedute di psicanalisi di un bambino chiamato Richard con la dottoressa M.K.
Beh, non capita tutti i giorni di avere accanto a sé la chiave per sopravvivere a se stessi. Continuo a buttare obliquamente l’occhio  mentre la tipa sottolinea con forza il succedersi delle varie sedute: sedicesima, diciassettesima, diciottesima… La paura di uscire di casa, l’incapacità di rapportarsi con i compagni di scuola e i disegni, quanti disegni che dicono un sacco di cose che io non avrei mai immaginato. Poi, però, un po’ oltre la metà del libro (sessantesima seduta o giù di lì), la ragazza chiude il libro, lo infila nella borsa e tira fuori il suo smartphone.
E no, col cazzo.
Adesso non me ne frega nulla  del tuo gruppo su whatsapp tra coinquiline o amiche in cui vi scambiate facce gialle e cuori rossi. Voglio sapere cosa succede al piccolo Richard, voglio sapere se torna a scuola, se la madre diventa una madre degna di questo nome. Così prendo coraggio e dico:
«Scusami, potresti…»
Lei accenna ad alzarsi perché pensa le stia per chiederle di farmi passare.
«No, no. Volevo chiederti se potessi darmi un attimo il tuo libro che voglio vedere come va a finire»
Mi guarda sorpresa ma divertita.
«Non era per farmi i fatti tuoi eh, è che mi è caduto l’occhio e mi sono incuriosito»
«Ѐ per i disegni vero? Capita spesso», mi dice sorridendo mentre mi passa il librone che afferro prontamente.
«Non ti preoccupare non ti spoilero il finale», la rassicuro mentre sfoglio le cinquecento pagine per arrivare alla novantesima seduta. Leggo il finale. Lo rileggo. Lo rileggo per la terza volta. Poi dico:
«Ma è un po’ debole. Cioè…»
«Tieni conto che le sedute si interrompono d’un tratto», mi interrompe lei.
«Ma io speravo che ci fosse un finale del tipo “E così Richard guarì dalle sue ansie e fobie e tornò ad essere un bambino felice e normale”».
«Temo non sia così semplice»
«No eh? Certo che ‘sti disegni però…»
«Non ti convince la loro analisi?»
«Diciamo che quando ero più piccolo disegnavo tanto. Tremo al pensiero di cosa avrebbe potuto dire ‘sta tipa sui miei scarabocchi… Melanie Klein, cos’era inglese?»
«Austriaca, poi si è trasferita in Inghilterra. Una delle inventrici della psicanalisi infantile»
«Mh, non sono proprio un grande fan»
«Della psicanalisi?»
«Sì. E, in generale, di tutte le cose che non si possono provare»
«Fammi indovinare. Sei un filosofo»
La guardo male.
«Dio, no».
Lei sorride e rinuncia ad indovinare. Io riprendo.
«La psicanalisi mi è sempre sembrata un costoso tranquillante a effetto ritardato, e soprattutto dubbio».
«Beh, non è sicuramente una strada semplice»
«Tu studi psicologia ovviamente»
«Sì, ovviamente»
«Io ne conosco parecchi e quando chiedo “perché studi o hai studiato psicologia?” di solito mi rispondono una variante del “perché mi affascina la mente umana e mi piace capire come funziona”»
Un sorrisetto e un cenno di assenso.
«Sì, una cosa del genere»
«Beh, ma tutta ‘sti fan della mente umana a cosa servono? Quanta gente ci sarà  a spiegare cosa significa il mio scarabocchio o perché mi dà fastidio quando qualcuno mi tocca i capelli?»
«Ti infastidisce quando qualcuno ti tocca i capelli?»
«Sì, cioè non è che mi incazzo ma…»
«Ti sembra che qualcuno invada la tua persona?»
«No, è più…ehi non ci provare!»
«A fare cosa?»
«A psicanalizzarmi. Come se non vi conoscessi. Lasciate parlare le persone e poi, appena se ne vanno in bagno, siete convinti di aver capito la loro personalità. Il che vale a dire cosa non va in loro»
«Mi sembra un po’ tutto esagerato. Tu hai una visione molto banalizzata della psicologia. Sai cosa dice la gente quando sa che studio psicologia?»
«Cosa?»
«Freud. Solo Freud. Una parola: Freud. Se devono farci una battuta su, usano Freud. Se devono farmi una domanda, usano Freud. Se devono chiedermi cosa voglio fare “da grande”, usano Freud»
«Deve essere atroce non poter nemmeno essere presi per il culo con un po’ di varietà»
«Infatti. C’è un mondo oltre Freud. Non è che studiamo Freudologia. Noi studiamo un sacco di cose relative la mente umana, i suoi comportamenti…»
«Ma poi cosa mai ci trovate di interessante nella mente umana? Che palle. Non è meglio andare a correre o a pescare? Tanto poi ci ritroviamo tutti al master in Risorse Umane»
Ride di gusto. E io riprendo.
«Oltretutto, se questo Richard fosse vissuto ai giorni nostri non gli avrebbero dato della paroxetina?»
Rimane in silenzio per qualche secondo, forse impressionata dalla citazione specifica di un farmaco. Poi l’orgoglio professionale riprende il sopravvento
«Sì, direi che oggi oltre alle sedute gli avrebbero affiancato anche una terapia farmacologica»
«Più lavoro per tutti, insomma»
«Già»
«Speriamo comunque di non averne bisogno», le dico restituendole il libro.
«Speriamo proprio di no», dice ma mi guarda come se un paio di sedute me le farebbe fare.
Torno al mio Ipad. Sto per riprendere la visione della mia serie tv. Anzi no.
«Sai qual è il mio problema con la psicologia?»
«Qual è?»
«Ѐ che è una specie di gioco a perdere. Non si può mai mettere una mano sulla spalla del paziente e dire “lei è guarito, vada a casa”»
«Trovo un po’ esagerato dire che è un gioco a perdere. Parlare di guarigione o meno è forse fuori luogo in psicanalisi è vero, ma si possono raggiungere risultati. Questo credo sia innegabile»
«Forse hai ragione»
«Già. Ma toglimela la curiosità tu cosa fai nella vita?»
Deglutisco. Lo sguardo si sposta verso il display retina dell’Ipad e verso Don Draper di Mad Men. Potrei dire che sono un pubblicitario? Mh, già mi vedo la muta contestazione dell’apparente contraddizione tra il vendere apparenza e lamentarsi della mancanza di certezza della psicologia. No, ci vuole qualcosa di più concreto. Chimico come Walter White? No, troppo bello. Agente dell’FBI come Fox Mulder? Meglio non esagerare. Sento che ci sono vicino. Poco prima avevo ricevuto una mail da Seattle. Seattle. Seattle Grace Hospital. Derek Shepherd. Ecco ce l’ho.
«Sono un neurochirurgo».
Faccio un sorriso molto figo e m’infilo le cuffie. Ne avrò di cose da dire la settimana prossima alla mia psicanalista.

freud-padre-figlio

P.S.
Devo iniziare la sesta di Mad Men, se state più avanti, state muti.

Quel che resta di uno squillo

Tutta la storia, diceva qualcuno, è storia contemporanea. In effetti, noi leggiamo quello che è accaduto nel 1400 inevitabilmente con gli occhi di oggi e quindi, in un certo qual modo, siamo portati a farci domande e a darci risposte secondo quello che pensiamo e sappiamo oggi. Invece bisognerebbe storicizzare sempre: riportare ogni cosa alla sua epoca e leggerla secondo le coordinate del suo stesso tempo. Ma non è facile. Facciamo un esempio pratico: lo squillo del cellullare. Lo squillo del cellulare è, diciamo, un’azione. Io seleziono un contatto dalla rubrica, premo il tasto verde, porto il cellulare all’orecchio e sento fare tuuu mentre, in un’altra stanza, in un’altra città, qualcun altro sentirà l’inizio della sua suoneria. Ecco qua. Tutto qua. Solo che un’azione non è mai neutra ma trae il suo significato dal contesto in cui la si fa e, soprattutto, dalla sua epoca. Oggi, nel 2015, uno squillo è poco più che uno squillo. È l’azione di squillare, tutt’al più può assumere il significato di “scendi” se inserito nell’accordo del “ti faccio uno squillo quando sto giù”. Ma anni fa, uno squillo poteva contenere un mondo di significati e desideri al suo interno. E noi, noi che c’eravamo, abbiamo il dovere di ricordarcelo e di farlo sapere a quelli che, invece, non c’erano, per quanto difficile questo possa essere. Ecco perché qualche giorno fa mi sono imbarcato in una delle lezioni più complesse della mia vita: far capire ad una (molto) teenager degli anni 00 cos’era e cosa significava uno squillo. Continua a leggere

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere

Le sorelle degli amici

Le sorelle degli amici hanno una funzione sociale di primo rilievo. Quando sei un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più grande, quest’ultima consente di canalizzare la sovrapproduzione ormonale puberale verso un obiettivo tanto vicino quanto irrealizzabile. Quando non sei più un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più piccola che è diventata grande, quest’ultima consente di misurare il tuo grado residuo di depravazione e il tuo attuale codice morale. Le sorelle degli amici ti fanno sentire adulto quando sei piccolo e giovane quando sei adulto. Questo reportage sudicio ma sincero è dedicato a loro. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

È colpa vostra

È colpa vostra. Sì, avete letto bene. È colpa vostra. Non lo dice mai nessuno – e meno che mai lo si scrive – ma ogni tanto è bene ricordarlo: è colpa vostra. Da quando il web permette a chiunque di parlare, questo sacrosanto diritto di parola è stato spesso confuso con il – un po’ meno sacrosanto – diritto di puntare il dito. È successo qualcosa? Beh, è colpa di “x”. Mi è successo qualcosa? È sicuramente e vergognosamente colpa di “x”. Dove “x”, naturalmente, è una persona o un’entità che ha un qualche potere o, in ogni caso, ha più potere di voi. Invece, molte volte, è colpa vostra. Continua a leggere

Dalla parte sbagliata

Le vacanze di Natale sono pressoché finite. E come ogni anno la gente che è tornata a casa si appresta ad andarsene portando con sé il solito bagaglio di ricordi e mozzarelle, vestiti e salumi, promesse e fotografie del lungomare. In mezzo a tutto ciò, sorgono puntuali delle domande.
Chi è che si trova dalla parte giusta? E chi dalla parte sbagliata? Quelli che se ne vanno? Quelli che restano? Quelli che ritornano?
Io non lo so ma penso che questa mail che mi ha inviato una persona che ha fatto tutte e tre le azioni – andarsene, restare, ritornare – possa essere una bella risposta. O, quanto meno, un bello spunto di riflessione: sono i luoghi a fare le emozioni o viceversa?
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