Come si diventa ciò che si è: gli amici medici e le loro specializzazioni

Prologo: La strada non presa
La facoltà di Medicina ha una sua logica intrinseca che non sfugge a nessuno, nemmeno agli studenti di Psicologia: chi studia Medicina, fa il medico. Semplice, pulito, perfetto. Studiare Medicina è una strada che ha senso. Un senso unico, direbbe qualcuno dall’animo più artistico che pratico, ma pur sempre un senso: che è molto di più di quanto si possa dire di molti altri corsi di studio. Però, ad un certo punto, anche questa strada a senso logicamente unico si dirama. Si studia Medicina per fare il medico, e siamo d’accordo, ma quando si finisce di studiare Medicina bisogna decidere che tipo di medico fare. E di medici, di tipi di medici, ce ne sono a bizzeffe. Dalla A di anestesista alla V di virologo, e se ci si mette d’impegno di sicuro si trova anche qualcosa con la Z.  Tante specializzazioni da fare ma una vita sola per farle. E allora come si sceglie che tipo di medico si vuol diventare? E soprattutto, direbbe Orwell, tutti i tipi di medici sono uguali o ci sono alcuni che sono più uguali degli altri?
Per rispondere a queste mie curiosità, qualche tempo fa ho telefonato ad un mio amico medico, specialista in censura, e che lavora presso il Policlinico di una città che, per comodità, chiameremo Bari.
«Come si sceglie che tipo di medico vuoi diventare?», gli ho chiesto.
«Dipende dalle inclinazioni personali», mi ha risposto.
«E ci sono specializzazioni migliori e altre peggiori?»
«Ogni specializzazione ha una sua dignità e importanza»
«È la verità?»
«No»
«E qual è la verità?»
«Se vuoi», ha sogghignato, «ti porto a vederla dal vivo, la verità»
«Lo voglio»

 Parte Prima: L’incontro
Qualche giorno dopo, ci incontriamo in una via non lontano dal Policlinico al riparo da sguardi indiscreti. Il mio amico indossa degli occhiali da sole e si guarda intorno con fare circospetto.
«Ti ha seguito qualcuno?», mi domanda non appena gli arrivo di fronte.
«No, non credo. A te?»
«C’erano due specializzandi di Psichiatria che mi stavano dietro in corso Benedetto Croce ma li ho seminati»
«Come sai che erano di Psichiatria?»
«Avevano meno di trent’anni e già lo sguardo spento di chi ha rinunciato ad essere utile»
«Capisco», rispondo affascinato.
«Ma tu sei proprio sicuro che qualcuno non ti abbia seguito?»
«Penso di sì. O almeno io non ho visto nessuno»
«Nemmeno un anestesista?»
«Eh? No, non credo. E poi come si fa ad accorgersi di un anestesista?»
«Non puoi», sorride, «degli anestesisti te ne accorgi solo alla fine. Tu però sei sempre sicuro di volerlo fare?»
«Sì. Tu?»
«Credo di sì»
Iniziamo allora ad incamminarci verso l’obiettivo e, in pochi minuti, siamo di fronte all’ingresso del Policlinico. Alla rotonda, prima di attraversare, ci fermiamo però di scatto. A bloccarci è un sentimento condiviso di paura.
«Se attraversiamo», dice il mio amico, «non possiamo più tornare indietro»
«Lo so»
Rivolgiamo entrambi lo sguardo verso la statua di Padre Pio e lui scuote la testa per consigliarci di non farlo. Ma ormai è troppo tardi. Il mio amico mi guarda. Io lo guardo. Lui annuisce. Io annuisco. I nostri piedi riprendono a muoversi, ci lasciamo un rassegnato Padre Pio alle spalle e, in pochi secondi, varchiamo la soglia.

 Parte Seconda: L’uniforme del mio secolo
«Siamo dentro»
«Sì, siamo dentro»
«Renato, ora ascoltami. Da questo momento in poi, devi fare esattamente come ti dico»
«Ok»
«Io qua ci vivo praticamente da un decennio. Sono parte dell’organismo. Mi muovo come loro, penso come loro, mi lamento come loro, mangio male come loro. Ma tu, Renato, tu dai nell’occhio. Se ci vedono camminare insieme possono sospettare qualcosa»
«Non posso fingere di essere, che ne so, un ortopedico dell’ospedale di Brindisi?»
«Non dire cretinate. Non hai la faccia di un ortopedico»
«Perché che faccia ha un ortopedico?»
«La faccia di uno che lavora con le ossa e le articolazioni»
«Cioè?»
«Stupida e soddisfatta»
«E allora che si fa?»
«Se non puoi essere un medico, sarai l’altra cosa»
Due secondi di reciproco silenzio. Poi capisco.
«Un paziente?»
«Già»
«E come diavolo faccio a fingere di essere un paziente?»
«Non è difficile. Io cammino a passo spedito e tu mi stai accanto arrancando con la faccia tesa e ubbidiente. Ricordati di annuire almeno tre volte al minuto»
Sono un po’ perplesso ma accetto le sue condizioni. D’altra parte stiamo giocando nel suo territorio.
«Un’altra cosa, Renato. Cercherò di evitarlo ma potrebbe capitare. Potremmo incontrare delle mie colleghe. In quel caso cosa dirai?»
«E che devo dire? Buongiorno dottoressa e arrivederci dottoressa!»
«No. Devi dire “buongiorno signorina” e “arrivederci signorina”. Chiamare le dottoresse, dottoresse è sospetto qua. Denota competenza. Sei nel Policlinico di Bari e sei un paziente, ricordatelo. Una donna sotto i trentacinque anni è una “signorina”. Se le chiami nel modo giusto, potrebbero scoprirci. Hai capito?»
«Anche se indossano il camice?»
«Soprattutto se indossano il camice»
«Allora ricapitoliamo: arranco dietro di te, ti guardo come se fossi pronto a farti un pompino, annuisco sempre e ignoro il percorso universitario delle donne. Corretto?»
«Bravissimo. Su, iniziamo»

 Parte Terza: Nel ventre della balena
Il mio amico ci sa fare. Se ci vedessi dall’esterno, ci cascherei alla grande. Sembriamo veramente diretti verso un reparto, lui – il medico – intento a dirmi cose semplificando i concetti e io – il paziente – intento a fare domande idiote. Ma, in realtà, non c’è alcuna vita in ballo nei nostri discorsi. C’è molto di più. C’è tutta la verità del mondo.
«Lo vedi quel medico laggiù? Quello con il pizzetto?», mi domanda indicandomelo con gli occhi.
«Sì»
«Quello è del mio stesso anno. Abbiamo anche fatto qualche esame insieme. E adesso guardalo. Secondo te che medico è?»
«Eh…non lo so»
«Nefrologo. È un nefrologo. Passa le giornate sperando che gli urologi non gli rubino tutto il lavoro. Chi sceglie di fare nefrologia è una brava persona, un buon professionista della medicina. “Si idrati prima e dopo l’esame”, “Allora, come va quella cisti renale?” e cose del genere. C’è di meglio, intendiamoci. Ma anche molto di peggio»
«E l’urologo?»
«Oh beh, chi sceglie urologia fa invece un investimento a medio-lungo termine. Sa bene che sarà bersaglio di tutte le migliori barzellette e battute su cazzi, testicoli, esplorazioni rettali e quant’altro. Ma sa anche che dal suo dito indice passeranno tutti, prima o poi. E lì, di solito, hanno ben poca voglia di scherzare»
«Senti», gli dico a voce più bassa, «magari è una domanda sciocca ma, ecco, esistono donne che scelgono urologia?»
Il mio amico rallenta.
«Nessuno lo sa con certezza. C’è sempre un collega che ti dice che, una volta, ha lavorato con una urologa ma di solito lo dice a fine turno, strafatto di caffè e nessuno gli crede»
«Cavolo»
«Già. Ma non perdiamo tempo. Vedi quella strada laggiù? Se prosegui sempre diritto arriverai a Otorinolaringoiatria»
«Non penso di aver mai conosciuto un otorinolaringoiatra che avesse meno di sessant’anni»
«Esattamente. Otorinolaringoiatria è una di quelle specializzazione a cui uno a vent’anni non ci pensa. Manco la considera. Poi ti distrai un attimo, fai l’abilitazione, ti giri e bam! Ti trovi un otorinolaringoiatra di cinquantuno anni. Quando è successo? Come è successo? Chissà.»
«Dai, ma non è possibile»
«Libero di non crederci. Ma qua dentro non tutto può essere spiegato. Esistono posti strani, misteriosi. Ecco, per esempio, se seguiamo la strada e curviamo a sinistra accanto alla sempre gettonata Oftalmologia…»
«Tanta gente vuole fare l’oculista?»
«Molta. L’occhio tira sempre e oggi ancora di più. Più del mattone e dell’oro, la cataratta è l’investimento del futuro. Gli oculisti possono essere bravi medici o meno ma sono sempre furbi. Comunque ti stavo dicendo. Accanto troverai Dermatologia. Dermatologia insieme a Medicina Legale e Medicina del Lavoro forma il cosiddetto Triangolo delle Bermuda di Medicina»
«Come quello in cui si dice che scompaiano navi e aerei?»
«Sì. Con la differenza che se capiti all’interno del Triangolo delle Bermuda di Medicina, scompare la medicina. I dermatologi sono falsi medici, i medici legali non sono medici, e i medici del lavoro spesso non sono nemmeno lavoratori»
Rimango interdetto.
«Ma scusa perché uno che ha studiato sei anni medicina dovrebbe scegliere di non fare il medico?»
«Bella domanda. Forse per soldi, forse per qualche strana perversione. E tieni conto che, a voler essere precisi, il Triangolo potrebbe anche essere un Pentagono o un Esagono»
«Vuoi dire che ci sono altri non-medici con la laurea in medicina?»
«Uff. Medici dello sport: simpatici ma…nient’altro. Specialisti in Igiene: non sanno cosa sia un paziente. E c’è anche gente che si è laureata in medicina e fa il medico estetico»
«Il medico estetico? E che roba è?»
«Uno che ti inietta acido ialuronico e altre robe per levigarti la pelle e farti credere che non è ancora arrivato il momento di restare a casa il venerdì sera»
«Ma tipo quello che si vede nella Grande Bellezza che spara lo schifo nel volto delle vecchiacce ricche in attesa?»
«Esattamente»
«Cazzo ma esistono per davvero? Io credevo fosse solo un film!»
«Esistono, e devi sapere che…o cazzo!»
«Che succede?»
«Ci sta venendo incontro una collega che conosco. Ematologa. Stai al gioco e non prendere iniziative»
«E se mi chiede che cos’ho?»
«Non te lo chiede. Mica funziona così»
«Vabè metti che succede. Posso dire che ho la sindrome di Kartagener?»
«Non hai la sindrome di Kartagener»
«Quella di Kawasaki?»
«Smettila»
«La sindrome di Kallmann?»
«Ti ho detto di smetterla. Ma perché poi tutte con la K?»
«Ѐ che ieri mi è venuta la curiosità di conoscere le malattie che iniziano con la K e allora mi sono messo a cercarle su internet»
«Cristo santo. Stai zitto. Lascia parlare me… ehi ciao»
«Ciao. Stai andando in reparto?»
«Eh sì. Sto accompagnando un mio amico per delle analisi»
Faccio un cenno col capo, lei mi sorride.
«Ѐ in ottime mani», mi dice con aria leggera
«Oh lo so, dottoressa»
Merda.

Parte Quarta: La lezione di anatomia
Qualche secondo di imbarazzante silenzio. Il mio amico mi sferra un’occhiata colma di odio. L’ematologa mi guarda insospettita.
«È veramente un paziente?», domanda al mio amico.
«Sì, certo… cosa credi?»
«Posso chiedere che tipo di analisi deve fare?»
A me viene in mente solo “Sindrome di Lambert-Eaton” perché ieri sera, dopo la K, sono passato alla L. Al mio amico, a giudicare dallo sguardo impaurito, nemmeno quello. Oh, al diavolo tutto.
«Perché ha scelto di fare Ematologia?», rilancio invece di rispondere.
L’ematologa guarda il mio amico, il mio amico annuisce rassegnato in silenzio.
«Hai portato un Babbano ad Hogwarts?»
«Sì, ma non perdiamo la testa. È un tipo fidato. Vuole solo capire un po’ come funziona… »
«AH, e crede di riuscirci?»
Si volta verso di me.
«Credi di riuscirci? Credi davvero di poter entrare qua dentro e di riuscire a capire? Che fai nella vita?»
Deglutisco.
«Sto finendo un dottorato in qualcosa che riguarda la letteratura. Non che abbia capito bene. Mi cambiamo il titolo ogni anno. A volte faccio ripetizioni di latino».
Socchiude gli occhi metabolizzando il disgusto.
«Noi», riprende, «noi abbiamo superato un test solo per entrare qui dentro. E tu, dopo dieci anni, ti presenti qui senza nemmeno una malattia da darci e pretendi di capire perché facciamo quello che facciamo. Perché siamo quello che siamo»
«Ecco, messa così, ammetto che possa suonare male ma…»
«Va bene Babbano», m’interrompe, «seguimi pure»
Guardo il mio amico che solleva le spalle e, dopo un reciproco cenno di assenso, la seguiamo fino ad un porticato. Qui ci fermiamo e l’ematologa sfila due sigarette da un pacchetto di Camel. Una se la mette tra le labbra, l’altra la dà al mio amico.
«A te niente», mi dice. «Fumare fa male».
«E a voi no?»
«Noi siamo medici», mi risponde il mio amico. «Noi conosciamo la grande verità sulla vita»
«Cioè?»
«Che tutto fa male»
L’ematologa sghignazza mentre inspira la prima boccata.
«Dunque, Babbano. Vuoi sapere perché ho scelto Ematologia? Onestamente credo di esserci arrivata un po’ per gradi. Ho escluso Ginecologia quasi subito»
«Come mai?»
«I film di canale 5 c’insegnano che una donna che fa Medicina finisce per diventare o ginecologa o pediatra. Io, semplicemente, non volevo essere un film di canale 5»
«Ginecologia», interviene il mio amico, «è una specializzazione che polarizza le donne. C’è chi la trova così naturale da risultare irresistibile e c’è chi la trova così naturale da risultare insopportabile»
«E Pediatria?»
«Sai cosa dice un mio collega pediatra?», mi domanda l’Ematologa.
«Cosa?»
«Che Pediatria sarebbe splendida se i bambini fossero tutti orfani»
«Pesante»
«Già. E questo ti dà il polso di chi sceglie Pediatria. Gente con un grande cuore e grande pazienza. Io», ed espira una nuvola di fumo, «sono carente in entrambi. Dai, prosegui. Inizio a divertirmi»
«Mmm, vediamo. Geriatria?»
I due medici si scambiano un’occhiata e scoppiano entrambi a ridere.
«Geriatria? Oddio, dato che gli anziani saranno sempre di più, forse è la specializzazione del futuro. Ma, dio santissimo, chi è che sceglierebbe geriatria?», e si rivolge al mio amico.
«Quelli a cui non importa di vincere», dice lui tutto sornione.
«Già, è come Psichiatria», fa lei di rimando, «battaglie perse in entrambi i casi»
«Ecco, ma a proposito di Psichiatria…»
«La mente umana», m’interrompe il mio amico. «Quelli che vogliono scegliere Psichiatria tirano sempre in ballo la mente umana. Il suo misterioso funzionamento. Il suo fragile equilibrio. Se parli con un aspirante psichiatra, sembra di parlare con un poeta e non con un medico»
«Ma non starete esagerando?», domando.
«Certo che sì. Ma non era quello che volevi?», mi risponde il mio amico.
«Volevo la verità»
«E la verità è sempre esagerata, Babbano», mi dice l’Ematologa, «almeno quando la devi spiegare agli altri»
«Che intendi?»
«Sei venuto qua pensando che ci fosse una risposta sola, semplice, confortevole. I cardiologi sono diventati cardiologi perché il cuore è importante. I gastroenterologi hanno scelto gastroenterologia perché sentivano le farfalle nello stomaco. I neurologi perché… dio, non saprei trovare un motivo nemmeno fasullo perché uno voglia fare il neurologo. Vabbè, in ogni caso: era quello che ti aspettavi più o meno, no?»
«Una roba del genere sì»
«E invece non funziona così. Cosa credi che io abbia scelto Ematologia perché sono caduta da piccola in una vasca piena di sangue 0 negativo?»
«No, certo ma…»
«Ma niente. Non c’è mai un motivo solo, semplice, confortevole. Ho scelto Ematologia perché mi sembrava abbastanza completa e mi apriva la strada sia per il lavoro in reparto sia per la ricerca. E poi perché sono riuscita a passarci»
«Tutto qui?»
«Ti sembra poco? Cosa credi che una persona di ventiquattro o venticinque anni solo perché ha una laurea in medicina sappia perfettamente cosa vuol fare per il resto della sua vita? Magari. Il più delle volte, se è fortunata, ha delle idee tra cui  fare una scelta. E sembra sempre così presto per farla e sappiamo sempre così poco per farla che non è poi così difficile finire in delle vite che non c’entrano nulla con quello che siamo o vorremmo essere. Ci vuole un giusto equilibrio tra intelligenza, realismo e fortuna. Ma, come pensavo, tu non puoi capire», e spegnendo la sigaretta si allontana dopo aver salutato il mio amico con un cenno del capo.
«Aspetta», grido, «non puoi lasciarmi così. Ho ancora un sacco di domande! Pneumologia! Andrologia! Colon-proctologia! Per l’amor del cielo, perché uno sceglie di diventare un colon-proctologo? Ci deve essere un motivo!»
Ma lei non si volta e il mio amico scuote la testa poggiandomi una mano sulla spalla.
«Non te la prendere, Renato», mi dice comprensivo, «non voleva essere cattiva»
«Ma…ma…e il medico di base? O di famiglia, come diavolo si chiama. Perché lo fa?»
«Non vuoi saperlo davvero, fidati. Su, andiamo»
E sempre senza lasciare la mano dalla mia spalla, mi conduce verso l’uscita.

Epilogo: le leggi non scritte degli dei
«Allora, soddisfatto più o meno?», mi chiede ormai visibilmente più leggero.
«Mah, non saprei. Non che ci abbia capito poi molto»
«Ed è esattamente così che deve andare. Alla fine, non esistono le specializzazioni, esistono gli specialisti. Che sono esseri umani e quindi scelgono in base a milioni di criteri diversi e che, soprattutto, ti servono quando ti servono. Quindi la gerarchia della medicina è sempre mutevole: al primo posto c’è il medico che ti serve in quel momento, al secondo c’è sempre Google, e al terzo c’è il medico che ti serve ma che ha studiato nel canale L-Z»
«Cos’è questa? Un’altra delle vostre verità esagerate per gli altri?»
Ma il mio amico si limita a sorridere e non risponde.
«Beh, ti ringrazio per l’esperienza», gli dico in prossimità dell’uscita.
«Non è stato poi così male»
«No, infatti»
«Beh, allora ci si vede»
«Già, ci sentiamo»
Ci separiamo ma, mentre sto attraversando, sento una voce che mi raggiunge alle spalle.
«Ohi Rena’», mi urla il mio amico, «se vuoi continuare a cercare di capire le scelte dei futuri medici non scordarti di Freud!»
Mi volto verso l’altro lato del marciapiede.
«Che c’entra Freud?»
«Il complesso del dr. Edipo»
«Eh?»
Una panda grigia passa in quel momento coprendoci dalla vista l’uno dell’altro.  Tutto quello che sento è allora la sua voce sfumata proveniente dall’altro lato della strada. Che dice
«Chiedi sempre la specializzazione del padre»

 

piantina

 

P.S.
Questo post si affianca e completa quella che si può definire la Trilogia della Medicina. Idealmente occuperebbe il posto di mezzo tra “Non per un dio ma nemmeno per gioco: gli amici che studiano medicina” e “Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati”
Vabbé, in ogni caso, sticazzi.

Addio, e grazie per tutti i panzerotti

«No, senti io non ce la faccio più».
Il mio amico getta via il suo smartphone che rimbalza sul tavolo e cade a terra dopo aver incocciato nella sedia. È un Huawei, d’accordo, ma il suo è comunque un gesto degno di un certo rispetto e, sicuramente, d’attenzione.
«Uo, uo. Che succede?», chiedo alzando gli occhi dal mio Samsung.
Due persone e nemmeno un iPhone: qualcosa nelle nostre vite è andato storto.
«Succede che non ce la faccio veramente più», risponde lui mentre recupera il cellulare dal pavimento. «Sono entrato su Facebook e ne ho visto un altro»
«Ancora uno stato della tua ex? Ehi, si è innamorata di nuovo. Doveva succedere prima o poi»
«Ma no, non sto parlando di quello. E comunque non si è innamorata di nuovo, è solo felice di non essere più sola»
«E non è la stessa cosa?»
«No che non lo è»
«Vabbè lasciamo perdere. Di che stiamo a parlare allora?»
Il mio amico dà una spolverata simbolica al cellulare, digita qualcosa sulla barra di ricerca, fa una smorfia di disgusto, e mi passa il motivo del suo acceso disappunto.
«Di questo», dice. E si lascia cadere sul divano dietro di lui. Continua a leggere

Gli Indifferenti del sabato sera

«Dammi risposte precise, please»
Mancano sette minuti scarsi alle 19 ed è un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di digitare la sua richiesta dopo un botta e risposta durato cinque o sei messaggi non ben identificati. Tira su con il naso e aspetta che il suo interlocutore digitale lo visualizzi. È in piedi, con il cellulare nella mano sinistra e la mano destra appoggiata sull’anca, e già sente tre vertebre sacrali su cinque che gl’implorano di sedersi. Non è incazzato, quello no. Ma non si può nemmeno dire che si stia godendo quella conversazione, quel suo pre-serata e quella sua vita là. Tutte cose che sarebbero già abbastanza complesse e pregne di dolore senza bisogno che il suo amico dall’altra parte dello schermo ci mettesse del suo. Anche se qui, ad essere onesti, il problema è esattamente l’opposto. Il suo amico non ci mette del suo. Non ci mette proprio niente. E non gliene si può neanche fare una colpa. Ventotto anni fa, mentre il materiale genetico della madre e quello del padre giocavano a mescolarsi, fu la cieca volontà del caso a conficcargli nel bel mezzo del DNA il maledetto e inestirpabile gene dell’Indifferenza del Sabato Sera. E da quel momento in poi, avere risposte precise fu impossibile. Continua a leggere

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Le strade di Bari

A volte mi chiedo se qualcuno ha mai pensato di fare causa alla città di Bari per i danni che provoca al senso dell’orientamento dei suoi cittadini. Non so, magari una class action, una querela o qualcosa di simile. In fondo, quelle strade tutte così diritte e perpendicolari tra loro costituiscono un vero e proprio attentato alla capacità della gente di concentrarsi e le impediscono di sviluppare l’abilità di muoversi in spazi organizzati diversamente. Ci sarebbero quindi danni morali e materiali da considerare e chissà, magari un domani potrebbe essere un’idea per guadagnare un po’ di soldi.
In effetti, a Bari, una volta che superi la ferrovia e ti dirigi verso il centro, non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Anzi, a dirla tutta, non hai nemmeno bisogno di sapere esattamente dove stai andando. È sufficiente camminare. Cammini e pensi ad altro – alla cena, al declino del gusto nell’abbigliamento femminile degli ultimi anni, a cosa c’è dopo la morte – finché ad un certo punto ti fermi. Ti fermi, ti guardi intorno e rapidamente capisci in che punto di quella specie di scacchiera che è Bari ti trovi. Poi, a seconda della tua meta finale o della persona che vuoi o non vuoi incontrare, giri a sinistra, poi a destra, poi diritto e in qualche modo arrivi. Certo, ti muovi un po’ come il serpente di Snake, quel giochino che si trovava nei cellulari quando erano ancora grandi come cellulari, ma arrivi sempre. A Bari arrivi sempre. E questa è una bella cosa. Continua a leggere

Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro. Continua a leggere

Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri.

«Leggi un po’ qua», mi fa un amico passandomi il suo LG.
Un grande classico. Quando sei seduto allo stesso tavolo con una persona e non hai nulla da dirle, non c’è niente di meglio che parlare di un’altra persona che a quello stesso tavolo non c’è.
«Fai vedere», dico.
Inizio dunque a scorrere una conversazione Whatsapp che il mio amico ha intrattenuto la sera prima con una ragazza che conosco.
«Allora che ne pensi?»
«Penso che non riesco a capire perché hai sentito il pressante bisogno di rinunciare al carattere di scrittura predefinito per adoperare un font che sembra uscito dalla mano e dalla mente di un bambino delle elementari affetto da dislessia».
(In effetti, ammetto di non aver mai compreso il fascino esercitato dalle lettere tondeggianti e non diritte).
«Trimone, intendo che ne pensi della conversazione?»
«Non saprei. La conosco abbastanza bene da conoscere il suo nome ma non così bene da riconoscere le sue intenzioni attraverso delle parole e delle emoji»
«No, non intendo nemmeno quello», dice il mio amico e, facendo segno con la mano, aggiunge: «guarda bene la fine».
«Mmm, vediamo, tu scrivi “Ahah, si ti capisco. È successa pure a me una cosa simile”».
«Ecco, esatto».
«Beh e allora? Cosa c’è che non va? A parte il fatto che “sì” affermazione si scrive con l’accento, ovviamente».
Il mio amico inspira sconsolato e decide di ignorare la mia pedanteria grammaticale:
«La sua risposta. Ecco cosa non va».
«La sua risposta. Ma se non ha…».
E in quel momento capisco. Il mio amico è un’altra, l’ennesima, vittima dello spietato galateo dell’epoca digitale. Un’epoca in cui, essendo le conversazioni a distanza, si può scomparire nel nulla senza gli inconvenienti tipici dei contatti umani primari. Prima, quando le conversazioni le facevi in piazza Mercantile, non potevi dileguarti senza adoperare preavvisi di sorta: “guarda, ora devo scappare”, “ho l’auto in doppia fila”, “magari ci prendiamo un caffè la prossima settimana”. Un po’ meno prima, quando le conversazioni le facevi sì al telefono ma a viva voce, non potevi sparire senza adeguate motivazioni: “mi stanno chiamando”, “serve il telefono”, “ti richiamo più tardi”. Oggi, invece, se stai chattando con una persona puoi tranquillamente smettere di rispondere all’improvviso. Il che equivale a chiudere il telefono in faccia mentre dall’altro capo della cornetta ti stanno raccontando la loro giornata o a scappare a perdifiato lungo Corso Cavour al primo momento di disattenzione del tuo interlocutore.
Ma il 21° secolo non può averci reso più maleducati. Non avrebbe senso. Tutt’al più, ci ha reso più disponibili in ogni momento. Anche in quelli in cui non siamo disponibili.
«Ho capito», gli dico.
«Ecco. Stavamo parlando. Ma bene eh. Niente di serio o di polemico. E poi poff! Lei scompare nel nulla».
«Ho capito», riprendo. «Tu non credi alle vite degli altri».
Il mio amico mi guarda strano.
«Eh? Che cazzo sono?»
«È una teoria che postula l’esistenza di una vita anche per gli altri. La vita degli altri sostiene che così come noi siamo continuamente alle prese con gioie, dolori, impegni, imprevisti, malanni di salute e citofonate di quelli che devono lasciare i volantini di Mediaworld, anche gli altri sperimentano le nostre stesse situazioni».
«Non ti sto seguendo».
«Allora, diciamo che tu e lei stavate parlando. Vi eravate dati appuntamento? Del tipo “oggi chattiamo dalle 23:45 alle 01:15?”»
«Ovviamente no!»
«Perfetto. Tu l’hai contattata. Così. Senza preavviso. Che è come presentarsi sotto casa sua alle 23:45 e dirle “scendi? Così parliamo un po’?”»
«Ma non è la stessa cosa!»
«Infatti. È il bello della tecnologia. Possiamo sentire tutti in ogni momento senza apparire invadenti, pazzi o stalker, come si dice mo. Però quando contattiamo una persona in ogni momento lo facciamo in un momento che a noi va bene. Un momento libero. Ma non è detto che anche per l’altra persona sia lo stesso. Questo è il brutto della tecnologia. Non siamo sempre coordinati. Magari stiamo interrompendo un amplesso o una litigata. O magari non stiamo interrompendo niente ma, dopo trentacinque minuti di conversazione, al nostro interlocutore è capitato un cazzo qualsiasi. La mamma che lo chiama. Il cane che impazzisce. Il forno che esplode. O anche una cagata improvvisa. Insomma, dobbiamo accettare che anche gli altri hanno una vita che può chiamarli mentre hanno a che fare con noi».
«Mi stai a dire che non mi ha più risposto perché ha avuto un attacco di diarrea?»
«Può essere».
«E allora perché non ha scritto dopo? Poteva dire “scusami ho avuto un impegno” o una cosa del genere».
«Magari non ne ha avuto modo o tempo o le è passato di mente. Una delle conseguenze più atroci della teoria della vita degli altri è che in quella vita noi potremmo anche non esserci o non esserne al centro. Da questo punto di vista Whatsapp ha sferrato il colpo decisivo al nostro egocentrismo, un colpo molto più forte e potente di quelli inferti da Copernico, Darwin e Freud. Noi nasciamo e pensiamo di essere importanti, di essere al centro di tutto e di tutti e che quindi la gente ci debba considerare importanti e centrali. Non pensiamo mica che la gente può avere mille cazzi a cui pensare e che noi potremmo essere il milleunesimo o il duemillesimo. No. Noi dobbiamo essere il primo cazzo a cui tutto il mondo pensa o almeno rientrare nella top ten. Poi un giorno ti svegli, contatti dieci persone e ti accorgi che non è che stavano proprio aspettando il tuo messaggio o la tua presenza. Vedi Marco, per esempio».
«Che ha fatto?»
«La settimana scorsa è stato il suo compleanno, no? Tu gli hai fatto gli auguri?»
«Sì, certo».
«Ti ha risposto?»
«Sì, ecco qua», e mi fa vedere il botta e risposta sullo schermo del suo smartphone.
«Ecco, a me non ha risposto».
«Strano».
«Mica tanto. Guarda, tu glieli hai fatti la mattina e ti ha risposto. Io la sera sul tardi e non mi ha risposto».
«La festa!»
«Essì. Sicuramente quello stava alla festa, sbronzo o meno, e tra il casino e la gente, avrà visualizzato il mio messaggio come quello di altri e avrà detto “rispondo domani” o “rispondo più tardi” e poi se ne sarà scordato perché preso da altri impegni, da altre persone. Vedi? Le vite degli altri. Ci vuole anche culo per entrarci, fosse anche per qualche minuto».
«Mi hai quasi convinto. Dunque non sarei uno sfigato se le scrivo di nuovo senza che lei mi abbia risposto?».
«Ma certo che no. Saresti un uomo maturo».
«Lo faccio proprio adesso».
E lo fa. Passa qualche minuto tra cazzate e pettegolezzi e un trillo annuncia la risposta. Lui la legge, inarca il sopracciglio e mi fa:
«Ehi Renà, ma vaffanculo tu e le vite degli altri. Senti un po’ cosa dice “cmq l’altra sera mi ero addormentata”».
Chiudo gli occhi. Non ci posso credere. Nell’anno del Signore 2015 la usano ancora quella scusa. Nessuno le ha spiegato che è una risorsa finibile come le morti dei nonni o i cani che mangiano i compiti?
«Capisci? Un minuto prima stava a scrivere un papiro e un minuto dopo è in coma farmacologico. E magari l’ho svegliata io adesso dopo 48 ore».
«Eh, non so, forse, sai, un colpo di sonno dopo una giornata piena», tento goffamente di salvare la mia teoria.
«A te è mai capitato?»
«Un colpo di sonno? No, non mi sembr»
«No, che quella con cui stavi parlando si addormentasse di colpo», m’incalza senza pietà.
«Sì, l’hanno detta pure a me ‘sta cosa».
«E ora tu vuoi farmi credere che sta un’invasione di mosche tsé tsé o che sta uno psicopatico seriale che attacca la gente alle spalle con il cloroformio?»
«N-no».
«Ecco, infatti. Avevo ragione io. Se la gente non ti risponde è perché non vuole risponderti. Altro che le vite degli altri. Le vite degli altri non esistono. E adesso il conto lo paghi tu dato che mi hai fatto fare la figura del sottone. Coglione io a darti ascolto. Mai contattare per primo per più di due volte di seguito. Questa non è una teoria. È una legge».
Non ho voglia di controbbattere. Pago il conto ringraziando il cielo che questa discussione sia capitata in un giorno infrasettimanale in cui la spesa pro capite è inferiore alle cinque euro.
Mentre attendo lo scontrino, vedo intorno a me l’incessante movimento della vita. Un tipo al bancone sta servendo da bere a due amici e tutti e tre ridono un po’ rumorosamente. Una cameriera va avanti e indietro con un vassoio sempre pieno e sembra non vedere l’ora che tutto sia finito. Un tizio si alza per rispondere al telefono. Un altro lascia vibrare il suo telefono dopo aver sbirciato il nome del chiamante. Una ragazza chatta con un’altra ragazza seduta al suo stesso tavolo ed entrambe scoppiano a ridere guardano ciò che si sono scambiate.  Un gruppo entra e chiede se c’è posto. Il mio amico, nonostante la puzza di menzogna, continua a digitare sulla tastiera.
Le vite degli altri. So che esistono. E un giorno lo dimostrerò.

Das Leben der Anderen