Le vite degli altri

Oggi siamo sempre connessi. Oggi possiamo parlare con tanta gente e lo possiamo fare contemporaneamente. E questo significa che, spesso, siamo delusi contemporaneamente da tanta gente. Ma è proprio così?
Sì.
O meglio, dipende da quanto ognuno di noi crede in quella cosa misteriosa e inevitabilmente incomprensibile che sono le vite degli altri. Continua a leggere

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Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

Le Palle Gialle. Per una teoria freudiana delle emoticon di Whatsapp

Breve storia della morte delle parole
Quando Ligabue, nell’oramai lontano 1998, cantava “Ho perso le parole” probabilmente non immaginava quanto avrebbe avuto ragione perché, circa sedici anni dopo, sia lui che noi quelle benedette parole le abbiamo perse per davvero. Ligabue perché, come il mediano da lui cantato in una sua splendida canzone, sembra aver già dato troppo e deve fare i conti con l’esaurimento della vena creativa. Noi perché, anche senza aver mai dato chissà quale contributo verbale, con il salvifico diffondersi di schermi di tutte le dimensioni abbiamo iniziato a mettere da parte le parole stesse e ad usare qualcos’altro.
In principio furono gli acronimi: ASD, ROTFL, LOL, IMHO, eccetera, eccetera. E io li adoravo. Un po’ perché erano la novità che certificava l’ingresso in un mondo nuovo – quello di internet – un po’ perché facevano molto English, molto American, molto cool. Ma ebbero vita breve. Perché – ci si chiese – usare acronimi, slang, sigle,  che sono pur sempre delle parole, quando si possono usare delle immagini? In fondo, se stiamo parlando attraverso uno schermo, al posto di dire quello che stiamo pensando o provando, possiamo benissimo mostrarlo. E allora, dopo aver creato i siti, dopo aver creato i forum, dopo aver creato le chat e i client di messaggistica istantanea, il Dio di Internet prese un po’ di argilla, spremette dei limoni maturi, raccolse dei sassolini e dei rametti, mise tutto insieme e poi soffiò sopra con il suo alito digitale. E nacquero loro. Le Palle Gialle, volgarmente chiamate anche Emoticon(s).
Loro nacquero e io iniziai a morire un po’, perché, a differenza delle parole,  non riuscivo a capire bene quando usarle, come usarle e se usarle. In effetti per molto tempo tutte le mie conversazioni online ebbero una costante: non presentavano emoticon. Se qualcuno riceveva un mio messaggio con una Palla Sorridente, s’affrettava a chiamarmi a casa per dirmi “renà, vedi che qualcuno sta usando il tuo account“. Poi, le prime incomprensioni telematiche – “ma dai scherzavo!” / “no, eri serio!” / “ma dai, si capiva benissimo che ero ironico” / “col cazzo.” –  incrinarono il mio integralismo e cominciai ad usare il primordiale, eterno, universale XD.
E fu l’inizio della fine.
Non appena cedi su un fianco, infatti, l’intera fortezza va a rotoli.  E infatti, complice l’esplosione di whatsapp, le Palle Gialle presero a insinuarsi nella mia esistenza fino a colonizzarla completamente. Oggi, ormai, anche io uso queste benedette Palle Gialle, benché in misura minore di certi insopportabili individui che seguono l’assurda regola per la quale “ogni tre parole ci sono sei emoticon”. Io, dal canto mio, mi limito ad utilizzarle secondo un principio fondamentale forse un po’ sessista e un po’ maschilista: tra maschi non si usano Palle Gialle. Mai. Nemmeno al compleanno dove tutt’al più sono amesse le emoticon del caso (torte, candele, fuochi d’artificio). Le Palle Gialle, di conseguenza, vanno usate solo quando si chatta con degli esponenti del sesso femminile. Ossia con delle donne. Così ci si capisce meglio. Così ci si dovrebbe capire meglio.
A seguire un’analisi approfondita – di stampo freudiano – dei reali significati che si celano dietro le Palle Gialle più comunemente adoperate. Si noterà, molto probabilmente, che tali significati non concordano con i propri. Ma non vi è nulla di cui sorprendersi.  In fondo, se è vero che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere non sarà certo un fottuto limone con la lingua da fuori a renderci veramente in grado di comunicare. Continua a leggere

Ti citofono quando sto giù

Tutto iniziò con un citofono. Ti citofono quando sto giù. Che poi se ci pensate è una frase ridondante quasi tautologica. Puoi citofonare solo quando stai giù. Mica puoi premere il pulsante in connessione remota da Wellington, New Zealand. Ti citofono quando sto giù è come dire mi faccio il bagno quando sto in acqua. Non ha molto senso. Ma il senso, come molte altre cose, è sopravvalutato.

Quando i telefoni funzionavano solo con i fili e internet era un privilegio della CIA o dell’amico che aveva il padre avveniristico e abbastanza ricco da spendere centinaia di migliaia di lire per un 56k, il citofono era il mezzo con cui si espletava la vita sociale. Le persone ti telefonavano a casa e ti dicevano “Ti va di andare a fare un giro in centro? Io ci vado verso le sei. Ti citofono quando sto giù”.  Oppure i più smaliziati saltavano la telefonata preventiva e alle diciotto e sedici minuti ti citofonavo e ti facevano la proposta a sorpresa con un dito sul pulsante e la faccia vicino a una grata. Ora, dovete sapere che io non avevo un citofono a cornetta di quelli che quando rispondi senti solo tu che hai in mano l’apparecchio. Questo è il mio citofono:

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