Sesso & Sushi: il ristorante giapponese come appuntamento sicuro

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Una verità eterna.
La figa non è mai gratis, era solito ripetermi un amico che non capiva un cazzo di molte cose ma in quel campo, credetemi, un po’ ne sapeva. La figa non è mai gratis, diceva e lo diceva con il tono con cui il maestro Miyagi elargiva le sue perle di saggezza a Daniel-san nella fortunata trilogia di Karate Kid. La figa non è mai gratis e non si riferiva, ovviamente, alla mercificazione più evidente della figa e cioè la prostituzione ma al fatto che il corteggiamento di una ragazza (puttana o meno) richiede sempre denaro, oltre che tempo (il quale, come si sa, è denaro).
Passala a prendere (e paghi la benza), portala al cinema (e paghi il biglietto), offrile un gelato o un cornetto (e paghi il cibo che sceglie), portala direttamente a cena fuori (e paghi il conto). Insomma, è vero che siamo nel XXI secolo e che l’emancipazione femminile ha fatto passi da gigante, però quando ci provi con una tipa, fosse anche la presidentessa del club “donne al potere”, qualcosa qualcosa devi spenderla. La figa non è mai gratis, mi diceva giustamente quest’amico che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa. Prima cioè che il ristorante giapponese diventasse la tappa par excellence di tutti i maschi desiderosi di aprirsi un varco, quel varco, tra una certa gonna o un certo leggins. A volte mi sorprendo a chiedermi che cosa ne pensa adesso da lassù lui, lui che diceva che la figa non era mai gratis quando la spesa contemplata era portare la tipa di turno a vedere un film di Pieraccioni. Chissà cosa penserebbe oggi se fosse qui, oggi che per avere qualche speranza  con la tipa di turno siamo costretti a mettere i nostri reni su Ebay per poterci permettere di portarla al ristorante giapponese. Continua a leggere

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La Fiera della Vanità: una giornata alla fiera del levante 

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Prologo
: Lavori & Dolori.
Prima di iniziare, una domanda.
Ma qualcuno che ha inviato il curriculum alle mail “m.santoro@grupposerviziassociati.it” e  “info@zucchettiregulus.it”, è stato contattato, interrogato e, per nove giorni, assunto? È solo una curiosità personale.
Ditemi di sì. Ditemi che qualcuno ha letto l’esauriente esito dei bandi il 5 settembre – in cui non viene detto né numero dei posti disponibili, né scadenza dei termini di selezione – ha partecipato ed è stato richiamato. Restituitemi fiducia nel ventunesimo secolo. Ditemi che qualcuno ha aperto la mail, ha letto il curriculum e ha pensato sì, questo qui ha l’esperienza e la competenza adatta per stare in piedi accanto a una porta, penso che sia il candidato adatto! Ditemi che sia una coincidenza che sul profilo Facebook della Fiera del Levante rispondevano ad ogni domanda (ripetuta ad nauseam: ma quanto costa il biglietto? Quando inizia? Quali sono gli orari?) tranne a quelle relative ai posti di lavoro (Perché la mia mail risulta cestinata senza essere stata letta? Escono i nominativi degli assunti? Come fanno a leggere e valutare tutti i cv in ventiquattro ore? ).
Essì direte voi: ma hanno esternalizzato, non sono loro che decidono, non sono affari loro. Essì, dico io: ma sono pur sempre cazzi nostri. Continua a leggere

Tutta una merda di vita davanti: la fenomenologia del call center 

Sfonderò una porta aperta. Perché so che tutti (o quasi) sanno di cosa sto parlando. D’altra parte basta andare su Kijiji e dare un’occhiata: qual è il lavoro che non manca mai? Esatto. Quello che trovi sempre accanto alla richiesta del programmatore e al tipo che cerca da venticinque mesi di vendere la rosticceria ben avviata in Corso Cavour. Avete capito no? Sì, sto parlando de l’operatore del call-center. Anzi. L’operatore del call-center outbound. Per chi – beato lui – non sapesse che si intende con questa parolina anglosassone lo spiegherò in breve. Il fantastico mondo dei call-center si divide in due categorie: c’è l’operatore outbound, cioè il tipo che ti scassa i coglioni chiamandoti a casa a orari indecenti e c’è l’operatore inbound, cioè il tipo a cui tu scassi i coglioni quando internet non va o il tuo credito sul cellulare è misteriosamente scomparso nel nulla. Diciamolo subito: l’operatore call-center inbound è il privilegiato della situazione. Non deve telefonare, non deve pregare di trovare la persona disponibile, non deve convincere nessuno. E infatti trovare un annuncio per call-center inbound è cosa rara e preziosa, manco fosse un posto da neurochirurgo spinale o da esperto di telecomunicazioni per lo Shuttle. Salvo poi scoprire che, nove volte su dieci, quando chiami un call center inbound ti risponde il rumeno, l’albanese o lo straniero della situazione con cui devi imbastire una conversazione da teatro dell’assurdo: lei contratto telefono non registrato – dispiace ripetere? Abbonamento che tipo −  problemi zona dove lei chiama. E non proseguo per non essere tacciato di razzismo spicciolo.
Call center outbound quindi, dicevamo. È quello che, da italiani del 21esimo secolo, ci tocca. E facciamolo. Continua a leggere

Il compleanno al tempo della Feltrinelli

Lo dico senza tanti giri di parole: la cultura è importante, leggere fa bene alla vita, i libri devono sopravvivere. Ma i libri al mio compleanno hanno rotto il cazzo.
Per anni le persone hanno approfittato del mio status di lettore per cavarsela con un fottuto, miserabile libro. E avevano pure il coraggio di darmelo incartato: oh oh chissà cosa sarà mai eh! sai che brivido, sai che suspense nello scartare eh? Esticazzi, un libro! Grazie mille!
E loro cosa rispondevano? «Dicono sia bello». Continua a leggere