Tre sistemi per sbarazzarsi del rancore sociale (senza però risparmiare sé stessi)

L’inutile inizio

Sono seduto sul lettino, ho la maglietta sollevata, la schiena nuda. Sento il freddo metallico dello stetoscopio appoggiarsi tra le scapole. La voce del medico mi ordina di tossire. E io tossisco.
Sono steso sul lettino, ho ancora la maglietta sollevata, il petto nudo. Sento i guanti in lattice premere qua e là sullo stomaco. La voce del medico mi chiede se sento dolore. Rispondo di no.
È passata circa mezz’ora da quando sono entrato nello studio e il medico, mio amico, decide che è abbastanza.
«Cuore, respirazione, pressione: è tutto in ordine» mi dice. «Stai bene» conclude, e sorride mentre con la coda dell’occhio guarda la porta chiusa alla mia destra.
Ho sempre pensato che il desiderio inconfessato dei medici sia una botola che si apre sotto i piedi del paziente non appena gli viene comunicata la diagnosi e l’eventuale terapia. Siccome però non possono realizzarlo, almeno non finché esiste la democrazia, si accontentano di sorridere e indicare con lo sguardo l’unica via di uscita a disposizione: la porta, per l’appunto. Tuttavia, per loro sfortuna, la strada verso una porta, a differenza di quella che scorre lungo una botola, è lastricata di cattive intenzioni e pessime domande.
«Ma tu sei sicuro che io sto bene?» gli chiedo mettendo il primo passo.
«Ti dico di sì» mi risponde mettendo il secondo.
«E se fosse qualcosa di autoimmune?» insisto, e mi fermo.
«No» dice lui e non si ferma.
«Magari un’allergia?»
«No» e continua a camminare.
«Qualcosa a livello neurologico?»
A questo punto il mio amico si ferma. Ma ha già la mano sul pomello.
«Ecco» dice. «Non neurologico ma mentale. Magari non è che non stai bene. È che pensi di non stare bene».
«Sono pazzo?»
«Che parolone. No, non dico quello. Però potresti parlarne con qualcuno».
«Mi vuoi mandare da uno strizzacervelli?»
«No, ti voglio mandare lontano da qui» e mi apre la porta.
Annuisco e m’incammino sconfitto per il corridoio. Sento la porta richiudersi alle mie spalle, il suo vetro smerigliato vibrare leggermente. Ma non passano nemmeno dieci secondi che la sento riaprirsi. Mi volto e vedo il medico, mio amico, che si sporge e mi dice:
«Poi ti mando il numero di uno bravo».
Sul momento, pensavo scherzasse. Che fosse una battuta fatta all’ultimo momento per smorzare la potenziale antipatia precedente. E invece, poi, l’ha fatto per davvero. Mi ha mandato il numero di uno, secondo la sua opinione, bravo. Prova a parlarci, mi ha scritto. Gli psicologi sono gli astrologi della salute. Anche se non ci credi, una lettura all’oroscopo non può farti male.
E così, per non farmi male, ci sono andato. Continua a leggere

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