Maschere, Morte e Minigonne: splendori e miserie di Halloween

Le Grandi Rogne dell’Anno
Nella vita quotidiana – quella che non passerà alla Storia ma nella quale passiamo gran parte delle nostre storie – c’è una legge sempre valida e molto chiara:

Nulla è più faticoso che fare qualcosa quando la gente si aspetta che tu debba fare qualcosa.

Pensateci. Le migliori giornate della vita, di solito, avvengono quando quelle giornate le hai organizzate un’ora prima di uscire. Un giro di telefonate e messaggi e poi fuori di casa a vivere ciò che non ti aspetti  e va benissimo.
Al contrario. Pensate a tutte quelle giornate in cui siete usciti di casa perché dovevate uscire di casa: il vostro compleanno, Pasquetta, Ferragosto, Capodanno, eccetera, eccetera, eccetera. A volte funzionano pure, spesso sono un disastro, sempre sono una fatica immane. In ogni caso ti viene puntualmente da dire ma chi me lo fa fare? La risposta è : gli altri, noi, la società, lo spirito del proprio tempo. Insomma lo fai perché quelle volte che non lo fai, ti senti un po’ male, un po’ fuori posto, un po’ in difetto. Un po’ come restare il sabato sera a casa. Continua a leggere

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Nel cielo dei Pub: guida incompleta ai pub di Bari per sopravvivere alla domanda “dove possiamo andare stasera?”

Ode al Pub.
Il pub è una grande invenzione. Su questo non c’è alcun dubbio. È il luogo in cui si va quando si vuole mangiare qualcosa ma non troppo o bere qualcosa e anche troppo. E poi, diciamoci la verità: ormai nei pub, in alcuni almeno, si può mangiare anche bene, molto bene e le guide Michelin se ne stanno accorgendo.
Il pub ti consente di fare molte cose, è un luogo ibrido: un po’ ristorante, un po’ bar, un po’ pizzeria, un po’ cicchetteria. Il pub accoglie tutti: nel pub ci puoi trovare il professionista e lo studente, l’aspirante premier e il cassintegrato,  il solitario malinconico e la comitiva chiassosa. Il pub, insomma, è il luogo bastardo per eccellenza e proprio questo lo consacra a luogo simbolo delle serate postmoderne perché gli dei della postmodernità, a differenza di quelli del Re Lear, parteggiano davvero per i bastardi. Continua a leggere

Il mondo salvato dalle zucchine: i Vegetariani

Prologo: sono circondato. Quest’estate mi viene a trovare in villa un vecchio amico, uno di quelli con cui hai passato l’adolescenza e con cui adesso passi la post-adolescenza. Per chi non è di queste parti è necessario spiegare che avere in comune l’adolescenza qua a Bari significa molte cose tra cui anche (e soprattutto) aver affrontato insieme quella che potremmo definire la mangiata ammerda. La mangiata ammerda consiste nell’uscire di sera per mangiare cibi che sono:

  • non sani
  • brutti a vedersi
  • di origine non chiara
  • poco igienici
  • venduti e consegnati da persone di dubbia morale e di dubbia fedina penale

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Tanta voglia di like: ovvero perché non basta la foto di vostra nonna per sopravvivere su Internet

I numeri contano. Cosa determina il numero di  mi piace  sotto un elemento pubblicato? L’elemento in sè (la qualità della canzone, dello stato, della foto) o la persona che la pubblica? Ci sono elementi pubblicati che sono interessantissimi, utilissimi, originalissimi ma che raccolgono pochi pollicioni all’insù. E ci sono elementi pubblicati che non aggiungono nulla al panorama circostante che però vengono accolti con migliaia di consensi digitali. Ma, spesso, accade anche il contrario.  Come mai? Il web è un mondo strano e difficile – un posto in cui Francesco Sole ha dieci volte più mi piace di Zerocalcare – dominato però da una regola ben precisa: per sopravvivere devi piacere a molti. Ma perché devo piacere a molti? Facile. Perché in un mondo dove tutti possono dire la loro, piacere a pochi è come non piacere a nessuno. E ora cerchiamo di capirne i motivi. Continua a leggere

Le Parole e le Cose: le magliette che parlano e gli esseri umani che non capiscono

Non sono solo parole.
La settimana scorsa mi lamentavo delle bugie degli umani e magnificavo la lingua delle cose. Alcuni illuminati esponenti della categoria dei commessi mi hanno però aperto gli occhi: poche mele marce non rendono cattivo il raccolto.
Ovviamente è vero. Ci sono tante persone che intelligentemente ti sanno consigliare perché hanno capito che il cliente contento non è solo un cliente contento. È anche un cliente che ritorna. Non smetterò mai di ringraziare la tipa dell’ottico sotto casa che, al tempo del mio secondo cambio di occhiali, mi fece provare un modello molto fashion.
Facciamo un cambio radicale, mi disse porgendomeli.
Cristo, togliteli subito, mi disse dopo cinque-secondi-cinque.
È vero che spero di non dovermeli cambiare mai più ma, nel caso dovessi, tornerei là.
Quindi oggi voglio rimediare.
Voglio parlare delle colpe degli acquirenti. Perché se è vero che, dalle etichette in poi, le cose hanno iniziato a parlare, è pur sempre vero che non tutti sanno ascoltare. Continua a leggere

«In periodi di saldi è bene non dare nulla per scontato»: ovvero, l’estetica contemporanea e le bugie dei commessi

Quel pomeriggio di un giorno prima dei saldi: i non compratori peripatetici.
Un amico pomeridiano – cioè uno di quelli che vedi solo il pomeriggio quando ha bisogno di compagnia per fare un servizio – mi chiama, di pomeriggio, per accompagnarlo a fare un giro in centro.
Tempo di saldi, penso.
Periodo, cioè, di giri per negozi in cui cammini, vedi, tocchi e non compri. Un po’ come una battuta di caccia senza caccia. Un imprescindibile giro esplorativo da fare insieme perché poi a comprare, come tutte le cose private, ci vai da solo o, dato che siamo italiani, con mamma. Ma, poiché mi piace sia camminare sia guardare, accetto. E allora cammino e guardo. Vedo un maglione rosso con al centro, al posto della faccia di Che Guevara, un viso di una renna  e mi chiedo quante chance di utilizzo possa avere, una volta che è passato il 25 Dicembre. Vedo alcune camicie e alcuni giubbotti e mi accorgo che mi potrebbero essere abbordabili solo con sconti a partire dal 75%, poco probabili anche in tempi di crisi. Vedo dei mocassini e mi domando il loro perché. Vedo tante cose. Ma soprattutto penso.
Penso che tutto sia incominciato con le etichette del prezzo. Da quando cioè le merci presentano un bigliettino con sopra scritto il loro prezzo, le cose hanno iniziato a parlare. Ed è un bene. Ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza. Continua a leggere

C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato

L’arcobaleno in testa.
Lasciamo da parte l’annosa questione se maschi e femmine possano essere (veramente) amici. Lasciamola da parte e fatemi dire che ho diverse amiche. Perché oggi non  mi interessa tanto stabilire se quando ci parlo ci tengo a  sentire quello che dicono o se lo faccio solo perché ho due argomenti da fissare mentre loro mi raccontano le loro vite. Oggi mi interessa discutere dei loro capelli. E dunque, ricominciamo.
Ho diverse amiche con diversi colori di capelli. Ne conosco parecchie brune (d’altra parte abitiamo nell’Europa meridionale), qualcuna bionda  (rendiamo grazie agli invasori del nord),  un pochetto di rosse (con tutta la mitologia che si portano dietro) e, fino a un po’ di tempo fa, conoscevo molte castane. Ve li ricordate i capelli castani? Il bel marrone con tutte le sue tonalità, dal dolce color nocciola al marcato e particolarissimo color mogano. Poi, un bel giorno, tutte queste mie amiche castane sono entrate nei parrucchieri e ne sono uscite diverse. Ne sono uscite con qualcosa di strano in testa, non il loro solito colore, non una tinta palese. Era qualcosa di più sfumato: erano loro ma al contempo non erano più le stesse. Continuavo a riconoscere il loro colore naturale ma assieme a quello vi era una nota diversa, più chiara, più viva, come quando mordi il Lindor e intravedi, oltre al cioccolato dell’involucro, il colore del ripieno: è lo stesso cioccolatino di prima ma adesso è più chiaro, più buono. Quando ero piccolino chi aveva coraggio (o genitori assenti) si versava l’acqua ossigenata in testa e il giorno dopo si presentava a scuola con i capelli come Duke Nukem. Ma oggi no. Cosa è successo allora alle mie amiche castane? Non sono più castane, non sono ancora bionde.  Si sono fatte quelle che ho imparato a conoscere come sciatùsh. Continua a leggere