Gli Untori

Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Questi sono i mesi nei quali progressivamente ci si allontana dal mare, dal sole, dal caldo, dalle magliette a maniche corte e ci si avvicina alla città, al freddo, ai piumini (non a quelli della Moncler così non scateniamo flame).
Ebbene, in questi mesi di transizione si aggira per le strade e per i locali della città una categoria umana tanto sfortunata quanto pericolosa: gli Untori.
Gli Untori sono i portatori dei più vari e temibili mali di stagione – mal di gola, tosse grassa, tosse secca, raffreddore, febbre – ma invece di starsene a casa a smaltire l’inconveniente tra il calore delle coperte e i conforti della chimica farmaceutica, s’infilano cappotto e cappello.
Ed escono.
Sì, escono.
Ma non perché sono costretti del tipo “se non vado a lavoro, non mi pagano e i miei tredici bambini moriranno di fame”. E nemmeno perché la loro presenza è assolutamente necessario del tipo “ho promesso a Giancarlo di suonare alla sua festa di laurea per trecento persone in un casale vicino Rutigliano: se non vado, nessuno si divertirà”.
No.
Loro escono perché semplicemente gli va. Non vogliono perdersi la solita, banale, sempre uguale serata al Factory o alla pizzeria sotto casa. Non possono saltarsi i quarantadue minuti di chiacchiere e cicchetti davanti al Demetra o, peggio, alla Spirit.
E allora vengono in auto con te, si siedono accanto a te, vogliono salutare proprio te. E tu non puoi fare altro che tentare di resistere al loro assalto, in vari modi e in varie maniere che dipendono dal tipo di Untore che ti è capitato. Non è facile e, spesso, non è nemmeno possibile. Ora e sempre resistenza. Continua a leggere

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Non per un dio ma nemmeno per gioco: gli amici che fanno medicina

I medici tra noi, i medici per noi.
Io non sono ipocondriaco. Tuttavia, essendo cresciuto con i film de “il ciclo Alta Tensione” di canale 5 (quelli in cui una piccola cittadina americana viene colpita da una terribile epidemia di una malattia sconosciuta causata da un virus creato dall’esercito e sfuggito al suo controllo), sono molto attento al rischio contagio.
Una volta all’università mi siedo affianco a una ragazza che non conosco. Tiro fuori quaderno e penna. Lei starnutisce e si soffia il naso. Raffredata?, domando cavallerescamente io. Eh sì, mi fa lei con occhioni rassegnati. Scusa, niente di personale, le dico mentre raccolgo la mia roba e cambio posto, un po’ di file più in là. Poco educato, forse. Ma molto efficace per contrastare la diffusione del virus, che è un bene dal momento che qua non c’è Steven Seagal che scopre l’antidoto e salva il culo a tutti.
Dove voglio andare a parare? Semplice. Che un tipo come me è inevitabilmente affascinato da quelli che fanno medicina o da quelli che, più grandi o più veloci, fanno i medici. E infatti di amici medici (in potenza o in atto) ne conosco parecchi. E a tutti miei amici medici (chiamerò così sia gli studenti sia i già laureati) io voglio bene.
Certo, un po’ rosico perché guadagnano più di me, non che questo sia molto difficile a dir la verità. D’accordo, un po’ li invidio perché loro, a differenza mia, sanno cosa faranno da grandi. Ma per una persona come me che, negli ultimi sei mesi, si è autodiagnosticata attraverso Google quattordici malattie diverse di cui quattro allo stadio terminale, avere amici medici è sempre piacevole. Mentre tua madre si limita a dirti ma va, non hai nulla, vai a dormire prima e vedi che ti senti meglio!, gli amici medici ascoltano pazientemente i tuoi sintomi, ti fanno domande e, anche se non hanno ancora prescritto nemmeno una aspirina, ti sciorinano un elenco di possibili patologie concludendo però che è assai improbabile che si tratti di una loro perché mancano il sintomo X e il sintomo Y. Ecco perché voglio bene ai miei amici medici. Sono rassicuranti. Certo, questo in linea generale. Poi, ovviamente, alcuni sono simpatici, altri meno. Alcuni intelligenti, altri meno. Alcuni interessanti, altri meno. Insomma com’è ovvio che sia. Perché fare medicina mica ti rende diverso dal resto dell’umanità. O no?
Sì. Ti rende diverso. Continua a leggere