Gli psicologi su Trenitalia

Quando sono in treno o in autobus e ho la sfortuna di avere qualcuno accanto a me solitamente tento di ammazzare il tempo sbirciando le sue conversazioni sul cellulare. Buttando l’occhio con discrezione, negli anni, ho assistito a litigi di coppia (“cos’ho fatto di male?/ è per ieri sera/ che ho fatto ieri sera?/ mi hai detto ciao in modo freddo”), a bugie fantasmagoriche (“lascio il cellulare a caricare e vado a farmi la doccia così quando torno ti posso dire quanto mi sei mancata”, messaggio scritto dal bus che collega l’aeroporto di Bologna alla città) e a molto altro. Così, quando l’altro giorno sul Frecciargento si è seduta accanto a me una ragazza, istintivamente l’occhio mi è caduto su ciò che aveva tra le mani. Ma quello che teneva tra le dita non era uno smartphone e nemmeno un cellulare.
Era un libro.
Che palle, mi sono detto, un libro. Come se non ne avessi abbastanza di gente che legge libri, che parla di libri che ha letto, o che (peggio ancora) parla di libri che non ha letto. Vabè, fa nulla. Torno a vedere Mad Men che chissà se prima o poi Don e Peggy vanno a finire a letto insieme. Prima di far ripartire la puntata, però, cedo alla curiosità di sapere che libro sta leggendo e aguzzo la vista laterale.

“M.K. chiede a Richard cosa ha disegnato. Richard risponde che è sua madre che lo tiene per mano” Continua a leggere

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Quel che resta di uno squillo

Tutta la storia, diceva qualcuno, è storia contemporanea. In effetti, noi leggiamo quello che è accaduto nel 1400 inevitabilmente con gli occhi di oggi e quindi, in un certo qual modo, siamo portati a farci domande e a darci risposte secondo quello che pensiamo e sappiamo oggi. Invece bisognerebbe storicizzare sempre: riportare ogni cosa alla sua epoca e leggerla secondo le coordinate del suo stesso tempo. Ma non è facile. Facciamo un esempio pratico: lo squillo del cellullare. Lo squillo del cellulare è, diciamo, un’azione. Io seleziono un contatto dalla rubrica, premo il tasto verde, porto il cellulare all’orecchio e sento fare tuuu mentre, in un’altra stanza, in un’altra città, qualcun altro sentirà l’inizio della sua suoneria. Ecco qua. Tutto qua. Solo che un’azione non è mai neutra ma trae il suo significato dal contesto in cui la si fa e, soprattutto, dalla sua epoca. Oggi, nel 2015, uno squillo è poco più che uno squillo. È l’azione di squillare, tutt’al più può assumere il significato di “scendi” se inserito nell’accordo del “ti faccio uno squillo quando sto giù”. Ma anni fa, uno squillo poteva contenere un mondo di significati e desideri al suo interno. E noi, noi che c’eravamo, abbiamo il dovere di ricordarcelo e di farlo sapere a quelli che, invece, non c’erano, per quanto difficile questo possa essere. Ecco perché qualche giorno fa mi sono imbarcato in una delle lezioni più complesse della mia vita: far capire ad una (molto) teenager degli anni 00 cos’era e cosa significava uno squillo. Continua a leggere

Latino et San Valentino

Uno dei vantaggi di dare ripetizioni è quello di avere a che fare con i più giovani o, come in questo caso, con le più giovani e di essere quindi in grado di rimanere al passo con i tempi, di tastare il polso alle ultime generazioni.
– Che fai a San Valentino?, chiedo mentre stiamo facendo la solita, trita, versione sui veri valori della Res Publica perennemente in pericolo.
– No, lasciamo stare. Io non credo a San Valentino!
– Nel senso che sei atea e quindi insieme a Dio fai l’all inclusive della non fede anche verso i santi?
– No, non in quel senso. Intendevo dire che non credo al giorno di San Valentino, alla necessità di un giorno degli innamorati, in cui devi comprare i fiori, i cioccolatini, andare al ristorante, e tutte quelle cose così.
– Non ti piacciono i cioccolatini? A me i Baci Perugina piacciono tanto.
– No, che c’entra? A me non piace l’idea che ci debba essere un giorno per fare quelle cose. Cioè se tu mi ami, le fai ogni giorno. Non hai bisogno del 14 di Febbraio per ricordarti quanto sono speciale e quanto meriti delle rose, per dire.
Mi schiarisco la voce perché la questione è tanto vecchia quanto spinosa. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

Dalla parte sbagliata

Le vacanze di Natale sono pressoché finite. E come ogni anno la gente che è tornata a casa si appresta ad andarsene portando con sé il solito bagaglio di ricordi e mozzarelle, vestiti e salumi, promesse e fotografie del lungomare. In mezzo a tutto ciò, sorgono puntuali delle domande.
Chi è che si trova dalla parte giusta? E chi dalla parte sbagliata? Quelli che se ne vanno? Quelli che restano? Quelli che ritornano?
Io non lo so ma penso che questa mail che mi ha inviato una persona che ha fatto tutte e tre le azioni – andarsene, restare, ritornare – possa essere una bella risposta. O, quanto meno, un bello spunto di riflessione: sono i luoghi a fare le emozioni o viceversa?
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Il New Year’s Act: dieci proposte al Governo per migliorare l’Italia

Quando mancano pochi giorni all’arrivo dell’anno nuovo generalmente si fanno due cose:
– bilancio dell’anno appena trascorso
– lista di buoni propositi per l’anno che sta per arrivare.
Tuttavia, dato che guardare al proprio passato è il più delle volte deprimente e dato che guardare al proprio futuro può avere lo stesso identico effetto, è meglio desistere e dedicarsi a qualcos’altro. Per esempio, proporre cose che dovrebbe fare  il Governo per rendere il mondo – il nostro mondo – un mondo migliore. Così, se poi tra un anno saremo punto e daccapo, non dovremo deprimerci più di tanto: la colpa, infatti, sarà del Governo. Come sempre.
E dunque ecco dieci proposte che il Governo potrebbe facilmente realizzare al fine di cambiare in meglio il nostro paese e la nostra vita. Continua a leggere

Il regalo di Natale nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: ovvero come evitare di deludere gli altri (anche) nel giorno più bello dell’anno

Che i regali da fuori siano più o meno tutti uguali non è un problema: così come l’abito non fa il monaco, la carta e i nastrini non fanno il regalo. Il regalo lo fa, come ovvio, il contenuto. Ma oggi i regali sono diventati più o meno tutti uguali sia da fuori che da dentro. E questo, invece, è un bel problema. Ti trovi davanti vari regali. Li prendi. Li scarti. E non fai più ohhh o ihhh e neppure noooo ma semplicemente ah! Detta in altri termini: i regali di Natale ormai sono diventati terribilmente standardizzati. Capita sempre più spesso che due persone ricevano la stessa cosa o che una  persona riceve la stessa cosa da due persone diverse. E se è vero che ciò che conta è il pensiero, delle due l’una: o la gente non pensa più o pensa tutta alla stessa maniera. O magari entrambe le cose. Non c’è da sorprendersi, in fondo. Il mercato, oggi, è sia enorme sia facilmente esplorabile così che solo chi ha molto tempo (o soldi) da spendere riesce a trovare qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di personale. Di qui, dunque, una domanda sorge spontanea e si staglia all’orizzonte dei Natali del terzo millennio: come faremo a sorprendere le persone in un’epoca in cui anche la più piccola sciccheria – anche quella costruita a mano dai bambini ciechi del Perù – è potenzialmente conosciuta e acquistabile da tutti attraverso un clic fatto dal salotto di casa propria? La risposta come al solito è boh. Però, se sorprendere le persone è difficile, non deluderle è possibile. Insomma: il regalo del millennio lo puoi anche non fare ma quello di merda non lo devi fare. Di seguito una serie di consigli su cosa non comprare per non deludere i vostri cari.

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