Le sorelle degli amici

Le sorelle degli amici hanno una funzione sociale di primo rilievo. Quando sei un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più grande, quest’ultima consente di canalizzare la sovrapproduzione ormonale puberale verso un obiettivo tanto vicino quanto irrealizzabile. Quando non sei più un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più piccola che è diventata grande, quest’ultima consente di misurare il tuo grado residuo di depravazione e il tuo attuale codice morale. Le sorelle degli amici ti fanno sentire adulto quando sei piccolo e giovane quando sei adulto. Questo reportage sudicio ma sincero è dedicato a loro. Continua a leggere

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Amore è quando arbitro fischia: ovvero le tattiche del provarci

Il destino nei film e la tattica nella vita.
Roma, Milano, Londra, Berlino, Madrid, Praga. Nelle metropolitane di queste (e di altre) città mi sono scontrato con decine di ragazze. E il cinema ci ha insegnato che quando ti scontri con una tipa nella metropolitana (o in stazione o in aeroporto), l’impatto le fa cadere la borsa, tu e lei allora vi chinate contemporaneamente per raccoglierla, le vostre mani si sfiorano, i vostri occhi si incontrano e zac: colpo di fulmine, tamponamento di destini, cocktail di vite.
L’amore – ci insegnano – funziona più o meno così: casualmente. Quando meno te l’aspetti ti becca di sorpresa. Però, al di fuori dello schermo, qualcosa non torna: nelle metropolitane di Roma, Milano, Londra, Berlino, Madrid, Praga questi ripetuti scontri non hanno prodotto il risultato aspettato. Al di fuori dello schermo, oltretutto, quando tu e lei vi conoscete e, per vari motivi, vi trovate reciprocamente antipatici – vi odiate – beh, a differenza dei film, dopo un paio d’ore non vi scoprirete anime gemelle. Rimarrete reciprocamente antipatici. Insomma, nella vita vera funziona diversamente. Nella vita vera, il caso ha sì un suo ruolo ma affinché il finale sia vagamente simile a quello dei film c’è bisogno di una cosa la cui importanza pochi sono disposti ad ammettere: la tattica. Continua a leggere

Davanti alle foto degli altri

Le munizioni infinite e la società dell’immagine.
Ci sono schermi ovunque. Sui muri, sulle scrivanie, nelle auto, nelle metropolitane, nelle tasche dei pantaloni. E se ci sono schermi, ci sono immagini. D’altra parte tra i migliaia di modi in cui ci si riferisce alla società contemporanea vi è anche l’etichetta – giustificata – di società dell’immagine.
La società dell’immagine non è nata oggi e nemmeno ieri. Però è innegabile che tra ieri e oggi abbia acquisito una caratteristica fondamentale: è diventata velocissima. E la velocità è sinonimo di abbondanza. Qualche anno fa nelle macchine fotografiche c’era uno sportelletto al cui interno si metteva un oggettino chiamato rullino. Il rullino consentiva di scattare un certo numero di foto (12,24,36). Era insomma come un caricatore di una pistola. E chiunque abbia partecipato a una guerra o giocato ai videogiochi sa bene che i proiettili non vanno sprecati. Vanno razionati, vanno sparati bene e per necessità, se no rimani senza e i nemici ti ammazzano facilmente e gli zombie ti spolpano in massa. Qualche anno fa, quindi, quando si faceva una foto si pensava bene a quello che si stava per fare: si sceglieva un posto, ci si metteva bene in posa, cheese, click. E speriamo che lo stronzo non abbia chiuso gli occhi. L’avvento delle digitali e il successivo sdoganamento delle reflex ha messo in mano agli esseri umani dei mitra con munizioni illimitate, in maniera non troppo diversa da quando si usavano i codici e i trucchi alla playstation. E da che mondo è mondo se non ci si deve preoccupare del numero dei proiettili, si spara a raffica, si spara a cazzo di cane. Come se non bastasse oggi c’è anche un posto perfetto per questi proiettili vaganti e impazziti, una sorta di poligono di tiro grande e affollato in cui mitragliare foto senza grossi rischi, vale a dire i social network e Facebook in testa. I carnefici e le vittime di questo gioco siamo noi. Noi che ci troviamo, volenti o nolenti, dentro o davanti le foto degli altri. Continua a leggere

Quella legge che io non riesco a capire: le coppie che non c’entrano nulla

La felicità al lattosio.
A volte capita anche a me, come al mitico Ted di Scrubs, di stare al parco e di voler tirare sassi alle coppie felici. Magari non proprio sassi ché poi qualcuno si fa male e sono cazzi. Però, ecco, la voglia di tirare, che ne so, delle uova si può legittimamente provare senza troppi timori legali. E dunque riformuliamo. A volte capita anche a me di voler tirare delle uova alle coppie felici. Si tratta di un effetto, accanto alla nausea e all’iperventilazione, della mia intolleranza alla felicità altrui. Purtroppo la medicina è impotente in questi casi. Ci si deve convivere. E io lo faccio consolandomi con il pensiero che, dopo tutto, poteva andarmi peggio. Potevo essere intollerante al lattosio.
Nausea, iperventilazione, desiderio di lancio di oggetti contundenti, quindi. Però di solito non lo faccio. Perché, proprio mentre sto prendendo la mira, un pensiero s’impossessa della mia mente e la  occupa totalmente facendo passare il tutto. Guardo la coppia che passeggia felice e mi domando: ma che cazzo c’entrano quei due l’uno con l’altro?
E allora resto là, con l’uovo in mano,  a cercare un motivo per cui LUI e LEI sono un NOI anche se tutto sembra precluderlo. Mi capita spesso di contorcermi su questo dubbio, praticamente ogni qualvolta mi imbatto in una coppia che non c’entra nulla.  Continua a leggere

Il Social Network prima del Social Network: in morte di Skakkinostri

Premessa.
A me non piace parlare di cose che non tutti possono capire. Non che ci sia nulla di male eh, ma a quel punto secondo me lo fai al tavolo del pub, con i diretti interessati, e non su un blog. Oggi però faccio una piccola eccezione. Sia perché questa cosa interessò a suo tempo circa cinquantamila ragazzi (benché su scala locale), sia perché un tributo a Skakkinostri andava dato prima o poi. E dunque cominciamo.

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Un Moderato Delirio: sopravvivere a Bari

Lo dico subito. Ho scritto un libro. Questo.

Un moderato delirio
Ma siccome nessuno ne farà una recensione e nessuno mi intervisterà, ho pensato di fare da solo. Come sempre. Di seguito l’intervista in anteprima che sarà poi trasmessa, a rete unificate, il 31 Dicembre al posto del solito e noioso messaggio del Presidente della Repubblica.

D: Allora, signor Nicassio…
R: La prego, mi chiami Renato.
D: D’accordo, Renato. Dunque, alla fine, anche lei ci è cascato. Si è venduto.
R: No, guardi, non le permetto di…
D: Suvvia, non c’è niente di male dopotutto. In fondo ha resistito a lungo. Lo sa che l’hanno anche fotografata con indosso un maglioncino di Fred Perry?
R: Un attimo. Prima di tutto, come ha anche indirettamente ricordato lei, ho una certa età. Quindi non dica “maglioncino” che mi fa innervosire. Poi, quell’indumento non era nemmeno mio. Me lo sono messo perché non avevo altro a disposizione. Per il resto i miei negozi di abbigliamento restano Decathlon e, quando sono in vena di classicità, Piazza Italia. Anzi. Mi faccia fare un appello ai miei amici più grandi o più fortunati: sbrigatevi a sposarvi perché l’unica giacca che ho, quella comprata all’epoca delle feste dei 18 anni, non so quanto ancora possa andarmi bene. Ecco, lasci perdere i vestiti e parliamo di quello per cui siamo qui. Continua a leggere

C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato

L’arcobaleno in testa.
Lasciamo da parte l’annosa questione se maschi e femmine possano essere (veramente) amici. Lasciamola da parte e fatemi dire che ho diverse amiche. Perché oggi non  mi interessa tanto stabilire se quando ci parlo ci tengo a  sentire quello che dicono o se lo faccio solo perché ho due argomenti da fissare mentre loro mi raccontano le loro vite. Oggi mi interessa discutere dei loro capelli. E dunque, ricominciamo.
Ho diverse amiche con diversi colori di capelli. Ne conosco parecchie brune (d’altra parte abitiamo nell’Europa meridionale), qualcuna bionda  (rendiamo grazie agli invasori del nord),  un pochetto di rosse (con tutta la mitologia che si portano dietro) e, fino a un po’ di tempo fa, conoscevo molte castane. Ve li ricordate i capelli castani? Il bel marrone con tutte le sue tonalità, dal dolce color nocciola al marcato e particolarissimo color mogano. Poi, un bel giorno, tutte queste mie amiche castane sono entrate nei parrucchieri e ne sono uscite diverse. Ne sono uscite con qualcosa di strano in testa, non il loro solito colore, non una tinta palese. Era qualcosa di più sfumato: erano loro ma al contempo non erano più le stesse. Continuavo a riconoscere il loro colore naturale ma assieme a quello vi era una nota diversa, più chiara, più viva, come quando mordi il Lindor e intravedi, oltre al cioccolato dell’involucro, il colore del ripieno: è lo stesso cioccolatino di prima ma adesso è più chiaro, più buono. Quando ero piccolino chi aveva coraggio (o genitori assenti) si versava l’acqua ossigenata in testa e il giorno dopo si presentava a scuola con i capelli come Duke Nukem. Ma oggi no. Cosa è successo allora alle mie amiche castane? Non sono più castane, non sono ancora bionde.  Si sono fatte quelle che ho imparato a conoscere come sciatùsh. Continua a leggere