Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Amore è quando arbitro fischia: ovvero le tattiche del provarci

Il destino nei film e la tattica nella vita.
Roma, Milano, Londra, Berlino, Madrid, Praga. Nelle metropolitane di queste (e di altre) città mi sono scontrato con decine di ragazze. E il cinema ci ha insegnato che quando ti scontri con una tipa nella metropolitana (o in stazione o in aeroporto), l’impatto le fa cadere la borsa, tu e lei allora vi chinate contemporaneamente per raccoglierla, le vostre mani si sfiorano, i vostri occhi si incontrano e zac: colpo di fulmine, tamponamento di destini, cocktail di vite.
L’amore – ci insegnano – funziona più o meno così: casualmente. Quando meno te l’aspetti ti becca di sorpresa. Però, al di fuori dello schermo, qualcosa non torna: nelle metropolitane di Roma, Milano, Londra, Berlino, Madrid, Praga questi ripetuti scontri non hanno prodotto il risultato aspettato. Al di fuori dello schermo, oltretutto, quando tu e lei vi conoscete e, per vari motivi, vi trovate reciprocamente antipatici – vi odiate – beh, a differenza dei film, dopo un paio d’ore non vi scoprirete anime gemelle. Rimarrete reciprocamente antipatici. Insomma, nella vita vera funziona diversamente. Nella vita vera, il caso ha sì un suo ruolo ma affinché il finale sia vagamente simile a quello dei film c’è bisogno di una cosa la cui importanza pochi sono disposti ad ammettere: la tattica. Continua a leggere

Il Sesso Sofisticato: cinque ragioni per cui le donne non governano il mondo

Una contraddizione di genere.
Lasciamo da parte il facile umorismo sulla presunta incapacità di guidare (le donne che non sanno guidare sono semplicemente quelle che non guidano, quelle che hanno preso la patente per sfizio e poi l’hanno appesa al chiodo e così, quando dopo anni si trovano a dover prendere l’auto, guidano da principianti perché, in fondo, lo sono). Lasciamo da parte l’ipermaschilistico umorismo alla Houellebecq («come si chiama il grasso intorno alla vagina? Donna»). E lasciamo da parte anche lo spietato umorismo di chi afferma che è bene non fidarsi di un essere vivente che sanguina per cinque giorni e poi non muore. Lasciamo perdere tutto questo e facciamoci una domanda.
Perché le donne non governano il mondo? Continua a leggere

C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato

L’arcobaleno in testa.
Lasciamo da parte l’annosa questione se maschi e femmine possano essere (veramente) amici. Lasciamola da parte e fatemi dire che ho diverse amiche. Perché oggi non  mi interessa tanto stabilire se quando ci parlo ci tengo a  sentire quello che dicono o se lo faccio solo perché ho due argomenti da fissare mentre loro mi raccontano le loro vite. Oggi mi interessa discutere dei loro capelli. E dunque, ricominciamo.
Ho diverse amiche con diversi colori di capelli. Ne conosco parecchie brune (d’altra parte abitiamo nell’Europa meridionale), qualcuna bionda  (rendiamo grazie agli invasori del nord),  un pochetto di rosse (con tutta la mitologia che si portano dietro) e, fino a un po’ di tempo fa, conoscevo molte castane. Ve li ricordate i capelli castani? Il bel marrone con tutte le sue tonalità, dal dolce color nocciola al marcato e particolarissimo color mogano. Poi, un bel giorno, tutte queste mie amiche castane sono entrate nei parrucchieri e ne sono uscite diverse. Ne sono uscite con qualcosa di strano in testa, non il loro solito colore, non una tinta palese. Era qualcosa di più sfumato: erano loro ma al contempo non erano più le stesse. Continuavo a riconoscere il loro colore naturale ma assieme a quello vi era una nota diversa, più chiara, più viva, come quando mordi il Lindor e intravedi, oltre al cioccolato dell’involucro, il colore del ripieno: è lo stesso cioccolatino di prima ma adesso è più chiaro, più buono. Quando ero piccolino chi aveva coraggio (o genitori assenti) si versava l’acqua ossigenata in testa e il giorno dopo si presentava a scuola con i capelli come Duke Nukem. Ma oggi no. Cosa è successo allora alle mie amiche castane? Non sono più castane, non sono ancora bionde.  Si sono fatte quelle che ho imparato a conoscere come sciatùsh. Continua a leggere

Sesso & Sushi: il ristorante giapponese come appuntamento sicuro

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Una verità eterna.
La figa non è mai gratis, era solito ripetermi un amico che non capiva un cazzo di molte cose ma in quel campo, credetemi, un po’ ne sapeva. La figa non è mai gratis, diceva e lo diceva con il tono con cui il maestro Miyagi elargiva le sue perle di saggezza a Daniel-san nella fortunata trilogia di Karate Kid. La figa non è mai gratis e non si riferiva, ovviamente, alla mercificazione più evidente della figa e cioè la prostituzione ma al fatto che il corteggiamento di una ragazza (puttana o meno) richiede sempre denaro, oltre che tempo (il quale, come si sa, è denaro).
Passala a prendere (e paghi la benza), portala al cinema (e paghi il biglietto), offrile un gelato o un cornetto (e paghi il cibo che sceglie), portala direttamente a cena fuori (e paghi il conto). Insomma, è vero che siamo nel XXI secolo e che l’emancipazione femminile ha fatto passi da gigante, però quando ci provi con una tipa, fosse anche la presidentessa del club “donne al potere”, qualcosa qualcosa devi spenderla. La figa non è mai gratis, mi diceva giustamente quest’amico che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa. Prima cioè che il ristorante giapponese diventasse la tappa par excellence di tutti i maschi desiderosi di aprirsi un varco, quel varco, tra una certa gonna o un certo leggins. A volte mi sorprendo a chiedermi che cosa ne pensa adesso da lassù lui, lui che diceva che la figa non era mai gratis quando la spesa contemplata era portare la tipa di turno a vedere un film di Pieraccioni. Chissà cosa penserebbe oggi se fosse qui, oggi che per avere qualche speranza  con la tipa di turno siamo costretti a mettere i nostri reni su Ebay per poterci permettere di portarla al ristorante giapponese. Continua a leggere

La Democrazia del Pompino

Non se qualcuno se lo ricorda. In una puntata di Friends Rachel racconta alle sue amiche Monica e Phoebe il suo bacio con Ross. La descrizione è appassionante, precisa, lunga, romantica e le amiche la seguono con trepidazione e attenzione mentre sorseggiano calici di vino rosso. Nel frattempo Ross sta mangiando una pizza con i suoi due amici Chandler e Joey. La sua versione è sintetica e raccontata a bocca piena: «And I kissed her – «Tongue?» – «Yeah» – «Cool». [ La scena in italiano la potete vedere QUI . Se invece, come il sottoscritto, siete dei sostenitori de le-serie-tv-vanno-viste-in-originale, la scena in inglese la potete vedere QUA ]

Ecco, questa è la verità. Gli uomini non parlano di sesso tra loro. Ci si limita all’essenziale. Sì, quella me la sono scopata. No, quella giusto una pomiciata. Oh quella mi ha dato il culo al primo appuntamento. Ah quella che tette che aveva. E così via. Com’è giusto che sia. Gli uomini non parlano di sesso tra loro. Ne parlano quando ci sono anche le donne. Il perché non l’ho mai ben afferrato. Forse perché è interessante sentire anche l’altra campana della trombata. Forse perché gli argomenti di un tavolo misto che interessano tutti sono ben pochi. O forse, più probabilmente, perché è un modo per mostrare il testosterone, per mettersi in mostra, in modo non troppo diverso dagli scimpanzé (che quando sono in calore  si pongono davanti dalla femmina prescelta e, sostenendosi con le mani al suolo, spingono il bacino in avanti; se siete stati un sabato al Divinae Follie dovreste essere in grado di visualizzare la scena, senza bisogno di safari africani). Comunque sia quando un gruppo di maschi trova la ragazza o le ragazze disposte a mettere da parte il pudore per parlare di sesso, beh è la fine di ogni umana decenza e di ogni possibile logica.

Al tavolo intorno al quale si riunisce il gruppo si instaura una democrazia, una particolare tipologia di democrazia che potremmo chiamare democrazia del pompino dal momento che, esattamente come la fellatio, consente a chiunque abbia un pene e una bocca di potersi esprimere.

Uno dei primi a farsi avanti è, non a caso,  l’ETOLOGO che puntualmente vuole sapere cosa prova una donna a succhiarlo, se gode pure lei, se non è come lavarsi i denti con uno spazzolino (si spera) un po’ più grosso. Se è particolarmente smaliziato l’ETOLOGO continuerà fino a raggiungere l’annosa questione-ingoio la quale puntualmente traina con sé il problema del sapore e potete stare sicuri che qualcuno interverrà decantando le proprietà spermo-dolcificanti dell’ananasso. Continua a leggere