Se una notte d’inverno un ricercatore

Sette parole e una risposta per Almalaurea
Se ci metti più di sette parole per spiegare cosa fai, di sicuro il tuo lavoro è inutile alla società. Se poi fai il dottorato di ricerca, allora non solo non riesci a stare nelle sette parole ma tecnicamente non hai nemmeno un lavoro.
Lo sa che il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro?, mi domanda gentilmente la signorina del sondaggio Almalaurea – uno dei tanti con cui si tenta di tastare il polso della situazione giovanile di questo paese – dopo che io le avevo detto cosa stavo facendo al momento.
Una persona normale, alle 9:30 di sabato mattina, avrebbe risposto:
E rompere i coglioni a quest’ora chiedendo alla gente di giudicare statisticamente la propria attuale esistenza invece sarebbe un lavoro?
Ma siccome sono una persona più civile che normale mi limito a dirle:
Sì, lo so.
E, in effetti, è vero. Il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro. Tuttavia, se lo fai, non ti permette di avere un lavoro, un “altro lavoro” verrebbe da dire se il dottorato di ricerca, per l’appunto, fosse considerato un lavoro.
Illogico? Sembrerebbe.
Bizzarro? Forse.
Ingiusto? Probabilmente.
D’accordo, ma per risolvere la questione: che fa di preciso un dottorando di ricerca? Continua a leggere

Annunci

Gli amici che se ne vanno

Il mondo compresso e la conta degli amici andati.
Milano, ovviamente. E poi Torino per i più seri (e grigi), Bologna per quelli più bohèmienne (che non si possono permettere Parigi), Roma perché è pur sempre la capitale e così via. E poi, per l’appunto, andando via: Inghilterra per gli eterni innamorati di Londra, Germania per quelli alla ricerca di serietà, Francia per non so quali motivi, Svezia per i patiti del welfare state, Irlanda per i più poetici e campagnoli, Stati Uniti per i più ambiziosi, Cina per i professionisti dello sviluppo e infine l’Australia, nuova America, nazione nata sulle spalle dei detenuti deportati e che attira oggi un’altra tipologia di disperati.
Queste, in breve, alcune delle mete di quella splendida e struggente categoria antropologica degli amici che se ne vanno.
In fondo, la globalizzazione, ci ripetono ad nauseam, ha reso il mondo un po’ più piccolo. E, dunque, oggi, almeno da un punto di vista logistico, andarsene via è un po’ più semplice rispetto a cent’anni fa. E infatti io, come Francesco Guccini, mi trovo ogni settimana a far la conta degli amici andati e a dire ci vediam più tardi.
Andati via eh. Mica morti. Sono pur sempre più giovane di Guccini. Continua a leggere

Un Moderato Delirio: sopravvivere a Bari

Lo dico subito. Ho scritto un libro. Questo.

Un moderato delirio
Ma siccome nessuno ne farà una recensione e nessuno mi intervisterà, ho pensato di fare da solo. Come sempre. Di seguito l’intervista in anteprima che sarà poi trasmessa, a rete unificate, il 31 Dicembre al posto del solito e noioso messaggio del Presidente della Repubblica.

D: Allora, signor Nicassio…
R: La prego, mi chiami Renato.
D: D’accordo, Renato. Dunque, alla fine, anche lei ci è cascato. Si è venduto.
R: No, guardi, non le permetto di…
D: Suvvia, non c’è niente di male dopotutto. In fondo ha resistito a lungo. Lo sa che l’hanno anche fotografata con indosso un maglioncino di Fred Perry?
R: Un attimo. Prima di tutto, come ha anche indirettamente ricordato lei, ho una certa età. Quindi non dica “maglioncino” che mi fa innervosire. Poi, quell’indumento non era nemmeno mio. Me lo sono messo perché non avevo altro a disposizione. Per il resto i miei negozi di abbigliamento restano Decathlon e, quando sono in vena di classicità, Piazza Italia. Anzi. Mi faccia fare un appello ai miei amici più grandi o più fortunati: sbrigatevi a sposarvi perché l’unica giacca che ho, quella comprata all’epoca delle feste dei 18 anni, non so quanto ancora possa andarmi bene. Ecco, lasci perdere i vestiti e parliamo di quello per cui siamo qui. Continua a leggere