Gli esodati dell’amore

Quando era più facile

«Eppure», dice il mio amico, mio coetaneo, con insofferenza crescente, «io mi ricordo bene quanto era facile prima».
Sentendo la sua affermazione, distolgo lo sguardo dalla tv e lo porto su di lui. Si sta muovendo nervosamente nello spazio compreso tra il divano e la finestra al suo fianco.
«Prima quando?» gli chiedo serafico rimanendo seduto sul divano.
«Prima. Tipo dieci anni fa. O anche cinque. O forse anche solo tre. Non saprei bene, è successo tutto così in fretta. In ogni caso, prima di adesso».
«Era più facile?»
«Certo che lo era».
«Va bene. Se lo dici tu».
«Non lo dico io. Lo dicono i fatti».
«Ah beh. I fatti».
«Sì, sì, i fatti. E te lo dimostro subito. Usciamo stasera?»
«Stasera?»
«Sì, stasera».
«Ma che scherzi? È giovedì».
«E che fa che è giovedì?»
«Domani è venerdì. È lavorativo».
«Ma tu non hai un lavoro».
«Non c’entra niente. È lavorativo per la società e io faccio parte della società».
Il mio amico, mio coetaneo, solleva le mani ad altezza della faccia e si dà due schiaffi in succesione quasi contemporanea.
«Ecco» dice. «Ecco. Lo vedi? Dieci, cinque o anche tre anni fa non avresti dato questa risposta. Saresti uscito con me e mi avresti dato una mano».
«Ma tu non hai bisogno di una mano».
«Non ho bisogno di una mano? Mi sono lasciato. Lasciato. La-scia-to».
«A quanto ne so sei stato lasciato».
«Non è importante. Non cambia il fatto che sono di nuovo single. Single. Sin-gle. Sono solo. So-lo».
«Ho capito, non sono scemo».
«E allora fai il tuo dovere. Accompagnami a un free-drink»
«A un free-drink?»
«Sì. A un free-drink. È primavera, quasi estate. Andiamo al free-drink di Farmacia».
«Non esiste più».
«Come non esiste più?»
«Sì. Non esiste più».
«E che è successo?»
«Non lo so. Forse quelli che lo organizzavano si sono finalmente laureati».
«Ah».
«Eh».
«Va bene, va bene» dice e riprende a muoversi tra il bracciolo del divano e la finestra. «Nulla di grave. Andiamo a un Erasmus Party. L’Erasmus Party è il vero significato dell’Europa unita».
«Non esiste più».
«Non esiste più?»
«No».
«Ma cosa? L’Erasmus Party o l’Europa unita?»
«Entrambi».
«Ma come entrambi? Quando? Perché?»
«Lunga storia. La crisi dei mutui subprime. La vittoria delle politiche dell’austerity. L’avanzata dei populismi . Il sospetto per lo straniero. Insomma, polacche e ungheresi non si fidano più a pomiciare con quelli dell’area Euro».
Il mio amico, mio coetaneo, allarga il suo raggio di azione e inizia a camminare intorno all’intera stanza.
«D’accordo, d’accordo» dice più a se stesso che a me. «Restiamo calmi. Restiamo in Italia. Andiamo a una serata allo Zenzero»
«Non esiste più».
«Al Cellar».
«Non esiste più».
«Al Gorgeous».
«Non esiste più».
«Benissimo. Benissimo» dice e si ferma al centro esatto della stanza, bloccandomi la visuale della televisione. «Nulla di grave. Tranquillo. Niente ballare. E che fa? Usciamo a bere a cazzo. Ci sono pub aperti?»
«Probabile».
«E allora andiamoci».
«Ti ho detto che è giovedì».
«Cristo santo. E io ti ho detto che mi sono lasciato. Sono stato lasciato. Lasciato. E da che mondo è mondo quando qualcuno viene lasciato deve tornare a godersela. A vivere. A vivere e a godersela con gli amici. Esistono ancora gli amici, no?»
«No. Hai trent’anni».
Il mio amico – che avendo trent’anni come me non è più tecnicamente mio amico – è sfinito. È disgustato da tutto e da tutti. Si accascia sul divano, accanto a me, facendo però attenzione a non toccarmi perché gli omosessuali, a differenza di locali e amici,  esistono ancora. Davanti a noi, la televisione è ancora accesa e di nuovo sgombra e trasmette Uomini & Donne di Maria de Filippi, unico faro di vita in una programmazione pomeridiana smorta ai limiti della sonnolenza. Il mio amico inizia a guardarlo in silenzio, rassegnato all’apparenza, ma poi d’un tratto sbotta agitando il dito indice della mano destra.
«E quindi alla fine avevo ragione io» dice. «Prima era più facile».

Quello che non si dice

Non glielo direi mai direttamente. Non lo ammetterei mai ad alta voce ma non ha tutti i torti. Prima – non so bene quando ma prima – era davvero più facile. E lui, purtroppo per lui, se lo è dovuto ricordare. Da pochi giorni, il mio amico è infatti entrato a far parte di una categoria disagiata. Anzi: dimenticata. I trentenni che si lasciano. La loro è una condizione dura ma non priva di una certa ironia. In effetti, al giorno d’oggi, l’amore dei trentenni è in sé un argomento tutt’altro che trascurato. Tutti  parlano infatti delle storie tra trentenni ma, il più delle volte, tutti ne parlano con un misto di ammirazione e paura. Non sorprende. Del resto, sono i trentenni quelli che vanno a convivere. Sono loro che si sposano. Loro che hanno figli. Insomma, sono loro quelli che si sistemano. Chi ha un amico che ha trent’anni ha nove possibilità su dieci di dire una frase del genere entro la fine della giornata:

  •  Quello ad ottobre va a convivere e io ho bisogno ancora che mamma mi svegli.
  •  Quello ad ottobre si sposa e io litigo ancora per decidere se è meglio la playstation o l’xbox.
  • Quello ad ottobre diventa padre e io aspetto ancora il mio compleanno per avere la busta di soldi dai nonni.¹

Detta altrimenti, i trentenni fungono da cartina di tornasole dell’immaturità sentimentale altrui. E quindi è facile stimarli, ammirarli, temerli, persino odiarli, ma è assai difficile compatirli. D’altronde chi mai potrebbe compatire la maturità sentimentale? Nessuno. Eppure non si dovrebbe mai scordare che la maturità sentimentale, così come la si guadagna, la si può anche perdere.

Zanryū nipponhei

Se gli amori dei trentenni fossero una guerra, sarebbero una guerra di posizione. Non una razionale e spietata blitzkrieg come l’invasione della Polonia e nemmeno un massacro a campo aperto come Waterloo. Sarebbero piuttosto un fronte immobile della Grande Guerra o, nei casi peggiori, una lentissima battaglia isola per isola come quelle avvenute nel ’45 nel Pacifico Orientale. In ogni caso, sarebbero delle guerre d’abitudine, delle guerre in cui ci si alza la mattina, tutte le mattine, e si fanno sempre le stesse cose. Sparare un messaggio o un bacio del buongiorno. Aspettare la risposta della controparte. Replicare lo scambio prima di pranzo. Tentare un’incursione armata nel pomeriggio. Sfondare a sera. Lanciare un paio di botti prima di addormentarsi. E al mattino, ricominciare daccapo. Per mesi. Per anni. In conflitti di questo genere, come ovvio, la tattica è standard. Non necessita di aggiustamenti particolari o continue programmazioni. I soldati sanno sempre che fare e lo fanno sempre secondo una strana consuetudine che si mescola al piacere. Proprio per questo motivo, quando una guerra d’abitudine finisce, è facile che si verifichi  quello che si potrebbe definire il dramma della libertà. Dopo un sacco di tempo trascorso a vivere in una routine, ti dicono che non è più necessaria. Puoi tornare a casa. La guerra è finita. Persa o vinta che sia, è finita. Sei libero. Sei in pace. E sarebbe bellissimo se non fosse che la pace e la libertà non sono più quelle di una volta. La guerra è finita ma il mondo, infatti, è nel frattempo andato avanti. Hai combattuto per anni e nessuno te l’ha detto. Nessuno ti ha avvisato. Quando nell’agosto del 1945 il Giappone capitolò e si arrese, c’erano parecchi suoi soldati sparsi nei territori del Pacifico che non vennero avvisati o se avvisati, non ci credettero. Pensavano fosse soltanto propaganda avversaria. Col cazzo che avrebbero smesso di fare quello che facevano. Presero a chiamarli Zanryū nipponhei o, in inglese, Japanese holdouts. Più o meno letteralmente: i restanti combattenti giapponesi. Per circa quarant’anni, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, ogni tanto ne spuntava uno fuori da qualche cespuglio di bacche selvatiche o da una piantagione di bambù. Le autorità locali andavano allora a prenderlo e gli dicevano la verità. È finita da un po’.  È andata così. Era inevitabile. La storia si stava trascinando da troppo. Senti a me, meglio che sia successo prima di fare il grande passo. Non è stata colpa tua. Non eravamo ancora pronti, tutto qui. Ora facciamo le nazioni adulte. Restiamo amici. E il povero combattente – esattamente come il mio amico – si trovava così catapultato in un mondo dove tutto sembrava più difficile rispetto a prima. Magari tentava pure di tornare alla libertà ma non ce la faceva. Andava dai suoi amici di un tempo, quelli che frequentava prima di partire per la guerra, e proponeva di fare le cose di sempre, del tipo andare a onorare l’Imperatore ma quelli gli rispondevano che non si usava più, che l’Imperatore non aveva più natura divina. E allora lui restava stupito e chiedeva come, da quando, e gli altri scuotevano la testa e le spalle e dicevano che era ormai da un bel po’. Lui però lo trovava assurdo, insopportabile, e diceva che era tutto uno schifo e che bisognava fare un bel seppoku ma i suoi amici ridacchiavano e gli rispondevano che uccidersi con una spada non era più un’opzione praticabile, tutt’al più potevano giocare con la Playstation. E così il poverino, distrutto e abbandonato, chiedeva se almeno si poteva andare a violentare una ragazza cinese, senza impegno, giusto per distrarsi, e no, a quanto pareva, nemmeno quello si poteva fare più. Cose da pazzi, oggi come allora.
Di sbieco, osservo il mio amico che solleva il telecomando e alza il volume per sentire meglio l’opinione di Gianni Sperti. C’è una sorta di fascino nel suo sguardo spento. Una specie di dignità. Quel fascino e quella dignità che hanno tutte le persone che sono residui di un’epoca passata e che vivono da stoici relitti in un tempo che non gli appartiene fino in fondo. Prima di entrare nella fitta giungla del suo fidanzamento, nove anni fa, il mondo aveva discoteche, locali, serate Erasmus, serate libere, desiderio di divertimento diffuso, dignità in vendita per una vodka-lemon annacquata. Ora, fuoriuscito dalla giungla, nove anni dopo, tutto questo non esiste più o se esiste è di proprietà di qualcun altro, qualcuno che lui non conosce e non può conoscere. E lui, quindi, è solo, da solo. È uno zanryū nipponhei dell’amore, è una vittima di una causa persa, un eroe senza possibilità di medaglie e va dunque aiutato. Sì. Aveva ragione. È giusto che vada aiutato. Necessario. Magari sabato, a pranzo, lo porto a mangiare sushi all you can eat  così la sera, forse, non si intristisce quando nessuno vorrà accompagnarlo a ballare e sbronzarsi sotto le stelle al Barcollando. Del resto, esiste ancora l’usanza di ballare e bere in spiaggia da qualche parte? Prima di Hiroshima e Nagasaki lo si faceva, me lo ricordo, ma ora su, siamo seri. Però farò quello che posso. In fondo, il mio amico, mio coetaneo, merita rispetto. Ha combattuto per anni per una guerra che credeva giusta e non può essere abbandonato, da un certo punto di vista è ancora giovane e… si volta verso di me e ha un’espressione decisa.
«Sai cosa?» mi chiede all’improvviso.
«Cosa?»
«Salvini ha ragione».

I disoccupati sentimentali

C’è un momento di silenzio tra noi. Io lo fisso aspettando che mi dica che stava scherzando, che era solo una cazzata. Ma lui tace e continua a mostrare quell’espressione decisa di chi no, non sta affatto scherzando.
«Salvini?» gli chiedo allora.
«Sì».
«Quello della Lega?»
«Sì, certo».
«Ma che c’entra mo?»
Il mio amico allunga la mano – ha ancora il telecomando tra le dita – e mi indica il televisore.
«Guarda» mi dice.
Io guardo ma non capisco. Davanti ai miei occhi ci sono sempre uomini e donne che si corteggiano a vicenda, discutono, litigano, piangono, si baciano. Non necessariamente in quest’ordine.
«Continuo a non capire» gli dico.
«Come fai a non vederlo? Guarda. È una congiura. Ci hanno eliminato dal mercato».
«Eh?»
«Uomini & Donne: a che serve?»
«Come a che serve? È un programma televisivo».
«Lo so. Ma a che serve? Qual è lo scopo dichiarato del programma?».
«Far trovare l’amore alle persone».
«Esatto. E a che persone?».
«Come a che persone? Uomini e donne. Esseri umani».
«Guarda meglio».
«Oh, insomma. Parla chiaro».
«Serve a far trovare l’amore a persone come loro».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Socchiudo le palpebre per mettere meglio a fuoco le immagini ma non trovo l’illuminazione.
«E che persone sono le persone come loro?» chiedo.
«Non te accorgi? Sono o ventenni o cinquantenni. Noi, i trentenni, siamo fuori. Noi, i trentenni, non sono considerati. Ci hanno cancellato dal mercato dell’amore».
«Ma sei serio?»
«Certo che sono serio. E l’hanno fatto con consapevolezza. Con lucida e spietata razionalità. Ci hanno abbandonato per calcolo. Per loro noi siamo troppo vecchi per essere ancora single e troppo giovani per essere già divorziati o vedovi. E questa sai come si chiama al mio paese?»
«Come?»
«Discriminazione, pura e semplice. Anche a trent’anni si può essere single. Anche a trent’anni ci si si può lasciare. Si può anche divorziare. Esistono. I trentenni che si sono sposati ad agosto e hanno divorziato a settembre. Esistono. Li conosco. Li vuoi conoscere?»
«Ma che stai a dì?»
«La verità. Siamo nel mezzo. Abbiamo perso l’amore e non possiamo ancora permetterci di rassegnarci e andare in pensione. Siamo gli esodati dell’amore. E nessuno pensa a noi. Solo un Salvini potrebbe pensare a noi. Maledetta legge Fornero».
«Ma cosa cazzo c’entra la Fornero? Cosa mai può fare il governo per voi?»
«Qualcosa».
«Qualcosa cosa?»
«Degli ammortizzatori sentimentali. Non possono ignorarci per sempre. Io ho trent’anni e sono stato fidanzato per nove anni. Non posso ricominciare da zero. Chi mi prende? Ormai ho un’età, ho un carattere già formato, delle aspettative di un certo livello. Sono come quei dirigenti di azienda che con la crisi perdono il lavoro a cinquant’anni. Che faccio? Vado al call center?»
«Forse è meglio che ti porto a bere qualcosa».
«Non scherzare. Sono serio.  L’altro giorno sono uscito con una di 22 anni. Così, solo per distrarmi. L’ho riportata a casa e non è successo niente. Ci siamo salutati e basta. E lei il giorno dopo mi manda un messaggio e mi dice che è stato bello uscire con qualcuno che non vuole leccarsi già la prima sera».
«Leccarsi?»
«Sì, leccarsi. A quando pare significa baciarsi, pomiciare, limonare. Io ho trent’anni e per me leccare è un verbo transitivo. Io lecco un ghiacciolo, un gelato, una fica. Non posso iniziare a leccarmi così dal nulla. Ecco perché c’è bisogno di un intervento dall’alto. La mia è una disoccupazione sentimentale di cui qualcuno deve prendersi cura. Non posso mica aspettare vent’anni prima di poter andare a Uomini & Donne».
«E che può fare lo stato? Di concreto, intendo».
«Non lo so. Dei corsi di aggiornamento. Per esempio, potrebbe organizzare stage gratuiti di salsa & merengue. Giusto le basi eh. Quel che basta per renderci in grado di fare un ballo con una divorziata. Oppure, che ne so, creare delle strutture di incontro tra i trentenni single con lavoro a tempo indeterminato e le trentenni fuori corso all’università e viceversa. In questo modo risolveremmo due problemi in una volta: eliminiamo la solitudine e i parcheggi nelle facoltà. Oppure si potrebbe inserirlo nel servizio civile».
«Oddio. Nel servizio civile?»
«Essì. Hai venticinque anni e non sai che fare della tua vita? Fai l’esperienza del servizio civile. Renditi utile. Accompagna un trentenne che si è lasciato e aiutalo a reinserirsi nel mondo sociale. Fammi da cane guida in questo pazzo mondo dove non esiste più nulla delle cose che c’erano quando non facevo parte di una coppia».
«E dobbiamo fare tutto ‘sto casino per i trentenni che si lasciano?»
«Certo. Per chi se no? Per i migranti?»
«Ossignore!»
«Ce lo meritiamo. Noi siamo la spina dorsale di questo paese. L’età di mezzo. Non la puoi abbandonare così. Nel momento del bisogno».
«Come no? Poverini, persi nella selva oscura».
«Esatto. Del resto quand’è che Dante si perde? A trentacinque anni. Era un trentenne. Uno di noi. E perché si perde? Perché Beatrice lo molla e lui resta da solo. Gli amici non sono più disponibili e non sa che fare, dove uscire, con chi uscire…»
«Ma non è proprio così eh».
«Il principio è quello che conta. Serve un aiuto. Una pensione d’invalidità sentimentale».
«Soldi mo?»
«Certo. Soldi. Sempre. Che credi sia gratis essere lasciati a trent’anni e ricominciare? Io e Miriam stavamo insieme da nove anni. Nove. Ormai mangiavamo sempre a casa. Col cazzo che si andava al ristorante dopo nove anni di fidanzamento. Il venerdì sera? Dicevamo di uscire sabato sera. Il sabato sera? Finivamo con Tv e pizza a domicilio. Reciproci compleanni? Nulla. Ci regalavamo il viaggio d’estate. Estate? Villa dei suoi a Capitolo e tanti saluti al viaggio. E invece adesso? Adesso poniamo che  incontro una che mi piace, la devo portare fuori a cena. Fuori. Offrire. Farle regali. Proporle viaggi. Farli per davvero. Ti rendi conto? E chi me li dà i soldi per tutto questo? Io non li ho più. A ventuno anni facevo solo dei lavoretti saltuari ma non avevo spese. Pensavano a tutto i miei. Ora invece ho le spese della macchina, dell’affitto, del telefono. Proprio per questo serve…»
«Una pensione d’invalidità sentimentale».
«Esatto. Basterebbe un cazzo di modulo dell’Inps. Domanda Dis/Sent., stato di disoccupazione sentimentale. Lasciato a trent’anni? Magari senza giusta causa? Ti becchi un sussidio finché non trovi un’altra compagna. Anzi. Ti becchi un sussidio per trovare un’altra compagna. E nel frattempo corsi di formazione, scuole di aggiornamento, colloqui garantiti».
«Colloqui sentimentali intendi».
«Certo. Almeno una volta a mese, ti organizzano un appuntamento. È giusto così.  Ci deve essere una specie di Ius cuori. Sei cittadino italiano? Paghi le tasse? Voti? Ebbene lo stato deve prendersi cura della salute del tuo cuore. Bada bene: mica voglio essere un parassita eh. Ci vogliono regole certe. Se per caso rinunci volontariamente e intenzionalmente a un appuntamento organizzato, tac: perdi il sussidio. Ma nel frattempo lo prendi. Ne hai bisogno».
«Sai che non hai tutti i torti? Viva il welfare state dell’amore. In culo al neoliberismo dell’amore!»
«Bravo! Si può anche mettere una flat tax alle coppie di ventenni. Il 15% delle vostre uscite e dei vostri hobby di coppia lo destiniamo al fondo dell’amore perduto dei trentenni».
«Suona bene».
«Stop invasione!».
«Giusto. Aspè. Invasione di chi?»
«Non lo so. Diciamo dei quarantenni».
«D’accordo».
«Bene».
«Però…»
«Cosa?»
«Dimmi».
«Stavo pensando. Poniamo che tentiamo di farlo per davvero. Dovremo convicere la gente, no? E allora che  potremmo dire a quelli che ci diranno che l’amore non è una responsabilità collettiva, che l’amore si trova e si perde per puro caso, per destino, non per merito o per età, che non è affatto come il lavoro, che in amore dieci anni possono valere sei mesi e sei mesi dieci anni, che un trentenne che è stato lasciato ha dunque tutto tempo che vuole, deve solo trovare la persona giusta, che la persona giusta è la fuori, che i trentenni tornati single non hanno allora bisogno di aiuto, che il loro disagio è normale, è solo un periodo, e che da che mondo è mondo l’amore non ha età?».
Sentendo la mia domanda, il mio amico spegne il televisore e si alza in piedi. Negli occhi ha una  luce che non gli vedevo da anni, dai suoi vent’anni, quando l’Europa Unita esisteva ancora e il giovedì sera era solo un sabato sera con un nome diverso. E con quella stessa luce mi guarda e dice:
«Ruspa».

 

¹Non c’è nessuna ragione particolare per l’utilizzo di ottobre come mese di sistemazione.

 

Le relazioni a distanza

«No, scusa, non ho capito. Livia è fidanzata?»
«Sì, saranno due o tre anni»
Rimango in silenzio e penso a tutte le volte che ho incontrato Livia negli ultimi due o tre anni. In centro, al cinema, nei locali, durante le feste patronali. L’ho incontrata dappertutto ma niente, non ce la faccio: non riesco a ricordarmi di averla mai vista con qualcuno in grado di essere il fidanzato.
«Ma lui chi è? L’uomo invisibile?», domando allora.
«No, lui non abita qua. Vive in Danimarca»
A questo punto, se questo fosse un film, la camera farebbe una rullata all’indietro, uno zoom all’incontrario. I due personaggi diventerebbero sempre più piccoli e sempre più distanti. Sullo schermo apparirebbero altre persone, automobili, piazze, strade e poi tutto sarebbe ridotto a piccole macchie colorate in caotico movimento. Nel giro di pochi secondi le macchie sparirebbero e si vedrebbero i colori indefinibili delle intere nazioni, i grandi continenti, gli oceani sconfinati, e infine il globo terracqueo nella sua interezza. E allora, mentre in sottofondo si sentirebbero le note struggenti di una colonna sonora di David Lang, sullo schermo farebbe la sua comparsa il titolo del film:

LE RELAZIONI A DISTANZA

Ma questo, purtroppo, non è un film. Al tavolo del pub, il mio amico mi riporta alla realtà e mi domanda se questa notizia mi sorprende, e perché.
«Un po’ mi sorprende, sì», rispondo sincero.
«Ma cosa ti sorprende? Che lei sia fidanzata o che si possa essere fidanzati con uno che vive in Danimarca?»
«Decisamente la seconda».
«Ho capito», mi fa l’amico mentre s’infila in tasca lo smartphone che aveva in mano. «tu sei uno di quelli».
«Di quelli chi?»
«Di quelli che non sanno se credere alle relazioni a distanza. O forse», prosegue non lasciandomi l’occasione di replicare, «non ti eri proprio mai posto il problema. In ogni caso il tuo agnosticismo sta per finire perché adesso ti spiego come funziona. Mettiti comodo perché è una storia lunga» Continua a leggere

Davanti alle foto degli altri

Le munizioni infinite e la società dell’immagine.
Ci sono schermi ovunque. Sui muri, sulle scrivanie, nelle auto, nelle metropolitane, nelle tasche dei pantaloni. E se ci sono schermi, ci sono immagini. D’altra parte tra i migliaia di modi in cui ci si riferisce alla società contemporanea vi è anche l’etichetta – giustificata – di società dell’immagine.
La società dell’immagine non è nata oggi e nemmeno ieri. Però è innegabile che tra ieri e oggi abbia acquisito una caratteristica fondamentale: è diventata velocissima. E la velocità è sinonimo di abbondanza. Qualche anno fa nelle macchine fotografiche c’era uno sportelletto al cui interno si metteva un oggettino chiamato rullino. Il rullino consentiva di scattare un certo numero di foto (12,24,36). Era insomma come un caricatore di una pistola. E chiunque abbia partecipato a una guerra o giocato ai videogiochi sa bene che i proiettili non vanno sprecati. Vanno razionati, vanno sparati bene e per necessità, se no rimani senza e i nemici ti ammazzano facilmente e gli zombie ti spolpano in massa. Qualche anno fa, quindi, quando si faceva una foto si pensava bene a quello che si stava per fare: si sceglieva un posto, ci si metteva bene in posa, cheese, click. E speriamo che lo stronzo non abbia chiuso gli occhi. L’avvento delle digitali e il successivo sdoganamento delle reflex ha messo in mano agli esseri umani dei mitra con munizioni illimitate, in maniera non troppo diversa da quando si usavano i codici e i trucchi alla playstation. E da che mondo è mondo se non ci si deve preoccupare del numero dei proiettili, si spara a raffica, si spara a cazzo di cane. Come se non bastasse oggi c’è anche un posto perfetto per questi proiettili vaganti e impazziti, una sorta di poligono di tiro grande e affollato in cui mitragliare foto senza grossi rischi, vale a dire i social network e Facebook in testa. I carnefici e le vittime di questo gioco siamo noi. Noi che ci troviamo, volenti o nolenti, dentro o davanti le foto degli altri. Continua a leggere

Gli amici che si fidanzano

pinguini
Chi li ha visti?

Che fine fanno gli amici che si fidanzano?
La domanda, si badi bene, non è ironica né tanto meno retorica. E siccome né Mistero, né Voyager hanno mai indagato su  questo enigma (una reticenza senza dubbio sospetta) credo valga la pena di affrontare l’impresa. Con l’umiltà e la curiosità che da sempre caratterizzano questo blog.

Prima o dopo, c’è differenza.
Ci sono gli amici fidanzati. Cioè quelli che conosci direttamente accoppiati, vuoi perché hanno trovato l’amore in seconda media e sta durando, vuoi perché la famiglia li ha destinati a un matrimonio combinato quando avevano ancora pochi mesi di vita. E poi ci sono gli amici che si fidanzano. Cioè quelli che erano single come te, che hanno passato anni a uscire con te, a bere con te, a mangiare con te, a giocare con te, a viaggiare con te, ad andare a caccia di figa con te. E poi un bel giorno − per fortuna, per destino, per bravura – hanno trovato una tipa con cui condividere le settimane. E quel bel giorno sono spariti. Puff! Come in uno spettacolo di David Copperfield o del Mago Casanova. Eppure non hanno cambiato numero di telefono, non hanno cambiato residenza o domicilio, non hanno cambiato mail. E allora questi amici che si fidanzano dove sono andati a finire? Continua a leggere

Strangers do it better

Ieri stavo tornando da Bologna in treno. All’altezza di Rimini mi ero già rotto i coglioni. E mancavano ancora 4 ore e mezzo all’arrivo. Non so quale sia il nome esatto della patologia di cui soffro ma se sono circondato da persone non riesco a leggere libri. Quindi la lettura non poteva venirmi in soccorso. Siccome sono molto precario nelle mie passioni, RUZZLE mi ha rotto il cazzo. E quindi manco quello poteva aiutarmi a far passare il tempo. Allora ho deciso di sfruttare i minuti-verso-tutti che il mio piano tariffario mi concede generosamente. Ho chiamato un’amica per raccontarle un fatto che mi era capitato in aereo qualche ora prima. Così ho fatto passare una decina di minuti. Bene. Ne restano solo duecentosessanta. Dal momento che non potevo chiamare tutta la rubrica per raccontare la mia giornata (se no all’arrivo a Bari avrei trovato un’autombulanza per un trattamento sanitario obbligatorio), mi sono convinto ad attaccare bottone con la ragazza – caruccia – che avevo di fronte. Ma perché non l’hai fatto subito? , direte voi. Semplice. Perché aveva un raffreddore da antologia e io volevo mantenere al minimo il rischio del contagio. Ma mi faccio coraggio – e forte della mia dose di amuchina in tasca – inizio a parlare del più e del meno: che palle questi viaggi che non finiscono mai, bisogna stare attenti all’aria condizionata…ti frega facilmente la gola, e il prezzo dei biglietti? Mamma mia allucinante. Tutto nella norma, lei annoiata come me partecipa felice alla fiera della banalità finché non le squilla il cellulare. Lei risponde. Telefonata strana. Roba di fidanzato, sicuro, ma c’era tensione, freddezza, aria di tempesta insomma. Bene, mi dico. Posso fare una delle cose che mi diverte di più: MILLANTARE COMPETENZE NEL CAMPO SENTIMENTALE PER DARE CONSIGLI. Lei non aspettava altro. Mi si apre come un libro durante un uragano. E mi racconta tutto. Mi farà bene, mi dice. Ne sono sicuro, dico io. Gli estranei sui treni danno i consigli migliori perché, non conoscendoti, sono assolutamente razionali, logici. E dunque.
«Stavamo insieme da 5 anni. Poi ci siamo lasciati»
«Chi ha lasciato?»
«Nessuno, insieme»
«Vuoi dire che avete contato fino a 3 e poi vi siete lasciati contemporaneamente?»
«No vabè. Non ci siamo proprio lasciati. Io mi sono allontanata e a lui è andata bene così. Lui voleva uscire sempre coi suoi amici, mi portava con sé quasi infastidito, quando doveva passarmi a prendere faceva un’ora di ritardo. Dopo cinque anni non voleva sentire nemmeno parlare di IMMAGINARE un futuro insieme. Sai cosa mi ha detto?»
«Cosa?» Continua a leggere

Siamo solo amici

Siamo solo amici. Una frase spartiacque: quando viene detta si crea un “prima” in cui potevi fingere di non saperlo e un “dopo” in cui o sei sordo oppure devi fartene una ragione. La cosa tragicomica è che da fuori nessuno si accorge della differenza tra il prima e il dopo. Il SOLO AMICO incassa in silenzio, fa i conti con la sentenza all’interno ma all’esterno non cambia il suo comportamento. È fedele alla linea come nemmeno un senatore del Movimento 5 Stelle sa essere. È un vero signore d’altri tempi, un masochista d’antologia, uno zerbino da mercato rionale. Accetta tutto con un sorriso. Quando LEI corregge qualcuno che aveva equivocato dicendo «No, ma che hai capito! Io e lui siamo solo amici!», il SOLO-AMICO conferma, fa sì-sì con la testa sfoggiando un sorriso tranquillo mentre delle ruspe stanno devastando il suo animo e il suo cuore sta cuocendo alla perfezione come un filetto alla Wellington cucinato da Gordon Ramsay. Quando LEI ha bisogno di lui del tipo «Ciao, senti tra un sei-sette mesi è il compleanno del mio ragazzo, tu hai più o meno la stessa taglia ti scoccia se ti chiedo il favore di farmi da modello personale per un pomeriggio?», il SOLO-AMICO è più veloce del 118: «Ahah (finta risata) ma no figurati, lo faccio con piacere, sarà divertente»-«Grazie! Sei un tesoro! Allora senti si è aperto un outlet poco lontano da Cividale del Friuli…potremmo andare là (traduzione: passami a prendere e accompagnami) – «Ok Ok nessun problema (traduzione: nessun problema)». Continua a leggere