Sei Stati sul Natale in cerca di autore

Prologo
Da qualche anno a questa parte, tento di arrotondare il mio magro stipendio aiutando gli Stati di Facebook a trovare i loro autori. Li ricevo in un piccolo studio nel quartiere Carrassi di Bari, uno alla volta, tentando di fare quello che le agenzie di collocamento non riescono più a fare per gli esseri umani: assegnare a ciascuno una sistemazione adeguata alle proprie capacità e ai propri desideri. Ogni anno che passa, è però sempre più difficile. Gli Stati si fanno sempre più depressi, logori, già sentiti, mentre, dal canto suo, la gente è sempre più propensa ad esternalizzare la propria bacheca alle divertenti e gratuite immagini provenienti dall’estero. L’immigrazione incontrollata dei Meme, iniziata nel 2013, ha reso migliaia di Stati inutili e fuori mercato. La recentissima de-regolarizzazione delle Gif, amata soprattutto dalle generazioni neoliberiste degli anni Novanta, ha poi fatto il resto. Foto, icone, disegni, spezzoni di video, frame di film o cartoni animati: questi sono tempi duri per chi vuole esistere come pura forma verbale. E infatti gli Stati di Facebook sono ormai relegati in delle nicchie alquanto marginali e costretti, se desiderano lavorare, ad approfittare della più alta richiesta che si verifica nei periodi di festività come, ad esempio, il Natale.
Così, a meno di una settimana dal 25 Dicemebre, apro la porta del mio studio e trovo ben sei Stati seduti in sala d’attesa. Li saluto con un cenno del capo mentre li osservo di sfuggita, un po’ malinconico, un po’ struggente, e ripenso ai bei tempi in cui erano talmente tanti che dovevo suddividerli in giorni diversi. Ma erano davvero bei tempi quelli? Non c’erano forse troppi Stati, troppe parole, troppi pensieri? Chissà. Scaccio via il ricordo – che palle i ricordi – e inizio a prepararmi per i vari colloqui. Sono solo sei. Per l’ora di pranzo avremo finito.
«Chi è il primo?» chiedo.
«Io…sarei io» dice uno Stato alzandosi in piedi.
«Prego, si accomodi»
Ed entriamo chiudendoci la porta alle spalle. Continua a leggere

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I laureati in Opinionismo: i social network e il dovere di dire sempre la propria opinione

Quando il titolo valeva qualcosa: la meritocrazia di Gianni Sperti.
A che facoltà ci si iscrive per laurearsi in opinionismo?
Difficile dirlo. Sicuramente ad una tosta però perché quello degli opinionisti è un duro lavoro. O almeno lo era.
In tempi ormai lontani, infatti, per poter essere un opinionista dovevi – per l’appunto –  aver lavorato o comunque aver fatto qualcosa di importante, di riconosciuto, o almeno di decente. Del tipo: giochi a calcio per vent’anni? Bene, dopo puoi diventare opinionista: vedi Salvatore Bagni o Mauro Sandreani (a proposito dov’è finito?). Oppure: cambi il modo di intendere l’insulto e la rissa televisiva? Bene, diventi uno Sgarbi e sei autorizzato a dire la tua sempre e comunque. Oppure: ti vesti strano e parli strano? Benissimo, puoi fare il Mughini e impersonare l’hipster juventino post-sessantotto. Oppure il mio caso preferito e, per quel che mi riguarda, il più meritato: ti sei scopato la Barale quando era un’icona sexy-trasgressiva di primissima categoria? Eccellente. Gianni Sperti, ti sei meritato quella sedia vita natural durante, molto di più di Renzo Piano come senatore a vita.
Oggi invece, inutile negarlo, qualcosa in questo giocattolo si è rotto, o quanto meno, modificato. L’avvento massiccio della società della comunicazione ha prodotto e diffuso quello che potremmo chiamare l’Effetto Tonon. Continua a leggere

La Fiera della Vanità: una giornata alla fiera del levante 

fiera-del-levante
Prologo
: Lavori & Dolori.
Prima di iniziare, una domanda.
Ma qualcuno che ha inviato il curriculum alle mail “m.santoro@grupposerviziassociati.it” e  “info@zucchettiregulus.it”, è stato contattato, interrogato e, per nove giorni, assunto? È solo una curiosità personale.
Ditemi di sì. Ditemi che qualcuno ha letto l’esauriente esito dei bandi il 5 settembre – in cui non viene detto né numero dei posti disponibili, né scadenza dei termini di selezione – ha partecipato ed è stato richiamato. Restituitemi fiducia nel ventunesimo secolo. Ditemi che qualcuno ha aperto la mail, ha letto il curriculum e ha pensato sì, questo qui ha l’esperienza e la competenza adatta per stare in piedi accanto a una porta, penso che sia il candidato adatto! Ditemi che sia una coincidenza che sul profilo Facebook della Fiera del Levante rispondevano ad ogni domanda (ripetuta ad nauseam: ma quanto costa il biglietto? Quando inizia? Quali sono gli orari?) tranne a quelle relative ai posti di lavoro (Perché la mia mail risulta cestinata senza essere stata letta? Escono i nominativi degli assunti? Come fanno a leggere e valutare tutti i cv in ventiquattro ore? ).
Essì direte voi: ma hanno esternalizzato, non sono loro che decidono, non sono affari loro. Essì, dico io: ma sono pur sempre cazzi nostri. Continua a leggere

Strangers do it better

Ieri stavo tornando da Bologna in treno. All’altezza di Rimini mi ero già rotto i coglioni. E mancavano ancora 4 ore e mezzo all’arrivo. Non so quale sia il nome esatto della patologia di cui soffro ma se sono circondato da persone non riesco a leggere libri. Quindi la lettura non poteva venirmi in soccorso. Siccome sono molto precario nelle mie passioni, RUZZLE mi ha rotto il cazzo. E quindi manco quello poteva aiutarmi a far passare il tempo. Allora ho deciso di sfruttare i minuti-verso-tutti che il mio piano tariffario mi concede generosamente. Ho chiamato un’amica per raccontarle un fatto che mi era capitato in aereo qualche ora prima. Così ho fatto passare una decina di minuti. Bene. Ne restano solo duecentosessanta. Dal momento che non potevo chiamare tutta la rubrica per raccontare la mia giornata (se no all’arrivo a Bari avrei trovato un’autombulanza per un trattamento sanitario obbligatorio), mi sono convinto ad attaccare bottone con la ragazza – caruccia – che avevo di fronte. Ma perché non l’hai fatto subito? , direte voi. Semplice. Perché aveva un raffreddore da antologia e io volevo mantenere al minimo il rischio del contagio. Ma mi faccio coraggio – e forte della mia dose di amuchina in tasca – inizio a parlare del più e del meno: che palle questi viaggi che non finiscono mai, bisogna stare attenti all’aria condizionata…ti frega facilmente la gola, e il prezzo dei biglietti? Mamma mia allucinante. Tutto nella norma, lei annoiata come me partecipa felice alla fiera della banalità finché non le squilla il cellulare. Lei risponde. Telefonata strana. Roba di fidanzato, sicuro, ma c’era tensione, freddezza, aria di tempesta insomma. Bene, mi dico. Posso fare una delle cose che mi diverte di più: MILLANTARE COMPETENZE NEL CAMPO SENTIMENTALE PER DARE CONSIGLI. Lei non aspettava altro. Mi si apre come un libro durante un uragano. E mi racconta tutto. Mi farà bene, mi dice. Ne sono sicuro, dico io. Gli estranei sui treni danno i consigli migliori perché, non conoscendoti, sono assolutamente razionali, logici. E dunque.
«Stavamo insieme da 5 anni. Poi ci siamo lasciati»
«Chi ha lasciato?»
«Nessuno, insieme»
«Vuoi dire che avete contato fino a 3 e poi vi siete lasciati contemporaneamente?»
«No vabè. Non ci siamo proprio lasciati. Io mi sono allontanata e a lui è andata bene così. Lui voleva uscire sempre coi suoi amici, mi portava con sé quasi infastidito, quando doveva passarmi a prendere faceva un’ora di ritardo. Dopo cinque anni non voleva sentire nemmeno parlare di IMMAGINARE un futuro insieme. Sai cosa mi ha detto?»
«Cosa?» Continua a leggere