Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici. Continua a leggere

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Le sorelle degli amici

Le sorelle degli amici hanno una funzione sociale di primo rilievo. Quando sei un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più grande, quest’ultima consente di canalizzare la sovrapproduzione ormonale puberale verso un obiettivo tanto vicino quanto irrealizzabile. Quando non sei più un ragazzino e un tuo amico ha una sorella più piccola che è diventata grande, quest’ultima consente di misurare il tuo grado residuo di depravazione e il tuo attuale codice morale. Le sorelle degli amici ti fanno sentire adulto quando sei piccolo e giovane quando sei adulto. Questo reportage sudicio ma sincero è dedicato a loro. Continua a leggere

Gli amici che crescono

– Hai sentito di Paola?
– No, cosa?
– Si sposa.

Rimango un paio di secondi in silenzio. Soppeso con lo sguardo il mio whisky liscio, senza ghiaccio, posato a pochi centimetri dal mio smartphone. Poi afferro il bicchiere, tiro un sorso generoso e, prima di avvertire il retrogusto della torba, dico in preda ad una agitazione crescente:

– Ma veramente?

Sì, veramente. E non è la sola. Negli ultimi dodici mesi è stata una specie di epidemia: gente che si sposa, gente che va a convivere, gente che fa figli. E a volte la notizia suona talmente male, talmente strana, che non puoi fare a meno di chiedere che te la ripetano:

– Scusa, non ho capito bene: ha avuto un figlio?
– Sì, ha avuto un figlio.
– Ma stiamo parlando della stessa persona? Mauro, quello alto, con l’orecchino e il quoziente intellettivo di una penna bic?
– Sì, lui ti dico.

E tu no, non ci puoi credere che quello – quello là che ti ricordi benissimo che razza di imbecille fosse – ha avuto un figlio. È padre. E ha una moglie o comunque una compagna. E soprattutto ha un figlio. Un figlio, roba da pazzi. Cerco di scacciare via il pensiero, il pensiero che un coglione debba occuparsi di un infante innocente. Ma non è facile. Bisognerebbe fare qualcosa. Avvisare i servizi sociali, il telefono azzurro, il sindaco. Bisognerebbe salvare quel bambino prima che sia troppo tardi. Ma siccome, realisticamente parlando, non ci posso fare nulla, torno a sfogliare le pagine dell’ultimo numero di Dylan Dog assistendo impotente al suo declino che nemmanco la nuova versione riesce ad arrestare. Poi però la sera esco perché voglio passare una bella serata o almeno una decente ma non ci sta niente da fare, la gente continua a darmi notizie allucinanti. Continua a leggere

Il New Year’s Act: dieci proposte al Governo per migliorare l’Italia

Quando mancano pochi giorni all’arrivo dell’anno nuovo generalmente si fanno due cose:
– bilancio dell’anno appena trascorso
– lista di buoni propositi per l’anno che sta per arrivare.
Tuttavia, dato che guardare al proprio passato è il più delle volte deprimente e dato che guardare al proprio futuro può avere lo stesso identico effetto, è meglio desistere e dedicarsi a qualcos’altro. Per esempio, proporre cose che dovrebbe fare  il Governo per rendere il mondo – il nostro mondo – un mondo migliore. Così, se poi tra un anno saremo punto e daccapo, non dovremo deprimerci più di tanto: la colpa, infatti, sarà del Governo. Come sempre.
E dunque ecco dieci proposte che il Governo potrebbe facilmente realizzare al fine di cambiare in meglio il nostro paese e la nostra vita. Continua a leggere

Il regalo di Natale nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: ovvero come evitare di deludere gli altri (anche) nel giorno più bello dell’anno

Che i regali da fuori siano più o meno tutti uguali non è un problema: così come l’abito non fa il monaco, la carta e i nastrini non fanno il regalo. Il regalo lo fa, come ovvio, il contenuto. Ma oggi i regali sono diventati più o meno tutti uguali sia da fuori che da dentro. E questo, invece, è un bel problema. Ti trovi davanti vari regali. Li prendi. Li scarti. E non fai più ohhh o ihhh e neppure noooo ma semplicemente ah! Detta in altri termini: i regali di Natale ormai sono diventati terribilmente standardizzati. Capita sempre più spesso che due persone ricevano la stessa cosa o che una  persona riceve la stessa cosa da due persone diverse. E se è vero che ciò che conta è il pensiero, delle due l’una: o la gente non pensa più o pensa tutta alla stessa maniera. O magari entrambe le cose. Non c’è da sorprendersi, in fondo. Il mercato, oggi, è sia enorme sia facilmente esplorabile così che solo chi ha molto tempo (o soldi) da spendere riesce a trovare qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di personale. Di qui, dunque, una domanda sorge spontanea e si staglia all’orizzonte dei Natali del terzo millennio: come faremo a sorprendere le persone in un’epoca in cui anche la più piccola sciccheria – anche quella costruita a mano dai bambini ciechi del Perù – è potenzialmente conosciuta e acquistabile da tutti attraverso un clic fatto dal salotto di casa propria? La risposta come al solito è boh. Però, se sorprendere le persone è difficile, non deluderle è possibile. Insomma: il regalo del millennio lo puoi anche non fare ma quello di merda non lo devi fare. Di seguito una serie di consigli su cosa non comprare per non deludere i vostri cari.

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Gli Untori

Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Questi sono i mesi nei quali progressivamente ci si allontana dal mare, dal sole, dal caldo, dalle magliette a maniche corte e ci si avvicina alla città, al freddo, ai piumini (non a quelli della Moncler così non scateniamo flame).
Ebbene, in questi mesi di transizione si aggira per le strade e per i locali della città una categoria umana tanto sfortunata quanto pericolosa: gli Untori.
Gli Untori sono i portatori dei più vari e temibili mali di stagione – mal di gola, tosse grassa, tosse secca, raffreddore, febbre – ma invece di starsene a casa a smaltire l’inconveniente tra il calore delle coperte e i conforti della chimica farmaceutica, s’infilano cappotto e cappello.
Ed escono.
Sì, escono.
Ma non perché sono costretti del tipo “se non vado a lavoro, non mi pagano e i miei tredici bambini moriranno di fame”. E nemmeno perché la loro presenza è assolutamente necessario del tipo “ho promesso a Giancarlo di suonare alla sua festa di laurea per trecento persone in un casale vicino Rutigliano: se non vado, nessuno si divertirà”.
No.
Loro escono perché semplicemente gli va. Non vogliono perdersi la solita, banale, sempre uguale serata al Factory o alla pizzeria sotto casa. Non possono saltarsi i quarantadue minuti di chiacchiere e cicchetti davanti al Demetra o, peggio, alla Spirit.
E allora vengono in auto con te, si siedono accanto a te, vogliono salutare proprio te. E tu non puoi fare altro che tentare di resistere al loro assalto, in vari modi e in varie maniere che dipendono dal tipo di Untore che ti è capitato. Non è facile e, spesso, non è nemmeno possibile. Ora e sempre resistenza. Continua a leggere

Se una notte d’inverno un ricercatore

Sette parole e una risposta per Almalaurea
Se ci metti più di sette parole per spiegare cosa fai, di sicuro il tuo lavoro è inutile alla società. Se poi fai il dottorato di ricerca, allora non solo non riesci a stare nelle sette parole ma tecnicamente non hai nemmeno un lavoro.
Lo sa che il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro?, mi domanda gentilmente la signorina del sondaggio Almalaurea – uno dei tanti con cui si tenta di tastare il polso della situazione giovanile di questo paese – dopo che io le avevo detto cosa stavo facendo al momento.
Una persona normale, alle 9:30 di sabato mattina, avrebbe risposto:
E rompere i coglioni a quest’ora chiedendo alla gente di giudicare statisticamente la propria attuale esistenza invece sarebbe un lavoro?
Ma siccome sono una persona più civile che normale mi limito a dirle:
Sì, lo so.
E, in effetti, è vero. Il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro. Tuttavia, se lo fai, non ti permette di avere un lavoro, un “altro lavoro” verrebbe da dire se il dottorato di ricerca, per l’appunto, fosse considerato un lavoro.
Illogico? Sembrerebbe.
Bizzarro? Forse.
Ingiusto? Probabilmente.
D’accordo, ma per risolvere la questione: che fa di preciso un dottorando di ricerca? Continua a leggere