Elegia scritta in un cimitero di campagna un po’ strano ma molto istruttivo

Triggiano è un comune in provincia di Bari, un piccolo agglomerato di case e negozi che soddisfano bisogni ed esigenze di circa ventisettemila persone. Non ci sono molte cose da vedere a Triggiano e del resto, a dirla tutta, non ci sono molte cose da vedere nemmeno a Bari. Ma se per caso vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano e avete tempo da perdere – e siamo onesti: se vi trovate a Bari e siete diretti a Triggiano è probabile che tempo da perdere ce l’abbiate – , una cosa da vedere forse c’è. E forse oggi è proprio il giorno più giusto per farlo.

Tanto per cominciare, prendete via Fanelli e non abbandonatela più. Via Fanelli, per chi non è del posto, è una lunga strada di Bari che taglia molte altre più piccole strade di Bari fino a condurre fuori Bari. Comincia da una rotonda nei pressi del Politecnico, continua costeggiando una Coop, una pompa di benzina e una gelateria un po’ sopravvalutata, e poi s’affaccia su viale Einaudi, un’altra lunga strada di Bari che taglia molte altre più piccole strade di Bari. Qui conviene che prestiate attenzione. Quello con viale Einaudi è infatti un incrocio importante, quasi un crocevia di destini diversi. Chi gira a sinistra è solitamente diretto in uno dei tanti bar che affollano la zona e nei quali, a seconda dell’ora, sarà difficile trovare posto. Chi gira a destra è solitamente diretto in centro dove, soprattutto quando l’ora cessa di essere a pagamento, sarà parecchio difficile trovare posto. Chi prosegue diritto, invece, è diretto chissà dove e quasi sicuramente troverà posto. Per vostra fortuna, è là che dovete andare.

Continuate per qualche chilometro. Sotto di voi la strada si allargherà e, intorno a voi, la città lascerà spazio ai suoi dintorni: non più palazzi ma villette, non più marciapiedi ma sterpaglie. Lungo la via incontrerete vari semafori rossi con crescente insofferenza. Resistete e superateli tutti finché non vi fermerete ad uno con di fronte un cartello: una freccia a sinistra che indica Triggiano. Obbeditele e imboccate la strada provinciale 144. La strada provinciale 144 è una classica strada extraurbana del sud. Due corsie che scorrono come un fiume lungo vari tipi di terreni. Ci sono dei vigneti, qualche albero da frutto, degli ulivi tutt’altro che centenari. Quello che appare dai finestrini non è un propriamente un bel panorama. I campi sono piccoli e perciò zeppi di materiali umani. Tra i tronchi e i sassi spuntano pompe srotolate, secchi sporchi, sacchi accatastati, trerrote arrugginiti. Si capisce subito che da queste parti c’è più da fare che da vedere e, infatti, l’occhio quasi non presta attenzione alle immagini che incontra. Poi, però, dopo l’ennesima curva, un terreno diverso appare all’orizzonte. È ben più grande degli altri che vi siete lasciati alle spalle ma non ci sono alberi o vigne né tanto meno tracce di lavori. C’è solo un ampio prato verde curatissimo. Se sapete cos’è, non potete non riconoscerlo. Se non sapete cos’è, non potete non fermarvi.

Entrare è facile. Il muretto è talmente basso che, se non ci fosse un cancelletto aperto, lo potreste scavalcare con un saltello senza rincorsa. Una volta superato l’ingresso, vi troverete di fronte una grossa lastra di pietra rettangolare di colore chiaro. Sopra, c’è un’incisione in stampatello che dice: THEIR NAME LIVETH FOR EVERMORE. A quel punto, che conosciate o meno le lingue straniere, è indifferente. Lo avrete già capito. Siete entrati in un cimitero. Un cimitero inglese alle porte di Triggiano.
Su un muro alla vostra destra è spiegato tutto, anche in italiano. Vi trovate nel Bari War Cemetery, un cimitero costruito per ospitare 2.230 soldati che sono morti da queste parti durante la Seconda Guerra Mondiale e che erano venuti da queste parti da tutti i paesi del Commonwealth. Nello specifico, al netto degli sfortunati che non sono mai stati identificati, si tratta di 1631 persone dal Regno Unito, 210 dal Canada, 43 dall’Australia, 72 dalla Nuova Zelanda, 162 dal Sudafrica, 47 dall’India, e 1 dalla Terranova che, per i più curiosi e ignoranti come il sottoscritto, era un’isola indipendente ad est del Canada diventata poi, nel 1949, una sua provincia.

Se siete abituati ai cimiteri italiani, muoversi nel Bari War Cemetery sarà un’esperienza straniante, soprattutto in giornate belle come queste, quando il sud Italia inizia a confondere la primavera con l’estate. Non ci sono schiere di cipressi che garantiscono ombra perenne né scaffali di tombe distribuiti in corridoi di cemento. Il cimitero è esattamente quello che si vede. Un’unica e libera distesa di verde brillante e le tombe si trovano proprio lì, all’aperto, sotto il sole: una serie di rettangoli che spuntano dall’erba, tutti uguali, uno accanto all’altro, una fila dietro l’altra. Lo potete apprezzare o meno ma dovete ammettere che ha un suo fascino: è un modo diverso di vedere e vivere la morte, un modo meno cupo e più rilassante del nostro. In un cimitero così, in giornate belle come queste, non si può provare paura ma solo malinconia. In un cimitero così, in giornate belle come queste, si può persino passeggiare. Fatelo, se vi va. E fidatevi che vi andrà.

Per ogni passo che farete, per ogni nome che leggerete, c’è una storia da raccontare o almeno da immaginare. La maggior parte di quelle lapidi che spuntano dall’erba dicono infatti qualcos’altro oltre alla data di morte. È vero, molte volte si tratta solo di formule di rito – il classico Rest in Peace, per intenderci – ma altre volte ci si può imbattere in parole diverse, in parole che – a differenze delle formule di rito – possono lasciare il segno anche su degli estranei. Ad esempio, sulla lapide di J. N. McCharrie, un ragazzo inglese morto a 23 anni il 27 aprile del 1943, si trova scritta una frase semplice ma inoppugnabile: SO YOUNG TO GIVE SO MUCH. Così giovane per aver dato così tanto. E se si considera che quel «tanto» che ha dato è la vita, una vita ceduta a 23 anni, è difficile non essere d’accordo. Sulla lapide di R. Hansen, un ragazzo canadese morto  a 30 anni il 3 ottobre del 1943, qualcuno – la mamma forse, il padre forse, la moglie forse –  ha lasciato invece inciso qualcosa di meno semplice ma più personale. YOU SLEEP IN A FOREIGN LAND/ YOUR GRAVE WE MAY NEVER SEE/ BUT MAYBE SOME KIND HAND/ WILL LAY A FLOWER FOR ME. Il che, tradotto, suona più o meno così: riposi in una terra straniera/ la tua tomba potremmo non vederla mai/ ma forse una mano gentile/ lascerà un fiore per me. Certo, in italiano si perde la rima finale ma di fronte a una frase del genere – in qualsiasi lingua la si legga – viene voglia di chinarsi e posare un fiore per davvero.

Chiunque può girare tra queste lapidi e ciascuna può attirare, colpire, in maniera diversa. Dipende – come sempre – dagli occhi di chi guarda e dal momento in cui si guarda. A me, ad esempio, in una giornata bella come questa, colpisce la lapide di J. S. H. Youldon, un ingegnere inglese ucciso il 2 dicembre del 1943 a 40 anni. In calce, dopo le sue generalità, ci sono una decina di parole, metà delle quali nascoste da una piantina troppo cresciuta alla base della pietra. Ma se ci si abbassa un po’ si legge tutto perfettamente. Si legge:

ONE OF MANY BUT OURS.
WE HOPE ‘TWAS NOT IN VAIN.
GOD BLESS DADDY.
PAT AND JO

Ecco. Una frase del genere dice tutto quello che c’è da dire sulla morte in guerra o, forse, sulla morte e basta. Quasi nessuno è davvero speciale. La maggior parte dei vivi, e dei morti, sono persone come tante. Ma tutti, vivi e morti che siano, sono stati qualcuno per qualcuno. Sono stati di qualcuno. Questo J. S. H. Youldon, ad esempio, era il papà di Pat e Jo e ad un certo punto non lo è stato più. È stato mandato da queste parti, è morto da queste parti ed è stato sepolto da queste parti. E come lui, intorno a lui, centinaia di altri. Uomini nati e cresciuti in tutto il mondo, che appartenevano a persone sparse in tutto il mondo, e che adesso si trovano in un rettangolo verde incastrato nelle campagne al di fuori di Triggiano. Pare assurdo ma è vero. Se ottant’anni fa avessero detto a J. N. McCharrie o a R. Hansens o  J.S.H. Youldon che sarebbero finiti qui non ci avrebbero mai creduto. Se ottant’anni fa avessero detto al soldato di Terranova che avrebbe passato l’eternità da solo, come unico uomo della sua nazione che di lì a poco non sarebbe esistita più, sepolto tra una vigna e un trerrote in un piccolo comune del sud Italia, sarebbe scoppiato a ridere. Avrebbe dato del pazzo a chiunque l’avesse detto. Triggiano, che cos’è Triggiano? Che c’entro io con Triggiano? Non scherziamo, è impossibile, non potrebbe mai succedere. E invece è successo e in una giornata bella come questa resta almeno da sperare, con Pat e Jo, che non sia stato invano.

 

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