Addio, e grazie per tutti i panzerotti

«No, senti io non ce la faccio più».
Il mio amico getta via il suo smartphone che rimbalza sul tavolo e cade a terra dopo aver incocciato nella sedia. È un Huawei, d’accordo, ma il suo è comunque un gesto degno di un certo rispetto e, sicuramente, d’attenzione.
«Uo, uo. Che succede?», chiedo alzando gli occhi dal mio Samsung.
Due persone e nemmeno un iPhone: qualcosa nelle nostre vite è andato storto.
«Succede che non ce la faccio veramente più», risponde lui mentre recupera il cellulare dal pavimento. «Sono entrato su Facebook e ne ho visto un altro»
«Ancora uno stato della tua ex? Ehi, si è innamorata di nuovo. Doveva succedere prima o poi»
«Ma no, non sto parlando di quello. E comunque non si è innamorata di nuovo, è solo felice di non essere più sola»
«E non è la stessa cosa?»
«No che non lo è»
«Vabbè lasciamo perdere. Di che stiamo a parlare allora?»
Il mio amico dà una spolverata simbolica al cellulare, digita qualcosa sulla barra di ricerca, fa una smorfia di disgusto, e mi passa il motivo del suo acceso disappunto.
«Di questo», dice. E si lascia cadere sul divano dietro di lui.

Con le dita sul piccolo schermo, leggo quattro righi e mezzo di parole, che sarebbero tre se non ci fosse una fastidiosa sovrabbondanza di puntini di sospensione, ultima vera barriera di genere tra la scrittura femminile e quella maschile. Mi gratto la testa e restituisco il cellulare al mio amico.
«Eh», dico.
«Eh, un cazzo», dice lui e si mette a leggere quei quattro righi e mezzo di parole pieni di puntini di sospensione. «Ci sei sempre stata per me… quando tutto mi andava storto io venivo solo da te perché sapevo che solo tu mi potevi capire… negli ultimi tempi eri sempre più debole ma io ti ho sentito sempre vicino… fino alla fine. Ciao nonna, mi mancherai tantissimo… grazie di tutto. Perché Renato, perché?»
«Senti», tiro su col naso per prendere tempo e trovare l’ispirazione. «Alcuni dicono che la scrittura abbia un effetto terapeutico. Forse la ragazza aveva bisogno di esternare il suo dolore per…», come minchia dicono gli psicologi in televisione? ah sì!, «…per elaborare il lutto!».
Il mio amico mi guarda in silenzio per qualche secondo e io, per qualche secondo, ho la sensazione che il mio rigo e mezzo di banalità assortite possa aver spiegato quei quattro righi e mezzo di parole e puntini di sospensione. Sensazione sbagliata. Il mio amico sbotta all’improvviso.
«Ma non è un caso isolato, Renato! È da un po’ di tempo che la mia home page è diventata un fottuto cimitero. Sembra la pagina dei necrologi della Gazzetta del Mezzogiorno. L’altro giorno un tipo ha postato una foto del nonno che lo aiutava mentre da piccolo lui andava in bicicletta e ci ha scritto sopra  Mi hai insegnato ad andare in bicicletta e a non arrendermi mai. I traguardi che raggiungo saranno sempre merito tuo, anche se non ci sei più. Grazie nonno. E ieri. Poi ieri. Aspetta», e si mette a scorrere lo schermo. «Ecco», dice, «senti un po’ qua: Sono sicura che ci ritroveremo prima o poi e tu mi farai ancora i tuoi buonissimi panzerotti. Ciao nonna, grazie di tutto. I panzerotti! I panzerotti in paradiso, Renato! Manco Eric Clapton potrebbe pensare una cosa del genere!»
«Beh, i panzerotti sono una cosa importante»
«Ma che sta succedendo? Che ci sta succedendo?»
Mi alzo dalla sedia e mi dirigo verso il mobiletto vicino al televisore. Apro l’anta sinistra e prendo la bottiglia a metà di vodka al caramello e due bicchieri.
«Tieni», gli dico passandogliene uno.
«Grazie»
Verso una generosa porzione ad entrambi e mi accomodo sul divano.
«Nessuno vuole soffrire da solo, credo», sospiro mentre butto giù il superalcolico preferito dagli eterosessuali di tutto il mondo. «Quando muore qualcuno di vicino, cerchiamo il conforto di qualcuno di vicino, no?»
«Un momento!», fai lui e si alza. «Il conforto di qualcuno di vicino, sì. Ma non di tutti. Se lo scrivi qua sopra», e sbatte il palmo sullo schermo del cellulare, «lo stai dicendo a tutti. Ma perché lo devi dire a tutti che qualcuno che conosci è morto? Io su internet voglio conoscere i cazzi tuoi non i morti tuoi»
«In qualche caso coincidono»
«Ma porca miseria, no che non coincidono»
«Beh, se condividi la tua vita è normale che, nella tua vita, un giorno capiti la tua laurea, un altro un lutto. Funziona così»
«Funziona così la vita reale! Nella vita reale non puoi scegliere cosa ti capita. Ma qua dentro io ho il potere di selezionare la vita che appare. E allora non puoi mettermi sullo stesso piano la foto della tua vacanza a Mykonos, la foto della tua laurea e la foto di tua nonna morta mercoledì e che fino a sabato sera ti faceva dei panzerotti buonissimi. Mi stai facendo vedere cose totalmente diverse tra loro. E tu l’hai scelto. Mica la vita. E tu mi stai mettendo in mezzo, mi tiri dentro il tuo lutto. E io non ci voglio stare nel tuo lutto. Io voglio vedere te in costume da bagno non voglio vedere tua nonna morta. Manco ti conosco poi. Perché vuoi che uno sconosciuto veda il tuo lutto, la tua perdita, il tuo dolore? E io cosa dovrei fare? Come cazzo mi devo rapportare con la notizia della morte di tua nonna? Dimmelo! Perché per le foto delle vacanze e delle lauree so come si fa: un mi piace qua, un congratulazioni là, un beato te a sinistra, un evviva a destra. Ci arrivo. Hanno senso. Ma là che ti devo mettere? La faccia che piange? Ma veramente? Una palla gialla che piange? Ti fa sentire meglio una palla gialla che piange? Oppure che ti devo scrivere? Mi dispiace tantissimo? R.I.P.? Cristo santo, Renato, esiste veramente gente che scrive R.I.P.? Oppure, aspetta aspetta», e riprende a cercare sul cellulare. «Mi dispiace tanto. Era una persona splendida e ti voleva un gran bene. Ho tanti bei ricordi di lei. Sono sicuro che un giorno mangeremo tutti di nuovo i suoi panzerotti. E ha aggiunto una faccina sorridente.  Hai capito? Dalla morte di una persona stanno organizzando una panzerottata in paradiso! Chissà se fanno l’evento? E chissà se sarà aperto al pubblico!»
La sparata gli ha quasi fatto venire il fiatone.
«Senti» gli dico approfittando della sua pausa. «Alla fine non è poi così assurdo. Nessuno sa bene come comportarsi davanti al dolore degli altri»
«Ma infatti il problema è a monte. Nessuno dovrebbe sbattere il proprio dolore in faccia agli altri. Non così. Non così indiscriminatamente»
Lui si zittisce e io per un po’ non so cosa dire.
«Ci sarebbe stato bene un “cazzo” prima del secondo “non così”», dico ad un certo punto per coprire il silenzio.
«”Non così, cazzo. Non così indiscriminatamente”», lo ridice a voce alta. «Sì, forse hai ragione»
«Già»
«Versa un altro po’», e mi indica quel che resta della vodka al caramello. Io eseguo e lui, dopo un altro sorso, riprende:
«Che poi sai cosa mi fa veramente innervosire di tutta sta faccenda?»
«Cosa?»
«Non sono tanto i commenti del cazzo che ci costringono a scrivere o le frasi struggenti che mettono come stato o come didascalia a qualche foto degli anni ’80 o ’90. È il loro compiacimento»
«Compiacimento?»
«Sì, compiacimento. Non lo vedi? Non è evidente, non sempre almeno, ma c’è, eccome se c’è. È il compiacimento di dire – di dire a tutti – io ho sofferto, io sto soffrendo, e perché sto soffrendo sono da ammirare. Guardatemi brutti stronzi, guardatemi. Provo dolore: sono da ammirare. Vi sto dicendo una cosa seria in mezzo al mare delle vostre cazzate: sono da ammirare. Vi sto ricordando della morte, vi sto mostrando che io la conosco, la morte: sono da ammirare. Sono una vittima e perciò ora datemi affetto e rispetto. Ditemi che vi dispiace per me, che lui o lei era orgoglioso di me, che domani andrà meglio e che, in ogni caso, sono pieno di amici e di gente che mi vuole bene. Ditemelo. E noi lo facciamo. E che altro dovremmo fare in effetti?».
Guardo il livello della bottiglia di vodka al caramello. Siamo quasi al vuoto assoluto.
«Okay, okay. Questa intanto la mettiamo via eh?», e la poggio su un tavolo più in là. Poi ricomincio:
«Però tu non consideri un altro aspetto, meno evidente forse, ma anche più nobile: ricordare una persona. Questi stati, queste foto, sono in fondo un modo per dire a molti – a tutti, come diresti tu – che quel qualcuno c’è stato, ha vissuto ed è morto. È una testimonianza di una vita che altrimenti non ci sarebbe stata. Questa è una bella cosa mi sembra, no?»
«Sì, ma i morti non ci sono. È quello il fatto. Non ti dicono chi era veramente quello che è morto, cosa ha fatto, perché deve essere ricordato. Ti dicono che solo che per loro era importante, che loro sono felici di averlo conosciuto, e che loro stanno soffrendo. Sono sempre loro i protagonisti. Sempre loro, maledizione. Sai cosa mi consola però?»
«Cosa?»
«Che i nonni sono una risorsa finibile. Nella migliore delle ipotesi sono quattro. È come quando andavamo a scuola: potevi usare la giustificazione della morte della nonna solo un tot di volte. E anche qua. Potranno scrivere al massimo quattro stati del genere. Alla fine, ‘sto festival del dolore personale dovrà finire»
«Sì, però…»
«Però?»
«Ecco», mi schiarisco la voce, «Facebook è nato nel 2004. Siamo nel 2016. Ha dodici anni, insomma. Sta entrando nell’adolescenza. E chi inizia a morire durante l’adolescenza?»
«I nonni, appunto»
«Già. Ma poi?»
Il mio amico mi lancia un’occhiata preoccupata. Sta iniziando a capire.
«I genitori»
«Esatto. E poi?»
Il mio amico annuisce sconfortato. Ha capito.
«Gli amici»
«Sì. E poi?»
Il mio amico si limita a sibilarlo.
«Noi»
«Esattamente»
«È appena iniziata non è vero?»
«Ho paura di sì»
«Quindi, quando sarà il momento, qualcuno scriverà qualcosa anche su di me»
«Molto probabile»
«E sarà una stronzata insopportabile»
«È quasi certo»
«Cazzo»
«Già»
«Ci stava bene “cazzo” qua, non è vero?»
«Da dio»
Gli occhi ci cadono sulla bottiglia di vodka al caramello ormai rassegnata, come noi, ad essere vicina alla fine.
«Non è che possiamo farci un altro giro?»
«Te lo stavo per dire io»
La rimanenza è appena sufficiente per due bicchieri a metà.
«Senti Rena’»
«Dimmi»
«Mi prometti che quando succederà, almeno tu non scriverai nulla?», mi chiede, e ha uno sguardo ai limiti della preghiera
«Neanche una parola», e alzo il bicchiere. «Neanche una parola».
Ovviamente sto mentendo ma lui, ahimé, non lo saprà mai.

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One thought on “Addio, e grazie per tutti i panzerotti

  1. Una volta dissi a mia madre: “Se dovesse succedermi qualcosa, non vorrei niente sulla mia bacheca. Non voglio insegnare agli angeli un cazzo di niente”. Chissà se avrà capito! 🙂

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