Gli Indifferenti del sabato sera

«Dammi risposte precise, please»
Mancano sette minuti scarsi alle 19 ed è un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di digitare la sua richiesta dopo un botta e risposta durato cinque o sei messaggi non ben identificati. Tira su con il naso e aspetta che il suo interlocutore digitale lo visualizzi. È in piedi, con il cellulare nella mano sinistra e la mano destra appoggiata sull’anca, e già sente tre vertebre sacrali su cinque che gl’implorano di sedersi. Non è incazzato, quello no. Ma non si può nemmeno dire che si stia godendo quella conversazione, quel suo pre-serata e quella sua vita là. Tutte cose che sarebbero già abbastanza complesse e pregne di dolore senza bisogno che il suo amico dall’altra parte dello schermo ci mettesse del suo. Anche se qui, ad essere onesti, il problema è esattamente l’opposto. Il suo amico non ci mette del suo. Non ci mette proprio niente. E non gliene si può neanche fare una colpa. Ventotto anni fa, mentre il materiale genetico della madre e quello del padre giocavano a mescolarsi, fu la cieca volontà del caso a conficcargli nel bel mezzo del DNA il maledetto e inestirpabile gene dell’Indifferenza del Sabato Sera. E da quel momento in poi, avere risposte precise fu impossibile.

«Dammi risposte precise, please»
Mancano quattro minuti scarsi alle 19 ed è ancora un sabato pomeriggio invernale. Il ragazzo ha appena finito di leggere la richiesta dell’amico e sbuffa. Gliel’ha già detta la sua risposta. L’ha appena scritta, per la miseria. E adesso, dopo soli tre minuti, gli si chiede di darne un’altra, ma non un’altra qualsiasi bensì una risposta precisa. Che, oddio, sarebbe pure fattibile, che sarebbe pure possibile – e lui in fondo in fondo lo sa – ma con il determinismo biologico non ci sono margini di trattativa. Così, riprende in mano il suo iPhone e non può fare a meno di digitare nuovamente la combinazione di parole che è croce (altrui) e delizia (personale) degli Indifferenti di tutto il globo. Il loro grido di non-battaglia.
«Te l’ho già detto. Per me è uguale»
Per me è uguale.
E per lui lo è davvero, sempre e da sempre. Aveva due anni o giù di lì e, subito dopo aver imparato a dire “mamma”, aveva già capito. Inutile affannarsi, inutile sbattersi. Non cambiava nulla. Il mondo era tutto uguale. “Cosa vuoi amore? La palla o il secchiello?”, gli domandava la mamma accovacciata sulla sabbia accanto a lui. E lui biascicava consonanti spezzate, vocali prolungate, suoni indistinti, ma il senso era chiaro. Il senso era quello: mamma, per me è uguale. E la mamma, col tempo, l’aveva capito. Ma più di vent’anni dopo il suo amico no, non l’avrebbe capito.

«Te l’ho già detto. Per me è uguale».
Cristo.
Ora sì. Ora un po’ incazzato lo è. Come fa ad essere uguale? Non lo è. Nulla è veramente uguale. E poi, la miseria, non gli aveva chiesto se preferisse andare alla pizzeria napoletana di via Putignani o a quella di via Piccinni. Due pizzerie napoletane non sono uguali – e lui lo sa, oh come lo sa – ma quello, forse, sarebbe riuscito a comprenderlo. Non ha il gusto, non ha il palato fino e non sa distinguere la pizza napoletana da una oltraggiosa doppia massa. Ci può stare. Non è bello ma ci può stare. Non capisce un cazzo di pizze e allora le pizzerie, per lui, sono tutte uguali. Ha senso. Ma lui non gli sta chiedendo di scegliere tra due pizzerie. Gli sta chiedendo altro.
«Come minchia fa ad essere uguale? Ti ho chiesto se per te è meglio andare a mangiare la carne a Sammichele con Luca e gli altri o aggiungersi al giapponese con Marco e gli amici. Carne o pesce. Devi avere una preferenza, cazzo»

«Devi avere una preferenza, cazzo»
Sono le 19 e 01 e lui una preferenza, cazzo, non ce l’ha. Carne o pesce. Sì, certo sono animali diversi e poi tra una braceria e un ristorante giapponese cambiano anche un sacco di altre cose. Cibo cotto o cibo crudo, camerieri italiani o camerieri orientali, vino della casa (ché sulla salsiccia ci azzecca sempre) o acqua della casa (ché l’all you can eat sta già sopra i venti euro di per sé). Cambia persino città. Fare quattro passi a Bari verso il sashimi o fare venti chilometri per Sammichele verso la zampina. E che dire poi della compagnia? Cambia pure quella. Cibo diverso, posto diverso, persone diverse. No, non è uguale da nessun punto di vista tranne il suo. E, in effetti, l’indifferenza del sabato sera non è una sindrome dotata di logica. È indifferente pure a quella. E allora lui mostra il sintomo successivo della malattia, quello che farà incazzare definitivamente il suo amico. La delega in bianco.
«No, ti assicuro. Per me è uguale. Scegliete voi»

«Scegliete voi».
La puttana miseria zoccola.
Devono sempre scegliere loro. Gli altri. Se Gramsci fosse vissuto abbastanza a lungo da organizzare i sabati sera della società capitalistica, allora sì che li avrebbe odiati per davvero gli indifferenti. E magari, a leggere Moravia, esistevano pure all’epoca. “Che facciamo stasera Vittorio? Andiamo in osteria a Frosinone o raggiungiamo Mario che va a ‘na specie di marcia su Roma?” – “Boh, per me è uguale. Fate voi”. E a furia di “per me è uguale fate voi” uno si ritrovava poi il fascismo al governo. Da allora era passato quasi un secolo, una guerra mondiale persa e due mondiali di calcio vinti ma si era punto e daccapo. Per me è uguale. Scegliete voi. No, non avrebbe ceduto. Non senza combattere almeno. Ora e sempre resistenza all’indifferenza.
«No, tu dimmi cosa vuoi fare. Scegli una cosa. Carne o giapponese. Poi vediamo che vogliono fare gli altri e si decide. Si chiama democrazia»

«Si chiama democrazia».
Che ansia. Adesso per far contento l’amico deve rendere infelice se stesso. Ma chi la vuole questa democrazia alla fine. Di sabato sera, poi. Si concentra e tenta di capire che vuole fare, cerca di trovare dentro il suo corpo un elemento chiarificatore, un segno
che gli dia un’indicazione. La carne l’ha mangiata il giorno prima a pranzo. Ma erano brasciole. Il giapponese. Da quanto non va al giapponese? Un mese. Sì, un mese più o meno. Ma gli onigiri gli si piazzano sullo stomaco, maledizione.
Adesso cammina nervosamente con l’iPhone in mano. Non risponde. Aspetta. Fa accumulare i secondi che diventano minuti. D’altra parte, il tempo è sempre stato un suo alleato: più passa e più gli altri sentono il peso della serata che fugge e prendono delle decisioni, delle decisioni al posto suo. Ed è bellissimo.
«Beh?»
Come volevasi dimostrare. Il display si è appena illuminato. Sono le 19 e 12 e l’amico sta avvertendo il bisogno di certezze. Ha bisogno di sapere, di avvertire, di organizzare, di prenotare, di scegliere il guardaroba adeguato. Ne ha bisogno. È un fottuto drogato di certezze. Le cose, per il suo amico, contano. Ma per lui, per lui che ora si siede con calma sul divano, le cose non contano. Le cose sono tutte uguali.
«Veramente, scegli tu. Va bene tutto»

«Veramente, scegli tu. Va bene tutto»
Andate tutti affanculo.
Non ce la fa più. È distrutto. Affranto dalla natura atrocemente illogica dell’universo. Sopraffatto dalla struggente e incolmabile differenza che separa le vite degli esseri umani. Non c’è speranza, non c’è comprensione, non c’è via d’uscita. E allora se va bene tutto, tanto vale che tutto vada bene. Con un raro sentimento di gentilezza verso se stesso, digita sulla tastiera virtuale la decisione che più gli aggrada in quel sabato pomeriggio che sta per diventare sera.
«Ok. Allora per me possiamo andare a mangiare la carne»

«Ok. Allora per me possiamo andare a mangiare la carne»
Legge, sorride ed espira, buttando finalmente fuori quel groppo di ansia e ossigeno che si teneva nel petto sin dall’inizio di questa conversazione. Ogni maledetto sabato sera. La gente non sa quanto può essere difficile non avere preferenze, quanto può essere faticoso non voler creare problemi. Ma adesso, finalmente, è finita.
«Per me va bene»

«Per me va bene»
Scuote la testa e poggia il cellulare sul tavolo. Guarda l’orologio a muro. Le 19 e 21. Se si fosse tenuto per sé tutti i minuti sprecati per far esprimere un’opinione alla gente avrebbe già finito di leggere Infinite Jest in inglese. Ma tant’è. Se non altro si è arrivati ad una scelta. Carne a Sammichele. C’è di peggio, pensa. Apre Spotify, mette su gli Arctic Monkeys e si mette a navigare spensierato sul web mentre la voce strafottente di Alex Turner gli ricorda l’adolescenza che non ha mai vissuto. Al primo ritornello dell’ottava canzone – Oh that boy’s a slag/The best you ever had – l’occhio gli cade sull’orario della barra degli strumenti. Le 20 e 17. Cazzo. Occorre iniziare a prepararsi. Ed è in quel momento che la musica e il senso di fretta gli fanno compiere l’errore che gli rovinerà definitivamente la serata. Prende il cellulare e, senza riflettere, scrive un messaggio:
«Come andiamo? Passo io o passi tu?»
E lo invia.

«Come andiamo? Passo io o passi tu?»
Sono le 20 e 18 di un sabato sera invernale e gli hanno fatto un’altra domanda. Un’altra domanda per cui ci vuole una risposta precisa. Incredibile. Come se fosse davvero possibile dare risposte precise. Non impareranno mai, pensa tra sé e sé mentre i suoi pollici compongono l’unica risposta sensata che gli pare si possa davvero comporre.
«Per me è uguale. Scegli tu»
E la invia.

Sono le 20 e 19 di un sabato sera invernale e due ragazzi abitano sullo stesso pianeta, nella stessa nazione e nella stessa città. Uno si è appena rinfilato il suo iPhone nella tasca dei jeans dopo aver mandato un messaggio. Riprende a guardare la tv, e cosa sta guardando di preciso non lo sa nemmeno perché tanto, per lui, è tutto uguale. L’altro ha appena letto un messaggio. È in piedi nel corridoio, con la mano destra sempre appoggiata sulle vertebre sacrali. E piange.

Gramsci

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