Le strade di Bari

A volte mi chiedo se qualcuno ha mai pensato di fare causa alla città di Bari per i danni che provoca al senso dell’orientamento dei suoi cittadini. Non so, magari una class action, una querela o qualcosa di simile. In fondo, quelle strade tutte così diritte e perpendicolari tra loro costituiscono un vero e proprio attentato alla capacità della gente di concentrarsi e le impediscono di sviluppare l’abilità di muoversi in spazi organizzati diversamente. Ci sarebbero quindi danni morali e materiali da considerare e chissà, magari un domani potrebbe essere un’idea per guadagnare un po’ di soldi.
In effetti, a Bari, una volta che superi la ferrovia e ti dirigi verso il centro, non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Anzi, a dirla tutta, non hai nemmeno bisogno di sapere esattamente dove stai andando. È sufficiente camminare. Cammini e pensi ad altro – alla cena, al declino del gusto nell’abbigliamento femminile degli ultimi anni, a cosa c’è dopo la morte – finché ad un certo punto ti fermi. Ti fermi, ti guardi intorno e rapidamente capisci in che punto di quella specie di scacchiera che è Bari ti trovi. Poi, a seconda della tua meta finale o della persona che vuoi o non vuoi incontrare, giri a sinistra, poi a destra, poi diritto e in qualche modo arrivi. Certo, ti muovi un po’ come il serpente di Snake, quel giochino che si trovava nei cellulari quando erano ancora grandi come cellulari, ma arrivi sempre. A Bari arrivi sempre. E questa è una bella cosa.

Anche stamattina, dunque, non ho alcun dubbio: arriveremo a destinazione. Nello specifico, un’agenzia viaggi sita in una qualche strada parallela di Corso Vittorio Emanuele. A che altezza non lo sappiamo di preciso ma questo – come detto – non costituisce un reale problema. Quello che invece costituisce un reale problema è il fatto che Luca – che cammina accanto a me con passo molle – abbia contratto in soli due anni di vita al nord il morbo della determinazione nominale.
Quando qualche ora fa mi ha chiamato e mi ha detto “Renà. Ma la Silvia ti ha invitato alla sua festa di laurea? Se sì, vuoi venire con me che passiamo a lasciare i soldi per la lista?” ho avvertito una fitta allo stomaco. Ma siccome ci conosciamo da un decennio, ho fatto finta di non aver sentito. Inoltre, la Silvia aveva effettivamente invitato anche me e i soldi alla lista aperta all’agenzia viaggi prima o poi avrei dovuto portarli, e allora tanto vale farlo in compagnia di un amico.
Ed ecco perché siamo qua, a camminare distratti per le strade di Bari, in un sabato mattina invernale che in buona parte del mondo sarebbe considerato primaverile.
«Tu quanto pensi di mettere?», mi domanda Luca a bruciapelo.
«Vediamo, è una laurea. Ma non siamo molto intimi. Direi più di dieci ma non oltre venti».
«Ci può stare. Quanto facciamo quindici o venti?»
«Facciamo quindici. Tanto non saranno cinque euro a farci guadagnare posizioni nella sua classifica degli amici. Oltretutto, se li diamo insieme, mettiamo trenta euro in tutto e si nota di meno».
Il mondo può essere un posto meraviglioso proprio perché, a volte, la matematica è veramente un’opinione.

Come volevasi dimostrare, abbiamo trovato l’agenzia viaggi senza troppe difficoltà. Sono bastati quindici minuti di cammino diritto, e una svolta a destra. Ora, completata la missione, abbiamo la mattinata completamente libera, talmente libera che Luca mi propone di riempirla non facendo nulla. Un giro sul lungomare, una birra, al massimo una panchina.
«Ci manca solo che andiamo a sbattere i polpi e hai completato il luogo comune».
«Beh, dai, io queste cose non le faccio mai lassù».
«E nessuno le fa praticamente più quaggiù. Siete voi che andate al nord ad essere i peggiori provinciali».
Luca sorride perché sa che comunque la spunterà. Una proposta fatta di niente batte pur sempre una proposta che non esiste.
«Va bene. Ma sono le undici e venti del mattino. Non mi va la birra».
«Un caffè, allora».

Siamo seduti all’aperto, due sedie, un tavolino e, accanto a noi, una celebre pasticceria salentina. Un pezzo di Salento – di Lecce – in piena Bari, nel cuore di Bari, nel centro del centro di Bari. Vedi un po’ gli effetti tangibili della globalizzazione.
«Allora, che si dice?», domando confermando per l’ennesima volta quella legge misteriosa che lega il sedersi in un bar al sorgere di domande generali sulla vita, l’universo e tutto quanto. Luca afferra una bustina di zucchero e scuote le spalle.
«Niente di che. Solita vita, solita routine. Casa, lavoro, lavoro, lavoro e, se poi mi avanza qualche ora di tempo per dormire, di nuovo casa».
«Hai così tanto lavoro che mi viene da chiederti se me ne puoi prestare un po’».
«Chissà. Potrei provare a chiedere in giro. Ma ci hai mai pensato per davvero?»
«A mettermi il cappello e la sciarpa di lana e a varcare l’Ofanto?»
«Sì, anche senza il ricorso a stereotipi da Anni Cinquanta però».
«Mi stavo adeguando al tuo livello di provincialismo».
«Hai rotto con ‘sta storia del provincialismo. Guarda che poi qua non stiamo in provincia».
«No?»
«No. Bari è più, come dire, una capitale. Una capitale di periferia. Siamo ai margini dell’Impero. Non dentro ma non completamente fuori. Ci sta l’aeroporto internazionale ma non troppo. Ci sta la stazione ma senza l’alta velocità. Insomma, abbiamo qualche vantaggio, diversi svantaggi, ma alla fine – se ci pensi – nessuna reale rottura di cazzo. Non ci sono terremoti, tsunami o tempeste tropicali. Non ci si fila nessuno: né il terrorismo islamico, né quello politico, né l’ebola. Nessun figlio di puttana penserebbe di farsi esplodere in Piazza Mercantile».
Ascolto divertito l’apologia della mia città fatta da uno che abita a qualche migliaia di chilometri di distanza. Poi gli faccio l’obiezione più classica e più banale.
«Perché allora te ne sei andato?»
Per rispondere ad una banalità basterebbe una banalità ma entrambi non ne abbiamo voglia né bisogno. Luca cambia discorso:
«Ma che stai facendo? Metti lo zucchero nel caffè al ginseng?»
Finisco di svuotare la bustina, immergo il cucchiaino e mescolo.
«Sì. Sapeva ancora troppo di caffè».

Al bar ha pagato Luca, com’è giusto che sia. La proposta era la sua e poi, oltre a mettere l’articolo davanti ai nomi, al nord si è anche abituato a pagare con la carta di credito. E questa abitudine, devo dire, non mi dispiace affatto. Adesso siamo sul Lungomare, per vedere dal vivo quello che ormai tutti fotografano.
Luca si stiracchia e si appoggia alla ringhiera guardando verso sinistra, verso il molo.
«Questo ogni tanto mi manca».
«Il panorama? Non è male in effetti».
«Tu però non sei mai stato uno di quelli che “ah, io senza il mare non so vivere”».
«No, vivo al di qua della ferrovia. Per gran parte dell’anno manco lo vedo il mare».
«Ma sai che c’è».
Un grande classico degli amanti delle grandi masse d’acqua. Sapere che da qualche parte, poco lontano da te, c’è il mare sarebbe sufficiente a farti sentire l’effetto del mare. Che poi chissà qual è questo benedetto effetto che il mare eserciterebbe sulle persone anche solo attraverso la consapevolezza della sua presenza. La felicità? L’apertura mentale? L’umidità? Chissà. Comunque sia,  a me questa storia non ha mai convinto del tutto ma non avendo mai vissuto troppo lontano dal mare, non ho la prova definitiva per smentire il mio amico. Decido allora di mostrarmi possibilista e, già che ci sono, un po’ poetico.
«Mah, può essere. E devo anche ammettere che ci sono dei giorni, anzi, delle mattine e delle sere, che il lungomare di questa città ha qualcosa di meraviglioso. E allora non è mica male guardarlo o passeggiarci accanto».
Luca sorride. La mia incursione poetica gli è piaciuta ma siccome siamo maschi riporta il tutto sui binari della prosa.
«Senza nuotarci dentro però».
«Quello no».
Restiamo in silenzio per qualche secondo. Il momento-panorama è finito e riprendiamo quindi a camminare. È mezzogiorno passato.
«Poi lunedì riparti allora?»
«Sì, la mattina».
«E riscendi?»
«Boh».
A Bari non hai bisogno di prestare attenzione alle strade che prendi. Ma, forse per una sorta di legge del contrappasso, hai bisogno di prestare attenzione a dove metti i piedi. Luca questo se l’è dimenticato oppure è troppo impegnato a guardare il mare all’orizzonte. La sua Adidas destra atterra dolcemente su un residuo organico di color marrone chiaro che qualche cane ha depositato con la complice omertà del suo padrone. L’impatto è veloce e la ripartenza immediata. Io che ho gli occhi sempre rivolti al suolo me ne accorgo. Luca no e cammina come se niente fosse. Sorrido tra me e me e mi accingo a dargli la notizia secondo la tradizione. Ho la frase all’altezza dell’epiglottide – “trimone hai pestato una merda!” – da dire proprio così, pronunciando “merda” con due, tre, quattro “m” – mmmerda! – ma lui, senza saperlo, mi interrompe.
«Che poi non è solo il mare. È un po’ tutto. Il clima, il cibo, i prezzi, le strade, la gente che non corre, la gente che esiste anche la sera! Però, nonostante tutto, io lunedì me ne devo andare. Ed è giusto così». Fa una piccola pausa. «Sai qual è il fatto?»
«No».
«Io amo Bari. Ma Bari mi vede soltanto come un amico».
Ridiamo entrambi e, senza metterci d’accordo, imbocchiamo una strada che in qualche modo ci porterà verso casa. Non gli ho detto cosa si ritrova sotto la suola né ho intenzione di farlo. Anche gli amori non corrisposti, a volte, è necessario che durino il più a lungo possibile.

 

MappaBari

P.S.

Una versione leggermente diversa di questo post è apparsa sul libro “Inchiostro di Puglia”, che potete trovare in libreria  e, su internet, QUA

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One thought on “Le strade di Bari

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