Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

Qualche settimana fa, in occasione della giornata mondiale del libro, un politico disse la seguente frase: «se si legge di meno la colpa è anche della Scuola». E poi si affrettò ad aggiungere: «ma non degli insegnanti, sia chiaro». Io, che ero tra il pubblico, trovai questa affermazione un po’ paradossale, addirittura un po’ comica, ma non sorprendente.
In Italia, infatti, quando si tratta di attribuire una colpa si fa spesso ricorso a quelle che potremmo definire le Grandi Entità Astratte. Le Grandi Entità Astratte sono quei soggetti indefiniti a cui siamo soliti rivolgere i nostri insulti e le nostre proteste ogni qual volta qualcosa non funziona: il Sistema, il Governo, la Politica, la Burocrazia e, nel caso del nostro politico durante la giornata mondiale del libro, la Scuola. Alle Grandi Entità Astratte puoi dare la colpa quanto e come vuoi, tanto non si offendono e soprattutto, in questa maniera, nessuno in particolare si sente chiamato in causa e nessuno in generale si fa male. Mica brutto, così.
Tuttavia, può capitare che la vita ti metta di fronte a delle situazioni in cui il ricorso alle Grandi Entità Astratte non funziona granché. Per esempio, ci sono delle situazioni per le quali alla Scuola puoi dare tutt’al più la responsabilità ma la colpa – quella vera – la devi dare a qualcun altro.

Un giorno, una ragazzina a cui faccio ripetizioni di latino mi raccontò che la sua professoressa distribuisce quattro-cinque versioni diverse durante il compito in classe.
«Per rendere più difficile copiare?», chiesi retoricamente io.
No, non per quello. La professoressa – mi spiegò – distribuiva versioni diverse non tanto per limitare il copia-copia ma per “venire incontro al suo pubblico”. Le versioni diverse avevano cioè difficoltà diverse e venivano date agli alunni in base al loro grado di bravura: gli asini si beccavano una versione soggetto-verbo-predicato, i mediocri una versione con qualche complemento indiretto, i bravi potevano addirittura ricevere una versione in latino vero e proprio.
Non è giusto, pensai. E, quasi senza accorgermene, lo dissi pure ad alta voce:
«Non è giusto»
In effetti, se la scala di difficoltà è diversa, anche la scala di giudizio deve essere diversa e invece la scala di giudizio era unica per tutti: da 0 a 10.
«Un 6 avuto su una versione facile non vale un 6 avuto su una versione difficile», aggiunsi rivolto più a me stesso che alla mia allieva.
«Lo so. Ma lo fa per aiutare quelli meno bravi», mi rispose con l’innocenza tipica dell’età a cui l’adolescenza non ha ancora sfondato la porta.
«Ma quelli meno bravi non sono nati meno bravi», replicai istantaneamente. «Fino a prova contraria, fate tutti parte della stessa classe, avete tutti avuto la stessa insegnante e avete tutti seguito le stesse lezioni: dovete pertanto essere giudicati sulle stesse cose e allo stesso modo. Adeguare l’esame alle capacità dell’esaminando non è giustizia redistributiva. È un’ingiustizia bella e buona».
Dopo questo accenno di invettiva, mi zittii di colpo. Mi schiarii la voce, liquidai la faccenda con un banale «comunque sia, ciascuno ha i propri metodi» e passai ad altro.
Un altro giorno, un’altra ragazzina (un po’ meno – ina) a cui faccio ripetizioni mi disse che, benché venisse da una serie di insufficienze gravi, non ne era particolarmente preoccupata dal momento che la sua professoressa «non credeva nei debiti».
«Non ho capito», esclamai sorpreso. «Non crede nei debiti?»
«No, non ci crede», rispose. «L’ha detto esplicitamente: “ragazzi, io non credo nei debiti”»
«E quindi che fa?»
«Mette 6 alla fine dell’anno»
«A prescindere che tu abbia avuto 3, 4 o 5?»
«Sì»
Come Mr. Pink ne Le Iene di Tarantino non credeva alle mance, questa professoressa non crede nei debiti. Facile no? E Il risultato di quella politica di ateismo valutativo era davanti ai miei occhi: una studentessa diciassettenne con la preparazione scolastica di una undicenne ma pur sempre in quarto superiore. Quattro anni di scuola, quattro sei, nessun debito: viene anche la curiosità di sapere perché la mandassero a ripetizioni.
In ogni caso, anche quella volta non mi espressi più di tanto. Misi su una faccia perplessa e andai avanti. In entrambe le occasioni non dissi quello che pensavo. E pensavo un sacco di cose che avrei potuto dire.

A quelle ragazze, per esempio, avrei potuto dire che la gente che sta dietro una cattedra ha un ruolo fondamentale: alleva esseri umani, li educa, li giudica, li cresce. Una persona fa il primo superiore a 14 anni e il quinto a 19. Un insegnante delle scuole superiori, quindi, accoglie un bambino e fa uscire un adulto, e questo è un lavoro mica da poco e mica da scherzi. Avrei potuto allora dire che le loro insegnanti avevano rinunciato a quel lavoro. Si erano limitate a prendere atto della verità universale per cui ci sono persone che studiano meno e persone che studiano di più e avevano deciso di adeguarsi. Una aveva deciso di assegnare compiti facili a quelli che studiano meno e compiti difficili a quelli che studiano di più, rifugiandosi in una soluzione logicamente ineccepibile: attribuire un coefficiente di difficoltà correlato al coefficiente di impegno e intelligenza dell’alunno e ottimizzare così il risultato. L’altra era andata addirittura oltre la logica. Dava compiti uguali per tutti, li valutava sulla base dello stesso metro di giudizio ma alla fine dell’anno, magicamente, tutti i voti inferiori a 6 diventavano 6, e uno potrebbe legittimamente chiedersi cosa ne è dei voti che erano effettivamente 6. A quel punto avrei spiegato come queste soluzioni, così logicamente ineccepibili e così fascinosamente magiche, siano però delle soluzioni educativamente atroci dal momento che insegnano ai ragazzi che non si applicano a non applicarsi e ai ragazzi che si applicano che, beh, insomma, potrebbero anche applicarsi di meno. Detto questo, avrei probabilmente agitato l’indice e sottolineato come tutto ciò sia sbagliato non solo dal punto di vista educativo ma anche morale perché far capire a dei ragazzi che basta fare quello che si può (o che si vuole) per andare avanti significa, molto semplicemente, imbrogliarli. Imbrogliarli prima e lasciarli poi da soli a scoprire la verità, cioè che nella vita non sempre quello che si può (o che si vuole) è quello che ti viene richiesto o, peggio ancora, è sempre sufficiente di per sé. Avrei dunque concluso dicendo che quelle non sono delle grandi lezioni da ricevere a quattordici o diciassette anni e che, soprattutto, non sono delle grandi lezioni da impartire quando di anni ne hai un pochetto di più. Sì,  con questa stoccata avrei chiuso e solo allora sarei andato avanti a fare quello che si doveva fare.
O forse no. Perché, a pensarci bene, avrei potuto dire molto di più.
In un giorno di particolare loquacità, per esempio, avrei potuto dire che agli studenti basterebbe andare dieci minuti su Facebook per accorgersi di come molte persone che gli impartiscono lezioni di mestiere dovrebbero, in realtà, cambiare mestiere. Anzi, avrei potuto tirar fuori il mio smartphone e mostrare direttamente due o tre gruppi  in cui un sacco di insegnanti che dovrebbero spiegare il rispetto delle fonti e l’importanza del dubbio si rivelano invece talmente imbecilli o talmente arrabbiati (e le due cose spesso coincidono) da condividere e commentare notizie palesemente false tratte da siti palesemente fasulli. Scorrendo un po’ la cronologia, avrei poi potuto mostrare insegnanti così meschini e miserabili da organizzarsi con i loro colleghi per convincere i loro studenti – «anche dodici-quattordici a classe» – a non seguire la finale di Amici perché «ci va Renzi». Avrei potuto indicare insegnanti che ignorano l’abc della Costituzione, insegnanti che non riconoscono il valore della conversazione e anche insegnanti a cui di insegnare non gliene frega un beneamato cazzo e che dunque non vogliono nemmeno imparare a farlo perché vogliono  fare solo supplenze. Infine, dopo aver riposto lo smartphone in tasca,  avrei potuto sottolineare con ampi gesti della mano come tutti questi insegnanti – imbecilli, collerici, meschini, ignoranti –  siano anche abbastanza stupidi da fare tutto questo su Facebook, senza pensare che un loro qualsiasi studente potrebbe agevolmente assistere a tali scempi o, ancora più grave, senza pensare che questi siano scempi da nascondere.
Ma, come anticipato, non dissi nulla di ciò.
Non lo feci perché gli studenti di oggi sono già abbastanza disincantati e disillusi da non aver bisogno che qualcuno, dall’esterno, confermi quello che molti di loro hanno già forse intuito: che gli insegnanti sono persone come tutti e, a volte, sono peggiori di alcuni di quei tutti. E questo è necessario che gli studenti lo pensino il meno possibile perché se a dei ragazzini dici che i loro insegnanti sbagliano, che i loro insegnanti non dovrebbero insegnare, allora per loro vale tutto (dalla professoressa pazza che metterebbe brutti voti in virtù della sua pazzia al professore che «mi odia perché la penso diversamente da lui») e quando vale tutto non funziona più niente. Per mantenere viva la speranza, dunque, davanti a degli studenti non parlo mai male degli insegnanti. Non do mai loro la colpa.
Eppure, rileggendo il tutto, di chi è la colpa? Della Grande Entità Astratta ossia della Scuola? Della Scuola che ha smarrito la sua missione, della Scuola che non può più permettersi di bocciare, della Scuola che non ha più fondi per selezionare? O, addirittura, come vogliono i professionisti del complotto, la colpa è del Potere che ci vuole tutti più ignoranti, più stupidi e quindi più controllabili?
No, ‘sto giochino delle Grandi Entità Astratte in questi casi non funziona granché. Tutt’al più è possibile parlare di una responsabilità della Scuola e del Potere ma la colpa – quella vera – è di “qualcun altro”. Ma di chi non si può dire. Agli studenti perché se no, la mattina dopo, quelli manco si alzano per andarci, alla scuola. Agli adulti perché, in ciascuno di questi casi,  quel “qualcun altro” ha un nome e un cognome e dare la colpa ad un nome e un cognome per gli adulti è sempre una rogna oltre che, come ha capito benissimo il politico durante la giornata mondiale del libri, anche un rischio. La Scuola, infatti, non vota. Gli insegnanti sì.

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P.S.
Perché Snape/Piton? Trovatemi voi una persona che incarni meglio il ruolo dell’insegnante

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5 thoughts on “Tutto quello che avrei potuto dire degli insegnanti ma che non ho mai osato dire

  1. Caro Renato,
    ho qualche riserva circa gli esempi di insegnanti che hai portato, certamente criticabili anche perché si tratta di casi estremi (non per questo poco diffusi, sia chiaro). Vorrei dire che però, nella realtà media della scuola pubblica, in Italia come altrove, il trattamento perfettamente paritario non c’è mai stato. Almeno, non da quando esiste una scienza, la pedagogia, che a mio parere ha fatto fare enormi passi avanti nel campo della formazione. La scuola moderna si basa sulla reciprocità e sul dialogo, dunque sul compromesso tra la “Scuola”, l’ente astratto di cui tu parli e di cui i singoli insegnanti sono i rappresentanti) e la sua utenza, ovvero gli alunni/studenti e le rispettive famiglie. Questo approccio prevede che si tenga conto delle singole capacità e contesti di provenienza che in una società come la nostra non sono tutti uguali: nella stessa classe hai alunni con genitori con la cattedra in filosofia e altri che a scuola ci vanno per imparare l’italiano, perché a casa loro si parla un’altra lingua, si hanno altri culti e diversi stili di educazione. Cosa succederebbe secondo te in un contesto del genere, se la Scuola si comportasse come un tribunale inappellabile, i programmi fossero leggi scolpite nella pietra e gli insegnanti si comportassero come direttori di coscienza? Tra gli insegnanti poco volenterosi e incompetenti ci sono soprattutto quelli che pensano che la scuola serva solo a dare voti, a selezionare tra chi avrà successo nella vita e i loro dipendenti con contratto a tempo determinato. Hai ragione, far credere che si può ottenere tutto senza fare sforzi è che “tanto è uguale” è un accomodamento eticamente scorretto, una risposta semplice a problemi complessi, come quella di chi boccia a man bassa perché “se non sai l’ablativo della quinta declinazione non combinerai mai niente nella vita”. Ma in generale, ed è quello che la vita t’insegna dopo, è che quasi sempre ci sono sempre due pesi e due misure, e per affrontare tutto ciò, più che la disciplina di ferro di un insegnante che non si adegui al livello dei suoi studenti, serve la personalità solida di chi sa chi è, che cosa vuole e di cosa ha bisogno.

    Come direbbe Morandi, un abbraccio,
    Raffaello

    • Ciao Raffaello, sono abbastanza d’accordo. Storpiando la famosa esortazione di Jameson si potrebbe dire “contestualizzare sempre”. Quindi sì, un buon insegnante deve tener conto della differenza tra gli alunni (e approcciarsi in maniera adeguata) ma, secondo me, non dovrebbe assecondarla, non un certo tipo di differenza, almeno. Per il resto, con me sfondi una porta aperta: no ad una scuola tribunale, no a programmi scolpiti nella pietrea, no a insegnanti-direttori di coscienza. Ed è proprio per questo che credo sia arrivato il momento di smetterla di pensare in generale e iniziare a dare responsabilità (intesa duplicemente sia come responsabilità-potere sia come responsabilità-punibilità) ai nomi e cognomi. Si tratta di un cambiamento ideologico prima ancora che pratico, me ne rendo conto (e per capirlo basta leggere quello su cui protestano gli insegnanti) ma a me ‘sto paese sembra soffrire proprio di una cronica mancanza di responsabilità (intesa nel duplice modo di prima). E questo ci ha portato, tra le altre cose, al parodosso per cui, nel pubblico, per assumere una persona in modo che nessuno si prenda la responsabilità della sua assunzione si devono organizzare e superare concorsi ai limiti del ridicolo e dell’umano.
      Spero che la convinzione dell’insegnante che boccia perché “se non sai l’ablativo della quinta declinazione non combinerai mai niente nella vita” sia errata. Sono appena andato a controllare quale fosse l’ablativo della quinta declinazione

      • Bene, mi fa piacere che siamo d’accordo sul fronte etico/metodologico, su disciplina ecc. Sul fronte responsabilità, a mio parere il primo fattore di deresponsabilizzazione non sono gli insegnanti ma i genitori o chi ne fa le veci. Sono cioè i tuoi clienti, quelli che spesso iscrivono i figli a una scuola privata per proteggerli da ambienti sociali malsani e da professori troppo severi, perché non devono farsi venire il mal di testa sui libri, che poi oh, la domenica si va allo stadio, mica si passa il pomeriggio a studiare. Vedendo poi che nella pubblica suo figlio non ce la fa, questo genitore lo manda da un insegnante privato, un modo che il genitore trova di deresponsabilizzarsi della propria incapacità, della propria ignoranza, della non negoziabilità dei cazzi propri. Ho purtroppo avuto esperienza di gente così nella mia frammentaria carriera di alfabetizzatore della middle class (leggi: insegnante di ripetizioni), ma credo che il discorso abbia appunto una valenza generale.
        Smettiamola però, come dici tu, di parlare in generale, e va bene, ma non creiamo capri espiatori. I fattori sono molteplici, e perciò le responsabilità condivise. Uno Stato che neglli ultimi vent’anni ha depotenziato i propri istituti di formazione per me sta in cima alla lista dei responsabili. Le persone che lavorano nella scuola sono state devalorizzate in modo sistematico: ormai perché si parli del mondo scolastico è necessario scioperare o finire nella cronaca nera. Quindi non so, mi sembra che questi lavoratori del pubblico vadano già alla gogna molto più di altri (tipo medici e poliziotti), questo grazie a un’opinione pubblica di genitori che pensano alla formazione del figlio come un’inutile perdita di tempo: tanto ci sono le scuole private, tanto lavorerai nella ditta di famiglia, ecc. Ecco, l’Italia è forse il paese più familista d’Occidente. Ricorre questa strana idea nei discorsi degli ultimi 4 governi in tema di educazione: che il figlio sia una proprietà della famiglia, che la famigliia ne può fare ciò che vuole, quindi l’insegnante deve lavorare per accontentare le famiglie. Agli insegnanti che hai menzionato, andrebbe chiesto quali pressioni abbiano subito da babbi con la canna da pesca e da mamme con Novella Duemila. Perché sono loro a richiedere il tipo di trattamento che tu condanni, anche se gli si ritorce contro in un secondo momento. Ho una proposta concreta per questi genitori, non persecutoria né punitiva, ma appunto formativa: scuola dell’obbligo fino a 50 anni, altrimenti niente diritto al voto.

  2. Ciao Renato. Premetto che non sono un insegnante ma che ho trascorso la mia vita “nella scuola” avendo una madre ex maestra elementare e avendo avuto una compagna professoressa e poi preside. La tua analisi è perfetta, nel senso che lanciate le invettive di rito, verso quella che ironicamente definisci la “Grande Entità Astratta”, rimangono i problemi degli utenti finali ovvero i giovani che dovrebbero essere guidati e supportati nel processo di maturazione. Tieni conto che provengo da una scuola che ancora risentiva dell’impostazione autoritaria degli anni ’40 e che faticava a trovare una didattica che non fosse improntata sulla memoria. Nelle scuole elementari degli anni ’60 eri un genio se avevi una memoria formidabile non lo eri se dimenticavi il fatidico risultato del 7×8, scoglio di fronte al quale la stragrande maggioranza degli alunni soccombeva.Sorvolando sulla transizione delle scuole medie inferiori, dei cinque anni di liceo scientifico almeno due sono andati via tra occupazioni, autogestioni e assemblee. La scuola allora era fortemente contestata anche perchè, per raccontartene solo una, noi avevamo una professoressa di Storia e Filosofia che non spiegava la Storia ma la… dettava. Odiando lei il “Camera-Fabietti” testo scelto, veniva in classe con il “Villari” e ci dettava letteralmente capitoli interi di storia. Tutto ciò per dirti che alla fine, la formazione della mia generazione è andata più nella direzione dell’auto apprendimento che in quella della formazione guidata. Ciononostante ci siamo laureati, sappiamo scrivere in italiano e far di conto senza l’ausilio delle calcolatrici. Il mio non è un discorso per sminuire il valore educativo e formativo della scuola, ma essa, in quanto istituzione soggetta all’indirizzo politico, è stata talmente bistrattata da faticare, ancor oggi a recitare il ruolo che le compete. Al lodevole impegno ed alla profonda passione di alcuni insegnanti, come te, si contrappone un universo di impiegati scoraggiati dal trattamento che quotidianamente ricevono dalla “Grande Entità Astratta”. Concludo con un esempio. Mio figlio ha 25 anni e sta concludendo la magistrale in Ingegneria meccanica presso il Politecnico di Bari (molto apprezzato, come saprai). Il figlio di mia cugina, canadese, ha 25 anni e sta concludendo lo stesso percorso presso l’Università di Toronto (altrettanto apprezzata), ma lavora sin dalla conclusione della laurea triennale. Ciò per dire che a me sembra che la nostra Grande Entità Astratta nel tempo si sia più preoccupata di fornire un “pezzo di carta” che una vera formazione alla vita. Grazie per l’ospitalità e perdonami se mi sono arrogato il diritto di prendermi più spazio di quanto avrei dovuto. Tieni duro! Ciao, Piero

    • Questo spazio è pensato apposta per la condivisione di pensieri/esperienze (più o meno serie e più o meno vere) quindi non si scusi per averlo impiegato nel modo corretto: raccontando ciò che era la scuola e ciò che è. Peraltro mi ha fatto ricordare che anch’io, da studente, ho usato un testo di Villari: gli anni passano, i testi no. In bocca al lupo agli ingegneri. Da paese a paese le cose cambiano parecchio, è vero, ma gli ingegneri sempre fighi rimangono. Un saluto.

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