Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

Gli amici, si sa, si vedono nel momento del bisogno. Quando qualcosa va storto, quando lei ti lascia per un altro, quando il concorso non è andato e all’esame manco ti ci sei presentato. Ecco, in questi momenti del bisogno, si vedono gli amici. Ma quando il momento del bisogno è reale quelli che si vedono – o meglio si sentono – sono gli amici medici.

La malattia e la speranza
Una notte fonda di giovedì, così fonda da essere mattino presto. Le cinque e qualcosa ante meridiam. Mi sveglio e non sto tanto bene, anzi mi sveglio perché non sto tanto bene. Trentanove gradi virgola cinque di febbre. Prendo una tachipirina mentre tra i deliri febbrili tento inutilmente di risalire al figlio di puttana che può avermela mischiata. Il giorno di giovedì trascorre così, senza un colpevole da poter insultare, tra i trentanove e i trentotto di febbre e le sei e le otto volte di visita urgente al bagno. Il venerdì la febbre cala ma la mia relazione con la tazza del cesso si intensifica. Il sabato la febbre scompare ma la mia necessità del bagno, no. Un po’ stanchino e un po’ disidratato, decido allora di chiamare il medico di base.
Un telefono, un malessere fisico e un medico: a volte sono convinto che il blues sia nato così.
Il medico, al telefono, mi diagnostica una gastroenterite e mi dà antibiotico (normix), un antidiarroico (dissenten) e fermenti lattici random. Il tutto viene però reso problematico dal fatto che mentre il dottore dettava al telefono la mia terapia ne diceva un’altra ad un’altra persona che era di fronte a lui e che ovviamente aveva un’altra malattia: i farmaci si sommavano e si confondevano tra loro e io non sapevo più se avevo gastroenterite, ipertensione o ipotiroidismo. Ma, una volta chiuso il telefono, non avevo paura. Uno non passa una vita a farsi amici medici per poi non approfittarne nel momento del bisogno. E uno che ha amici medici, nel momento del bisogno, non compone il 118. Va su Whatsapp.

Non avrai altro medico all’infuori del tuo amico: la religione del camice bianco
Quando contatti un amico medico e gli scrivi in chat quello che hai e quali sono i tuoi dubbi, puoi ottenere diverse reazioni (e dunque diverse risposte) a seconda principalmente di due fattori:

  1. Che tipo di specializzazione ha il tuo amico medico
  2. In che sicuramente orribile momento della sua sicuramente orribile giornataccia l’hai beccato

Il punto 1) è molte volte sottovalutato. Non sempre si può avere la fortuna di soffrire di un malanno che rientra nell’area di specializzazione dell’amico medico che ci ritroviamo ma, molto spesso, a noi non interessa. Noi chiediamo indifferentemente consigli cardiaci ad un neurologo e pareri renali ad un oculista perché ci basiamo sulla splendida convinzione che siccome è un medico, ed è un amico, saprà la risposta giusta. L’amico medico, infatti, è una sorta di fede religiosa. Non può sbagliare, non importa che problema io abbia e che specializzazione lui abbia. È un medico ed è mio amico. Saprà rispondermi. Saprà rispondere anche a domande oggettivamente impossibili, anche a messaggi del tipo “Ciao, è da ieri che ho un doloretto alla caviglia sx quando l’appoggio. Sec te che può essere?”. Una domanda così non la porremmo mai al nostro medico di famiglia ma ad un amico medico, sì. E siamo convinti che saprà “che può essere”.
Certo, è sempre bello avere fiducia in qualcuno ma la fiducia incondizionata può anche essere pericolosa. In effetti, spesso ci dimentichiamo che così come esistono amici coglioni, esistono anche amici medici coglioni, ma non solo. A volte, la religione del camice bianco, ci può anche spingere a coinvolgere nel teorema gli amici dentisti i quali, poiché non ammetteranno mai di non sapere qualcosa che un medico può sapere, saranno comunque pronti a dire la loro opinione su quel dolore fastidioso nel basso ventre. Alla fine, il rischio è dunque identico a quelle di molte derive delle religioni canoniche: il fondamentalismo. Siccome l’amico medico non può darci risposte sbagliate, gli crediamo a prescindere e se qualcun altro dice qualcosa di diverso sta sicuramente sbagliando.
Il punto 2) è invece talmente evidente che non può essere sottovalutato. Un amico medico è per definizione un amico impegnato. Quando aprirà la conversazione Whatsapp e leggerà i nostri dubbi e i nostri timori (nel 74% dei casi riconducibili a stronzate megagalattiche) è dunque molto probabile che, quella stessa mattina, abbia già risposto quattordici volte alla nostra stessa domanda o, in alternativa, che abbia appena svolto un’esplorazione digito-rettale ad un paziente poco pulito. In ogni caso, ci sono molte probabilità che abbia ben poca voglia di scriverci, ben poco tempo da dedicarci e ben poca pazienza con cui trattarci. Altre volte, più raramente, può però capitare che la nostra richiesta d’aiuto a doppie spunte blu arrivi in un periodo in cui l’amico medico è libero e di buon umore. Non è un bella eventualità. C’è infatti una sola cosa peggiore di un amico medico che non ha tempo da dedicarvi: un amico medico che ha molto tempo da dedicarvi. Ad una vostra semplice domanda, vi darà una risposta e passerà poi quindici minuti a spiegarvi il perché di quella risposta, dieci minuti a spiegarvi perché non potrebbe essere quell’altra risposta e cinque minuti in cui vi comunica comunque i casi eccezionali in cui quell’altra risposta potrebbe essere la vostra risposta anche con i vostri sintomi. A chiusura della conversazione avrete imparato il nome di due-tre malattie che non conoscevate, che non pensavate di poter avere ma che ora dovete scoprire se per caso avete.

Il mezzo è il messaggio: la diagnosi con la doppia spunta
Tenendo ben presente questi due punti, decido comunque di rivolgermi al 118 del 21° secolo e inizio a contattare gli amici medici. Poggio l’indice sull’icona verde, Whatsapp si spalanca davanti ai miei occhi, do inizio alle danze.
Il mio problema principale verteva sull’antibiotico. Una delle mie manie – dettate proprio dal fatto di avere diversi amici medici – consiste nel timore di contribuire allo sviluppo di super-batteri super-resistenti attraverso l’assunzione smodata e scorretta di antibiotici. M’immagino sempre, un domani, confinato in un letto d’ospedale con di fronte a me un medico sconsolato che scuote la testa e mi dice “Mi dispiace, la terapia non ha effetto. Non avrebbe dovuto prendere lo Zimox per quel mal di gola nel 2004” – “Ma dottore avevo le placche!” – “Sono spiacente, veramente. Ma non c’è più nulla da fare”
Per evitare tali scenari e per salvare la razza umana, tendo dunque a non prendere antibiotici salvo casi eccezionali. Il primo punto da chiarire, dunque, era se questo poteva essere considerato un caso eccezionale. Non era una gastroenterite virale? Che c’entrano gli antibiotici? E poi l’antidiarroico non avrebbe potuto condurre a costipazione e blocco intestinale?
Non avendo a disposizione un gastroenterologo, contatto un’oncologa. Scrivo diffusamente sintomi, decorso e dubbi sulla terapia ma il momento in cui la contatto – come vuole il punto 2) – non doveva essere quello giusto:

sei la terza persona della settimana che mi smarona con la gastroenterite! Prenditi quel cazzo di normix, 2 cp 2 volte al dì per dieci giorni.

Incasso in silenzio e insisto per capire se l’assunzione di antibiotici non mi condurrà, tra vent’anni, ad una morte atroce per mano dei superbatteri. E a questo punto, il punto 1) fa la sua comparsa in tutta la sua feroce potenza. Contatti un’oncologa per una gastroenterite e lei ti fa sentire in colpa perché non hai un mesotelioma:

Io quando ho la gastroenterite non prendo niente e non mangio nemmeno in bianco. Perché io ho fiducia nell’omeostasi del mio organismo e nelle sue capacità di riprendersi da solo da una banale gastroenterite! Voi pazienti invece volete necessariamente una cura, non ci credete che il corpo guarisce da solo dalle fesserie. Probiotici, integratori…tutte minchiate!

Non posso far altro che vergognarmi per non avere nemmeno un piccolo linfoma di Hodgkin da sottoporle e ripensare con ribrezzo a tutte quelle volte che ho chiesto aiuto a Dio al secondo giorno di raffreddore. Però la questione iniziale rimaneva aperta. Devo prendere o non devo prendere l’antibiotico? In effetti, la mia amica medico prima mi scrive la terapia e poi mi dice che comunque lei non la farebbe. Andiamo avanti con la rubrica.
La nuova conversazione Whatsapp è con un uomo ché, si sa, tra uomini ci si capisce meglio e subito. Medico di medicina interna e i miei dubbi erano propri interni. Inizio a capire che forse l’antibiotico potrebbe anche non uccidermi sul lungo periodo.

Il principio attivo è rifaximina. Ha il vantaggio di avere uno scarso assorbimento sistemico e di agire prevalentemente sul tratto gastroenterico.

Poesia per le mie orecchie e, d’altra parte, la frase aveva anche una rima quasi baciata. Ma la frase successiva ripropone il mio dubbio amletico:

Certo, se si sospetta una forma virale, con i soli fermenti e con il tempo, passa.

Ormai è una questione personale ma le mie questioni personali sono questioni nazionali. Prendere o non prendere l’antibiotico?
Nel frattempo l’amica medico di prima si rifà viva per sapere come va. O meglio: si rifà viva per sapere se ho intenzione di seguire la sua terapia. In effetti, gli amici medici assomigliano molto a quei tipi indaffarati che camminano di fretta per la strada diretti chissà dove. Non vorrebbero mai che qualcuno li fermasse per chiedergli come arrivare in stazione centrale ma, se accade, poi rimangono a guardarlo da lontano per vedere se segue per davvero le loro indicazioni. L’incipit è da antologia di scienze delle comunicazioni:

Senti Renè, la diarrea come va?

Che, onestamente parlando, è l’ultima cosa che un uomo vorrebbe leggere in una conversazione con una donna. Anzi la penultima. Perché subito dopo, l’amica medico che evidentemente non aveva nulla da fare in quel momento, mette a frutto il suo decennio di studi universitari e mi manda questa tabella convinta di aiutarmi nella gestazione della malattia:

Bristol_stool_chart.svg

La faccenda sta diventando pericolosa oltre che di dubbio gusto. Non so più che fare. Quanto durerà ancora questo strazio? Un altro medico interpellato ha, a questo proposito, le idee abbastanza chiare e mi risponde sfruttando le potenzialità ipertestuali di Whatsapp:

Basta, è troppo. Medici che mi consigliano di prendere farmaci e poi mi danno della femminuccia se lo faccio, medici che mi vogliono insegnare ad analizzare la forma delle feci, medici che fanno gli spiritosi sulle disgrazie altrui, medici che…rimango all’improvviso immobile con il cellulare tra le mani. L’occhio mi cade sull’orario. A furia di stare su Whatsapp non mi ero accorto che erano ore che non dovevo correre in bagno.
Senza antidiarroico.
Senza antibiotico.
Chattare con gli amici medici mi aveva guarito.
Miracolo.

Epilogo: il mondo salvato dai messaggini
Sono passate tre settimane da quella settimana e la mia vita è ripresa a scorrere normalmente. Non mangio più in bianco, ho bevuto senza effetti collaterali alcuni tra i cocktail peggiori che il genere umano abbia mai mescolato in un bicchiere di plastica e corro tre/quattro volte la settimana. A volte, se mi guardo indietro, penso che i miei amici medici non mi hanno guarito, che è stata solo una coincidenza, che il mio corpo si stava già riprendendo. Altre volte, invece, apro Whatsapp e mi rendo conto che qualcosa di eccezionale è veramente accaduto in quei giorni e tra quelle conversazioni. Gli amici medici su Whatsapp sono un 118 moderato, senza sirene e senza il rischio di vedere giacche catarinfrangenti camminare nel salotto di casa. Gli amici medici su Whatsapp rispondono sempre, con i loro tempi e i loro modi ma rispondono e, chattando, possono toglierti quei dubbi che a voce non avresti mai il coraggio di proferire (ma i probiotici e gli antibiotici si possono prendere insieme?)
E, last but not least, gli amici medici su Whatsapp possono scrivere delle ricette che noi esseri umani possiamo leggere al primo tentativo senza l’aiuto del farmacista. Mica poco, eh.

Emergenza 3

P.S.
Finisco di scrivere quest’articolo e, davanti a me, sulla scrivania, campeggia la scatola del Normix. Mai aperta.

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3 thoughts on “Il 118 su Whatsapp: gli amici medici e gli amici ammalati

  1. Pingback: Come si diventa ciò che si è: gli amici medici e le loro specializzazioni – Il Blog Struggente di un Formidabile Genio

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