Dalla parte sbagliata

Le vacanze di Natale sono pressoché finite. E come ogni anno la gente che è tornata a casa si appresta ad andarsene portando con sé il solito bagaglio di ricordi e mozzarelle, vestiti e salumi, promesse e fotografie del lungomare. In mezzo a tutto ciò, sorgono puntuali delle domande.
Chi è che si trova dalla parte giusta? E chi dalla parte sbagliata? Quelli che se ne vanno? Quelli che restano? Quelli che ritornano?
Io non lo so ma penso che questa mail che mi ha inviato una persona che ha fatto tutte e tre le azioni – andarsene, restare, ritornare – possa essere una bella risposta. O, quanto meno, un bello spunto di riflessione: sono i luoghi a fare le emozioni o viceversa?

Quando me sono andata per la prima volta di casa, circa dieci anni fa, non avevo la più pallida idea di dove sarei andata a finire, di dove avrei ripiantato quelle radici che con tanta gioia stavo sradicando. Anzi, ad essere sinceri, non sapevo nemmeno se avrei voluto mai farlo. Era la solita storia delle proporzioni: il mondo mi sembrava enorme, gigantesco e la mia vita breve, troppo breve per viverla in un solo posto. Come fai a fermarti se sai che accanto a te (a poche ore di auto, di treno o di aereo) ci potrebbe essere qualcosa di meglio? Come fai a fermarti, anzi, se sai che accanto a te c’è semplicemente qualcosa di diverso? È il fascino del nomadismo a cui io non ho mai saputo resistere. E perché avrei dovuto?
Oggi possiamo ridiventare nomadi, forse lo siamo ridiventati già tutti, ma senza tutti gli inconvenienti e le tragedie dei nostri antenati. Non dobbiamo, tappa dopo tappa, raccogliere sterpaglie, mettere insieme arbusti e erbacce, e poi strofinare sassi e rametti per accenderci un fuoco ogni qual volta che ci fermiamo da qualche parte. Non dobbiamo appuntire bastoni e rincorrere cinghiali o lepri oppure avventurarci tra i cespugli menando le mani sperando di raccogliere qualche bacca commestibile. Ciò che dobbiamo fare è sfogliare giornali e siti internet per trovare un appartamento ad un prezzo che possiamo permetterci ed esplorare gli scaffali di supermarket diversi che poi, alla fine, vendono magari le stesse cose con altri nomi. Scocciature, fregature, ma certo non paragonabili a quelle dei nostri antenati.
Eppure, dopo qualche anno di questo più o meno comodo girovagare, anch’io mi sono convinta a fermarmi, a bloccare la mia piccola, personale carovana costituita da me stessa e da qualche valigia e a costruire una casa piuttosto che montare la solita tenda.
Che sia sempre la stessa storia? Dall’età nomade a quella stanziale? Forse non sono altro che l’ennesima piccola dimostrazione di un ciclo necessario più grande di me? Non lo so. Forse tu diresti di sì. A te, in fondo, piacciono tanto le generalizzazioni, piace tanto inscrivere le vite delle persone in delle caselle e in dei movimenti assai più grandi di loro. Lo fai perché così quelle vite acquistano un senso, una logica o almeno sembrano averli, perché speri che così, in un modo o nell’altro, siano prevedibili oltre che comprensibili e perché, ovviamente, sei un rompiballe che deve sempre capire tutto e criticare tutto.
Ma non escludo che tu abbia ragione. Il mio caso, d’altra parte, è perfettamente descrivibile in una traiettoria talmente generale e consueta che quasi mi sembra di aver vissuto finora una vita banale. Una ragazza del sud finisce la scuola, va a studiare fuori, poi ancora più fuori, poi fa qualche esperienza qua e là in mezzo a quel “fuori”, poi fa un po’ di “avanti e indietro”, e infine, non appena trova un lavoro e un ragazzo soddisfacenti, interrompe il suo girovagare e si stabilisce in un punto sul mappamondo. Tutto qua, verrebbe da dire. Solo che (e forse tu l’hai già intuito) per chi l’ha vissuta, questa traiettoria generale e consueta, non è tutto qua. C’è molto altro che non sempre si può definire, catalogare, comprendere. C’è un mare di ricordi che ti porti dietro, di quelli che inizi a raccontare durante le cene e non la finisci più, e non capisci se gli altri stanno sorridendo per davvero oppure per finta e se magari ti odiano perché, quei ricordi, loro possono solo ascoltarli ma non capirli perché, molto semplicemente, non c’erano lì con te. C’è il dover fare sempre un paragone con quello che hai vissuto, quello che stai vivendo e quello che potresti vivere. E soprattutto c’è il dover ricominciare ogni volta, soprattutto il dover ricominciare ogni volta.
Due anni fa decisi che avevo bisogno di qualcos’altro e m’immaginai un finale quasi classico, il ritorno a casa dopo il lungo girovagare. Pensavo che sarebbe stato giusto così, che la logica del tutto avrebbe riscattato ogni mio malessere e desiderio. Il ritorno come un dovere morale e il dovere morale come un piacere esistenziale. Sì, pensavo che sarebbe stato giusto. E bello. Ma mi sbagliavo. E infatti le cose, come ben sai, andarono un po’ diversamente.
Quando mi sono stabilita qua non è stato solo per il lavoro o solo per J. Certo, se non avessi trovato questo lavoro probabilmente ti starei parlando da qualche altra parte, forse ti starei parlando dal vivo, in un bar o in auto, chissà. E, ovviamente, J. ha avuto un suo peso nella mia decisione, un bellissimo peso come tutti quelli che non ti sembrano tali. Ma la verità è un po’ più semplice. La verità è che ero un po’ stanca. E sì, lo so che questo sembra un discorso molto da vecchi, molto da te (scherzo, dai) ma ti assicuro che si può essere un po’ stanchi, almeno un pochetto, anche prima dei trent’anni.
Non dobbiamo più accendere ogni volta un nuovo fuoco per riscaldarci, ti dicevo prima. Ma dobbiamo, ogni volta, accendere nuove persone per riuscirci. E io mi ero stancata di farlo e poi lasciarle là, indietro o davanti a me, a raffreddarsi finché, un giorno o l’altro, le avrei forse rincontrate e avremmo cercato di riconoscerci, di ravvivarci. Costruirsi un rapporto può essere più faticoso che accendersi un fuoco con pietre e rami secchi, lo sai. E mantenerlo vivo può essere ancora più faticoso e complicato. Qua con J. e con altri avevo trovato un fuoco che mi sembrava più luminoso degli altri, più caldo, e qua (dovresti vedere che tempo fa fuori dalla mia finestra) il calore non è mica una cosa da poco. Se fossi tornata in Italia avrei dovuto invece ricominciare, per l’ennesima volta, da capo. E lo stesso se avessi deciso di proseguire il mio vagabondaggio. Non mi andava più. E allora decisi che forse era il caso di rimanere qua, accanto a questo fuoco che ero riuscita a farmi, e di costruirci attorno una casa, una vita, un futuro. E ti dirò: non mi sono pentita. Mettendo un attimo da parte le mie ambizioni, ho vissuto con più calore e più colore.
Adesso che io e J. ci siamo lasciati, il fuoco, diciamo, si è un po’ affievolito, il calore è un po’ diminuito e i colori si sono un po’ sfocati. Ma immagino sia anche normale, immagino possa anche succedere. Non so cosa farò ora. In fondo non mi era mai capitato. Di solito me ne andavo lasciando fuochi accesi e vivaci, non sono abituata a vederne uno affievolirsi, ridursi, spegnersi. Forse mi ci abituerò, forse lo ravviverò o forse lo riaccenderò, non lo so. E forse lo farò sempre qua, o là o magari ancora altrove, non so nemmeno questo. Noi ci rivedremo da qualche parte, questo invece lo so, e non importa dove, se dalla parte giusta, se da quella sbagliata. I luoghi, in fondo, sono sopravvalutati. Noi no.

BARI

P.S.
1) Ovviamente non è che mi arrivano mail così dal nulla ma faceva parte di un progetto del tipo “la Puglia che racconta di sè” o una roba del genere, una di quelle cose fatte apposta per far diventare malinconici i giovani. Poi non se ne è fatto nulla e mi dispiaceva che rimanesse nel cassetto del pc. E allora ho pensato di pubblicarla.
2) Che foto mettere se non una delle famigerate “foto del Lungomare di Bari”? Però una fatta bene: foto di Manlio Ranieri

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3 thoughts on “Dalla parte sbagliata

  1. Renato questa é innamorata pazza di te, non le chiacchiere che é stanca, il calore, la pioggia battente sui vetri… Si é lasciata con J e mo vuole a R… Ammint che l’acq ié vasc!!!

  2. Legarsi ai luoghi fa paura tanto quanto legarsi alle persone. E quando legandoti a una persona ti leghi automaticamente anche a un luogo questa paura raddoppia. Ma io ho sempre sperato, e voluto pensare – e questa email forse me lo conferma – che ne valesse la pena. Che alla fine della permanenza o del percorso con una persona l’importante sia non rimpiangerlo, poter dire di aver accumulato esperienze e ricordi che si rivivono sì soltanto nella memoria, ma senza rancore. Fa molto “É bello il viaggio non la destinazione bla bla bla” lo so. Ma questa speranza mi farebbe superare qualsiasi paura. Buona fortuna a te, chiunque tu sia

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