Se una notte d’inverno un ricercatore

Sette parole e una risposta per Almalaurea
Se ci metti più di sette parole per spiegare cosa fai, di sicuro il tuo lavoro è inutile alla società. Se poi fai il dottorato di ricerca, allora non solo non riesci a stare nelle sette parole ma tecnicamente non hai nemmeno un lavoro.
Lo sa che il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro?, mi domanda gentilmente la signorina del sondaggio Almalaurea – uno dei tanti con cui si tenta di tastare il polso della situazione giovanile di questo paese – dopo che io le avevo detto cosa stavo facendo al momento.
Una persona normale, alle 9:30 di sabato mattina, avrebbe risposto:
E rompere i coglioni a quest’ora chiedendo alla gente di giudicare statisticamente la propria attuale esistenza invece sarebbe un lavoro?
Ma siccome sono una persona più civile che normale mi limito a dirle:
Sì, lo so.
E, in effetti, è vero. Il dottorato di ricerca non è considerato un lavoro. Tuttavia, se lo fai, non ti permette di avere un lavoro, un “altro lavoro” verrebbe da dire se il dottorato di ricerca, per l’appunto, fosse considerato un lavoro.
Illogico? Sembrerebbe.
Bizzarro? Forse.
Ingiusto? Probabilmente.
D’accordo, ma per risolvere la questione: che fa di preciso un dottorando di ricerca?

Oltre le sette parole e una (non) risposta per tutti
Un avvocato fa l’avvocato, è implicito. Un dentista cura i denti, lo dice la parola stessa. Un bancario lavora in banca, è logico. E un dottorando di ricerca? Beh, omen nomen, fa ricerca. Ma che significa fare ricerca?
La ricerca – diciamolo subito – non è una cosa chiara, non è una cosa che si può spiegare entro le sette parole. Infatti, non a caso, benché il “ah in Italia non si investe nella ricerca” sia un mantra che viene fuori ciclicamente sui media nazionali, gli stessi media nazionali non ci dedicano poi più di tanta attenzione. E, dal loro punto di vista, non hanno tutti i torti: si può imbastire benissimo una puntata di un talk show su un argomento come gli immigrati o la crisi. Quelle sono cose di cui si può parlare perché si sa – o si pensa di sapere – che fanno. Gli immigrati arrivano in Italia e poi, a seconda del canale su cui va in onda il programma, o lavorano facendo i mestieri che gli italiani non fanno più oppure spacciano, rubano e ammazzano gli stessi italiani. La crisi, dal canto suo, si capisce benissimo cosa fa: toglie i soldi, toglie il lavoro, toglie il pane da tavola.
Provate invece a fare una puntata sulla ricerca. Ecco, cosa fa la ricerca?
Impossibile da spiegare. E allora quelle volte che si parla di ricerca s’infila immediatamente la storia del giovane ricercatore italiano che, strangolato in patria dal baronato delle nostre università, è stato costretto a emigrare negli USA dove può fare finalmente, indovina indovinello, ricerca. Cioè? Mistero. Meglio quindi passare alla storia del professore che ha piazzato figli e nuore nel suo dipartimento e si rifiuta di rispondere alle telecamere.
Ecco, un dottorando di ricerca è l’ultima ruota di questo misterioso carro chiamato ricerca con cui condivide le tante miserie e i pochi splendori.
Un dottorando di ricerca è un tipo che per tre anni sta in un laboratorio o dietro una scrivania per tentare di trovare, indagare, capire e analizzare qualcosa che, alla fine della fiera, potrebbe anche non esistere, non avere senso, non valere la pena o mostrare il suo senso e il suo valore tra diecimila anni. E nel frattempo porta il caffè al professore o lo sostituisce quando quest’ultimo deve comprare il regalo last minute di Natale.
Messa così è il non plus ultra dell’inutilità. E infatti il dottorando non sfugge alla terribile legge delle sette parole.
– Cosa fai?
– Sono un dottorando di ricerca in biochimica e studio il comportamento del….

Alla terza parola il tuo interlocutore ti ha già inserito nella categoria “non so che faccia e non so nemmeno se faccia qualcosa”.
Il mio barbiere, per esempio, nonostante gli abbia detto più volte cosa faccio, è convinto che io insegni a scuola. E, in un certo qual modo, ha senso. Perché studiare invece di insegnare? Perché tentare di fare qualcosa quando si può fare qualcosa? Perché “ricercare” qualcosa quando esistono lavori che consentono di “trovare” qualcosa (una causa, un molare cariato, un conto corrente) e che ti permettono anche di rispondere adeguatamente ai sondaggi di Almalaurea?
Certo, un po’ lo si fa sicuramente a causa di quella perversione della società contemporanea, quel lifelong learning che ci spinge a credere che c’è sempre bisogno di studiare ancora, di approfondire di più, di aggiungere titoli su titoli prima di trovare un lavoro, uno vero.
Ma un po’ lo si fa – credo– perché almeno alcuni in ‘sta misteriosa ricerca ci credono, credono cioè che farsi delle domande di cui non si conosce la risposta e non si sa nemmeno se esista non sia poi così inutile. Queste persone trovano più bello camminare a tastoni nel buio piuttosto che camminare spediti alla luce del giorno, inciampare piuttosto che correre, pensare al condizionale piuttosto che agire al presente. E poco importa se ci impiegano più di sette parole a spiegare che fanno e più di settecento a spiegare a cosa serve, a cosa servirà, a cosa potrebbe servire e magari non ne hanno nemmeno la più pallida idea. A loro va bene così perché, a volte, la potenzialità è più affascinante della certezza e l’ignoranza è più eccitante della conoscenza. E anche più utile.
Ma a che serve questa elettricità?, chiese – secondo una leggenda –  un politico un po’ deluso a Michael Faraday.
E lo scienziato rispose: a che cosa serve un neonato?

Magis amica veritas: la dura verità
Diciamoci però la verità alla fine. Non è che tutti ‘sti dottorandi di ricerca siano degli eroi invisibili che silenziosamente contribuiscono al progresso dell’umanità. Nonostante l’opinione di Almalaurea, il dottorato di ricerca assomiglia molto a un lavoro e come in ogni lavoro ci sono tante categorie ben al di sotto dell’eroico: il raccomandato (poteva andargli meglio eh), quello che se la crede (e ce ne vuole), quello che non vale nulla (stonn, stonn), quello che ha sbagliato scelta (con il senno di poi: moltissimi). E come se non bastasse, ovviamente, la maggior parte dei dottorandi non “inventerà” una cosa come l’elettricità. La maggior parte di loro non passerà alla storia, non avrà fatto nulla di realmente utile, avrà solo occupato pagine e byte con tentativi e idee poco o per nulla riusciti. La maggior parte di loro, alla fine del triennio, avrà sprecato tre anni e si troverà con – forse – qualcosina in più in testa e – sicuramente – molto di meno nelle mani: meno giovinezza, meno esperienza, meno praticità, meno contratti, meno contatti.
E non potrà contare su nessuna (o quasi) salvezza da parte dell’Università: i soldi son quelli che sono e poi qualcun altro che porta il caffè lo si trova sempre.
E così il “dottore” dovrà ricominciare da zero ma almeno se gli dovesse squillare un’altra volta il cellulare, alla tipa di Almalaurea questa volta saprà bene che dire:
– No, non ce l’ho un lavoro. Ah, e, a proposito, assumete personale o siete andati anche voi in outsourcing in Romania?

Epilogo: l’apparenza non inganna
– Cosa fai nella tua vita vera?, mi chiede una ragazza inglese a Londra. E io le do la stessa risposta data alla ragazza italiana di Almalaurea:
– Il dottorato di ricerca.
– Ah, allora sei un tipo intelligente!, mi fa un po’ sorpresa, un po’ divertita.
– Perché non l’avevi notato?, ribatto mentre l’occhio mi cade sulle sue delicatissime calze bianche di spugna.
– No, in verità sembravi un idiota.
Mi gratto la testa mentre la metropolitana si avvicina alla fermata di Stockwell. Ripenso un po’ al mio passato e un po’ troppo al mio futuro e alla fine le sorrido:
Lo sono. Se no, non farei il dottorato di ricerca.

ricerca-felicità

P.S.
1)
Piccola curiosità: l’anno scorso mi era venuto in mente di scrivere un libro intitolato “Se una notte d’inverno un ricercatore” raccogliendo varie testimonianze e racconti di ggiovani ricercatori in giro per il globo. Una cosa simpatica, non il solito pippone sul degrado italico e sul paradiso estero. Contattai diversi colleghi e amici che mi dettero l’ok poi, come spesso accade, non se ne fece più niente. Io però usai il mio racconto che avevo scritto come base per Un Moderato Delirio (il racconto narrava la storia di un dottorando che vaga la notte sopravvivendo alla città e alla domanda “ma che stai facendo?”) quindi non fu tutto tempo sprecato. Ciononostante continuo a pensare che l’idea di partenza sia carina. Quindi se qualcuno è interessato mi può contattare su Fb o su r.nicassio@gmail.com
2)La frase “se ci metti più di sette parole per spiegare cosa fai, di sicuro il tuo lavoro è inutile alla società” – frase che appare anche nell’ultimo capitolo del mio libro – è di Erica che ringrazio ancora anche se, ogni volta che ci incontriamo, infrangiamo purtroppo la sua stessa regola: non ci bastano mai quattordici parole complessive per dirci che stiamo facendo in questo momento. Ma un giorno, forse, ce la faremo.
3)Diciamoci un’altra piccola verità: esistono dottorati più “utili” di altri. Ma non lo diciamo apertamente se no scoppia la solita guerra tra poveri.
4)Calze bianche di spugna… ma ci è adaver?

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3 thoughts on “Se una notte d’inverno un ricercatore

  1. 1 Erica è una persona serissima… ciò detto io “sarei” criminologo e dottore di ricerca in sociologia… bastano sette parole a dirlo… eppure non frega un cazzo a nessuno… nemmeno a chi nella puglia peggiore ha fatto un bandocome “Future in Research”…
    2 Il calzino bianco in tutta una serie di contesti che se vuoi approfondiamo non sta male anzi…
    3 La puglia peggiore ha preferito altro a me… cose opinabili a criminologia o simili… ma non metto in discussione mai un percorso che è prima di tutto auto-formazione e consapevolezza. Non ci si mangia, non ci si campa…. lo dicono tutti… io però non lo so. There has to be the way!

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