Scrivo libri, vedo gente: l’estetica della presentazione di un libro

Dopo la prima
Ah, la letteratura.
Ah, i libri.
Ah, le librerie.
Cosa c’è di più bello che raccontare storie? Cosa c’è di più bello degli oggetti che consentono a tutti di conoscere e amare quelle storie? Cosa c’è di più bello dei luoghi in cui queste storie sono conservate e offerte a tutti?
Un sacco di cose.
Ma lasciamole da parte per un momento. E parliamo di storie, di libri e di librerie. Anzi, più specificamente parliamo di un evento che racchiude i tre elementi: la presentazione di un libro. Attenzione. Non la prima presentazione di un libro perché quella è sempre bella & successful: ci vengono tutti gli amici & parenti e vendi tante copie da illuderti che, nel giro di un mese, condurrai un programma quanto meno su Raitre. No, parliamo delle presentazioni dopo la prima. Quelle in cui ti scontri con la dura verità: e cioè che la letteratura, i libri e le librerie non fanno bene.
Fanno paura.

Ogni maledetta presentazione
La scena inizia con te, autore, che entri in libreria sperando  di trovare, questa volta,  almeno altre due persone oltre ai quattro stronzi che ti porti sempre da casa. Nella mano destra hai il cellulare per controllare l’orario – bravo sei puntualissimo – e con la sinistra reggi la busta di plastica in cui hai schiaffato quattro-cinque copie del tuo libro che, se ne vendi un paio, al ritorno puoi fare benzina. Il proprietario della libreria ti vede, si fa avanti, ti saluta e tu hai subito l’impressione che entrambi vi troviate nel posto sbagliato o almeno nell’epoca sbagliata.
Beh, come sta andando il libro?”, ti chiede immancabilmente
Vorresti rispondere soltanto con un sospiro. Ma te la cavi con:
Non ci lamentiamo, non ci lamentiamo”.
Nel frattempo arriva il tipo con cui devi colloquiare durante la presentazione che se ti va bene è una persona che conosci e se ti va male è una persona che purtroppo conosci. Di solito è un giornalista o uno scrittore, tanto di ‘sti tempi tutti sono giornalisti o scrittori, spesso entrambe le cose e a volte sono pure poeti. E il giornalista/scrittore/poeta ti domanda:
Beh, tra quanto dici che cominciamo?”
Ti guardi intorno, conti le sedie vuote:
Aspettiamo altri dieci minuti
Passano dieci minuti e cominciate. E dal primo passo si capisce subito se la serata sarà una tragedia o un trionfo. Presentare un libro, infatti, è come fare l’amore: non devi sbagliare i preliminari.
La prima parola spetta al cosiddetto presentatore che ringrazia la libreria per l’ospitalità, sottolinea l’importanza sociale delle librerie e poi passa a parlare nello specifico di te, autore, e del tuo libro che – attenzione – potrebbero aver anche non letto. Lo sai, ti è già capitato: “Ciao, senti, onestamente ti devo dire che non ce l’ho fatta a leggerlo. Comunque non c’è problema, facciamo domande generali, non scendo nei particolari” – “Ottimo”.
Chi sei tu, com’è il libro, di cosa parla, quanto è importante che lo si legga: questi sono i preliminari. E come i veri preliminari non devono durare più di dieci minuti massimo. Di più, è un disastro. E tu, autore, sai anche questo. Hai assistito a presentazioni in cui il presentatore ha preso parola e dopo venticinque minuti non ti aveva ancora interpellato. E quello non è più fare l’amore. È tirarsi una sega.
Brevi o lunghi che siano, i preliminari ad un certo punto finiscono. E scatta la prima domanda:
Ci racconti come è nato questo libro?
Vorresti rispondere con un “dai, cazzo no!” Ma inspiri e attacchi il disco:
“Guarda, l’idea di scriverlo mi è venuta blablabla”.
Mentre parli, guardi il pubblico.
Sguardi a terra, mani nelle borse, bocche che masticano gomme. Durata media dell’attenzione: dai 27 ai 30 secondi.
Non va bene. Devi riprenderli. Devi conquistarli.
È arrivato il momento di scendere veramente in campo e mettere in pratica la tattica studiata nel prepartita e che funziona sempre. Sì, perché nonostante quello che dicono i sostenitori dell’irripetibile individualità di ogni evento, le presentazioni si possono programmare e vincere a tavolino. E tu la ricetta, ormai, la sai:

30 minuti di simpatia e umorismo, 9 minuti di riflessioni malinconiche e un po’ pessimiste e 1 minuto finale per la chiusa spiritosa e positiva.

Sommati ai 10 minuti canonici di preliminari fanno 50 minuti. Aggiungici 10 minuti per la domanda “ci sono domande?” e fanno 60 minuti.
Un’ora.
Una presentazione deve durare un’ora. Non di più. Ché la gente ha altro da fare – anche se a guardarli non sembra – e anche tu. Tu sicuramente devi avere qualcos’altro da fare.
Cosa dire nei 30 minuti centrali varia un po’ a seconda della composizione del pubblico: se sono giovani/medio giovani, decidi di raccontare esperienze condivise e – nei momenti di noia – inserisci un “che cazzo!” o un “vaffanculo dai!” perché non bisogna mai sottovalutare l’effetto comico di una parolaccia in un posto colto come le librerie. Se sono adulti/anziani, la storia si scrive da sé: butta giù un paragone tra “in passato” e “al giorno d’oggi” e fai in modo che “il passato” faccia il culo al “giorno d’oggi”. Niente coinvolge di più della nostalgia e della convinzione che, non si sa bene quando o perché, tutto all’improvviso sia andato a puttane rispetto a prima.
Se il pubblico ride o sorride e se la signora truccata in terza fila annuisce, hai fatto centro. Adesso devi continuare così per evitare la terribile esperienza del “leggiamo qualcosa dal libro?
Anche questo ormai lo sai, l’hai capito: leggere delle pagine da un libro ad una platea è rischiosissimo. La soglia dell’attenzione cala drasticamente e, a meno che tu non abbia la reincarnazione di Vittorio Gassman accanto a te, è meglio non avventurarsi nei campi della recitazione. No, evita la lettura. Andiamo avanti a parlare a braccio, ce la possiamo fare.
Squilla un cellulare.
Perdi il filo del discorso ma è un assist perfetto per un altro goal a porta vuota: questi cellulari… abbiamo perso l’abitudine di guardarci negli occhi e di parlarci di persona.
I vecchi sono in delirio estatico. Sono tutti con te. Ed è un bene perché sono loro che, alla fine. comprano perché i giovani si divertono pure ma poi tirar fuori la dieci euro dal portafogli, è tutta n’altra cosa.
Adesso si entra nei dieci minuti finali. Non puoi sbagliare proprio adesso.  È arrivato il momento di far pensare malinconicamente. E c’è un solo argomento in grado di unire tutte le componenti anagrafiche del pubblico, vecchi, adulti, giovani: il pippotto generazionale
Il lavoro che non si trova, il futuro che non c’è, la necessità di emigrare: argomenti che immalinconiscono i vecchi perché pensano ai loro nipoti, gli adulti perché pensano ai loro figli e i giovani perché pensano a loro stessi.
Nove minuti di:
sono tempi difficili per essere giovani”
dobbiamo abituarci a un futuro peggiore del nostro presente”
“siamo costretti a cercarci altri posti per essere felici”.
Tra il settimo e l’ottavo minuto giunge il momento per il colpo di grazia: la citazione che tu sai che tutti conoscono.
L’inferno dei viventi di Italo Calvino, la libertà è partecipazione di Gaber, la questione morale di Berlinguer: dinne una, una che si sposi bene con il tenore del discorso e hai svoltato. Il pubblico la riconoscerà, farà di sì con la testa e saremo tutti felici: tu fai la figura dell’uomo colto, loro fanno la figura del pubblico colto e tutti noi penseremo di avere qualcosa in comune.
L’hai detta? Grande, sei un grande!
Ora, chiudi con un gran finale: la speranza dopo la malinconia. Falli sorridere dopo averli fatti intristire.
Ci sei riuscito? Genio, sei un genio!
Adesso mettiti comodo e vedi se ci sono domande dal pubblico.
Se ci sono, hai giocato bene.
Ah, ecco.
Cosa pensi che si possa fare per uscire da questa situazione?
Oddio.
Ti hanno scambiato per Matteo Renzi o per Mario Draghi. Ma niente paura. Riproponi la chiusa speranzosa con altre parole. La gente ha bisogno di essere confortata.
Poi arriva la domanda più specifica di quello che ha letto il libro e lo vuol far vedere:
Nell’episodio di Tizio e Caio a me sembra che tu volessi simboleggiare la resistenza morale della gente comune di fronte allo sfacelo dei tempi. Ma pensi che Caio avrebbe potuto fare di più?”
Vorresti dire quello che pensi:
“Ecco un perfetto esempio di uno che non ha capito un cazzo di quello che ha letto.”
Ma te la cavi rotolando compiaciuto nel fango del relativismo culturale:
“Beh, sì. Se il lettore vi legge quello che pensi, ritengo sia libero poi di immaginare sviluppi ulteriori e più, direi, anche utili”.
Quello che hai detto non significa un cazzo, lo sai. Ma te la sei cavata. Poi però arriva lui (o lei). L’insegnante di lettere in pensione.
L’insegnante di lettere in pensione è una categoria umanamente deliziosa ma socialmente pericolosa: ha smesso di insegnare ma non ha ancora accettato di non essere più dietro una cattedra. E allora pensa che il resto del mondo sia un’enorme classe in cui lui deve continuare a fare lezione. Con tutti i mezzi. Si mette su Facebook lamentando il declino della cultura umanistica, scrive e pubblica romanzi la cui trama e il cui stile si situano cronologicamente tra Manzoni e Verga e, ovviamente, va alle presentazioni di libri degli altri per fare la famigerata “domanda intervento fiume”. Parte da una parola che hai detto: “mi ha molto colpito quando…” e tiene una lezione di ventisette minuti durante i quali tu perdi il filo del discorso dalle sei alle tredici volte così che quando alla fine senti l’andamento prosodico di una domanda, ti risvegli dal coma e non sai assolutamente cosa ha detto e cosa vuole che tu dica. In quel caso è meglio uscirsene dandogli ragione probabilmente e spacciando volontà di rifletterci su:
“Sì, probabilmente ha ragione. Penso che ci dovremmo pensare tutti un po’ su”
Sei quasi alla fine. Ti manca solo l’inevitabile domanda “stai pensando di scrivere un altro libro?” a cui la Corte dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che bisogna rispondere con “tu pensa a comprare questo e poi ne parliamo.”
Fatta questa, arriva il momento delle dediche.
Cioè il momento in cui devi firmare il libro alla persona con la quale ti sei presentato un’ora prima, all’inizio della presentazione, ma di cui ora ti sei scordato il nome.
Anzi.
Ti sei scordato pure di portarti la penna.
“Scusate, scusate. Non è che per caso qualcuno ha una penna?”, sei costretto a chiedere.
E, sicuro come la morte, qualcuno te la porgerà e non resisterà alla tentazione di aggiungere:
Ma come? Uno scrittore che non si porta la penna?”
Ma tu sei un professionista. Hai appena terminato una presentazione di un libro in una libreria nell’anno del Signore 2014. Mica ti puoi far fottere così facilmente. Allora, prendi la penna, sorridi e rilanci:
“Beh, uno scrittore senza penna. Mi sembra una buona metafora per i tempi in cui ci è capitato vivere. Non crede?”
E lui lo crede.
Ah, se anche nella vita vera fosse tutto così facile.

 

snoopy giallo

P.S.

In quest’articolo ho fatto un cocktail del peggio di ciò che mi è capitato in veste di autore, di pubblico e di presentatore. In realtà, devo ammettere di essere stato molto fortunato (almeno come autore): le mie presentazioni sono sempre state molto leggere, con un pubblico delizioso, con presentatori simpatici. Insomma, ci siamo sempre divertiti. Forse il merito è del libro che si presta bene a un dialogo godibile o forse ho solo avuto culo.

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2 thoughts on “Scrivo libri, vedo gente: l’estetica della presentazione di un libro

  1. Questo pezzo lo sento molto vicino sia per il “Hai assistito a presentazioni in cui il presentatore ha preso parola e dopo venticinque minuti non ti aveva ancora interpellato” e sia perché ho avuto l’onore/onere di presentarti!

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