Nel cielo dei Pub: guida incompleta ai pub di Bari per sopravvivere alla domanda “dove possiamo andare stasera?”

Ode al Pub.
Il pub è una grande invenzione. Su questo non c’è alcun dubbio. È il luogo in cui si va quando si vuole mangiare qualcosa ma non troppo o bere qualcosa e anche troppo. E poi, diciamoci la verità: ormai nei pub, in alcuni almeno, si può mangiare anche bene, molto bene e le guide Michelin se ne stanno accorgendo.
Il pub ti consente di fare molte cose, è un luogo ibrido: un po’ ristorante, un po’ bar, un po’ pizzeria, un po’ cicchetteria. Il pub accoglie tutti: nel pub ci puoi trovare il professionista e lo studente, l’aspirante premier e il cassintegrato,  il solitario malinconico e la comitiva chiassosa. Il pub, insomma, è il luogo bastardo per eccellenza e proprio questo lo consacra a luogo simbolo delle serate postmoderne perché gli dei della postmodernità, a differenza di quelli del Re Lear, parteggiano davvero per i bastardi.

Dove andiamo stasera?
Qua a Bari, città del sud, di pub ce ne sono molti. Eppure ogni qualvolta dal telefono emerge la domanda “dove possiamo andare?”, dall’altra parte si sente solo il ronzio del respiro più o meno regolare dell’interrogato. Eppure, qua a Bari, di pub ce ne sono molti. Tuttavia, di fronte alla domanda precisa, ci si perde in un silenzio e in una indecisione paragonabili solo a quelli provocati dalla domanda “ma cosa fai a Capodanno?“.
In realtà di modi per rispondere (e per farlo decentemente) ce ne sarebbero.
Come già raccontato in Un Moderato Delirio , nella scelta del locale nel quale passare la serata intervengono vari criteri: su tutti il C.O.M (Coefficiente di Ordinazione Minima, che stabilisce quante persone devono ordinare qualcosa affinché una comitiva possa sedersi da qualche parte) e il F.I.CA.P.A. (Food I CAnnot Prepare Alone, che vieta di prendere nei locali cibi, come il toast al prosciutto cotto, che puoi benissimo farti a casa tua). Ma poi hanno certamente un loro peso: il numero delle persone presenti (solitamente esso viene rapportato alla metratura del locale proposto per desumere il PRO.DI.T.TA.: la PRObabilità Di Trovare Tavoli), la distanza geografica del locale, il gusto personale, il voto medio riscontrabile su Tripadvisor, e così via.
Per aiutare chi come me si trova ogni sabato a dover rispondere alla domanda “dove possiamo andare” ho quindi deciso di stilare una breve (e discutibilissima) guida dei pub di Bari organizzata secondo un criterio che potremmo definire sismico. In effetti quando devo pensare a dove possiamo andare io inizio a elencare i pub secondo un criterio di onda d’urto sismica. L’epicentro (o meglio l’ipocentro) sono io e la mia abitazione (carrassi-san pasquale) e da là parto per proporre tutti i pub che si trovano nelle circostanze, poi più lontano, poi molto più lontano, poi – dopo un po’ – vado completamente a cazzo di cane.
E dunque.

  • Lo Younger: non so nemmeno se questo sia ancora il suo nome o se sia mai stato il suo nome. Noi l’abbiamo sempre chiamato così. È un pub carino che avuto molte ristrutturazioni ma per me rimane sempre il pub dietro casa, molto buio all’interno, in cui c’era un sacco di arachidi, un sacco vero del tipo di quelli che si vedono in Dumbo, che una sera divenne il divertimento di un gruppo di maschi annoiati: li mangiammo, lanciammo, spaccammo, nascondemmo. Ci lasciarono fare. Un segno di civiltà.
  • Storie del vecchio Sud: è il pub in cui andiamo quando nessuno vuole uscire ma, non si sa bene perché, siamo usciti lo stesso. Solitamente si va in pochi – vecchi amici che vogliono solo un posto in cui sedersi – e durante la settimana. La regola non detta è che ci si presenta tutti già mangiati e si prende la combo bevanda + stronzatine (id est: taralli, olive, carote tagliate ortogonalmente). Non è un posto da sabato sera o da comitive larghe & miste sia perché è spesso molto affollato sia perché ci sono i comunisti.
  • Il Pellicano: è il pub in cui saremmo voluti andare se fossimo stati quelli che avremmo voluto essere. Ossia maschi burberi, rustici, che bevono birra e poi, subito dopo, un amaro. Ossia uomini abitudinari che si ritrovano allo stesso sudicio, vecchio e vissuto tavolo di legno a raccontarsi le loro vite. Ma, putroppo o per fortuna, non è andata così. In realtà, in orari da cena (21-23) al Pellicano non ci siamo mai entrati perché le ragazze della comitiva  avanzavano  sempre ottimi motivi igienico-sanitari (“un cane tra i tavoli! un cane tra i tavoli!”) mentre in orari post cena (dalle 24 in poi) ci siamo stati pochissime volte e non ha mai funzionato. Ci siamo seduti al bancone, al tavolo, ovunque, ma intorno a noi c’era gente per cui quel posto era una casa mentre per era noi solo un posto. E la differenza la senti.
  • Terra di Mezzo: è stata, omen nomen, una terra di mezzo. È stato il pub in cui siamo andati nella nostra età di mezzo – dai 15 ai 19 – quando, ragazzini imberbi e appiedati, entravamo, chiedevamo “mi scusi ci sarebbe un tavolo da” e venivamo mandati dal tipo con la maglietta gialla  e chissà se è sempre lo stesso. A volte, data la scarsità di posti disponibili, siamo stati costretti ad entrare nella terribile sala fumatori (che ora non esiste più): una gabbia vetrata con concentrazioni di pm10 sedici volte superiori alle dosi consentite. La macchiolina nera che ho sul polmone sinistro è probabilmente colpa di Terra di Mezzo. In questo pub ci siamo formati con le allora avveniristiche Torri del Mago (megatorri di birra da spillare al tavolo) e ci siamo affrontati con i più usati e usurati giochi da tavola della nostra generazione: Jenga, Pictionary, Taboo e, ovviamente, Uno, le cui carte sembravano dovessero sgretolarsi in mano già nel lontano 2004, chissà ora. Oggi, oggi che siamo postadoloscenti, non ci andiamo praticamente più e le poche volte che ci siamo tornati abbiamo trovato insopportabile l’alto rumore di fondo, il chiacchiericcio e le risate costanti di tutti gli altri che mangiano, giocano e bevono ai tavoli. Cioè quello che facevamo noi un po’ di tempo fa. Brutto segno.
  • Blue Eyes: ci siamo andati una volta, una sola volta. Ho un vago ricordo di un ambiente modellato sullo stile dei Diners americani ma, appena usciti, non ci siamo ritrovati nel New Jersey. Forse sarà stata quella delusione a non averci fatto più ritornare.
  • Jerusalem: perché, in nome del cielo, sta sempre una folla oceanica? Sarà per la politica molto libera dei tavoli (sedetevi, alzatevi, prendete qualcosa, risedetevi), sarà per la politica fumatori un po’ ambigua (dov’è che esattamente non si può fumare?), sarà per la location sotto i portici che consente sempre di avere un tetto sopra la testa. Non lo so. Ma c’è sempre una folla di giovani oceanica, in piedi o seduta, intenta a fare qualcosa che non capisco ma che assomiglia molto al niente.
  • Il Factory: una delle migliori scoperte degli ultimi anni. Locale abbastanza ampio, menù interessante e divertente, location tutto sommato vicino casa, assenza di coperto. Ci andiamo spesso, quando troviamo posto. Io non esco pazzo per gli hamburger ma l’Infartory ha un suo dannato perché. E poi i posti in cui vendono la coca cola in bottiglia di vetro invece della lattina/bottiglia di plastica andrebbero preservati e salvaguardati, un po’ come i panda.
  • Albero Che: era il classico pub da giovedì sera. Posizione equidistante dalle case della nostra comitiva. Localetto familiare e tranquillo. Assenza di coperto. Insomma il posto perfetto per chi come un amico – non farò il nome – vuole sedersi in un locale e uscirne pagando con le monete avute come resto della spesa al Sidis. Birra piccola e porzione piccola di patate fritte ed era la felicità o almeno ci si avvicinava parecchio. Adesso hanno fatto un restyling potente, nuovo menu, nuova gestione (gli stessi del Factory): è un bel locale specializzato nella cucina messicana, niente da dire. Ma ha perso, senza offesa, l’aria confortevole del posto tranquillo e di nicchia (che magari da un punto di vista commerciale è anche un bene eh). E infatti sempre l’amico degli spiccioli di cui sopra ci è andato, ha preso le stesse cose che prendeva sempre (birra+nachos al posto delle patatitne) ma è rimasto traumatizzato dal contesto: troppa gente che mangia, troppa gente che spende, troppe cose sul menu che costano più di cinque euro. Insomma, da quando Nicla non gioca più, non è più giovedì.
  • Dickens: in teoria dovrebbe essere uno dei miei posti preferiti. Dal punto di vista estetico infatti ha tutto quello che mi piace: un nome anglosassone, l’atmosfera crepuscolare, l’essere vicino a Le Plaisir. Ma la verità è che quando ci vado e leggo il menù, non so mai cosa prendere e, una volta, sotto lo stress della cameriera che aspettava solo il mio ordine, finii per chiedere un toast al prosciutto cotto contravvenendo così alla mia regola aurea del F.I.CA.P.A. Per ripicca non ci sono più tornato.
  • L’Hop: esteticamente e atmosfericamente molto carino. Però gli hamburger costano 50 centesimi in più di quelli del Factory e , almeno per quello che ho provato, valgono 1 euro in meno.
  • Il Joy’s: senza dubbio il miglior pub Irlandese di Bari sia per atmosfera sia per menu. Per un periodo di tempo avevano tolto il fish and chips che servivano nel giornale, come il Dio degli Anglosassoni comanda. Oggi è tornato. Welcome back, you were missed!
  • Lo Stuart: c’è il Joy’s a 500 metri di distanza, non scherziamo.
  • Dubliners: ha i vantaggi e gli svantaggi di un aeroporto. È grande dentro e c’è molto parcheggio nella zona però, come gli aeroporti, sembra manchi di una storia e di un fascino suo. Ci andiamo a volte quando siamo abbastanza e non c’è posto da nessuna parte.
  • Nordwind: è stato il mio personalissimo incubo per alcuni sabati in cui ho dovuto affrontare il cosiddetto triplete della muerte cioè la combo consumazione minima + serata karaoke + serata a ballare. E così, alle 21:10 eri costretto a capire che prendere per raggiungere i 12 euro (mi sa),  alle 21.46 mangiavi le patatine con il sottofondo di “Acqua e Sale” cantata dalla classica cosplayer di Anna Tantagelo e, alle 00:03,  aspettavi il dolce al buio, con un po’ di divertentismo italiano nelle orecchie e improbabili ballerini davanti agli occhi.  Insomma, è vero che, come detto all’inizio, il pub è un luogo misto, composito, bastardo ma la contaminazione discoteca-pub a me non sembra funzioni granché. Se volessi cose come consumazione minima, luci che si spengono, musica ad alto volume, gente che balla, vocalist che tentano di ravvivare la serata e buttafuori all’ingresso andrei – chessò – al Gorgeous o al Demodè. E almeno mangerei a casa.
  • Gulp: norcineria nella zona nuova di Poggiofranco. Andrebbe promossa a pieni voti solo per il fatto di avere un glossario al termine del menù – dove ti spiega cosa sono gli umbricelli, cosa è la nociata – evitando a te il dubbio esistenziale e ai camerieri di rispondere sempre alle stesse domande. Vasta scelta, ottimi piatti, prezzi decenti, locale carino e, per la gioia delle ragazze, un paio di sex symbol dietro il bancone.
  • Norcineria del Centro: non so se abbia un nome proprio. Noi l’abbiamo sempre chiamata o, appunto, norcineria del centro o quella vicino al Kursaal. Un bel posto, niente da dire solo, forse, ultimamente troppo caotico. Da registrare anche qua la presenza di un sex symbol dietro al bancone, al che la domanda sorge spontanea: è forse prerogativa delle norcinerie avere un ex modello bello & dannato ad affettare il prosciutto di cinghiale?
  • L’HamP: nuovissima Hamburgeria nel pieno centro della città. Appena ci sono entrato, ho scambiato un’occhiata con un amico e alle nostre spalle si è materializzato Caparezza che cantava “Non me lo posso permettere”. Al tavolo affianco al nostro si stava discutendo dell’acquisizione di Alitalia: c’erano un gruppo di giovani professionisti – quelli in giacca e cravatta, occhiali con montatura di alligatore e barba finta incolta ma che in realtà è frutto di andate quotidiane dal barbiere. Poi, più in là una coppia fashion e due ragazzi evidentemente soddisfatti della loro vita. Nel menù, poi, non c’era niente che non avesse un nome proprio. L’acqua non era “acqua” ma “acqua Laurentana” a 4 euri al litro. Il pomodoro non era “pomodoro” ma  “pomodoro ciliegia semisecco”. Il pecorino non era “pecorino” ma “pecorino canestrato pugliese”. E proseguendo: il  “pesto di rucola nostrana”, la “stracciatella della Cooperativa Allevatori di Putignano”, il “caviale di Melanzane”. IL CAVIALE DI MELANZANE, per Dio! Tutto bello, tutto più o meno buono, non c’è che dire. Ma dopo aver pagato siamo usciti e, con molto spazio vuoto  nello stomaco e nel portafogli,  abbiamo rincontrato Caparezza al McDonalad’s che ci ha guardato e ci ha detto: oh ragazzi io ve l’avevo detto eh.

bersani-pub

P.S.
Lo so, lo so. Mancano un sacco di posti. Le taverne (vecchia e nuova) per esempio. E tanti altri. Però da una parte per questione di spazio (non si può mica mettere tutto), dall’altra per una questione esistenziale (questi sono stati i posti da me più frequentati), la lista a cui sono arrivato è questa qua.

P.S.2
In realtà avrei voluto scrivere, in corrispondenza di alcuni locali, cose del tipo “la proprietaria  è un raro mix delle peggiori qualità disponibili: ha l’umanità di Freezer, la lentezza di un’impiegata delle Poste Italiane e la simpatia di una Iena ridens.” Oppure: “la qualità del cibo ha subito un peggioramento pari alle ultime stagioni di Dexter.” Però non bisogna mai sottovalutare la tendenza delle persone a querelarti, credetemi.

P.S.3
Dopo più di un anno ho aperto la pagina Facebook del Blog. E insomma se volete mettere mi piace è gratis, come sempre. QUA

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14 thoughts on “Nel cielo dei Pub: guida incompleta ai pub di Bari per sopravvivere alla domanda “dove possiamo andare stasera?”

  1. Ho trovato per caso questo articolo, molto carino perchè rispecchia esattamente quello che erano/sono alcuni pub “storici”.

    Aggiungo alcuni altri particolari che magari non sono noti ai più giovani:

    – Il Pellicano: fino al 1993 era in un seminterrato in zona Carrassi e non in via Quarto, in quella prima versione feci in tempo ad andarci due volte, posto underground in tutti i sensi, fumoso e molto rock. A memoria era in un certo senso simile al piano inferiore del Maltese vecchio (quello pre-ristrutturazione). Poi si trasferì in Via Quarto, posto buono per bere e sentire musica rock, qualche concerto, tavolacci di legno e null’altro. Lì I fondatori del Terre Di Mezzo si riunivano a giocare, prima di aprire il proprio pub. Anch’io andavo spesso, le carte di Uno sono MOLTO più vecchie di quanto pensi 😉

    – Lo Younger: esattamente come descritto, io lo ricordo nella classica fase “pub inglese” anni 90, con la carta da parati stile inglese attaccata alle pareti. Buono per bere….concordo, era pieno di arachidi in tutti i sensi 🙂

    – Terre Di Mezzo: credo che fosse il ’97 quando ha aperto, ho visto il pub in costruzione. Per l’epoca un grosso investimento, un’impresa non da poco che ha avuto successo. Conoscevo i fondatori ma già all’epoca era incredibilmente affollato e poi non mi piacevano i giochi di ruolo e il fantasy. Era buono sia per bere che per mangiare.

    – Storie del Vecchio Sud: locale per comunisti con prezzi in linea col capitalismo. Buono per bere. Per mangiare…al massimo qualche panino veloce. Fu tirato su con niente, molta arte “povera”. Quando Halloween non andava ancora di moda (tardi ’90), io ed altri ci mettemmo drappi neri e denti aguzzi invece della kefiah: il proprietario minacciò di prenderci a calci nel sedere. Chiaro che le mode americane non gli piacevano….allora.

    – Joy’s: frequentato poco, buio e piccolo ma buono per bere e mangiare, poi successe quel che successe. Sono contento che esista ancora.

    – Blue Eyes: un vero locale anni ’80 congelato nel tempo. Ci si andava proprio da ragazzini per prendere le patatine e gli hamburger. Le mie memorie di quel pub risalgono alla notte dei tempi. Quando ho scoperto che esisteva ancora (immutato) non ci volevo credere. Ci mancavano solo i Duran Duran in sottofondo.

    – Nordwind: andato solo due volte in età già “matura”, mai trovato a mio agio per i motivi descritti. Inoltre sulle patatine, forse per una piccola distrazione, trovai un tipo di sale molto dolce: una via di mezzo fra contorno e dessert…e qui mi fermo.

    – lo Stuart: conoscevo il gestore e facemmo anche da “tiradentro” i primi tempi (metà anni ’90). Era curato e con buona scelta di birre. Poi la gente inizia a tirarsela e cambiano le cose. A 500M c’è il Joy’s , come detto.

    – l’Albero Che: conosciuto nei primi 2000, quando ormai si era nei trenta. Perfettamente centrale fra casa mia e di un amico, ci si incontrava lì e si prendeva una birra più patatine in santa pace. Poche storie, ci si andava lì anche per ammirare la bionda, una ragazza molto bella, di approccio netto, duro e cordiale allo stesso tempo. I primi tempi ci si abboffava di zampina. Buona musica, un locale rock e tranquillo, consolante per chi si affaccia ormai verso i 40. Non so come sia il nuovo ma….senza bionda sarà sicuramnente un’altra cosa.

    Complimenti di nuovo per l’articolo, e saluti.

      • oh, e già che ci sono un requiem anche per locali che non esistono più.

        La pizzeria Le Mura risalente al 1980 quando Bari vecchia era off limits, i primi tempi si accedeva dall’ingresso muraglia con una scaletta di ferro a chiocciola che era un miracolo se non cadevi.

        Lo Sporting Pub, in via Campione, molto grande e curato, credo esista ancora ma non è più un pub, credo.

        Il Cantinero de Cuba in via Lattanzio, uno dei primi in stile sudamericano.

        Il pub inglese accanto a Terre di Mezzo che fino ai tardi ’90 era in stile etnico/azteco/maya non ricordo cosa (nemmeno il nome).

        Il Bar Halley, assolutamente sconosciuto ai più, che per pochissimo tempo (’93-’94?) portò un poco di vita sul lungomare sud in zona Torre Quetta, locale rock, una vera meteora come nel suo nome.

        L’Amsterdam Rock in Via Dante (credo), caratteristico per avere il sedere di una Fiat 500 appeso a un pannello sul soffitto. Primi ’90, molto bello ma di vita breve anch’esso.

        Il Parsifal, prima incarnazione dello stile fantasy di Terre di Mezzo, aveva ottime birre trappiste.

        Lo Stella Artois, uno dei più frequentati, si fa un salto indietro negli ’80.

        Un locale algerino dove si mangiava il cous cous, era un’associazione culturale, via Ravanas, non ricordo il nome.

        Il Bohemien vecchia sede in via Nizza (credo, cmq zona Via Re David).

        E probabilmente ne mancano ancora altri all’appello, sarebbe bello farci un libro.

  2. Io e la mia allegra combriccola ci chiedevamo come mai, messo il Jerusalem in lista e tanto decantata la filosofia del “tugurio-tana che sa di casa”, non ci fosse anche il Saint Louis (attualmente Bourbon Street) nella tua guida 😛

    • Ottima domanda, peccato per la risposta: sì, perché in realtà al saint louis ci sono entrato giusto un paio di volte, troppo poco per parlarne. In effetti ogni qual volta arriviamo a quell’isolato di via capruzzi, la mia allegra combriccola si dirige direttamente verso il Jerusalem. E io o li seguo gastemando piu o meno in silenzio o mi volto e mi dirigo verso casa

  3. Possibile che tu non sia ancora stato al Bilabì, o che non lo ritenga meritevole di essere incluso nella guida? Orsù, dicci ch’è successo 🙂

  4. Genio come sempre. Ma la parte che mi ha fatto più ridere e secondo me nasconde molti sottintesi per chi conosce…è Lo Stuart: c’è il Joy’s a 500 metri di distanza, non scherziamo. Ho avuto una risata tra lo spasso e l’isterico, per i ricordi 😀

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