Tempo al Tempo: i ritardatari

La solitudine dei numeri primi
La vita di un puntuale – diceva Stefano Benni – è un inferno di solitudini immeritate. E prima dell’avvento di smartphone e tablet, questo era ancora più vero. Arrivavi nel posto prefissato all’orario prefissato e non trovavi nessuno. Il vuoto. Il nulla. Controllavi l’ora sull’orologio da polso o sul display di quei cellulari privi di connessione internet e sapevi di essere nel giusto. Avevamo detto alle 21.30 e sono le 21.30. E allora dove sono tutti gli altri?
Boh, mistero.
Per ammazzare il tempo, allora, non restava che passeggiare nervosamente su e giù con un occhio sempre rivolto all’orizzonte per mantenere viva la speranza dell’arrivo dei famigerati “altri” oppure, seduti su un gradino o appoggiati al cofano dell’auto, tentare di battere il record di snake II.
Io che sono un puntuale insopportabile – uno di quelli che se gli dicono “ragazzi ci vediamo alle 22 a casa mia”, arriva alle 21:55, aspetta 5 minuti e poi bussa – le ho provate tutte per riempire il vuoto del ritardo altrui: passeggiate, analisi approfondita delle vetrine circostanti, videogiochi vintage e, da quando mi sono fornito di un’autoradio mp3, ascolto critico di intere discografie di artisti emergenti. Se i miei amici non appartenessero alla categoria dei ritardatari, molto probabilmente non avrei mai scoperto gli Arcade Fire. Ma dire ritardatari così, tout court, non rende giustizia alla complessità della categoria stessa. Sì, perché il non arrivare in orario è un’arte che conosce varie correnti e vari movimenti di pensiero. In fondo, far perdere tempo agli altri è atroce – perché il tempo non si innamora due volte di uno stesso uomo e perché è impossibile chiedere tempo al tempo (medaglia d’oro a chi coglie le due citazioni senza ausilio di Google) – e allora, almeno, è bene farlo con un po’ di varietà.
E dunque vediamo unpo’.

Gli Accademici: gli accademici sono quelli che quando gli comunichi, al telefono o di persona, l’orario dell’appuntamento, ci pensano un po’ su, emettono un pensoso “mhh” e poi ci aggiungono un quarto d’ora accademico. Esempio tipico: avevamo pensato di vederci per le 21.30 sotto casa di Andrea – Mhh…dai facciamo dieci meno un quarto così andiamo sul sicuro! Ma tanto, poi, arrivano in ritardo lo stesso.

Gli Imprevedibili: sono quelli che, all’orario prefissato, risultano semplicemente e drammaticamente dispersi, scomparsi, spariti. E, benché si viva tutti nel ventunesimo secolo, irraggiungibili. Hai voglia a mandare messaggi su Whatsapp, a spedire Sms, a effettuare chiamate. Nulla. Quando in un gruppo ti capita un imprevedibile le cose possono complicarsi parecchio: prenotazioni saltate, intere spedizioni fuori porta andate tragicamente a puttane, litigate all’aria aperta, partite cinque-e-cinque giocate ingiustamente quattro contro cinque. Gli Imprevedibili possono farsi vivi o durante la stessa serata (con un ritardo scandaloso) oppure il giorno o i giorni dopo. La sostanza non cambia. Hanno avuto un problema, non puoi capire cosa mi è successo, lascia stare solo a parlarne mi sale il nervoso. Si va dalle chiavi smarrite all’ascensore bloccato, passando per tamponamenti, incendi, calcoli renali e ricoveri urgenti di nonni e nonne. Nel 70% dei casi sono solo menzogne e in realtà l’Imprevedibile si è addormentato guardando l’ispettore Barnaby.

I Prevedibili: sono quelli abbonati al ritardo, i ritardatari cronici, quelli che proprio non ce la fanno ad arrivare in orario, non importa il preavviso o l’organizzazione. Il vantaggio è che tutti lo sanno, tutti se lo aspettano e perciò nessuno rimane sorpreso. Ne consegue che il cattivo sangue è ridotto al minimo. Di recente, negli Stati Uniti, si sta sperimentando un algoritmo in grado di calcolare il ritardo medio personalizzato di modo da fornire a ciascun ritardatario cronico un orario (falso) di appuntamento per farlo arrivare puntuale a sua insaputa. I risultati sono incoraggianti.

I Metaritardatari: sono quelli che ti avvisano del ritardo quando sono già in ritardo. Li stai aspettando da quindici minuti sotto la pioggia e loro ti mandano un messaggio con il quale ci tengono ad informarti che “faccio un po’ di ritardo, scusa”.

Gli Squillatori: gli squillatori sono quelli che fanno ritardo attraverso (o nonostante) il cellulare. Si dividono in due sottocategorie a seconda della loro funzione rispetto alla tastiera (se emittenti o riceventi). La loro esistenza pone problemi non dissimili dall’annosa questione se sia nato prima l’uovo o la gallina: capire chi abbia creato chi non è facile, certo è, però, che la loro diffusione si avvantaggia dalla reciproca esistenza.

  1. Gli Squillatori riceventi : sono quelli – okay, il più delle volte quelle – che ti dicono: “fammi uno squillo e scendo” e, forse, siccome non specificano QUANDO, si sentono in diritto di farti aspettare ventiquattro minuti nell’auto ferma in terza fila con le doppie frecce nella strada più trafficata del nord della Puglia.
  2. Gli Squillatori emittenti: sono quelli che, invece, ti dicono “ti faccio uno squillo e scendi” ma quando te lo fanno e tu – come d’accordo – scendi , sorpresa-sorpresa, non c’è nessuno ad aspettarti. Lo squillatore ti ha fatto lo squillo preventivo – magari perché è stato traumatizzato da un’attesa biblica o solo perché è uno stronzo – e tu adesso sei giù, da solo, mentre lui ha appena imboccato l’uscita dalla SS16

I Ritardatori: è la categoria più odiosa e, da un punto di vista logico, più inspiegabile. Un Ritardatore è un ritardatario + organizzatore. È cioè la persona che organizza l’appuntamento, sceglie luogo, programma, partecipanti e, quel che più conta, orario e poi non c’è. Gli altri ci sono e lui no.  Siccome spesso il Ritardatore è l’essere umano che due o più nuclei di persone tra loro sconosciute hanno in comune, la sua assenza produce scene ad alto livello di imbarazzo come, ad esempio, nove persone al parcheggio del Nuviani che, dopo lo scambio introduttivo “ma voi siete gli amici di Gianluca? – sì – e lui che fine ha fatto? – eh l’ho appena sentito, dice che sta arrivando – ah bene”, non sanno che cazzo dirsi e si guardano intorno mentre il silenzio li avvolge.

I Fuori Tempo: è la categoria più struggente. Sono quelli che arrivano sempre un momento dopo e, quindi, arrivano sempre al momento sbagliato. Sono quelli che indossano il viola l’anno dopo quello in cui era il colore dell’anno. Sono quelli che chiedono alla ragazza di uscire troppo tardi, quando lei ha già cambiato idea o gusti o città. Sono quelli che capiscono troppo tardi di aver chiesto alla ragazza di uscire troppo presto. Sono quelli che leggono il libro del momento e vedono il film del momento quando il primo è uscito in edizione economica e il secondo si trova scaricabile online e quindi ne vogliono discutere quando tutti gli altri si sono già scocciati di farlo. Sono quelli che capiscono di aver sbagliato facoltà a due esami dalla laurea o dopo due anni dal conseguimento del titolo. Sono quelli che si accorgono di aver sbagliato città subito dopo la prima rata del mutuo per la casa. Sono, insomma, quelli che vivono in un giorno come un altro che loro chiamano oggi anche se per gli altri è già ieri.

orologio

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