L’insostenibile leggerezza del panzerotto (di Di Cosimo). In memoriam

[ Ieri, a Bari, è venuta a mancare un’istituzione e allora, in barba ai diritti d’autore, la omaggio con il capitolo dedicato tratto da Un Moderato Delirio – Sopravvivere a Bari ]

Le dimensioni contano.
Potete averne conferma facendovi un giro su alcuni siti internet che la mia educazione cattolica mi impedisce di digitare oppure facendo un salto alla celebre panzerotteria “Di Cosimo”. Poiché il correttore automatico di Word mi ha evidenziato la parola “panzerotteria” trovo assolutamente necessario parlarne. Il panzerotto di “Di Cosimo”, a Bari, è una specie di religione. E come tutte le religioni suscita reazioni differenti nelle persone. Ci sono, ovviamente, i fedeli, quelli per cui esiste solo un panzerotto – quello di “Di Cosimo” appunto –e non hanno alcun panzerotto al di fuori di Lui. Ci sono, altrettanto ovviamente, gli atei, quelli che non riconoscono la Sua esistenza e superiorità– perché è troppo grosso, troppo fritto o perché c’è troppa coda per prenderlo. E infine ci sono gli indifferenti a cui, con buona pace di Gramsci, appartengo pure io: riconosciamo la sua esistenza ma non lo veneriamo e siamo sempre disposti ad addentare altri panzerotti in altri posti.
Comunque vi poniate, il panzerotto di “Di Cosimo”, a Bari, è un’istituzione.
Innanzitutto va specificato che molti usano licenza poetica e eliminano la ridondanza della “di” e quindi dicono il panzerotto di “Cosimo”. Rassicuriamo subito i forestieri: è la stessa cosa. E già che ci siamo spieghiamo poi ai forestieri come andarci. La panzerotteria di “Di Cosimo” si trova in una via tecnicamente senza nome, dal momento che per identificarla i baresi dicono là dove sta Di Cosimo. Ciò significa che se desiderate andarci e siete di Borgo Buggiano o di Vigevano avete due possibilità: o cercare su Google oppure recarvi con un autoctono. Se volete accompagnarvi con un autoctono sappiate che il Barese va da “Di Cosimo” quando si verificano quattro condizioni:

1) Vuole mangiare.
2) Non vuole spendere.
3) Non vuole perdere troppo tempo seduto in un posto.
4) Indossa una maglietta di cui non gli importa granché o, in alternativa, conosce una buona lavanderia.

In realtà, solo recentemente ho scoperto che “Di Cosimo” possiede anche una sala interna dove potersi sedere e quindi perdere tempo seduti. Ma tant’è. Da che mondo è mondo i veri tavolini e le vere sedie di “Di Cosimo” non si trovano in una sala ma all’aperto: sono i cofani e le portiere delle auto parcheggiate.
Ma andiamo con ordine.
Una volta entrati da “Di Cosimo” bisogna prendere il ticket come al reparto macelleria del supermercato. Solitamente c’è sempre una bella folla prima di te e la quantità della gente combinata alle temperature vulcaniche dell’olio da frittura fanno sì che da “Di Cosimo” viga un perenne microclima equatoriale in cui giubbotti e maglioncini sono utili quanto i freezer al Polo Sud. E si lavora a ritmo continuo e serrato con molto sudore e poco ossigeno. Un mestiere usurante, senza dubbio. Arrivati al proprio turno si comunica il numero dei panzerotti. Si attende pazientemente finché il parto non avviene: i panzerotti vengono estratti dall’olio incandescente come i neonati dalla placenta della madre. Le dimensioni sono oltretutto le stesse. Il panzerotto viene poi avvolto con amorevole cura nella carta assorbente e consegnato nelle mani del papà che, come Kronos, finirà per divorare il suostesso figlio.
Da questo momento in poi il gioco diventa totalmente fisico.
Una partita maschia. Ed equilibrata. Nel senso: che necessita di una grandissima, enorme capacità di equilibrio. La prima prova da superare è il pagamento a una mano.
L’uomo, com’è noto, possiede normalmente due arti superiori. L’uomo, da “Di Cosimo”, ne possiede solo uno: l’altro è impegnato a tenere fermo il panzerotto appena nato. Con la mano libera si prende il portafogli e fin qui non è assai complicato. Il difficile inizia con l’estrazione della banconota o l’acchiappo delle monete.
Vale tutto: collo usato per tenere ferma un’estremità del portafogli, tenaglia mignoloanulare e contorsionismo del pollice e dell’indice, ausilio del bancone come salvifico punto d’appoggio. I più vigliacchi e i meno sportivi chiedono all’amico che gli sta a fianco di mantenere il panzerotto per riacquisire il controllo delle due mani. Ma è doping amministrativo. I veri uomini fanno tutto da soli. Persino quando, dopo esser riusciti a pagare effettuando manovre degne di un pilota d’aerei alle prese con un atterraggio senza carrello, sono costretti a rimettersi subito in gioco per infilare il resto.
Terminata l’operazione pagamento si esce a riveder le stelle. Il gruppo con in mano il panzerotto si sposta verso destra o verso sinistra alla ricerca di un posto adeguato per affrontare la prova maxima: mangiare il panzerotto di “Di Cosimo” senza sporcarsi. Da anni questo sport è al vaglio del Comitato Olimpico Internazionale per farlo rientrare nelle specialità olimpiche. Per ora – ahimè – i responsi sono stati negativi ma per “Tokyo 2020” pare che ci siano buone speranze. In questa disciplina gli atleti si mettono in posizione e ciascuno segue poi il suo metodo personale anche se, nella varie differenze, è possibile distinguere due tipologie principali: gli ortogonali e gli obliqui.
Gli ortogonali preferiscono un inizio semplice e un finale da incubo. Partono con il panzerotto in posizione perpendicolare, diritta. Mangiano quindi con relativa tranquillità dal momento che la forza di gravità tiene il contenuto mozzarella-pomodoro verso il basso. La prima obiezione che è possibile fare agli ortogonali è che, così facendo, si mangiano tre quarti di panzerotto praticamente vuoto. Ma questa – si dirà – è un’obiezione teorica e comunque relativa ai singoli gusti. La vera obiezione – pratica ed esistenziale – è che gli ortogonali si trovano alla fine a dover fare i conti con il classico pezzo-ghiummone: il ripieno pensato per un’area di 25 cm racchiuso in un pezzo da 5 cm. A quel punto l’ortogonale o lo smozzica pezzo-perpezzo facendo però colare parecchi ingredienti oppure, se è campione regionale d’apnea, spalanca la bocca e lo inforna per intero. E da quel momento deve resistere ventitré minuti senza respirare.
Gli obliqui sono ossimoricamente i più equilibrati. Tengono il panzerotto su un ipotetico piano inclinato per far sì che il contenuto mozzarella-pomodoro si distribuisca più o meno uniformemente su tutta la superficie. Ma se il contenuto è dappertutto questo significa anche che la lingua degli obliqui è costretta a incontrarlo subito. E cioè alla sua temperatura iniziale. Un’esperienza paragonabile a farsi i gargarismi con la lava dell’Etna. Si spiegano così scene dal vago sapore fantozziano in cui giovani uomini in salute emettono mugolii struggenti mentre dai lati delle loro bocche scivola salsa infuocata. Questo è anche il motivo per cui gli obliqui hanno di solito una postura del corpo che ricorda lo stile di defecazione nei bagni degli autogrill: busto in avanti, schiena ricurva, gambe divaricate e lontane dal busto. Nei bagni degli autogrill questa conformazione serve per evitare il contatto natiche-tavola del cesso. Nelle strade prospicienti a “Di Cosimo” questa conformazione serve per evitare che il mix mozzarella-salsa coli sugli indumenti. Alcuni ci riescono. Altri no. E imprecano e domandano: ma questa macchia si leva? E ricevono rassicurazioni da quegli assoluti fuoriclasse che, dopo anni di allenamento e frequenza, non si sporcano nemmeno le mani. Alla fine tutti – ortogonali o obliqui che siano– devono però terminare il panzerotto, pena la squalifica a vita e il dileggio eterno da parte degli amici.
Ci si ritrova così a fine partita, appoggiati su cofani e portiere, a guardare gli altri che stanno ancora giocando e a godere del cielo stellato sopra di noi e del grande panzerotto dentro di noi.
Ma non c’è niente che sia per sempre. E in poche ore il grande panzerotto viene digerito e lascia il posto al solito grande nulla: studio per l’esame, lavoro al call center, stage, lavoro a nero, concorso che fai perché non si sa mai anche se si sa benissimo come va a finire, solita ricerca su kijiji, solite inutile mail da infojobs e solite inutili pubblicità di un qualche inutile master a Camerino. Ed è con questo pensiero in testa che guardi la folla, guardi le mandibole lavorare, guardi i fazzoletti pulire mani e bocche, guardi le labbra trovare conforto in birre ghiacciate.
E ti domandi: perché non apriamo una panzerotteria a Londra?
Già, perché?

l-invito-di-cosimo

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