I Rosiconi

Rosicare è umano.
Recenti studi hanno dimostrato che nell’87% dei casi la felicità altrui è insopportabile. I motivi possono essere vari: perché è immeritata, perché ci è stata scippata, oppure perché – semplicemente – è altrui. Ossia degli altri. E, quando si tratta di cose belle, gli altri non siamo mai noi.
Non è mai stato chiarito del tutto se l’invidia sia o meno la più alta forma di ammirazione. Quel che è certo è che è un sentimento umano e, molte volte, assolutamente inevitabile. Tuttavia, così come c’è modo e modo di vincere e così come c’è modo e modo di perdere, c’è anche modo e modo di rosicare.

Dietro le spalle degli altri: il rosicamento civile.
Nonostante anni di perbenismo e di ridicole affermazioni di sincerità abbiano tentato in ogni modo di screditare l’ipocrisia in qualità di comportamento negativo ed esecrabile, nella società civile propriamente detta l’ipocrisia – almeno in certe dosi – continua ad essere un valore imprescindibile. Detta in estrema sintesi: nella società civile, cioè in una società dove si deve convivere civilmente con migliaia di persone, si rosica alle spalle degli altri. Ossia in silenzio. Non apertamente. Fuori: applauso, sorriso, stretta di mano, pacca sulla spalla, messaggio di congratulazioni. Dentro: branco di castori affamati che rosicano una foresta di faggi e querce secolari. Non è sempre facile applicare tale strategia. Bisogna avere forza di controllo, capacità di equilibrio, faccia imperturbabile da giocatore di poker o, in alternativa, aver vinto due-tre Oscar come miglior attore protagonista. Ma è la strategia giusta per preservare una parvenza di civiltà.

Davanti la faccia degli altri: il rosicamento incivile.
Il contrario di cui sopra. La strategia del dire tutto in faccia, del liberare il branco di castori e farlo girare per tutta la città, è una brutta conseguenza della tv generalista degli ultimi vent’anni. Quella che – tra Uomini e Donne e Il Grande Fratello – ci ha insegnato che se inizi una frase con “questa è la mia opinione” o “siccome sono una persona vera ti dico in faccia che” puoi anche proseguirla dicendo “tu sei un pezzo di merda” o “mi sono fatto la tua ragazza mentre tu eri al capezzale di tua madre morente”. Tanto non succederà nulla. Hai detto la tua opinione, hai detto la verità e l’hai detta in faccia. Sei una persona vera, non indossi una maschera.
Seguendo questa via, ci sono alcuni (non tantissimi a dir la verità) che rosicano apertamente. Senza alcun timore. Un po’ perché sono stati plasmati da tale cultura relativistico-nichilistica, un po’ perché sono sempre convinti di avere ragione, di essere loro le vittime. E quando sei una vittima, non puoi essere accusato di qualcosa. Nemmeno di rosicare. Allora capita che incontri una persona che più o meno conosci. E lui attacca raccontandoti di quanto ingiusto sia il successo di Marco: te lo ricordi Marco? Quella testa di cazzo! Vedi un po’ dove sta ora e guarda un po’ dove stiamo noi. Ma quello sai chi aveva dietro? Cioè il padre c’ha le mani in pasta dappertutto. Dopo dieci minuti ti ha convinto di quanto Marco sia una testa di cazzo e di quanto ingiusto e schifoso sia il suo successo. Così, dopo mezz’ora, sarai tu a incontrare un’altra persona che più o meno conosci e a raccontarle di Marco: te lo ricordi Marco? Quella testa di cazzo. In questo modo il virus del rosicamento si spande peggio dell’influenza e, a sera, mezza città odierà Marco, quella testa di cazzo che ha avuto successo senza meritarselo. E magari invece se l’è guadagnato.

In media non stat virtus: il rosicamento social.
Nella società dei media convergenti, dei social network che hanno trasformato chiunque di noi in un opinionista, degli smartphone che ci consentono di parlare con tutti di tutti, si è sviluppata una strategia intermedia tra le due sopra esposte: rosicare all’aperto senza dire perché e contro di chi.
Quando stai rosicando e hai a disposizione uno schermo e una tastiera puoi infatti cadere nella tentazione di inoltrarti in una selva oscura, fosca e pericolosa: quella de lo stato polemico finto generalista che in realtà è indirizzato a persone in carne e ossa. Lo stato polemico finto generalista è il trionfo della seconda persona plurale (“voi che…mi fate pena”), è il regno assoluto dei nomi indefiniti (“gente che pensa che…fate schifo” – “persone che dicono una cosa e poi fanno un’altra…andate a nascondervi”), è la zona di resistenza dei proverbi nel 21esimo secolo (“a buon intenditor poche parole” − “chi semina vento raccoglie tempesta” − “sbagliare è umano, perseverare è diabolico”).
Insomma, sui social network si rosica adoperando la proprietà transitiva: ci si scaglia contro una categoria per scagliarsi contro una persona che (pensiamo) faccia parte di quella categoria. Ma mica la nominiamo. No, no. Non siamo mica incivili. Mica vogliamo scatenare una litigata di piazza. Non la tagghiamo di certo. Ma è commovente la nostra convinzione che questa strategia anonima funzioni, che riesca a non far capire di chi stiamo parlando e, soprattutto, che riesca a non far capire quanto cazzo stiamo rosicando. In realtà tutti capiscono tutto. Ma non lo dicono anche perché se lo dicono di solito ricevono la falsissima risposta “no, ma mica mi stavo riferendo a lui!”.
Tra i maggiori utilizzatori dello stato polemico finto generalista ricordiamo:

  • Il Deluso elettorale: categoria che va fortissimo in questo periodo. Su Facebook ha 2713 amici e ha raccolto 12 voti. La mattina dopo se ne esce con frasi del tipo “gli italiani sono i soliti coglioni” – “poi non vi lamentate” – “ognuno raccoglie quello che semina” – “non cambierà mai un cazzo finché non cambierà questa mentalità”. I più transmediali postano una foto di un gregge di pecore e ci scrivono sopra “ecco, questo eravate e questo sarete, evidentemente vi piace”.
  • Il Deluso da alcune persone: pensa di aver subito un torto o un’ingiustizia (amici che sono scomparsi, amiche che lo hanno usato e poi sono scomparse, concorsi persi e vinti da persone incapaci, e chi più ne ha più ne metta). Ha passato la notte a rosicchiare la scrivania in noce del nonno e, alla mattina, non ce la fa più umanamente. Allora si connette e scrive in cerca di disperata catarsi: “gente che quando ha bisogno ti sta accanto ma quando tu hai bisogno non c’è più” − “l’ipocrisia di certe persone è semplicemente disgustosa” − “il tempo è galantuomo” − “le persone vere si possono contare sulle dita di una mano”. Se vi capita di leggere la frase “siamo fatti per poche persone”, regalategli un mi piace. Ne ha bisogno.
  • I Delusi in amore: al plurale perché sono tanti. E struggenti. Sono stati lasciati, abbandonati, traditi, umiliati. E magari sono costretti a vedere la loro/il loro ex che posta le foto con il nuovo/la nuova tipo/a. E a leggere i loro stati. E a vedere le loro emoticons. Tipo quella che fa :3 , che poi chissà cosa cazzo significa ma è oggettivamente terribile se lui/lei la scrive ad un altro/a . E magari tutto questo dopo sole 48 ore dalla rottura. Allora abbiate pietà di loro: fa nulla se scriveranno “le persone non le conosci mai veramente”, non ridete se scriveranno “la verità la capiamo sempre troppo tardi”, non paraculate se scriveranno “certa gente fa semplicemente schifo”, non vi scompisciate se scriveranno “ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Pensate che può capitare anche a voi.
  • Il Deluso sportivo: per ogni squadra che vince una competizione ci sono tifosi che festeggiano (e lo scrivono) e tifosi che rosicano (e lo scrivono). Così, può capitare di leggere “Campioni di Italia!!”. E poi “Squadre che vincono uno scudetto e pensano di aver fatto il triplete”.  E poi “Squadre che si attaccano al passato per dimenticare quanto faccia schifo il loro presente”. E poi “Squadre che tentano di cancellare il passato per dimenticare quanto hanno rubato e quanto rubano”. Potrebbero andare avanti all’infinito.
  • I Duellanti: i migliori in assoluti. Sono quelli che litigano tra di loro senza litigare tra di loro. Non si taggano o nominano ma è come se l’avessero fatto. Solitamente si inizia con uno stato del tipo “Ringrazio tutti quelli che mi sono stati vicino in questo momento. E anche quelli che non l’hanno fatto perché così ho capito chi ci tiene veramente”. Al quale, il taggato ipotetico risponde per le rime: “Gente che pensa che tutto gli sia dovuto. L’affetto e il rispetto si guadagnano giorno per giorno”. A questo segue solitamente uno stato di scherno in cui chi aveva iniziato il litigio finge di non averlo fatto per sminuire l’importanza dell’avversario: “Mi fanno sempre ridere le persone che pensano che tutto giri intorno a loro. Mi dispiace informarvi che non è così. Non siete così importanti.” Qui, se l’altro duellante è particolarmente incazzato, si può rispondere buttandola sulla risata da strada: “Ahahaha! Gente che tira il sasso e poi nasconde la mano…che pena!”. A questo punto, il colpo basso: “Ah se alcune persone sapessero che anche quelli che ritengono loro amici ridono alle loro spalle…
    Questo è il momento giusto per interrompere il gustoso spettacolo e sconnettervi. Perché qualcuno, di sicuro, sta per contattarvi per mettervi in mezzo.

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Se qualcuno pensa che abbia scritto un articolo sui rosiconi con l’obiettivo di colpire una persona in particolare perché apparterrei alla categoria di quelli che scrivono post polemici finto generalisti, sbaglia. Io, essendo un signore, rosico in silenzio. Per il resto, vale sempre la splendida frase di D.F. Wallace: la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.

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2 thoughts on “I Rosiconi

  1. Grazie. Mi hai fatto rendere conto che sono una rosicona tristissima. Prometto di migliorare me stessa e rosicare in silenzio. Giuro, non rosicherò ad alta voce nemmeno col mio fidanzato. Forse. Mille grazie

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