Quelli che non ce la fanno ad essere i migliori

Qualche settimana fa, il responsabile delle risorse umane di una delle più importanti aziende che hanno sede a Bari, rivolgendosi ad una platea di giovani in cerca di lavoro, ha detto candidamente: non è che noi non assumiamo più. È che assumiamo solo i migliori.
Pochi minuti dopo, un alto funzionario della Camera di Commercio, dopo aver ricordato che “il lavoro non si cerca, il lavoro si trova” (e mai nessuno che abbia il coraggio di alzare la mano e chiedere che cazzo significano queste stronzate), ha concluso altrettanto candidamente che, benché i tempi siano quelli che sono, con tanti anni di esperienza si sente di poter dire che chi è bravo qualcosa trova.
Queste (e altre) illuminanti parole erano rivolte, come detto, ad una platea di giovani (di giovani veri rispetto ai quali il sottoscritto, di quasi ventisette anni, appariva già fuori mercato). E queste parole provenivano da esperti del settore, da selezionatori e datori di lavoro. E qual è stato allora il loro consiglio, la loro soluzione, la loro ricetta? In estrema sintesi questa: dovete vedervela da voi. Non aspettatevi soluzioni strutturali o aiuti dalla società. Oggi, ormai, ci si deve salvare da sé.
Insomma, sotto la crosta sempre invitante della meritocrazia (i migliori! I bravi!), c’è un ripieno un po’ meno invitante: siete soli contro tutti e contro tutto. In ogni caso niente paura: se siete bravi, se siete i migliori, ce la farete.
Ma si può essere tutti bravi? Si può essere tutti i migliori? E se fosse possibile, non sarebbe una contraddizione in termini? Se tutti sono i migliori, in fondo, non c’è nessun migliore.
Oggi uno su mille ce la fa, sembravano dire questi professionisti. E voi avete il dovere di essere quell’uno. E se non lo siete, beh, tutto sommato è colpa vostra. Noi non ci possiamo fare niente. Gli altri non ci possono fare niente.
Il che è come dire al sottoscritto: vedi Leo Messi? Vedi Sebastian Vettel? Sono tuoi coetanei e ce l’hanno fatta. Dunque il problema non è la generazione, non è la società, non sono i tempi presenti. Il problema sei tu.
I migliori ce la fanno. Oggi come ieri e, come probabilmente, domani. In effetti che i tempi presenti abbiano ucciso i sogni è una bugia. Anche oggi c’è quello che gioca a pallone tra rottami e rifiuti e diventa poi il più forte del mondo. O quello che smanetta al computer e fonda un’azienda miliardaria. O quello che vince una borsa di studio e diventa poi ordinario a Oxford a trentadue anni.
Con impegno, con talento, con fortuna, i migliori ce la fanno.
Ma cosa fanno quelli che non ce la fanno ad essere i migliori? Nessuno lo sa. E nessuno lo sa perché i tempi presenti non hanno ucciso i sogni. Hanno ucciso la normalità. Se uno non è il migliore ma è un “mediocre”, secondo la logica dovrebbe avere diritto a farcela “di meno”. Ma farcela di meno, oggi, non sembra più possibile.
Uno su mille ce la fa. Gli altri novecentonovantanove no.

podio

Annunci

5 thoughts on “Quelli che non ce la fanno ad essere i migliori

  1. Quello che scrivi è giusto, il presente ha cancellato la normalità; eppure io ti seguo da un po’ in questo blog, ho letto il libro, e in tutta sincerità posso dirti che di ‘normale’, di ordinario, in te c’è ben poco. Fai bene, ovviamente, a non autoelogiarti e a non inserirti fra i migliori, ma, credimi, hai talento nella scrittura (e per scrittura non intendo solo la parte tecnica, mi riferisco anche al contenuto, al pensiero). Te lo dico da aspirante scrittore (non ho ancora capito bene di che tipo), e sai quanto questi siano egocentrici e solitamente restii a distribuire complimenti a potenziali ‘rivali’. Ma tu li meriti. Per cui, credici.

    Per il confronto con Messi (o altri sportivi nostri coetanei): personalmente è tra le cose che più minano la mia autostima – vederlo sempre sulla cresta dell’onda, immaginarne le possibilità che ha nella vita, sapere che ogni suo gesto ha un’eco praticamente mondiale – però so anche che la sua è una carriera che per forza di cose deve cominciare presto; mentre quella di scrittore (a cui credo tu possa ambire) necessita di tempo per essere degna di questo nome. Per cui, di nuovo, credici (lo dico a te, ed anche a me).

    Come dicono i vecchi, hai più tempo davanti che vita alle spalle.

  2. Ciao Renato. Effettivamente in questo post più socialmente impegnato del solito sollevi una questione sulla quale anche gli economisti più quotati sono divisi. Ovviamente non mi riferisco all’osservazione matematicamente ineccepibile che se tutti fossimo i migliori in eguale misura, allora saremmo automaticamente anche tutti peggiori, medi, mediani (e qualunque altro percentile della distribuzione, che infatti degenererebbe in un punto di massa).
    La questione che scalda gli animi è invece: il lavoro non lo trova chi non lo cerca adeguatamente oppure anche una sincera ricerca può non portare risultati? Su questo punto non c’è accordo. Gli imprenditori si lamentano sempre che non trovano personale da assumere perché tutti hanno altro da fare o non sono “abbastanza migliori”. I disoccupati si lamentano invece che i lavori non ci sono e chi lo trova è solo perché ha le conoscenze giuste. La verità, al solito, sta nel mezzo.
    Il lavoro che non si trova (in genere) è il lavoro nel luogo, nel settore, nella mansione, con lo stipendio desiderato. Se la passione della tua vita è lavorare in un’azienda che produce fax o dagherrotipi, allora certo è che il lavoro non si trova. Se vuoi fare il programmatore per google, la camera di commercio di Bari non è proprio il posto dove iniziare mandare il CV. E così via. Tutto questo sempre assumendo che il lavoro si trovi come un tartufo, cercando qui e lì, che è anche un’ipotesi discutibile. I famosi “laureati in lettere” possono sempre mettersi a scrivere un libro dal successo commerciale tale da non dover neanche essere più sponsorizzati alla fine dei propri post (a proposito congratulazioni!) e così trovarsi il proprio lavoro “trovandolo e non cercandolo”, per ricitare lo squalo della finanza anonimo che citi nel tuo post (prescindendo dalla miseria che viene concessa per le royalties – ma prendilo come un incentivo a scrivere un sacco di altri libri e vivere dalle royalties congiunte di tutta la tua bibliografia di successi letterari).
    Se poi qualcuno invece preferisce proprio l’idea di cercare lavori come andando per tartufi, allora si potrebbe far notare che alcune foreste sono più fornite di altre. Per scadere proprio nel concreto concreto, nella sola Germania nell’ultimo trimestre del 2013 più di 1.040.000 posizioni lavorative sono rimaste scoperte perché gli imprenditori non hanno trovato chi le occupasse. Nello UK, la cifra ammonta a 575.000 unità e Belgio, Olanda e Spagna (sì, anche loro) hanno al momento quasi 100.000 capi risorse umane in cerca di materia prima (i dati per tutti i paesi UE che hanno un ufficio di statistiche che fa il proprio lavoro sono qui: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/table.do?tab=table&plugin=1&language=en&pcode=tps00172). Questo per dire che ci sono almeno un paio di milioni di potenziali migliori che anche in un periodo di crisi come l’attuale potrebbero sempre trovare un qualcosa da fare, se cercassero adeguatamente.
    Ovviamente in questo commento ho difeso solo le ragioni della campana “chi cerca trova”: sono abbastanza convinto che sia così facile trovare difensori della campana “il lavoro non c’è per colpa di [inserire spiegazione preferita]” da non dovermi dilungare.
    Non vorrei aver banalizzato un discorso complesso, però almeno spero di aver trasmesso il mio disagio intellettuale quando sento dare per scontato che “il lavoro non si trova perché il lavoro non c’è”, senza qualificare questa affermazione almeno rispetto alle aspettative (in termini non solo geografici, ma anche di caratteristiche del lavoro) di chi la esprime.
    Questa non vuole essere una critica al post in particolare, ma piuttosto ad un atteggiamento (anche psicologico) generale che questo post cattura molto bene!

    • Ciao Francesco. Penso che il tuo commento sia molto interessante e che se ai giovani si parlasse in questo modo razionale, fondato e realistico ne avremmo tutti da guadagnare. Aggiungo solo un paio di cose alle tante (giuste) che dici. Io penso che il dovere di una società sia, per così dire, eliminare le giustificazioni. Cioè fare in modo che le persone NON possano dire “non è colpa mia ma è colpa di [inserire colpevole preferito: società, unione europea, crisi, euro, etc, etc]. Hai ragione: se uno vuole fare il lavoro che desidera (dal dagherrotipista al programmatore di google) può anche non farcela. Sia per ragioni cronologiche (penso a chi si diploma al conservatorio specializzandosi in Arpa barocca), sia per ragioni spaziali (google a Bari non c’è). Oltretutto, oggi più che mai, ci sono anche problemi di sovrabbondanza: se ci sono 1.000.000 di persone che vogliono fare l’insegnante è probabile che non ci siano posti per tutti. Questo che significa? Significa che si può (si deve!) cercare altro, adattarsi, rinunciare, cambiare, e chi più ne ha più ne metta. Può piacere o meno, ma è così che va e che andrà in futuro. Però che succede (almeno in Italia)? Che molti di quei lavori verso cui uno potrebbe/dovrebbe rivolgersi e che puntualmente compaiono nelle statistiche (sono rimasti scoperti XXX posti) hanno un problema. Intendiamoci: anche qua la verità sta nel mezzo e cioè molta gente non li fa perché non li vuole fare etc, etc. Tuttavia, parlo per me, io non avrei alcuna difficoltà umana-intellettuale a fare il cameriere, il barista, il falegname, il tornitore e così via. Ciò che spesso non si dice (ed è una mancanza che hanno anche le statistiche del tipo “percentuali di laureati che trovano lavoro dopo un anno dalla laurea”) è che tipologia di lavoro e di contratto offrono questi posti. Se si prova a chiedere informazioni a chi espone il cartello (l’ho fatto) si hanno risposte diciamo di non prospettiva: molto spesso senza contratto, nel migliore dei casi 500-600 euro al mese, inserimento in pianta stabile da sognare di notte dopo uso di stupefacenti.
      Quando ho lavorato al call center, lavoravo con contratti a progetto di due-tre giorni rinnovati di volta in volta.
      Non so se ti ricordi, ma un po’ di tempo fa uscì e si diffuse una campagna virale chiamata #coglioneno che intendeva denunciare i diritti calpestati dei cosiddetti lavori creativi. Del tipo: io faccio il grafico e tu non mi paghi ma faresti lo stesso con il tuo macellaio/elettricista/idraulico? Ora, in quel periodo fu pubblicato un articolo, non mi ricordo dove, in cui (anche giustamente) si diceva: vabè ma qua tutti creativi so’ diventati. E nessuno vuole fare il macellaio. Ecco, io il macellaio lo posso fare. Lo voglio fare. Allora mi venne la curiosità di vedere come si fa a fare il macellaio. Posso dirti che, per uno che non ha la macelleria di famiglia, è più facile diventare C.E.O di Google.
      Non per fare di tutta l’erba un fascio, ma finché la società offre questo tipo di giustificazioni noi non andiamo da nessuna parte.
      Concludo dicendo che in un mese di ripetizioni private ho guadagnato di più di tutte le royalties ricevute. LoL!

  3. Caro Renato, ti seguo da un po’ di tempo. Spesso (praticamente sempre), ti lamenti del fatto che il lavoro in Italia non si trova e via dicendo. Premesso che capisco il tuo stato d’animo, ma nessuno al liceo ti ha mai avvertito del fatto che con una laurea in lettere (più in generale materie umanistiche) il lavoro non si trova? E non lo trova nemmeno il più bravo, quello laureato per tempo 110e lode.
    Quando scelsi la facoltà, lo feci basandomi anche su questo criterio, ossia le prospettive lavorative dopo la laurea, non solo in base a “ciò che mi piaceva”. Sento molti giovani spesso dire “eh…è questo ciò che mi piace fare!”.
    Credo che molti a 19 anni non hanno ancora ben maturato la distinzione tra principio di piacere e principio di realtà, Il contatto con quest’ultima sembra essere inesistente, così tantissimi fanno scelte che rimpiangeranno per la vita. Insomma, ve la siete un po’ cercata!
    Infine aggiungerei anche che è vero: se uno è bravo, ce la fa a trovare lavoro, magari sceglie una laurea con buone prospettive lavorative. Lavoro e “piacere” non sempre coincidono.

    • Penso che il problema sia un po’ più complesso (e ampio) della laurea. In tal caso basterebbe non iscriversi (o addirittura chiudere) le facoltà di lettere, filosofia, etc e saremmo tutti a cavallo no?
      Devo però contraddirti apertamente su una cosa. Mi dici che “spesso (praticamente sempre), ti lamenti del fatto che il lavoro in Italia non si trova e via dicendo”. Dati alla mano non è vero. Su 49 articoli solo 3 trattano apertamente questo argomento: il presente, “Tutta una merda di vita davanti. Fenomenologia del call center” e “Non per un dio ma nemmeno per gioco. Gli amici che fanno medicina” (e inserisco quest’ultimo con manica larghissima perché l’argomento principale è tutt’altro e si vede). Nei restanti 46 l’argomento lavoro-che-non-si-trova è assente. Direi che è una buona percentuale no?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...