Una stanza tutta per sè: i bagni degli altri

La flessibilità necessaria.
È risaputo che la globalizzazione ha reso il mondo un po’ più piccolo e un po’ più compresso. Oggi, insomma, spostarsi è sia più facile, sia più necessario. Oggi, dunque, servono qualità particolari: apertura mentale, curiosità intellettuale, vigore fisico e, soprattutto, capacità di adattamento.
Quando viaggi devi avere capacità di adattamento.
Sì, ma a cosa?
Ai nuovi usi e costumi? Certo. Alle nuove strade e ai nuovi mezzi di trasporto? Ovvio. Alla nuova cucina? Senza dubbio. Ma prima di tutto al nuovo bagno.
Il bagno, com’è noto, è la stanza più privata che ci possa essere: ci entri nudo, assonnato, sporco, puzzolente, spaccato ammerda. Ci entri per fare cose che in pubblico non si possono fare. Ci entri e chiudi la porta perché il bagno è un po’ come Amsterdam: quello che succede là dentro, rimane là dentro. Non è quindi difficile capire perché il bagno sia la stanza che più contribuisce allo shock differenziale quando sei fuori casa.

Mi casa es tu casa: i bagni di quando sei ospite.
Uno dei  vantaggio di essere terroni è quello di avere sempre amici espatriati nelle metropoli sparse per il globo terracqueo disposti a darti alloggio. Indi: a darti libero accesso al loro bagno. E io questo lo rispetto molto. Perciò quando entro nei bagni degli altri seguo una regola.
Una sola ma fondamentale.
Devo uscire lasciando tutto come se non fossi mai entrato.
Mica facile.
Apro la porta e mi guardo intorno. Osservo l’eventuale presenza di tappetini e studio la conformazione della doccia. Analizzo la disposizione del water e la distribuzione degli asciugami. Rifletto sulla scelte dei saponi e dei detergenti. E poi iniziano i cazzi. Perché per quanto tu possa avere ottime capacità di osservazione e flessibilità, finisci sempre per replicare le azioni a cui sei abituato a casa.
In un contesto totalmente diverso.
1) Lavaggio denti: dopo mangiato lavarsi i denti è importante. E dunque lo fai. Prendi il tuo spazzolino e il dentifricio che ti sei portato da casa ed entri nel bagno altrui. Ti posizioni davanti al lavandino, spremi il dentifricio sullo spazzolino, allunghi la mano per appoggiare il dentifricio…ma dove? A casa lo poggi sul bordo, bello largo, del lavandino stesso. Ma qua? Cazzo di lavandini coi bordi sottili. E stanno pure tredici saponi diversi che occupano tutto lo spazio. Mo’ dove lo metti? Provi ad appoggiarlo in un angolino libero. Tac, cade. Cazzo. Lo riprendi e ti guardi intorno. Nel frattempo il dentifricio sullo spazzolino scivola e si va a spiaccicare a terra. Cazzo. Devi pulire. Niente di grave, hai solo bisogno di un pezzetto di carta igienica per raccoglierlo e strofinare velocemente il pavimento. Ti dirigi verso il water ma ti accorgi che, per farlo, devi prima appoggiare da qualche parte sia il tubetto del dentifricio sia lo spazzolino. Dio avrebbe dovuto capirlo che due mani non sono abbastanza.
2) Utilizzo del lavandino: per lavarsi i denti, le mani o la faccia, il lavandino bisogna pure aprirlo. Sì ma a che apertura angolare? A casa lo fai ad occhi chiusi perché sia la pressione sia la temperatura oramai le conosci alla perfezione. Qua procedi con la stessa cautela di un chirurgo neuro-spinale. Apri piano-piano e un rivolo d’acqua inizia a uscire. Aumenti l’apertura e booom. Un geyser di acqua schizza da tutte le parti. Pure ghiacciata.
3) Il Water & la vibrazione cosmica di fondo: quando entri nel bagno degli altri per andare al bagno, una strana mania s’impossessa di te. Non devi fare rumore. Annunci “vado un attimo in bagno” anche se sai che è roba di più di un attimo. Ma devi dissimulare. Ti muovi come un ninja. Ti cali i pantaloni con la lentezza di un film di Lars Von Trier. E in quel preciso momento ti sembra che il mondo intero si sia appostato fuori con l’orecchio appoggiato alla porta. Pronto ad ascoltarti. Pronto a giudicarti. E tu sei solo e indifeso. Guardi il water e, non si capisce per quale strano fenomeno fisico, il water degli altri sembra sempre più piccolo rispetto al tuo. Sembra una miniatura. Una roba da bambini. Ma non puoi farne a meno. Ti ci si siedi su e ti sembra di stare su un vasino. Adesso che ci stai accovacciato hai la certezza che il mondo stia davvero al di là del muro intento ad auscultare i tuoi movimenti. Allora non puoi fare altro che chiudere gli occhi e sperare che quattro giorni di kebab a pranzo non abbiano effetti troppo macroscopici e troppo rumorosi.
4) Il Water & la flussometria: ovvero quando invece il water lo guardi dall’alto. E qui la presunta maggiore piccolezza del water altrui è ancore più pericolosa. È come quando devi battere un calcio di rigore e la porta sembra essersi ristretta rispetto al normale. Nino non aver paura di sbagliare una minzione, non è mica da questi particolari che si giudica un pisciatore. Sarà pure vero. Tuttavia sbagliare in casa d’altri è altamente sconsigliabile. Dunque, massima concentrazione. La corrispondenza è perfetta. Il flusso sarà dritto-per-dritto. Ma, proprio mentre sei così concentrato e deciso, l’occhio ti cade sulla carta igienica. E nove volte su dieci la carta igienica è posizionata diversamente da come sei abituato. Ma così è al rovescio!, pensi. Il verso è sbagliato. Chissà perché lo fanno? E la distrazione è fatale.
5) La doccia: la cosa più complessa perché richiede il massimo della preparazione. Prima fase: capire come funziona. Ci sono infatti docce che richiedono una laurea magistrale in ingegneria meccanica solo per aprirle. Seconda fase: capire come fare per ridurre al minimo il gocciolamento nella fase d’uscita. Terza fase: posizionare tappetini e asciugamani per prevenire l’alluvione del pavimento. Quarta fase: predisporre a portata di mano bagnoschiuma e shampoo. Quinta fase: entrare con cautela e chiudere bene tende o porte a vetri. Sesta fase: aprire delicatamente l’acqua e aspettare la temperatura ottimale. Settima fase: lavarsi il più velocemente possibile. Ottava fase: chiudere l’acqua e osservare l’eventuale presenza di residui epidermici, piliferi o di schiuma sul fondo della doccia. Nona fase: aprire con cautela la porta o la tenda e allungare la mano per infilarsi l’accappatoio. Decima fase: accorgersi di esserselo dimenticato in stanza.

All together now: i bagni pubblici.
Ovvero il teatro degli orrori. La mia prima esperienza di bagno pubblico risale al 1997, finale dei giochi del Mediterraneo allo Stadio San Nicola. A 10 anni rimasi disgustosamente affascinato da quello che era una sorta di quadro di Pollock fatto con il solo colore marrone. Da lì non è che le cose siano molto migliorate.
Se devi pisciare, alla fine, però è poca roba. Devi mettere in conto che i tuoi piedi facciano splash-splash nelle pozze d’urina, evitare di respirare a pieni polmoni l’aria zeppa di ammoniaca e non soffermarti su eventuali residui corporei. L’unico intoppo – che a me capita spesso – è doverci entrare quando hai uno zaino o un bagaglio. Siccome col cazzo che lo poggio a terra, tento di entrare con tutto l’ambaradan in spalla: impresa ai limiti dell’umano che mi rende puntualmente protagonista di goffi spettacoli. Una volta entrato, non riesco a chiudere la porta perché lo zaino si mette di mezzo. Allora tento di girarmi ma sbatto contro il muro. E il muro dei cessi pubblici fa schifo. Allora mi stacco subito ma così facendo infilo il piede in un lago color paglierino. Che cazzo. Allora allargo le gambe e cammino in avanti verso il water. Ecco. Adesso dovrebbe potersi chiudere. Ma come cazzo la chiudo adesso se sto lontano? Così otto volte su dieci piscio con la porta aperte. Machissenefrega.
Ma perché allora non vai agli orinatoi a muro?
Bella domanda. In effetti a volte ci vado ma non li amo parecchio. Mi sento sempre un po’ a disagio soprattutto quando c’è qualcuno accanto a me. L’ultima volta, in aeroporto, c’era un signore. Aveva un pene mostruoso. Enorme. E io mi ripetevo cazzo non guardargli il cazzo, cazzo non guardargli il cazzo, cazzo non guardargli il cazzo. Ma era difficile. E poi, non appena guardi il tuo, giù di complessi. No, se posso, preferisco farlo in privato.
Tuttavia, come chiunque sa, il grosso dei problemi dei bagni pubblici si verifica quando li devi usare per il gabinetto grosso. In quel caso devi avere nervi saldi, ottima capacità di concentrazione e, soprattutto, ottime capacità di equilibrio. Infatti, dato che la tavola del cesso dei bagni pubblici rappresenta un habitat confortevole e fertile per tutti gli agenti patogeni dell’ultimo secolo, dal vaiolo all’escherichia coli, nessuno vuole adagiarci le proprie natiche. Allora o si ha a disposizione un kit di disinfettazione composto da salviettine umidificate, alcol puro e amuchina d’annata, oppure ci si mette accovacciati a gambe divaricate, tipo squat,  con le mani giunte o, nel peggiore dei casi, allungate a tenere la porta rotta che non si può chiudere.  E il resto è solo questione di culo perché, inutile ricordarlo, nei bagni pubblici mica ci sono bidet o docce a disposizione. Spesso manca anche la carta igienica. E allora che si fa “dopo”? Ognuno ha la sua tecnica: fazzoletti, salviettine, acqua minerale, sapone liquido, corsa a casa muovendosi come dopo aver subito un esame prostatico.  Sì, dopo è tutta questione di culo. E di stomaco.

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La catastrofe è inevitabile: le scritte sui muri.
Okay lo ammetto. Nella mia carriera sono entrato in tutte le tipologie di bagno.
Per uomini, nella stragrande maggioranza dei casi.
In quelli dei portatori d’handicap: quando scappa, scappa.
E, un paio di volte, anche in quello delle donne ma sempre per cause di forza maggiore.
Inutile dire che nei cessi pubblici dei maschi le pareti sono un inno alla vita: volgarità a go-go, proposte di trombate, eterosessuali e omosessuali uniti nella democrazia dell’inchiostro su parete, richieste specifiche tra le quali voglio ricordare un annuncio che recitava grosso modo così: “cerco aiuto per vincere lo scudetto dei pompini, ora mi trovo in zona champions, aiutatemi!” e seguiva numero di cellulare. Geniale. In un’altra vita una mano gliel’avrei data.
Però, devo dire, il bagno delle donne in cui capitai in Irlanda (quello dei maschietti era rotto e non avevo tempo a disposizione) è stata un’epifania, che poi da quelle parti pure se ne intendono di ‘ste cose. Non per una questione di pulizia. Ma per le scritte sui muri. Su quelli dei maschi: la prosaicità dell’esistenza. Su quelli delle donne: la poesia. Aforismi, considerazioni, richieste di aiuto, consigli, battute.
Ad esempio. Sul lato destro del muro c’era questa scritta in cui una donna – come tante – si chiede “ma perché gli permetto di farmi star male?” e altre le rispondono o almeno tentano.

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Poi, sulla sinistra, una scritta sbiaditissima, quasi illeggibile in cui una ragazza descriveva il suo dolore, la sua voglia di non vivere, di non farcela più. E sopra, con inchiostro più fresco, un’altra scritta. Questa:

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(Ho scritto questa cosa nel novembre 2008 quando ero seriamente depressa. Ora non potrei essere più felice. Le cose cambieranno. La vita migliorerà. Sarai di nuovo felice!! – marzo 2013)

D’accordo. Vai a vedere se è vero. Magari l’ha scritto un’altra persona. Mica ti metti a fare l’esame grafologico in un cesso, delle donne per giunta. Però che bello, mi sono detto. Sì, ci voglio credere.
Abbraccio l’illusione e mi concedo un sorriso. Mi do una scrollatina, mi abbottono i jeans ed esco dalla porta con una faccia compiaciuta. E mi imbatto in due ragazze intente a lavarsi le mani.
Ecco.
Diciamo che ho imparato che lassù ci tengono parecchio alla divisione dei bagni.

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