Sesso, Bugie e Mini-Ritz: anatomia delle Feste Private

Le aspettative & il sogno americano.
Cos’è che ci frega sempre? Chi sono, cioè, i responsabili di buona parte delle sofferenze, dei dolori e delle delusioni presenti nella vita umana? Facile. Le aspettative. Ciò che pensi che accadrà e che invece poi non accade. I risultati che pensi di ottenere e che poi non ottieni. I film che ti fai e che poi vengono bruscamente interrotti per mancanza di budget. Andrà così, ti dici e non sai nemmeno bene per quale motivo. Solo che così non va quasi mai.
Chi è cresciuto all’ombra della televisione negli anni ’90 e ’00 sa bene di che cosa sto parlando. I film e telefilm americani hanno edificato una certa struttura di aspettative per quel che riguarda le feste private. Se domani sera Jim ha organizzato una festa a casa sua perché i suoi non ci sono, allora è lecito aspettarsi in ordine sparso: alcol a fiumi, droga di qualità, gioco d’azzardo, fighe in costume da bagno, sesso promiscuo e, più in generale, una serata epica che verrà raccontata alla nausea a tutti quegli sfigati che non avranno avuto modo di esserci.
Dopo anni che ci propongono tali immagini e tali storie, allora, è ovvio –  è umano! –  che, quando ci arriva un invito per una festa privata, questa struttura di aspettative si  imponga automaticamente nel nostro cervello anche se non abitiamo a Tampa Bay e l’invito non proviene mai da uno che si chiama Jim.
Esemplificando: venerdì c’è una festa a casa di Marco. Reazione inconscia: daje che venerdì ci si spacca ammerda,daje che venerdì ci si strafa di strane sostanze, daje che venerdì si scopa liscio, daje che venerdì si spennano i polli, daje che venerdì sicuro si spacca tutto.
Però – come canta il sempre bravo Samuele Bersani – nella vita c’è sempre un però.

Non siamo mica gli americani: lo scarto tra immaginazione e realtà.
Poi, però, già nella fase organizzativa (chi passa a prendere chi, a che ora ci si vede, chi porta cosa) inizi a percepire, a subodorare che qualcosa non torna rispetto alle aspettative. Innanzitutto è molto probabile che casa di Marco non sia una villa megagalattica a tre piani e trentasei stanze con piscina olimpionica sul retro. Marco abita al terzo piano di un condominio di corso Benedetto Croce, accanto a una pizzeria d’asporto gestita da profughi egiziani. Oppure ha sì una villa, ma una di quelle villette sprovviste di indirizzo, per le quali a Bari si dice semplicemente dalle parti di Palese o mi sa sulla strada per Torre a Mare.
Momento.
E la piscina?
No, nella migliore delle ipotesi ha un giardinetto spelacchiato con i tavolini in plastica.
Ma allora niente fighe in costume? Sorry, temo ancora di no. Oltretutto basandoci sull’evento su Facebook forse è un bene. Insomma, dalle foto le partecipanti non sembrano proprio ex playmate di Playboy eh. E poi, guarda: al 77% so’ tutte accoppiate.
Niente sesso promiscuo allora? Molto improbabile. E poi dove? Camera sua è usata come guardaroba e su letti e sedie ci sono decine di cappotti. Il bagno uno è e ci serve. La cucina, no di certo. Resta solo la camera dei genitori. Con il quadro 85x95cm della Madonna sopra il letto.
Vabbè ma allora starà sicuro ‘na raffineria colombiana eh?  Di solito c’è una canna, una, per 29 persone. E non la mettono manco a giro. La preparano in disparte, al buio, in silenzio, quattro o cinque persone, concentrati come se stessero facendo una appendicectomia. E se la fumano solo  loro, dannati bastardi.
Cavolo, dimmi almeno che si magna e si beve a sgroscio dai! Ecco, per affrontare questo punto dobbiamo aprire un altro discorso.

Casa o Casale, Cibo o Alcol, Divani o Musica: ovvero nella vita non puoi avere tutto.
Al netto delle semplificazioni esistono due tipi di feste private. Quelle, private al 100%, che si tengono a casa di qualcuno e quelle, private al 70%, che si tengono in dei locali affittati per l’occasione. Com’è facilmente immaginabile sono due tipologie assai diverse tra loro e, come sempre nella vita, per ciascuna di loro qualcosa guadagni, qualcosa perdi. Analizziamole separatamente.

Casa, Cibo, Divani: la festa domestica.
Nelle feste a casa di qualcuno, solitamente, si mangia e si beve. C’è un tavolino – due, tre, a seconda dell’ampiezza del posto e della festa – e sopra vengono disposte le cibarie. Nelle feste serie, quelle alcoliche, vige la regola del BYOB (Bring Your Own Bottle): ciascuno porta qualcosa da bere accanto, ovviamente, alle sempiterne bottiglie di Fanta, di Cola e del Sanpellegrino Cocktail che se qualcuno mi dice cosa ci sta dentro mi fa un gran favore. Come in tutti i settori della vita umana in cui è data piena libertà all’uomo, anche nel portare qualcosa da bere si verificano risultati imbarazzanti. A causa della mancanza di programmazione, per esempio, spesso si accumulano 14 boccioni di vino rosso (4,50 euro alla damigiana) di cui almeno 12 non verranno mai aperti. L’artigiano della situazione si presenterà poi con la sua sangria fatta in casa ed è meglio non chiedere con che cazzo di frutta l’ha fatta perché è buona ma c’ha uno strano retrogusto… Il settore dei superalcolici, dal canto suo, ricorderà vagamente lo scaffale della Lidl delle grandi occasioni. E intorno a tutto questo ben di dio passeggerà il munifico partecipante, quello che si è portato la sua personale bottiglia di Peroni 33cl. E basta.
Tuttavia i liquidi, si sa, non hanno forma. E quindi non sono un gran problema per i rapporti sociali. Il vero problema delle feste domestiche è, come facilmente intuibile, il cibo.
Il cibo nelle feste domestiche è costituito dalle cosiddette stronzatine: patatine, arachidi salati, focaccine, panzerottini, tramezzini, olive e i nostalgici mini-ritz. Insomma: cibo che non puoi sbagliare a cucinare.
Il tutto è disposto su un tavolo intorno al quale – all’inizio –  regna un clima di tensione e silenzio. Nessuno osa fare il primo passo. Le persone passeggiano fintamente svogliate. Osservano ma non toccano. Odorano ma non gustano. È una specie di danza della morte che si balla senza musica. Si aspetta un segnale. Da chi, non si sa. Poi, all’improvviso, qualcosa si muove. E gli schemi saltano. C’è da chiedersi da quanto tempo la gente stesse a digiuno perché la foga con cui si scaglia sulle cibarie non la vedi nemmeno nelle regioni più disagiate del Darfour all’arrivo degli aiuti umanitari dell’ONU. I gomiti sono ad altezza viso e quindi è meglio non spingere se si vuole tornare a casa con tutti i denti in bocca. L’ausilio di fazzoletti e posate dura i primi 14 secondi. Poi, per paura di perdere il confronto con gli altri, si passa direttamente alle mani: dalla guantiera al piatto, dal piatto alla ciotola, dalla ciotola alla bottiglia, dalla bottiglia al tagliere, dal tagliere alla pirofila. In culo all’igiene. Questa è una lotta contro il tempo. C’è gente che si piazza davanti al tavolo e non la smuovi nemmeno con i caterpillar. C’è quello rimasto schiacciato nelle retrovie che urla disperato oh prendi anche a me un pezzo di quella pizzaa!!  C’è quello che si allontana soddisfatto, con la bocca piena e un piatto alto quanto il Taj Mahal. Tu lo guardi. Lui capisce e si affretta a dire, con le briciole che gli cadono dalle labbra, tieni conto che ho preso anche per Fabrizia eh! Allora alzi lo sguardo e vedi Fabrizia, la sua ragazza, che chiacchiera con un’amica mentre ha già in mano il suo piatto.  Nel frattempo il tipo è già scappato.
A quel punto non resta che trovarti un posticino su un divano – e non lo troverai mai – o una colonna portante su cui appoggiarti e osservare incuriosito il dj di ‘sto cazzo (che non si sa perché sta in ogni festa) che smanetta col portatile per mettere un po’ di musica di un certo livello. Addenti il panzerottino sperando che il riscaldamento al microonde non l’abbia biscottato solo da un lato e, mentre vai a fare un refill di beveraggio, ti fai la solita domanda universale: ma quanti cazzo di bicchieri di plastica vanno comprati affinché non finiscano a metà festa?

Casale, Alcol, Musica: la festa al locale.
There’s no place like home, dicono alcuni. E meno male. Perché ogni tanto da casa si ha bisogno di evadere. E questo è il motivo per cui, ultimamente, mi capita di andare a un sacco di feste private – cioè su invito – che si tengono in un qualche locale affittato per l’occasione. Spesso, come si dice qua da noi, sono dei casali, cioè delle villette/mini-masserie/ex-frantoi svuotati di tutto e aperti al pubblico. Ciò significa che nella stragrande maggioranza dei casi si trovano fuori città in contrade desolate e irraggiungibili, in campagne perfette per qualche rito satanico o in posti il cui sport nazionale è la rottura dei vetri delle auto parcheggiate (ogni riferimento a Palombaio è puramente casuale).
A questa tipologia di feste si va già-mangiati. A questa tipologia di feste si va, infatti, per fare serata.
Seguendo la scia delle candele sei riuscito a trovare il posto. Parcheggi tra l’erba e sterpaglie varie e entri nell’oscurità del locale pronto per entrare a far parte di una storia che racconterai con orgoglio a tuo nipote adolescente nel 2049. Perché a questa tipologia di feste si va essenzialmente per il free-drink. E proprio per tale motivo devi pregare due cose: A)che gli organizzatori, chiunque siano, abbiano organizzato bene e non ci si trovi di fronte al tavoletto del bar assediato da una mandria di bisonti antropomorfi e B) di essere arrivato ad un orario in cui è avanzato qualcosa da bere oltre all’infinita vodka-lemon.
Che poi, diciamocelo, quale vodka? In effetti l’open bar del free-drink, nonostante questa successione di termini anglosassoni fighissimi, è roba da chiamare i Nas. Vedi il tipo aprire una bottiglia di Vodka la cui marca, ti pare di ricordare, è stata dichiarata illegale persino dalla Cecenia negli anni ’90.  Vedi delle bottiglie di Cola e ti pare di scorgere una data di scadenza che inizia con il millenovecento.
Macchissenefrega. Se noti queste cose vuol dire che non sei a livello. E se non sei a livello vuol dire che stai sprecando la serata. Prendi la tua miserabile vodka-lemon e ti ributti nella mischia. La musica è seria. D’altra parte, hanno assoldato un dj professionista, uno dei tanti. C’è parecchia gente però si balla a tribù. Quattro-cinque persone attaccate, poi piccolo spazio, altre quattro-cinque persone attaccate, piccolo spazio, e così via. In questo modo fare irruzione per accalappiare la tipa di turno è assai difficile. Nei film mica funziona così.
Macchissenefrega. Passiamo alla droga. Quella ci deve stare per forza. I tipi che fumano la roba seria staranno sicuro di fuori, tu fai lo splendido e nel giro di pochi minuti ti inviteranno a viaggiare con loro. Vai fuori. Ok c’è gente. Ma sono tutte sigarette. No aspetta. Di là un odore più piacevole. Ti avvicini. Il gruppo ti guarda. Sorridi, gesticoli, biascichi qualche parola. Il gruppo ti sorride ma ti ignora.
Macchissenefrega. Passiamo all’alcol seriamente. Quello c’è ed è a disposizione. Sicuro.  Adesso ti vai a prendere altri due, altri tre vodka-qualcosa e l’esistenza umana assumerà un volto più accettabile. Prima di rientrare, però, lo sguardo ti cade su un tipo accovacciato vicino al muretto. Sta per vomitare. Sta vomitando. Eh beh, cose che capitano a queste feste.
È uno straccio.
È devastato.
È il tipo con cui sei venuto e con cui te ne devi andare.
È il tuo guidatore designato.
Porca troia.
Inspiri. Con le lacrime agli occhi osservi i tre quarti di vodka-lemon che ti resterebbero da bere e li butti via. Mentre lo accompagni al bagno con in tasca le sue chiavi della macchina, scuoti la testa e non puoi fare a meno di pensare che la prossima volta è meglio andare a casa di Marco. Almeno là ci puoi andare a piedi.
Vabè macchisenefrega. Godiamoci quel che resta della serata.
In quel momento parte il trenino.

Festa

Ps.La festa privata è un bel modo di passare una serata. Le serie tv anche. I videogame pure. Poi sta pure il mio libro. Blablabla. Intendiamoci: non che mi aspetti granché. I miei 15 secondi di notorietà li ho avuti. Ma mi sono avanzate giusto-giusto un po’ copie della seconda edizione. Mica volete farmi fare figure di merda con l’editore?
As usual, tutto quello che serve QUA.

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One thought on “Sesso, Bugie e Mini-Ritz: anatomia delle Feste Private

  1. Mai frequentata una festa free-drink, non ci invitavano mai. Tranne una volta ad Halloween in cui davano gratis un terribile drink a base di vodka e succo d’arancia a chi era in costume. Totally not worthy.

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