I laureati in Opinionismo: i social network e il dovere di dire sempre la propria opinione

Quando il titolo valeva qualcosa: la meritocrazia di Gianni Sperti.
A che facoltà ci si iscrive per laurearsi in opinionismo?
Difficile dirlo. Sicuramente ad una tosta però perché quello degli opinionisti è un duro lavoro. O almeno lo era.
In tempi ormai lontani, infatti, per poter essere un opinionista dovevi – per l’appunto –  aver lavorato o comunque aver fatto qualcosa di importante, di riconosciuto, o almeno di decente. Del tipo: giochi a calcio per vent’anni? Bene, dopo puoi diventare opinionista: vedi Salvatore Bagni o Mauro Sandreani (a proposito dov’è finito?). Oppure: cambi il modo di intendere l’insulto e la rissa televisiva? Bene, diventi uno Sgarbi e sei autorizzato a dire la tua sempre e comunque. Oppure: ti vesti strano e parli strano? Benissimo, puoi fare il Mughini e impersonare l’hipster juventino post-sessantotto. Oppure il mio caso preferito e, per quel che mi riguarda, il più meritato: ti sei scopato la Barale quando era un’icona sexy-trasgressiva di primissima categoria? Eccellente. Gianni Sperti, ti sei meritato quella sedia vita natural durante, molto di più di Renzo Piano come senatore a vita.
Oggi invece, inutile negarlo, qualcosa in questo giocattolo si è rotto, o quanto meno, modificato. L’avvento massiccio della società della comunicazione ha prodotto e diffuso quello che potremmo chiamare l’Effetto Tonon.

L’effetto Tonon e la polarizzazione dei gusti.
Per effetto Tonon – da Raffaello Tonon il primo personaggio che mi ha fatto esclamare la frase “ma quello che cazzo di diritto ha di dire la sua opinione?” – si intende quella trasformazione avvenuta in un certo periodo del ventunesimo secolo per cui ciascuno di noi è autorizzato a dire la propria opinione senza meriti acquisiti. Insomma, in estrema sintesi: oggi opinionisti non si diventa. Si nasce.
A voler essere precisi ciascuno di noi è sempre stato (e sempre sarà) un opinionista. Quando dici “mi piace di più il cioccolato al latte di quello fondente”, stai dando un’opinione. Quando dici “minchia che palle l’inverno, preferisco l’estate”, idem. Allo stesso tempo, però, è innegabile che il boom dei social network abbia esacerbato questa predisposizione naturale.
Su Facebook e, più in generale, su internet abbiamo e sentiamo il dovere di dire quello che pensiamo anche se non sappiamo pensare. O per essere più gentili: anche se non sappiamo bene cosa pensare su quell’argomento. E soprattutto, cosa più grave, avvertiamo il bisogno di radicalizzare la nostra opinione. Fateci caso: nel mondo della rete i gusti si polarizzano. Una canzone o è un capolavoro o è una cagata pazzesca. Un personaggio o è un genio assoluto oppure un incredibile coglione . Una serata o è bellissima o fa schifo. Un giocatore o è un campione o un cesso.
Dove sono finiti i giudizi intermedi? Dove sono finite le canzoni carine, orecchiabili o insomma poteva fare qualcosa di meglio? Possibile che non ci siano più persone decenti e mediocri e siamo tutti diventati o geniali o imbecilli? Difficile da credere. È come se, a scuola, gli insegnanti usassero solo il 2 e il 10 e ignorassero tutte le votazioni intermedie. E allora cosa succede su internet che ci trasforma? Forse la necessità di farsi sentire tra milioni di utenti ci porta a essere così radicali? Forse. Boh.
In ogni caso, estremisti nei gusti e nelle parole, oggigiorno siamo pronti a penetrare in ogni campo dello scibile umano per dire la nostra opinione, per esprimere il nostro punto di vista, per dare la nostra soluzione al problema.

La Grande Incertezza: capire la bellezza e capire la schifezza.
L’esempio principe di questo mese è ovviamente il cinema e in particolare   #LaGrandeBellezza. Dopo l’Oscar e dopo la prima visione su Canale 5, tutta Italia ha avvertito l’insopprimibile bisogno di emettere la sua insindacabile sentenza. Anche quelli che non l’hanno visto. Del tipo: il trailer non mi attira – tanto Sorrentino fa sempre lo stesso film – lo vedono tutti, a me non frega un cazzo. Ma i migliori sono senza dubbio quelli che l’hanno capito. Ovvero tutti. Perché quelli a cui è piaciuto hanno capito lo struggente e rapsodico ritratto di un’Italia che implora l’eutanasia mentre quelli a cui non è piaciuto hanno capito il borioso e supponente tentativo di marciare sull’ormai stantio tema del declino e della decadenza. Insomma: quello ha capito che è un capolavoro, quello ha capito che è una cagata. Ma l’hanno capito e ci tengono a dirtelo.

La musica via Youtube e quelli che hanno fatto conservatorio.
Alzi la mano chi ha fatto e completato il conservatorio. Alzi la mano chi ha suonato in una rock band. Alzi la mano chi ha frequentato tutte le Lezioni di Rock di Assante&Castaldo. Beh ce ne sono di mani. Tante ma non tutte. Eppure, ammettiamolo, siamo tutti critici musicali. Siamo perfettamente in grado di diagnosticare il declino creativo di Vasco (anche se poi discutiamo all’infinito sulla sua data d’inizio). Ascoltiamo, se va bene, il 3% della musica mondiale ma sappiamo dire con buona certezza qual è stato l’album migliore del 2013 (per me? Modern Vampires of the City dei Vampire Weekend). Ad ogni loro ultima uscita scriviamo con un pizzico di amarezza che i Coldplay si sono venduti (ah quel Parachutes quante speranze infrante!) oppure con  entusiasmo affermiamo che non ne sbagliano una (Al momento sono i migliori del mondo!) . Conosciamo alla perfezione i meccanismi di Sanremo: se lo seguiamo siamo consapevoli della sua natura nazionalpopolare e per tale motivo ne siamo sociologicamente affascinati, se non lo seguiamo sappiamo tutto lo stesso ma ne siamo artisticamente disgustati.  Le band sopravvalutate dal Sistema – variamente i Nirvana, i Pearl Jam, gli Oasis, i Doors, i Guns – non ci sfuggono mica: gli altri si sono lasciati infinocchiare da quel riff banalotto e un po’ sporco, ma noi, noi che ci capiamo di musica, noi no.
Inutile nascondersi è capitato un po’ a tutti. Però, diciamolo forte e chiaro: meno male che ci sono loro, quelli che hanno alzato la mano per primi, quelli che, insomma, hanno fatto il conservatorio. Loro ci consolano perché sanno – dio come lo sanno – di capirne più di tutti di musica ma sono troppo pochi e troppo anacronistici per avere un reale potere. E allora di fronte alla loro frustrazione noi sembriamo un po’ più tolleranti e di aperte vedute. Postano un video di youtube che comprende un intero concerto di Rachmaninov  dell’agile durata di 3 ore e 45 minuti e scrivono “brividi, questa è la vera espressione della musica”. Oppure tentano commoventemente di collegare fatti e avvenimenti della vita quotidiana con qualche sonata di Bach o di Mozart, del tipo “oggi coda inutile all’ufficio postale per sfogarsi non c’è niente di meglio che la  Sinfonia No. 40 in G minor, K. 550!”  Da buoni conservatoristi se la cantano e se la suonano da soli: un collega gli regala un mi piace, un altro gli dona un commento aggiungendoci magari una nota tecnica, un terzo gli ricorda l’avvincente e tragicomico loro  tentativo di suonare quel pezzo. Noi possiamo solo assistere in silenzio alle loro esibizioni internettiane e osservare incuriositi la loro rabbia nella scoperta che, nel 2014, non ci sono poi così tante occasioni di lavoro per un suonatore d’arpa.  Inoltre se siete annoiati e scocciati vi basterà scrivere sotto uno dei loro post un commento come “carino questo pezzo, ricorda un po’ lo stile di Allevi”. E avrete svoltato la vostra giornata.

Gli uomini soli al comando: la democrazia semplicemente non funziona.
Che poi una cosa io mi chiedo sempre? Come è possibile che ‘sta cazzo di crisi continua a imperversare se tutti i miei 599 amici su Facebook hanno capito qual è il problema? D’accordo, hanno 599 soluzioni diverse, però sono tutti convincenti.
Via dall’Euro perché la sovranità monetaria ci permette di essere liberi e padroni in casa nostra
. Giusto, cazzo.
No, restiamo in Europa con regole diverse perché senza Euro siamo troppo deboli sul mercato globale. Ancora più giusto, cazzo.
Tsipras è l’unica speranza per una sinistra vera in grado di cambiare le cose. Dai, cavolo, mi ispira ‘sta avventura.
Momento, quest’idea radicale di sinistra è ormai morta. Solo un sano riformismo democratico si può adeguare ai tempi presenti. Eh, mica ha torto però.
Votiamo Ciwati perché la #politica è #ancora #una #cosa #bella. Perché no? Il tipo sembra simpatico.
Non è più tempo di aspettare. Bisogna cambiare verso. Adesso. Vai Matteo.  Ha ragione. C’è bisogno di qualcosa di più.
Oh sveglia!1! Sono tutti uguali! Quante volte vi volete far fregare? Il sistema dei partiti ha dimostrato in cinquant’anni di aver fallito. È ora di prendere in mano la situazione. Il MoVimento sei tu. Eh, alla fine magari uno ce prova.

Fermi tutti: la perfezione è noiosa.
Basta scherzare. Arriviamo al dunque. Proviamo a chiudere gli occhi e a immaginare.
A immaginare una bacheca di Facebook in cui la gente non usa l’espressione “Io sono sincero e non ho paura di dire che”, il classico inizio  a cui segue poi qualche boiata megalattica. A immaginare un mondo in cui la gente può usare la parola “genio” solo una volta ogni dieci anni. A immaginare un mondo in cui la gente parla solo se ha qualcosa da dire.
Ve lo riuscite ad immaginare un posto così?
Che rottura di coglioni deve essere eh!
Gli ingegneri meccanici che parlano di motori e noi muti. I fisici che parlano delle scie chimiche e noi muti. I musicisti che parlano del notevole giro di basso e noi muti. I medici che parlano delle malattie e io non potrei nemmeno googlare i miei sintomi. No, col cazzo.
Perché, diciamolo, che tutti possano dire la propria opinione è bello. Ecco, magari, che tutti possano dire la propria opinione proprio su tutto, è un po’ meno bello (se non altro perché lo fa anche chi non ha competenze su quell’argomento). Però è divertentissimo. Ed è anche inevitabile. Infatti, anche quelli – e ce ne sono – che non vogliono dare la loro opinione su “La Grande Bellezza”, su Renzi, sul Sushi, sui Nirvana, su Sanremo,etc, etc, finiscono per parlare di quelli che l’opinione, invece, l’hanno data. E così diventano opinionisti degli opinionisti, meta-opinionisti, e sono divertentissimi perché si credono superiori e invece sono perfettamente uguali se non peggio. E poi ci sono quelli che danno opinioni su quelli che danno le opininioni su quelli che danno le opinioni. Quella è senza dubbio la categoria peggiore. Non a caso la mia.

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RAFFAELLO TONON2                     Post Scriptum.
Se comunque non ne potete più di tutti quelli che dicono “io penso che”, “secondo me”, “ritengo giusto che”, c’è un libro che in 100 pagine non contiene nemmeno  una  opinione e neanche un consiglio. Sì, cazzo che coincidenza, è proprio il mio: QUESTO QUI.

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4 thoughts on “I laureati in Opinionismo: i social network e il dovere di dire sempre la propria opinione

  1. complimenti per aver citato giusto il numero d’opera della sinfonia 40 di Mozart!
    uno studente di conservatorio

    p.s.: si ho letto e resto dell’ articolo e si, se mi citi Allevi come musicista classico annullo la prenotazione del tuo libro 😛

  2. Per un meraviglioso esempio facebookiano di “quelli che danno opinioni su quelli che danno le opininioni su quelli che danno le opinioni”, c’è una pagina che verrà certamente studiata dagli storiografi del 4000 A.D. (ovviamente insieme a questo blog): “Raccolta statistica di commenti ridondanti”. Consigliato per tutti quelli che hanno bisogno di ridere del mondo anche quando Renato non aggiorna il suo blog! 🙂

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