Nel cielo dei bar: guida incompleta ai bar di Bari scritta da un astemio di caffeina

Non so quello che dico ma lo dico bene: un cliente particolare.
Come sanno tutti quelli che mi conoscono io non bevo caffè. Non perché mi renda nervoso: a quello ci pensa mia madre quando mi sposta le cose e io non le trovo più. E nemmeno perché non mi faccia dormire: a quello ci pensa il mio cervello il quale, ogni volta che m’infilo sotto le lenzuola, inizia ad assillarmi oh renà, un altro giorno è andato, che pensi di fare della tua vita?
No. Io non bevo caffè semplicemente perché non mi piace. È amaro.
E che prendi quando vai al bar?
Bella domanda. Ho iniziato con il succo Ace ma aveva due problemi: costava parecchio e, cazzo, mi metteva sete. Poi ho scoperto il cappuccino decaffeinato ma anche quello aveva due problemi: costava parecchio e, cazzo, mi riempiva lo stomaco all’inverosimile. Adesso mi sono convertito alla dittatura della maggioranza: prendo quello che prendono gli altri (espressino, caffè macchiato…) e ci immergo dalle 3 alle 5 bustine di zucchero.
Ma perché vai nei bar allora?
Semplice perché al bar ci si deve andare. Se ci si vede nel pomeriggio dove altro puoi andare? Se esci con una tipa dove la vuoi portare? In pizzeria? E metti che poi lei è una di quelle che lascia i bordi della pizza? No.
Al bar ci si deve andare. E io ci sono andato e ci vado. Questa è una guida incompleta ai bar di Bari scritta da un astemio di caffeina.

Tazzine color nostalgia: i bar social della tarda adolescenza.
Cominciamo dal passato. Dai bar che (non) frequentavo quando l’età che ho adesso mi sembrava ‘na cosa da vecchi e da persone serie.

  • Il Savoia: come tutti i baresi nati alla fine degli anni ’80, il primo nome che mi viene in mente è proprio il Savoia. Il bar della bella gente, dei motorini tutti in fila all’entrata, dei tipi con le new balance (all’epoca del boom delle scarpe con la N), di quelli che se la facevano in centro che più centro non si può. Io l’ho frequentato pochissimo, il più delle volte da fuori. Non posso negare che una parte di me abbia assistito con un certo compiacimento al suo progressivo passaggio fuori moda. Adesso mi sembra (credo) sia un posto da adulti, un po’ di avvocati, un po’ di professionisti (qualsiasi cosa significhi ‘sta parola), che ancora però si emozionano quando vedono entrare Gianni Ciardo.
  • Lo Stradivari: come tutti gli skakkisti dei primi anni Zero, il primo vero bar in cui abbia messo piede è lo Stradivari. O meglio lo “Stradi”. La meta di tutti quelli che facevano X a scuola e di molti di quelli che facevano sciopero. Lo Stradi era il punto di incontro mattutino prima di entrare  (in ritardo) a scuola. Ma anche il bar dove andarsi a fare un caffè durante scuola perché, allo Skakki dei bei tempi, ogni ora era buona per uscire e per rientrare e in quell’ora fuori si andava a fare spesa da I Fanizzi (non io eh), a prendersi il caffè o a razziare il buon vecchio Palesano (la cui trasformazione in panetteria borghese prima e la sua chiusura dopo, mi ha devastato emozionalmente). Ma oltre a caffè e cornetti, allo Stradi, (fuori eh) il pomeriggio e verso sera, si poteva acquistare anche altro. ‘Na roba che non teneva svegli come il caffè ma che ti faceva passare il mal di testa. Ma vabbè.
  • Il Voltaire: come tutti i baresi automuniti dei secondi anni Zero, il mio incubo personale per gli incontri pomeridiani e per quelli notturni post-serata è stato il Voltaire. Ho provato per quel posto un odio sconfinato paragonabile solo a quello che mi suscita oggi Joeffrey in Game of Thrones. La cosa che mi provocava violente emorragie di bile dai bulbi oculari era la sua politica razzista nei confronti di noi poveri astemi di caffeina. Sto parlando della vile e inumana imposizione per cui CHI NON CONSUMA PAGA UN COPERTO MAGGIORATO. Un colpo al cuore, leggere quelle parole. Dannati camerieri che venivano e ci contavano e ci chiedevano cosa prendessimo. Dannati prezzi da gioielleria ginevrina. Dannata veranda farlocca, quanta cazzo di umidità che mi hai fatto prendere per anni.
  • Caffè Italiano, Mozart, Miss Italia: bar che per me sono solo nomi, del tipo gli altri stanno al caffè italiano, loro si vedono al Mozart, quelli poi vanno al Miss Italia. Ma siccome “gli altri” , “loro” e “quelli” mi stavano sul cazzo, non ci sono mai andato.

Tazzine da 110 e lode: i bar universitari.
Ovvero i bar di quando la tuà età inizia con un “2”.

  • Il Tolesco: chi ha frequentato la zona universitaria sita tra Ateneo, Giurisprudenza e Lingue, almeno una volta nella vita è entrato al Tolesco (o quello di fronte a Lingue o quello di via Nicolai). Io ci ho trascorso diversi buchi tra le lezioni e diversi aperitivi post lauream. Sedici pagine di menu, trecentododici varietà di dolci di cui trecentonove sempre non disponibili. Fossi riuscito in cinque anni a prendere ‘sta cazzo di mezzatonda al cioccolato bianco. Agli apertivi post lauream, invece, non avevo di questi problemi. Mi sedevo e arraffavo tutto quello che entrava nel mio raggio d’azione. Ossia qualche panzerottino e poi mozzarelline, mozzarelline, mozzarelline. E poi lei: sua maestà la salsa tonnata. Forse il proprietario, prima della sua avventura televisiva in Mammoni, aveva acquistato tredici tonnellate di salsa tonnata o forse aveva perso una scommessa, non lo so. Ma, cristo santo, c’era salsa tonnata ovunque: nei sandwich, nelle ciotole, nei tramezzini. Non senza un pizzico d’orgoglio, scrivendo queste righe, mi rendo conto che in quel bar non ci ho mai lasciato un euro: o perché erano feste (e pagava il laureato) o perché ci sono sempre andato con persone che lascia faccio io e se lo dici a me, io ti lascio fare per davvero.
  • Caffè at la Feltrinelli: studi per laurearti, stai per laurearti, ti sei laureato. Insomma: hai fatto vecchio.  E se sei di buona cultura e di una buona età devi darti un tono. E se ti devi dare un tono, vai al bar della Feltrinelli. Entri nella megalibreria, giri sulla destra e ti infili nel suo bar vista via Principe Amedeo. Al tavolo accanto al tuo c’è il tipo solitario che sta scrivendo sulla sua Moleskine, nel 2014. È concentrato, occhialuto, vestito casual ma con una certa attenzione per i dettagli. Cosa cazzo starà scrivendo? Appunti per il suo romanzo che cambierà le sorti del panorama letterario mondiale? O peggio, sta trascrivendo i suoi pensieri rapsodici per fissarli su carta? Boh. Ti volti e becchi la coppia hipster-indie con le borse piene di pins di gruppi musicali che non superano rigorosamente le 1000 visualizzazioni su youtube. Lui ha po’ di barba e, alle mani, ha quei guanti senza dita che manco Padre Pio indosserebbe più. Lei  ha un paio di orecchini grandissimi, diversi anelli e indossa un maglione ottenuto da diversi sacchi di juta. A volte vorresti avvicinarti e urlare: cazzo fate qualcosa nella vostra vita! Ma poi desisti. Cerchi di capire che ordinare perché la cameriera carinissima si sta appropinquando. Ti ricordi che i mini-muffin costano quanto tre etti di mortadella. E allora opti per un dignitoso cornetto. Di fronte a te una signora, mentre sorseggia il suo caffè, sta leggendo un libro Paulo Coelho. E tu senti che hai bisogno di aiuto

Tazzine da weekend: i bar del sabato.
Il meglio alla fine. Sì perché i sabati d’inverno, dopo che hai fatto qualcosa o niente, spesso e volentieri esce la proposta andiamo in qualche bar? Io, quando m’intrometto nella votazione a scrutinio segreto, propongo sempre un bar. E quindi da quello cominciamo.

  • Le Plaisir: è, come detto, la mia proposta, il mio voto.  Un po’ perché il posto mi piace, un po’ perché mi piacciono le cioccolate calde che fanno là. Inutile dire che il mio voto vale meno di una sessione di calciomercato affidata a Marco Branca. Una volta me l’hanno bocciato perché fa troppo caldo là dentro. Chissà come soffriranno quando finiranno all’inferno allora.
  • Il T50: per diverso tempo siamo finiti in questo posto che, quando l’hanno aperto, sembrava un posto figo. Poi, non so cosa sia successo, ma qualcosa non ha funzionato. Però ancora oggi conserva il pregio di essere enorme e quindi quando si è molti e altrove non c’è possibilità di sedersi, il t50 è una sorta di rifugio sicuro in cui incontrare i peggio disperati del sabato notte. I cornetti sono di compensato però, cazzo, se arrivi entro una certa ora puoi pure ordinare un kebab. Mica è da tutti eh.

Ma non pigliamoci per il culo. Da un po’ di anni a questa parte i bar giusti per la gente giusta si trovano nella zona di viale Einaudi che ha una concentrazione di bar per km² paragonabile a quella del numero di avvocati nel murattiano. E dunque vediamoli un po’.

  • Jamborée Lounge Cafè: già il suo nome mi mette paura e già la sua vista mi mette angoscia. Ci sono entrato una volta sperando almeno di trovare le donne che fanno la lap dance. Sono dovuto uscire dopo pochi minuti per una crisi epilettica provocata dalle luci stroboscopiche.
  • Il Gilda: è un bar praticamente attaccato al Virgin-Le Fragole (si chiama ancora così?), un posto dove noi baresi ci illudiamo di avere le serate Erasmus. Al Gilda ci sono stato diverse volte – era il posto prediletto di un gruppo con cui si è usciti per un po’ – e mi ricordo tre cose: la difficoltà nel sistemare nella veranda il tavolo da quindici, la faccia del cameriere che – dopo aver sudato come una bestia – scopre che su 15 persone ci sono 2 espressini e 1 latte macchiato, il commovente e straziante spettacolo del vecchio alla cassa chiaramente incapace di leggere le comande e di fare i calcoli esatti.
  • Il Fritz: non c’è molto da dire. Se alla Millennium e al Bar degli Amici non c’è posto si prova qua.
  • La Millennium: i cornetti sono buoni ma perché cazzo devo andare a sedermi in una cazzo di palestra il sabato notte ed essere costretto ad abbracciare i funghi caloriferi per non perdere l’ausilio della mano sinistra?
  • Il Bar degli Amici: di sabato sera, la versione caffettara di Uomini & Donne. Ci sono Uomini, quarantenni, con giacche sfiancate, fazzoletto dal taschino (pochette mi pare si chiami), kefiah al collo, capello stile chioma fluente e degli occhiali, cristo santo, degli occhiali che non so quale cazzo di designer milanese strafatto abbia potuto concepirli. E poi ci sono ‘ste Donne, triplo strato di fard in faccia, gonna taglia 42 quando loro hanno la 46, borsette il cui prezzo equivale al PIL della Somalia e grado di sensualità pari a quello di Paola Ferrari della Domenica Sportiva. Loro sono gli irriducibili yuppies del ventunesimo secolo. Gli orfani di Jerry Calà e della vita Smeralda. E insieme ai giovani – un cocktail di fighetto e zampo – formano  una folla da ipermercato. Io ci vengo trascinato a volte. E attendo che si liberi un tavolo davanti alla vetrina dei dolci. Il che era una dolce attesa. Era. Perché, dopo la notizia che pare (sembra!) che una donna sia quasi morta per aver mangiato là uno yogurt male conservato, anche il banco dolci ha perso attrattiva. Quelle paste gonfie di panna e cioccolato che prima mi dicevano comprami, cazzo, mangiami!, adesso sembrano sussurrare coma farmacologico, dissenteria grave, maratona sul cesso.

Epilogo: la capanna e il baretto sul Tamigi.
Ovvero due bar che mi porterei nel cuore se solo ce l’avessi.

  • Catullo: è vicino casa, ha un tetto, ci vado a piedi e con i pantaloni della tuta. Un dio lo protegga.
  • Il Baretto: per anni ho visto questo bar dall’esterno.  Col cazzo che ci entro, pensavo, qua si vede che non è roba per me. I camerieri sembrano usciti da Buckingham Palace e la location è da film. Sicuro mi spennano. Poi, qualche settimana fa, ci sono andato. Non l’ho scelto io, ovviamente. Mi hanno fatto accomodare in una saletta interna dove la Regina Elisabetta stava chiacchierando amabilmente con i reali di Danimarca. Mi sono guardato intorno. Che quiete. Che serenità. Per mimetizzarmi ho ordinato un tè (che di solito prendo solo quando sto male di stomaco o quando vado a donare il sangue) e mi è arrivata una teiera scomponibile in teiera+tazza per capire il cui funzionamento era richiesta una laurea in ingegneria meccanica. Che sciccheria. Lo zucchero era un bastoncino da scioglierci dentro. Che trip. Le luci soffuse sopra di me. Che tranquillità. I quadri sui muri. Che stile. Le foto di donne un po’ ignude ma con classe, stile calendario Pirelli, sempre utili da guardare nel caso il tuo conversatore sia una noia mortale. Che signorilità. I camerieri vestiti da camerieri che mi danno del lei. Che professionalità. Ho pensato sicuro ho preso una botta in testa e non mi ricordo. Adesso sto a Parigi. Anzi no. A Londra, che a Parigi come cazzo devo fare a farmi capire. Adesso esco e sono a Covent Garden o Mayfair. Ho pensato questo ed ero contento. Tanto contento che al momento del conto non ho manco realizzato che stavo stabilendo il mio record personale di spesa in un bar.  Poi sono uscito. Via Roberto da Bari davanti ai miei occhi: fuck!Edward_Hopper-Nighthawks-1942

Ps.
Mancano i bar del centro, lo so. Ma per me i bar sono sempre stati qualcosa in cui andare dopo che si è andati in centro. Ecco perché dei bar del centro non ho alcuna esperienza.
Caffettari e non, lo sapete che è uscita la nuova edizione del libro (grazie a chi ha fatto esaurire la prima)? Costa quanto qualche caffè e qualche cornetto però, come un diamante, dura per sempre. All info HERE.

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16 thoughts on “Nel cielo dei bar: guida incompleta ai bar di Bari scritta da un astemio di caffeina

  1. Renato mi fai morire… i commenti negativi semplicemente appartengono ai proprietari dei bar che hai citato… puaaaahahahhaahh… il prossimo post potrebbe essere questo: guida all’uso degli smile di wapp… pensaci, se vuoi lo scriviamo a 4 mani…

  2. Secondo me a sto giro hai cacato, non mi sono mai dispiaciuti i post del tuo blog ma dovevi dire a te stesso di smetterla di scrivere questo post da quando hai ammesso di non bere caffè.

  3. Indubbiamente é divertente leggere i pareri di qualcuno che ci mette la faccia e scrive pareri sui bar della città. Il problema é che Bari é piena di bar e tu non ne hai citati moltissimi. Hai mai gustato una granita al miramare in quelle classiche giornate primaverili di primo caldo? Hai mai pranzato o comprato pasticcini o regali ad amici e parenti per pasqua e natale al Sica in via putignani? Hai mai fatto una chiacchiera notturna con amici all’open bar in via Papa giovanni XXIII? Ti consiglio di informarti decisamente meglio prima di pubblicizzare velatamente i locali che secondo te sono più in voga. Un saluto

    • Suvvia, è esplicitamente “una guida incompleta” scritta da uno che i bar non li frequenta o li frequenta poco. Non è Tripadvisor. E’ un post non serio. Non c’è pubblicità velata ma se qualcuno fosse interessato mi vendo per pochissimo

      • Questo é solo un bimbominchia che si crede una penna d’oro e si sente in grado di giudicare il lavoro della gente in base a ciò che va di moda.. Uno che va in un bar frequentato da cozzali arricchiti a farsi cacciare perché va di moda e che se non trova posto va al Fritz. Chissà se abbia mai preso un aperitivo al fritz prima di dire che ci va solo chi non trova posto in palestra

        • Gianni fatti na camomilla. Non so forse o hai 60 anni oppure sei un proprietario di un bar nel quale forse si vedono solo cani.
          Ridi che chissò campi di più.
          Con Affetto.

  4. Mi sento vecchia…. e sento di aver lasciato Bari per altri nuovi e lontanissimi lidi troppo tempo fa… di questi bar ne conosco solo la meta! Nei “miei” bar ci sarebbero anche:
    1/ Il bar telebari (ogni buon socratiano degli anni ”90 che si rispetti sa di cosa sto parlando)
    2/ Il bar Nuviani
    3/ Il Tarantini

    Grazie per questo brandello di ricordi! Roberta (attualmente a Siem Reap, Cambogia)

    • Telebari esiste ancora: io lo conosco “solo” come gelateria e va alla grande. Il socrate di fronte invece non ha resistito.
      Il Nuviani per me è “il parcheggio davanti”, luogo in cui a volte ci si incontra prima di partire fuori Bari.
      Tarantini, ci sono andato una volta per compilare una schedina: persa.
      Un saluto a te, sperando arrivi fino là

  5. Effettivamente, nonostante le accurate descrizioni hai mancato diversi bar che invece regalano un’atmosfera intimistica niente male. Fai male a non andare nei bar in centro. Ci sono posti dove chiudi la porta ed è come Narnia, stai dall’altra parte dell’armadio. Il che a Bari, non è poco.

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