Le Parole e le Cose: le magliette che parlano e gli esseri umani che non capiscono

Non sono solo parole.
La settimana scorsa mi lamentavo delle bugie degli umani e magnificavo la lingua delle cose. Alcuni illuminati esponenti della categoria dei commessi mi hanno però aperto gli occhi: poche mele marce non rendono cattivo il raccolto.
Ovviamente è vero. Ci sono tante persone che intelligentemente ti sanno consigliare perché hanno capito che il cliente contento non è solo un cliente contento. È anche un cliente che ritorna. Non smetterò mai di ringraziare la tipa dell’ottico sotto casa che, al tempo del mio secondo cambio di occhiali, mi fece provare un modello molto fashion.
Facciamo un cambio radicale, mi disse porgendomeli.
Cristo, togliteli subito, mi disse dopo cinque-secondi-cinque.
È vero che spero di non dovermeli cambiare mai più ma, nel caso dovessi, tornerei là.
Quindi oggi voglio rimediare.
Voglio parlare delle colpe degli acquirenti. Perché se è vero che, dalle etichette in poi, le cose hanno iniziato a parlare, è pur sempre vero che non tutti sanno ascoltare.

La comunicazione interrotta: t-shirt, luoghi ed esseri umani.
Mi riferisco principalmente alle T-shirt, ovviamente. Perché, con grande soddisfazione di Karl Marx, le magliette, da qualche anno, parlano nel vero senso del termine: affermano, provocano, sfottono, divertono. Insomma, parlano.
Ma quando si parla c’è bisogno di coerenza. E se tu, essere umano acquirente, decidi di indossare una maglietta parlante devi essere coerente e devi usare quella cosa chiamata logica. E se non lo fai,  non puoi dare la colpa al commesso. Lui non c’entra niente, può barare tutt’al più sulla taglia , ma nel circuito comunicativo che si instaura all’interno del negozio tra te e la tua maglietta parlante lui non ci mette becco.
Siete soli.
Tu e la t-shirt.
Poi quando eventualmente la compri ed esci dal negozio siete in tre: tu, la tua t-shirt e il mondo che vi ascolta e vi giudica.
Il che vuol dire fare i conti con se stessi e con la geografia. Cioè prima di infilare la testa in una maglietta parlante devi leggere quello che c’è scritto e domandarti: «ma sono veramente sicuro che quello che dice vada bene per me?». E poi guardarti intorno e domandarti: «ma quello che dice va bene per il luogo in cui sono?»

L’abito fa il monaco: i conti con la coerenza di sè.
Per esempio.
Se sei una diciassettenne rimasta incinta di una testa di cazzo che nella vita dice di fare “il dj-di-musica-elettronica-non-di-quella-cagata-commerciale” o “l’artista”  e ti rechi al consultorio per sapere come esercitare il tuo sacrosanto diritto all’aborto, allora sì, puoi sfoggiare la tua t-shirt con la scritta 635064552057007885_w_mia_madre_non_lo_deve_sapere_587_res C’è coerenza. La comunicazione è efficace e veritiera.
Ma se non ti è successo quella o un’altra tragedia simile, corri il rischio di scadere nell’iperbole imbarazzante (cosa mai tua madre non dovrebbe sapere? Che hai saltato scuola? Che hai fumato una sigaretta?) oppure, nel peggiore dei casi, siccome il mondo è pieno di maschi, corri il rischio di attirarti addosso catalogazioni sessuali non lusinghiere (ah se la madre sapesse cosa fa quella troia!).

Oppure. Se non sei Nicole Minetti ma sei una tipa o un tipo le cui foto a mare possono essere postate su Facebook solo dopo massicci interventi di Photoshop, allora la maglietta

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è preferibile che tu la usi come pigiama e non per uscire. Certo, ti puoi giocare la carta dell’autoironia ma è un gioco difficile quello. E spesso atroce.

The medium is the message: l’uomo come mezzo.
Il problema è che con queste magliette parlanti il medium non è più il messaggio. O meglio. Il medium è il messaggio nella misura in cui il medium è l’essere umano che indossa la t-shirt. Prendiamo un messaggio – un po’ scherzoso – ma incontestabilmente vero: «LA VITA E’ BELLA MA E’ PIU’ BELLA LA BELLA VITA».
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Lo si può trovare divertente o meno però non lo si può contestare: la bella vita è logicamente più bella della vita e basta. Lo dice l’aggettivo. Messaggio veritiero, dunque. Ma il medium?
Poniamo che questa maglietta la sfoggi Pippo Inzaghi o Flavio Briatore. Ok, nulla da eccepire.
Poniamo che la sfoggi uno dei vips di Bari, uno di quelli che c’ha le Hogan e l’Audi e tu ti domandi sempre se c’ha l’albero dei soldi in camera oppure se a Giurisprudenza o ad Economia gli studenti ricevano degli stipendi da favola invece di pagare delle tasse da indecenza pubblica.
Anche qua, seppure in misura minore, nulla da eccepire.
Ma poniamo che questa maglietta ce l’abbia un mio amico (la cui protesta via messaggio privato, dopo la lettura di questo articolo, è quotata 1.01 alla Snai di via Monfalcone) il quale quando va a fare la spesa riesce a pronunciare con convinzione la frase “un etto di mortadella abbondante” e che, a uno dei primi Botellon in spiaggia, si presentò con una bottiglia da 50 centilitri di acqua San Benedetto riempita di vino dall’enoteca di sotto casa sua (e, lo dico tra parentesi, l’immagine di lui che entra con la bottiglietta vuota e chiede al tipo di riempirla è una delle cose che, insieme a Woodstock e alla caduta del Muro, rimpiango di non aver visto dal vivo). Ecco poniamo per ipotesi che ce l’abbia questo amico e che ogni tanto la sfoggi. Il messaggio va a puttane perché il medium fa venire meno il codice, cioè la corrispondenza tra i segni e il significato.
E si va in crisi. Cosa sarà mo’ la bella vita? Non era stare sugli yacht, andare alle serate con la vodka Belvedere, fare il bagno con tre fotomodelle asiatiche? O forse è pasteggiare con 100 grammi di mortadella e spaccarsi ammerda con 50cl di vino della casa da bere a piccoli sorsi?

La geografia umanistica: c’è luogo e luogo.
Poi  c’è un altro problema. Le parole non si dicono in uno spazio neutro. Si dicono in luoghi determinati. Che cambiano i messaggi. Così, se ti rechi ad un orfanotrofio con questa t-shirt ts
il tuo messaggio diventa oltremodo cattivo e di pessimo gusto.
Oppure se ti rechi ad un funerale con giacca nera e sotto questa,635065458185065445_m_la_festa

beh non riceverai molti complimenti.
Sono tutte esagerazioni, lo so.
Tuttavia una sera degli amici mi hanno portato al DeMoDé che, in qualità di club low cost alle porte di Bari, è pressoché l’unica discoteca in cui  esistono possibilità che io accetti di recarmi. Ogni volta che ci vado mi piace avventurarmi nella saletta Hip-Hop per mettere alla prova la mia capacità di sopportazione estetica e uditiva. Là, in quella bolgia sincopata piena di maschioni giganteschi e di ragazze che si muovono secondo lo stile delle crisi epilettiche, resisto di solito pochissimo. Semplicemente perché, oltre ai 57 °C registrati, c’è sempre un tipo che in console urla in una maniera talmente forte e dolorosa che sono arrivato alla conclusione che abbia una specie di contratto segreto con “Maico Sordità” per cui poi si prende una percentuale degli apparecchi che fa vendere. Esco quindi dopo pochi minuiti e all’uscita incrocio un ragazzo con un’altra t-shirt parlante: “È QUESTA LA VITA CHE SOGNAVO DA BAMBINO”.

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Non ci volevo credere.
Ammetto che, per un po’, ho cercato di vedere se alla fine ci fosse un punto interrogativo. Se così fosse stato, quella maglietta sarebbe diventata un’ironica e dolente protesta nei confronti della vita contemporanea: è questa la vita che sognavo da bambino? Guardandosi attorno e ascoltando il sonoro, quella sarebbe stata una domanda sarcastica con una risposta ovvia.
Invece niente. Nessun punto interrogativo. Non una sarcastica domanda quindi, ma una convinta affermazione. Ho provato sentimenti contrastanti per lui. Odio, disgusto e poi ammirazione e, l’ammetto, dopo un po’, anche invidia. Invidia perché lui, almeno lui, ce l’ha fatta a realizzare il suo sogno. E, per farlo, ha dovuto pagare solo 5 euro senz’obbligo di consumazione, roba che manco all’Eurospin.
Però, che cazzo. Abbi un po’ di rispetto per chi, la vita che sognava da bambino, non ce l’ha fatta a realizzarla al Demodè. Mettitela in casa ‘sta t-shirt, o nel giorno del tuo compleanno che ne so. Ma non all’aperto, al pubblico, in un luogo così.

La rabbia e l’orgoglio: parlare con una t-shirt.
E poi un giorno l’ho fatto. Per noia, per curiosità, per amore della conoscenza. Ho parlato con una maglietta parlante. Alla Posta c’era una ragazza. Ora, se ci smarchiamo dal relativismo per cui “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”, la ragazza non era bella. Tutt’altro. Se sei affamato era “un tipo”. Se sei di bocca buona e sazio era “bruttina”. Dunque questa ragazza un tipo/bruttina indossava una t-shirt bianca su cui campeggiava una scritta nera: ”SE SEI RICCO,SONO SINGLE”. Sono rimasto interdetto e, lo ammetto, sociologicamente affascinato. Con ogni probabilità avevo un’espressione perplessa tanto che, complice l’attesa che si prospettava per via della coda, la ragazza mi guarda e fa:
–  Sei ricco?
Penso “magari”. Ma dico, più semplicemente:
–  Non in questa vita, temo.
Lei sorride e coerentemente mi fa:
–  Allora NON sono single.
Rifletto e ripenso, ancora una volta, alla  logica che queste magliette parlanti richiederebbero agli esseri umani che decidono di indossarle. Una logica che può diventare coraggio. Con logica e coraggio avrei potuto quindi controbattere alla tipa dicendole che dovrebbe accendere un cero a San Nicola se qualche maschio, anche a zero reddito, decidesse di penetrarla con costanza settimanale o informarla che la figa è un bene, seppure sempre richiesto, abbastanza diffuso e che quindi dovrebbe ritoccare il tariffario per non rimanere fuori mercato. Invece decido di darmi un tono e le dico:
–  L’amore non si compra.
Lei si fa una risata composta e pensa di mettermi k.o. con una grande verità del capitalismo.
–  Tutto si compra.
Non mi farò ammazzare così facilmente:
No, signorina. Tutto si vende. Ma non è detto che tutto possa essere comprato. C’è differenza.
In realtà ‘sta risposta non era del tutto chiara neppure a me. Però, cazzo, suonava da dio. Lei ovviamente glissa sul senso della mia frase e contrattacca citando dalla bibbia del nichilismo contemporaneo:
  Non mi dire che tu credi ancora all’amore vero e a tutte quelle stupidaggini!
Come fai a rispondere a questa domanda senza sembrare o un idiota o un cinico? Facile. Prendi una base di agnosticismo, ci spalmi una citazione e infine una spruzzata di speranza. Faccio un sorriso malinconico:
Diciamo che mi piace credere che, in mezzo al tempo,  esiste la possibilità di un’isola.
Due frasi di seguito che non capisci spengono ogni discussione. E infatti la ragazza non dice più nulla.
Se fossimo stati su uno schermo in quel momento avrei dovuto inforcare i Ray-Ban come fa Horatio Cane in C.S.I. Miami e andarmene. O mi sarei dovuto accendere una sigaretta come McClane in Die Hard – Trappola di Cristallo e sorridere tra me e me. O mi sarei dovuto sbottonare la giacca e mostrare questa:

NoijpgMa sarà per un’altra vita.

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7 thoughts on “Le Parole e le Cose: le magliette che parlano e gli esseri umani che non capiscono

  1. Dopo questo post riporrò nel cassetto (per non indossarla probabilmente mai più) la mia t-shirt “you have fried so many octopuses – nd’hai fritti purpi”

  2. Questo post non fa altro che confermare un mito leggendario: quando vai alla posta a Bari devi sempre portarti dietro dei popcorn, perché è lì che assisterai ai dialoghi/conversazioni più impagabili della tua vita! Che poi la maggior parte di questi siano portati avanti da vecchietti che si sentono più o meno traditi da Berlusconi, è un dettaglio che ci riporta bruscamente sulla terra, come succede con tutti i miti.

    Bel post, come sempre 🙂

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