«In periodi di saldi è bene non dare nulla per scontato»: ovvero, l’estetica contemporanea e le bugie dei commessi

Quel pomeriggio di un giorno prima dei saldi: i non compratori peripatetici.
Un amico pomeridiano – cioè uno di quelli che vedi solo il pomeriggio quando ha bisogno di compagnia per fare un servizio – mi chiama, di pomeriggio, per accompagnarlo a fare un giro in centro.
Tempo di saldi, penso.
Periodo, cioè, di giri per negozi in cui cammini, vedi, tocchi e non compri. Un po’ come una battuta di caccia senza caccia. Un imprescindibile giro esplorativo da fare insieme perché poi a comprare, come tutte le cose private, ci vai da solo o, dato che siamo italiani, con mamma. Ma, poiché mi piace sia camminare sia guardare, accetto. E allora cammino e guardo. Vedo un maglione rosso con al centro, al posto della faccia di Che Guevara, un viso di una renna  e mi chiedo quante chance di utilizzo possa avere, una volta che è passato il 25 Dicembre. Vedo alcune camicie e alcuni giubbotti e mi accorgo che mi potrebbero essere abbordabili solo con sconti a partire dal 75%, poco probabili anche in tempi di crisi. Vedo dei mocassini e mi domando il loro perché. Vedo tante cose. Ma soprattutto penso.
Penso che tutto sia incominciato con le etichette del prezzo. Da quando cioè le merci presentano un bigliettino con sopra scritto il loro prezzo, le cose hanno iniziato a parlare. Ed è un bene. Ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza.

Ignorance is not bliss: il disagio del consumatore postmoderno.
Se il mio negozio di abbigliamento di riferimento è Decathlon  non lo è solo per una questione di prezzo o perché sono sportivo dentro. È perché le etichette di Decathlon consentono di fare a meno di entrare in contatto con quella (per me) incomprensibile categoria umana che sono i commessi. Che, detta brutalmente, mi mettono ansia. Talmente tanta che ancora oggi preferisco sostenere un esame o un concorso piuttosto che andarmi a comprare un paio di scarpe.
Il motivo è molto semplice a dir la verità. Io, con i commessi, non so come rapportarmi. Innanzi tutto mi colgono sempre alla sprovvista quando, poggiato il piede sulla soglia del negozio, mi assalgono alle spalle e mi chiedono la posso aiutare?. La cosa subdola è che, anni di abitudine, mi spingono a pronunciare sempre la risposta di default no, grazie, sto dando solo un’occhiata anche quando invece sì, avrei bisogno di aiuto. Così mi capita che, entrato da Raphael per lasciare i soldi ad una lista regalo e abbordato dall’usuale commesso hipster-fighetto tipico del negozio, mi scappa la risposta che no, non mi serve niente. Salvo poi ritornare in me e avvicinarmi con ignominia al bancone per dire il cognome del festeggiato. Ma tant’è. Questo è nulla.
Il problema, quello vero, viene dopo. Quando sono costretto ad interfacciarmi veramente con loro. A onor del vero, va ammesso che molta percentuale della colpa è del sottoscritto che non ne capisce assolutamente nulla ma che è troppo timido e orgoglioso per mettersi completamente nelle mani di uno sconosciuto. Allora tento di cavarmela con affermazioni a metà che in realtà sono domande sperando di ottenere  così le informazioni di cui ho bisogno senza scoprirmi troppo. Tocco un indumento a maniche lunghe, lo tasto, alzo gli occhi e dico al commesso che mi sta di fronte:
E questo ovviamente è la-a-a-n…
– E’ cotone.
– Essì. Cotone. Giusto. E quindi serve per, tipo, un tempo, diciamo, freddo
– E’ un capo autunnale, sì.
– Autunnale, esatto. E quindi, diciamo, lo si indossa, diciamo, adesso.
– Siamo a gennaio.
Insomma. Vado nel pallone per nulla. Ma non è solo colpa mia. I commessi parlano difficile. Quest’anno va molto il camouflage, mi dice uno. E io, dilettante dei fashion blog ma professionista dei siti porno,  penso che ‘sto camouflage sarà una pratica sessuale, tipo il bondage, però chissà cosa cazzo c’entra con Zara. Oppure un altro mi confida che  il tartan è il must di quest’inverno senza capire che per me il tartan deve essere una specie di tartare, come quelle che presentano a Masterchef.   
Parlano difficile, dunque.
E mentono.

Modernità liquida e circonvenzione di incapace: la flessibilità e le menzogne dei commessi.
Mentono perché quando stai in giro da solo – e sei come me (più o meno) giovane – battono il ferro sulla novità, sulla moda del momento, sull’aspetto piuttosto che l’utilità, sull’oggi si usa così.
Ma se per caso stai in giro con tua madre – e loro annusano che sarà lei a sborsare i soldi – è tutto un trionfo di le faccio vedere questo che è fatto come si faceva una volta, di magari ti sembra un po’ ingombrante ma (sguardo alla genitrice) è caldissimo, il freddo non lo senti proprio con questo, di – rullo di tamburi – questi sono gli ultimi: oramai non ne fanno più così.
Insomma quando stai da solo ti propongono il maglioncino di cotone con scollatura all’ombelico come se ti servisse per il dopo-bagno estivo e quando sei accompagnato dai genitori ti offrono il maglionazzo di lana delle Isole Aaran, 4,5 kg di peso netto, adatto ad affrontare l’inverno di Vladivostok.
E poi mentono perché io a 26 anni non ho ancora capito se calzo il 42 o il 43 dal momento che, a seconda del commesso, o devo considerare lo spessore della calza o devo mettere in conto la distanza alluce-punta o devo preservare la libertà del collo del piede. L’ultima volta, alla Geox, ho tenuto occupata sulla questione la signorina per un’ora e dieci minuti e, quando mi dava le spalle, tentavo di arrivare alla soluzione facendo combaciare il 42 e il 43 con la scarpa vecchia con cui ero arrivato per vedere qual era quella giusta. Quando la commessa mi ha scoperto, ha scosso la testa con profonda tristezza, e si è messa a spiegarmi i motivi per cui quel metodo di comparazione è stato messo al bando dalla conferenza di Versailles in poi.  Ma era la prima volta che provavo una scarpa a tre cifre e a tre cifre, anche se la tipa era molto carina, non si scherza più.
E poi, qualsiasi cosa tu stia provando, casualmente hai sempre beccato la cosa che sta andando a ruba ultimamente.
Sono un ragazzo fortunato
, pensavo le prime volte che mi dicevano così, non mi hanno regalato un sogno ma ho beccato proprio questo colore, questa fantasia, quella che sta andando a ruba e gli altri sicuro non la trovano e io invece sì.
E allora la compri, ringrazi il commesso per lo sconto e il cielo per la fortuna di essere arrivato prima dell’orda,  e nel momento stesso in cui esci dal negozio con la busta in mano, da quell’esatto momento, inizi a guardarti intorno. E, Cristo Santo, non trovi uno, uno che sia uno, che sfoggia quello stesso colore, quella stessa fantasia. Ad eccezione dei pagliacci del circo Lidia Togni stanziato in via Napoli.
Cosa fai dunque? Torni indietro per cambiarla palesando a tutto il mondo la tua vergognosa sconfitta? No. Soffri in silenzio, incassi la sconfitta e la riponi dietro un’anta di casa tua.
Molte persone hanno gli scheletri nell’armadio.
Io no.
Io nell’armadio ho i cosiddetti capi della vergogna:

  • maglia nera con collo bianco comprata per evidente e passeggero spirito di emulazione nei confronti di Don Matteo,
  • camicia felpata con polsi – e solo polsi – a
    fantasia a quadrettoni, un capo di abbigliamento che sarebbe stato preso per il culo anche da Steve Urkel, il secchione sfigato di Otto sotto un tetto,
  • maglione di lana pesante a pelucchi, total white, altamente irritabile anche per chi ti siede affianco e comunque indossabile solo se alla recita della natività ti fanno fare la parte della pecora,
  • stock di camicie di colori e fantasie appicciate le quali, ora che è morto Nelson Mandela, le posso rivendere solo a Formigoni.

Ecco, dov’erano i commessi mentre perpetravo tali crimini nei confronti del buon gusto? Dove eravate?
Lo so io.
Eravate là, di fronte a me, a dirmi che ti sta bene!, guarda, magari ti sembra strano ora ma è la moda eh!, vedi che ti abitui subito!, metti una cintura e vedrai che sono perfetti!
E poi io c’ero.
C’ero quando un amico, alto un paio di metri, si è provato un maglione che a malapena gli copriva l’ombelico. E tu, tu commesso, tu hai inconsapevolmente rivoluzionato le leggi della fisica quando hai detto ad alta voce che tieni conto che lavandolo si allarga.
No, mi dispiace. Per quanto solidarizzi con tutti i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli sottopagati, io non vi credo più. Voi avete consentito la diffusione perniciosa di Joe Rivetto, voi non avete provato a fermare l’epidemia dei cappelli New-Era al di fuori del Bronx, voi siete stati complici del revival delle tute acetate nascondendovi dietro l’alibi del vintage, voi avete creato il mostro dei jeans con il risvolto alle caviglie. Trent’anni dopo Sampei.
Dovevate essere i baluardi del buon gusto, i difensori della decenza, i consiglieri dell’estetica. E invece no. Ci avete lasciato in mano a Enzo Miccio e Carla Gozzi che pontificano e legiferano (in maniera discutibile peraltro) su quello che trovano nei nostri armadi cioè su quello che abbiamo già comprato, quando insomma è ormai troppo tardi. Voi dovevate prevenire. E invece avete rotto il magico cerchietto della fiducia. E allora io vado da Decathlon e faccio a meno di voi. Mi avvicino agli indumenti e faccio quello che, tra l’altro, faccio ogni giorno per mestiere. Leggo: adatto ad un clima freddo – adatto ad un clima caldo – ideale per escursioni: impermeabile –  ideale per tempo ventoso: non impermeabile − ideale per chi corre due volte alla settimane per quarantacinque minuti su terreni sconnessi.
C’è tutto quello che ho bisogno di sapere.
Certo, quando i jeans che ho si romperanno definitivamente e quando i maglioni che indosso ora si sfileranno irrimediabilmente saranno cazzi. Ma fino ad allora conto di aver messo un po’ di soldi da parte.
Abbastanza per andare a Globo.
E nel caso non ce la facessi, andrò con la dieci euro a Piazza Italia e mi rifarò una vita.

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