Essere Joe Bastianich: saggio sul significato, la portata e i limiti dell’esportazione dell’alta cucina ai poveracci.

L’immaginario enogastronomico e la dura realtà.
Gordon Ramsay. Graham Elliot. Joe Bastianich. Carlo Cracco. Bruno Barbieri. Antonino Canavacciuolo. Questi nomi, non troppo tempo fa, non dicevano nulla. E se qualcuno, un paio di anni fa, mi avesse detto due stelle Michelin io avrei pensato a degli penumatici particolarmente buoni ed efficienti. Adesso invece quei nomi sono delle star e andare in un ristorante stellato è una curiosità che mi vorrei togliere prima o poi, come far volare un aquilone o suonare in una rock band.
Nulla di male. Anzi. I programmi di cucina come Masterchef, Hell’s Kitchen e Cucine da Incubo sono il miglior apporto che il digitale terrestre abbia recato alla vita televisiva italiana. Fanno capire meglio un ambiente interessantissimo, sono stra-divertenti, magari creano pure qualche posto di lavoro e poi ti insegnano un sacco di cose: come funziona una cucina, come si prepara un menu coerente, come si umiliano le persone. Se solo riuscissi anche ad imparare lo sguardo pietrificante che Carlo Cracco assume quando sta per assaggiare un piatto che fa schifo, le mie uscite serali sarebbero di gran lunga migliori.
Del tipo:
Renà, oggi si va alla Spirit!
E io:
chef-carlo-cracco
Ecco, vorrei proprio vedere se non si cambia destinazione poi.
Ma non divaghiamo. Insomma sulla moda dell’alta enogastronomia, nulla di male e tutto bene. Continua a leggere

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Cappuccino & Maschilismo: le belle parole e i veri problemi della vita 

[‘Sta settimana non ce l’ho fatta a scrivere l’articolo. Tra presentazione, lavoro, correzioni+modifiche per la ristampa, non ho trovato il tempo. Perciò ho deciso di usare il blog come generalmente si usano i blog: per raccontare di getto una cosa che capita a te e che magari, giustamente, non frega a nessun’altro].

Se la gente mi chiede consigli la colpa è di Silvio Berlusconi.
Di questo ne sono abbastanza convinto. La nostra generazione, cresciuta con i varietà di canale 5, con le gaggiane seminude all’ora di cena e con le urla dei talk-show, è innamorata della forma e incapace di apprezzare, anzi di riconoscere la sostanza. Ecco perché le persone mi chiedono consigli e opinioni. Perché non sanno guardare i fatti. Se lo sapessero fare, verrebbero da me, mi darebbero una pacca sulla spalla e, con tono affabile, mi direbbero: «Oh se ti serve qualcosa lo sai che io ci sono. Mi raccomando». Continua a leggere

Le Parole e le Cose: le magliette che parlano e gli esseri umani che non capiscono

Non sono solo parole.
La settimana scorsa mi lamentavo delle bugie degli umani e magnificavo la lingua delle cose. Alcuni illuminati esponenti della categoria dei commessi mi hanno però aperto gli occhi: poche mele marce non rendono cattivo il raccolto.
Ovviamente è vero. Ci sono tante persone che intelligentemente ti sanno consigliare perché hanno capito che il cliente contento non è solo un cliente contento. È anche un cliente che ritorna. Non smetterò mai di ringraziare la tipa dell’ottico sotto casa che, al tempo del mio secondo cambio di occhiali, mi fece provare un modello molto fashion.
Facciamo un cambio radicale, mi disse porgendomeli.
Cristo, togliteli subito, mi disse dopo cinque-secondi-cinque.
È vero che spero di non dovermeli cambiare mai più ma, nel caso dovessi, tornerei là.
Quindi oggi voglio rimediare.
Voglio parlare delle colpe degli acquirenti. Perché se è vero che, dalle etichette in poi, le cose hanno iniziato a parlare, è pur sempre vero che non tutti sanno ascoltare. Continua a leggere

«In periodi di saldi è bene non dare nulla per scontato»: ovvero, l’estetica contemporanea e le bugie dei commessi

Quel pomeriggio di un giorno prima dei saldi: i non compratori peripatetici.
Un amico pomeridiano – cioè uno di quelli che vedi solo il pomeriggio quando ha bisogno di compagnia per fare un servizio – mi chiama, di pomeriggio, per accompagnarlo a fare un giro in centro.
Tempo di saldi, penso.
Periodo, cioè, di giri per negozi in cui cammini, vedi, tocchi e non compri. Un po’ come una battuta di caccia senza caccia. Un imprescindibile giro esplorativo da fare insieme perché poi a comprare, come tutte le cose private, ci vai da solo o, dato che siamo italiani, con mamma. Ma, poiché mi piace sia camminare sia guardare, accetto. E allora cammino e guardo. Vedo un maglione rosso con al centro, al posto della faccia di Che Guevara, un viso di una renna  e mi chiedo quante chance di utilizzo possa avere, una volta che è passato il 25 Dicembre. Vedo alcune camicie e alcuni giubbotti e mi accorgo che mi potrebbero essere abbordabili solo con sconti a partire dal 75%, poco probabili anche in tempi di crisi. Vedo dei mocassini e mi domando il loro perché. Vedo tante cose. Ma soprattutto penso.
Penso che tutto sia incominciato con le etichette del prezzo. Da quando cioè le merci presentano un bigliettino con sopra scritto il loro prezzo, le cose hanno iniziato a parlare. Ed è un bene. Ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza. Continua a leggere