Il Natale, lo Struscio e la fila a Louis Vuitton

Una festa, due nemici.
C’è solo una cosa che sopporto meno delle persone che amano il Natale: le persone che odiano il Natale.
I primi, infatti, quelli che lo amano, possono essere a tratti fastidiosi ma sono tutto sommato innocui. Si limitano a rendere la loro voce più acuta e più dolce e ad esclamare ih che carino!! quando vedono passare il classico cagnolino con indosso un giubbottino rosso con paillettes verdi, che poi chissà che cosa direbbe se potesse parlare quella bestia.
I secondi, invece, quelli che lo odiano, hanno la rara capacità di combinare due caratteristiche tra le più antipatiche della natura umana: la noia e la boria. Sono noiosi e boriosi. Perché ripetono ad nauseam sempre le stesse banalissime cose spacciandole come verità scomode che solo loro hanno il coraggio di spiattellare. E lo fanno con il tono e con l’aria a metà strada tra il docente universitario e il rivoluzionario ribelle, coniugando l’aspetto storico-filologico della questione con quello socio-economico.
Sì, sì, buon Natale! Ma lo sapete perché si festeggia? O credete davvero che sia il compleanno di Gesù Cristo? – e  proseguono ammorbandoci con i Saturnali, il Sol Invictus e quant’altro. Che poi, tutti a farci gli auguri, tutti a fare i buoni! E il resto dell’anno?! Una manica di ipocriti! Alla fine è solo una montatura, qualche sorriso qua, qualche abbraccio là, l’importante è spendere e far spendere. L’ennesima festa consumistica e celebrativa del capitalismo occidentale.
Sboroni inutili. Anche noi abbiamo Wikipedia, non abbiamo mica bisogno della vostra lezione sulle origini pagane della festa. Anche noi viviamo nel 21° secolo, non abbiamo mica bisogno che ci spieghiate la sostanza profonda dell’umanità.
E poi, diciamolo chiaramente: che palle. Più pallosi dei parenti che ti vedono una volta all’anno e ne approfittano per raccontarti del figlio della sorella di Maria, ti ricordi quella mia amica? che ha fatto un master e ha trovato lavoro in Germania o in Inghilterra. E allora perché non lo fai pure tu?
Sì, porca troia, ma che master? che lavoro? Non si sa. Magari poi si informano e ti fanno sapere la prossima volta che ci vediamo. Cioè mai. O, al massimo, Natale dell’anno seguente.

Di cibo, regali e altre sciocchezze: le mille luci del Natale.
E poi.
Oh, poi a me Natale piaciucchia, insomma non dispiace.
Prima di tutto si mangia tanto e bene, o comunque meglio del solito. Inoltre, per quanto tu possa essere circondato da miserabili che fanno regali solo a chi ha un sesso cromosomico XX e una taglia non oltre la 44 (o la 46 se di faccia è particolarmente carina), alla fine qualcosa-qualcosa avanzi, se non altro dai parenti.  Dato che poi viviamo in tempi favorevoli all’emigrazione, le festività natalizie sono anche il periodo in cui puoi riabbracciare gli amici che ritornano, una categoria umana che può essere decisamente detestabile (quando l’amico che ritorna compara tutto quello che ritrova qua con la sua nuova megacittà e con la sua nuova megavita che conduce là) o, come piace tanto a ‘sto blog, realmente struggente (quando ogni smozzico di focaccia di Magda che prendete insieme funziona come la madeleine di Proust e permette di ritrovare il tempo perduto). Certo, come ha insuperabilmente dimostrato Zerocalcare, il Natale è anche il momento buio della Tv italiana in cui vengono mandati in loop sempre gli stessi film anni ’80/90 che culminano, tra il 24 e il 25, con sua maestà “Una poltrona per due”. Però anche qui io trovo una nota di positività. Sia perché è giusto che anche i più piccoli abbiano l’occasione di abbeverarsi alla fontana di conoscenza offerta da “Mamma ho perso l’aereo”, “Miracolo nella 34° strada”,  “Canto di Natale” versione Disney, sia perché i più grandi hanno il diritto di ritrovare fiducia nell’amore con “Love Actually” e, io in particolare, di godermi quel capolavoro assoluto che è “Babbo Bastardo” con scene epiche come questa e soprattutto questa.

Il giro di Bari in 80 minuti: il mondo tutto in una volta.
E poi.
Oh, poi a Natale si esce in giro di mattina. Che è una cosa che io non faccio quasi mai il resto dell’anno. Si esce in giro e si incontra il mondo e…un momento.
Un momento.
Ma il mondo non fa schifo?
Sì.
E allora Natale non dovrebbe essere un periodo terribile? Un periodo in cui sei costretto a incontrare e ingoiare in abbondanza tutta quella miseria umana, tutta quella pochezza mentale, tutta quella cattiveria gratuita che nel resto dell’anno assaggi a dosi omeopatiche?
No.
Perché a Natale il mondo è un pochetto migliore. O forse siamo noi a fingere che lo sia accentuando quei meccanismi mentali come la denegazione freudiana o la malafede sartriana che da sempre ci difendono da verità troppo scomode da affrontare direttamente. Se così non fosse, come potremmo sopravvivere allo struscio del 24 mattina?
Per il resto degli italiani e per gli stranieri regolari o clandestini: lo struscio è l’usanza per cui il giorno della vigilia tutta Bari si riversa nelle vie del centro, camminando, mangiando, cantando, comprando i regali last-minute e, soprattutto, dando gli auguri a tutti i conoscenti. È una gara di resistenza e, per quel che mi riguarda, anche di tipo sociale. Vince chi si ferma più volte a salutare più persone. Io non ho mai vinto e, se non ce la faccio quest’anno con il bonus blog-libro, temo che non ce la farò mai più.
In questa partita il cui campo di gioco è l’intera città generalmente ci s’imbatte in varie tipologie umane come:

  • il tipo che hai probabilmente conosciuto quella volta che hai mescolato Lsd e Tavernello perché, non ci sono cazzi, nonostante ti sorrida, ti saluti e ti abbracci, tu non hai la più pallida idea di chi sia e di cosa stia parlando.
  • la coppia con le buste regalo e le corna di renna in testa che tu saluti dando un bacio sulla guancia a lei e l’accoppiata mano+bacio a lui, omettendo però di dirgli che quelle corna di stoffa non le ha comprate dai cinesi ma se l’è guadagnate sul campo.
  • il gruppo-orda umano che consta di ventiquattro persone di cui sei amico di cinque, conoscente di sedici e nemico di tre, che ti porta via un’oretta buona d’intrattenimento multiplo.
  • il solitario che gira spaesato come Will Smith in “Io sono leggenda”, che dice sempre sto aspettando un amico, ma che sembra sempre che stesse aspettando proprio te per non restare da solo, perché ti si appiccica fino all’epifania.

Con questi (e altri) loschi figuri si parla del più e del meno, si subiscono il vigliacco eh tu stai bene e l’infame biat’ a c’ pot’! e s’incassa la domanda illogica (in quanto posta alle 14.45 del 24 Dicembre) ma fai qualcosa a Natale o resti qua?, alla quale vorrei sempre rispondere sì, vado a sciare ad Aspen, c’ho l’aereo che mi aspetta, là, sul tetto del Petruzzelli.
Si parla dunque, e si cammina.
Soprattutto si cammina. Via Sparano, Via Melo, Corso Vittorio Emanuele, Barivecchia. Si butta un’occhiata ai negozi e si fa l’happy hour o peggio ancora l’aperitivo, vero segno della sconfitta identitaria del sud: da una parte, persone che, a poche ore dalla maratona alimentare della vigilia, sentono il bisogno di spendere ‘na decina di euro per olive, taralli e pezzi ortogonali di carote e dall’altra, corso Vittorio Emanuele trasformato in una sorta di Ibiza pedonale, con scimmie che brandiscono cocktail e muovono il capo seguendo rumori sincopati che alcuni si ostinano a classificare come musica.
Immagino che nemmeno il mondo fintamente migliore di Natale possa essere perfetto e, per me, questa scena da girone dantesco è esattamente il granello che inceppa il meccanismo della perfetta felicità natalizia. Ma tant’è. Si sopravvive. Si sgomita e si sopravvive.
E alla fine della fiera ci si diverte.
Cammini, parli, mangi, bevi, parli, vedi persone, saluti persone, vedi persone, non saluti persone. Ecco. Siccome il Governo Letta si perde in chiacchiere e non affronta la questione (che sarebbe risolvibile con un semplice decreto legge), quanto meno affermiamolo a gran voce in previsione dei mille incontri natalizi:
se io ti vedo e non ti saluto, sono un maleducato. Ma se io ti vedo e non ti saluto, E TU MI VEDI E NON MI SALUTI, tu, per dio, non hai il diritto di rinfacciarmelo. Salutami e poi ti puoi lamentare se io non rispondo. Ma se non lo facciamo entrambi, taci.

Just in case: l‘umana importanza delle convenzioni.
Ma scusa alla fine hai descritto una baracconata pure divertente ma sempre ipocrita. Dove sono il resto dell’anno quelle persone che incontri a Natale? Se sono tuoi amici perché non ti chiamano il 12 Novembre? Se ti augurano tanta fortuna per l’anno nuovo perché non ne fanno parte? Abbiamo veramente bisogno di una ricorrenza per ricordarci delle persone?
Sì, ne abbiamo bisogno.
D’altra parte perché esistono le feste? Per avere una scusa per vederci, per sentirci, per – appunto – festeggiare. Santi Patroni, anniversari, mesiversari, compleanni, onomastici. Tutte convenzioni che, di fatto, non reggerebbero alla prova dei fatti: perché festeggiare un tipo morto da centinaia di anni a cui magari manco gliene fregava un cazzo della città? Perché festeggiare il tempo che stiamo insieme, che stai a fa’ una gara di resistenza? Perché festeggiare un altro anno da aggiungere alla tua età che corrisponde ad un altro anno in meno su questa terra? Perché festeggiare il tuo nome solo perché è lo stesso di un santo che forse ti avrebbe condannato come eretico?
Semplice. Perché ci serve un motivo per parlarci o  per stare insieme. Anche falso. Anche stupido. Ma necessario e, credo, persino salvifico. Perché se sentissimo sempre tutti e c’importasse sempre di tutti, tutti i giorni di tutti gli anni,  ci scoppierebbe la testa. I forti sentimenti sono fatti per poche persone, un poco alla volta, per quelle persone che camminano accanto a te. Le ricorrenze ti consentono di guardarti intorno e di salutare tutti gli altri che, pur non standoti affianco, percorrono le tue stesse strade. Non ci vedo nulla di male o di ipocrita. Anzi.

Il giusto compromesso: lo sfogo e la punizione.
E va bene. Io ci ho provato. Però, se proprio vi fa schifo Natale, se proprio non riuscite ad accettarne il gioco, se proprio non ce la fate a reggere i cenoni, i parenti, le domande personali su quando ti laurei, quando ti sposi, quando parti, quando ti tagli la barba, ecco, vi propongo una cosa. Noleggiate una bici alla stazione, in Piazza Moro. Imboccate Via Sparano, procedete lentamente scartando le persone di fronte a McDonald’s e sperate di non essere picchiati a cazzo dagli zagni appena depositati dal 3/.  Superato il pazzo che parla da solo ad alta voce, prendete velocità in quella enclave di West Baltimora che è diventata Piazza Umberto. Proseguite sempre dritto e, arrivati in corrispondenza del negozio di Louis Vuitton, allargate il vostro braccio sinistro e – come nella celebre scena della stazione in Amici Miei –  schiaffeggiate al volo tutte le persone che stanno in fila.
Voi vi sentirete meglio e loro avranno ciò che si meritano.

LV
Ps.
1)Se non volete picchiare quelli che comprano le borse marroni potete sfogarvi con queste canzoni: toh e toh e toh
2)Chiaramente il regalo must di quest’anno – chevvelodicoaffare – è il libro del sottoscritto: reperibile nelle peggiori librerie di Bari (Feltrinelli inclusa) e Provincia (a Bitritto: Libriamoci) e, nel mare del web, here e there
3) Auguri!

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11 thoughts on “Il Natale, lo Struscio e la fila a Louis Vuitton

  1. Bravo!!! Non t conosco dal vivo ma essendo una barese di quasi 30anni mi rispecchiano totalmente alcuni post. È un piacere leggerti, andrò al più presto a comprare il tuo libro

  2. Innanzitutto complimenti per il tuo modo di scrivere ironico e veritiero. Volevo solo sottolineare la bellezza, la semplicità e l’autenticità del paragrafo sulle convenzioni. Finalmente qualcuno che prova a ricordarci che non siamo dei Robot, non tutti i rapporti sono dovuti e automatici, e che le feste sono feste e vanno vissute a cuor leggero. Tanti auguri, comprerò prestissimo il tuo libro!

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