Any given Christmas: la rivincita di Natale

Do I know it’s Christmas time at all?
Qualche giorno fa, il 6 dicembre alle 13.19, il cellulare fa un suono familiare, suono da messaggio di Whatsapp. Prendo in mano l’aggeggio, inserisco il codice sblocca schermo e vado a vedere chi mi cerca e cosa deve dirmi. Il chi non è importante, fatevi i cazzi vostri. Il cosa sì: era una foto. Una foto di un albero di natale. E sotto una domanda: ti piace il nostro albero di Natale?
Inspiro dal naso ed espiro dalla bocca. Mi siedo sulla poltrona e mi alliscio la barba con le dita.
E così anche quest’anno è arrivato, mi dico, non resta che prepararci. Stavolta non mi avranno così facilmente. Stavolta venderò cara la pelle. Stavolta avrò la mia rivincita.

albero di natale003
Carte in tavola.

No. Non mi sto avviando verso la solita, trita, discussione anti-Natale, quella che mette alla gogna l’ipocrisia dei buoni sentimenti e la noia mortale delle tradizioni che erano già vecchie a Betlemme duemilatredici anni fa. A me il Natale non dispiace e, a dirla tutta, trovo molto più sopportabile la combo ipocrisia+tradizioni che i discorsi di quelli che odiano il Natale. Un giorno, forse, ne parleremo più diffusamente.
Ciò che voglio affrontare invece è un demone del tutto personale su cui quasi certamente avrebbe scritto Dostoevskij, se solo fosse vissuto quaggiù e in questa epoca. Mi riferisco, com’è ovvio, alle cartate di Natale.

Le bische a tempo determinato.
Le cartate di Natale abbisognano di una location adatta. E questo è già un problema che mi costringe, ogni Dicembre, ad aumentare le mie dosi di Diazepam. Ma non voglio appropriarmi senza meriti del ruolo della vittima perché le vittime, quelle vere, sono altre. E quindi lo dico senza tanti giri di parole: chi mette a disposizione una casa per le cartate di Natale è un eroe. Un eroe di quelli veri. Di quelli che meriterebbero una statua in piazza Umberto al posto di quel tizio a cavallo. Di quelli che, amesso che esista, dovrebbero avere un posto riservato con corsia preferenziale in Paradiso. Io non so come facciano. Veramente. Ci sono quelli, esseri più mitologici che umani, che hanno la leggendaria casa libera e loro più o meno se la cavano agevolmente. Ma gli altri hanno capacità al di là dell’umano perché gestire la compresenza di adulti e giovani non è mica cosa da poco.  Ci sono quelli che se la cavano chiudendo i genitori in uno sgabuzzino con riserve d’acqua e qualche cuscino e confidano nella civiltà dei loro ospiti. E poi ci sono, fuoriclasse assoluti, quelli che riescono a controllare l’imbarazzante presenza dei genitori in giro per casa, con la mamma che chiede ad ogni invitato se per caso gli va una fetta di lasagna avanzata dal megapranzo di due ore prima e con il papà che attacca  bottone con chiunque e tenta di partecipare ai giochi in corso ottenendo risultati ai limiti del vergognoso. Ma i problemi gestionali non sono solo familiari. Chi mette a disposizione la location si trova a far fronte a migliaia di telefonate concentrate in poche ore durante le quali gli amici chiedono il permesso di far venire altri amici e amici di altri amici e amici di amici di altri amici. Così, una decina di minuti prima dell’orario comunicato, il padrone di casa fa la conta delle sedie e si accorge che se l’affluenza sarà anche solo del 45% rispetto alle previsioni della Questura, almeno 15 persone saranno costrette a sedersi tra braccioli di divani e  cataste di libri adoperate come sgabelli. A quel punto, mentre aspetta l’orda barbarica, il padrone di casa si versa due dita di whisky e riflette sui motivi che non l’hanno spinto a passare le feste a casa dei nonni paterni, in Val d’Aosta.

Scendo in campo.
Tuttavia questa è una parentesi. Antropologica, etnografica, sociologica ma pur sempre una parentesi. Perché il mio demone personale, per una volta, non è organizzativo ma pratico. Non è come si arriva alla cartata. È la cartata stessa. Infatti io non appartengo alla categoria dei padroni di casa ma sono dasein, un uomo gettato nell’essere della cartata. Dopo aver setacciato casa con l’ausilio di un metal detector al fine di ritrovare tutte le monete disponibili, mi reco all’appuntamento e da quel momento la vita mi si presenta come problema reale.

Tragedia in tre atti: la Tombolata.
Le cartate di Natale si dividono solitamente in tre atti: un inizio, una parte centrale e il gran finale. L’inizio è in genere la Tombola, gioco che ho sempre considerato l’equivalente invernale delle bocce: un gioco da vecchi per vecchi da soli o per vecchi con nipotini. Ma, porca miseria, è tradizione e quindi suvvia seguiamola. Prendiamo le cartelle, diamo i soldi, facciamo i premi e iniziamo questa pesca numerica. Riesco a gestire il tutto alquanto agevolmente. Finché, proprio all’inizio, non arriva lui. Quello che dopo il primo numero estratto sente l’insopprimibile bisogno di dire Tombola!
Perché, Signore, perché? Perché lo fa? Dammi una spiegazione, una che sia buona, dimmi che è stato violentato nell’infanzia da un padre ossessionato dal Bingo o che ha avuto un esaurimento nervoso durante la preparazione all’esame di Analisi IV, insomma datemi un miserabile motivo!
Ma nessuno sembra porsi il problema e tutti sorridiamo per cortesia o per spirito natalizio. E invece io vorrei infilargli una beretta calibro nove in bocca, dirgli non vedrai manco l’ambo dannato figlio di puttana, e premere il grilletto.
Tuttavia, a onor del vero, passato questo terribile momento in cui ogni volta rischio un ergastolo, la Tombola non mi causa grandi problemi. È un gioco tranquillo, monotono, privo di pericoli particolari. Tieni l’orecchio puntato ai numeri estratti e regala un sorriso ogni tanto e te la cavi senza troppo difficoltà.

Il compromesso storico: i giochi di mezzo.
Poi, il centro. Forse non moriremo democristiani, chissà. Ma sicuramente, prima o poi, creperemo con la sequela sette&mezzo, piattino, morto, merda, e chi più ne ha più ne metta. Io non mi ricordo mai le regole di nessuno di questi giochi e quindi, ogni anno, ho bisogno dell’anima pia che mi rispiega tutto. Cos’è la matta, cos’è la barella, quanto vale la figura, chi può parlare col morto, eccetera, eccetera.
La parte centrale della cartata può allungarsi all’inverosimile. Ci sono tavoli di sette&mezzo lunghi (e lenti) quanto la Salerno-Reggio Calabria.  Ci sono state partite al Morto durate quanto un conflitto arabo-israeliano con, oltretutto, grosso modo lo stesso numero di vittime. Io durante la Cartata Centrale oscillo tra uno stato di agitazione (quando arriva il mio turno e temo di fare figure di merda perché ho paura di essermi scordato le regole comunicatemi cinque minuti prima) e uno stato catatonico (quando, passato il turno del sottoscritto, ri-inizia il giro del tavolo).  Mi sveglio veramente solo per gridare il mio dissenso indignato di fronte alla solita infame proposta dei due sopravvissuti della partita al Morto di smezzarsi il piatto. Come? Meglio due feriti che un morto? No, in culo a Buffon e a questa logica da vigliacchi. E poi, che cazzo, se c’è una cosa che ci ha insegnato quel capolavoro di Highlander è che ne può restare soltanto uno. E quindi col cazzo che dopo sei ore di gioco voi due figli di puttana vi dividete il tutto da buoni amici. Adesso giocate e vediamo chi mozza la testa all’altro.
Ma in realtà è tutta scena. Non mi innervosisco veramente. Perché io conservo tutte le mie energie per quello che è veramente il mio demone natalizio. Sua Maestà Il Mercante In Fiera.

Il disagio della civiltà: il Mercante in Fiera.
Il Mercante in Fiera è la versione sadica dell’asta del fantacalcio. Al posto di competere a suon di fantastilioni per un Vidal o un Giuseppe Rossi, nel Mercante in Fiera gareggiamo a suon di euro sonanti per ottenere una Pagoda o dei Funghi e Carote. E poi nel fantacalcio devi almeno fingere di metterci un po’ di perizia e conoscenza calcistica. Nel Mercante sei completamente nelle mani del cieco Caso.
Si comincia, com’è noto, con una carta. Prezzo variabile a seconda del censo dei partecipanti. Un euro, due euro. Poi, solita questione per decidere se chi fa il Cartaro può partecipare all’asta, un problema su cui prima o poi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrà pur pronunciarsi. E poi, finalmente, si comincia a giocare sul serio.
Lo ammetto. Io ho un problema col gioco al rialzo. Però, dico sempre, io almeno gioco e non sono come la classica tipa che, dopo aver dato l’euro per la carta iniziale, si disinteressa completamente e si mette a messaggiare, che poi chissà con chi cazzo messaggia alle 2 di notte.
Come tutti i giochi d’azzardo anche il Mercante in Fiera può diventare pericoloso. Una volta ho partecipato ad un tavolo in cui i partecipanti non avevano la minima nozione della progressività d’offerta.
– Quest’asta parte da…3 euro! È bella piena eh!, disse con emozione il Cartaro.
3 euro e 50!, feci io per far capire subito che c’ero.
12 euro!, rispose un altro.
Cristo. Santo.
Quando il gioco si fa così duro e non hai uno stipendio fisso non resta che cedere alla prospettiva dell’associazionismo. E il mio demone della competizione fa sì che, al tavolo del Mercante, io non guardi in faccia a nessuno. E così ti ritrovi a dire vuoi prenderle in società? al tipo che ha scopato tua sorella mentre se ne faceva altre quattro o che ti ha preso per il culo perché conservi il numero Zero di PKNA in una busta plastificata (e non so cosa sia più grave). Ma al Mercante in Fiera il passato non conta. La fede politica nemmeno. Quello che conta è vincere l’asta ed accaparrarsi quante più carte possibile. Il che, soldi alla mano, sarebbe fattibile. Se non fosse per lui.
Il Cartaro Mattacchione.
Che io incontro ogni benedetto Natale per espiare non so quale peccato commesso in una vita precedente. Il Cartaro Mattacchione, ad un certo punto della partita, prende lo scatolo delle carte, lo agita e fa sentire la presenza di almeno 1 kg di carte assortite. Conseguentemente, l’asta parte subito con prezzi da usura. Io mi accodo.
Mi agito.
Sudo.
Combatto.
Finché per un prezzo a due cifre mi aggiudico l’asta. E allora il Cartaro Mattacchione apre lo scatolo e mostra dodici carte da scopa. Napoletane. E nessuna carta del Mercante. E ride. Il figlio di puttana ride. E tutti ridono. E tu che fai? E io, cazzo devo fare?, sorrido, gli dico ahah sei un bastardo dai!, mentre con gli occhi fisso il coltello seghettato posato sul piatto accanto al pandoro. E sogno. Sogno di afferrarlo, andare dietro il Cartaro che ride, afferrargli la testa e recidergli di netto la giugulare. Ah. E starei là ad osservarlo compiaciuto mentre il suo sangue inzuppa il pandoro e macchia le sue maledette carte napoletane. Ma non lo faccio. Ingoio bile e saliva e proseguo il gioco covando la speranza che tra le altre carte già acquistate ci sia quella vincente, così se la prende in culo lo stronzo. Le aste finiscono e, dopo la solita disputa economica-matematica della distribuzione dei premi, si passa alla scoperta delle carte vincenti.  È di certo il momento che amo di più. L’adrenalina fa il giro del mio corpo e il cuore pompa a ritmi vertiginosi. Ogni carta che devo lasciare è come un figlio che se ne va. Ma resisto. E arrivo a premio con qualcosa in mano. Recupero una classica sette euro da quinto posto. Rimangono le due carte finali. Il primo premio e l’ultimo. Dai, Gesù, questo è un buon momento per dimostrarmi il tuo amore. Tre. Due. Uno. Showdown.
Ultimo premio.
Fottuto dalmata del cazzo! Cazzo di stupida bestia! Ma chi è il culo rotto che ha vinto?
Mi volto e sento una voce eccitata: ce l’ho io! Ce l’ho io! Che fortuna mamma mia!
Lei.
La ragazza che ha speso solo l’euro per la carta iniziale e che poi ha dormito tutto il tempo. Ha vinto lei.
– Oh Renà tutto bene?
– Eh? Sì, sì.
– Sicuro? Hai uno strano colorito! E minchia! I tuoi occhi sono gialli.
– É solo il fegato. È solo il fegato.

mercante

Ps.

  • Il primo che se ne esce con dai, sfortunato al gioco, fortunato in amore, verrà insultato senza pietà a meno che non possa dimostrare di aver acquistato il mio libro.
  • Oh, a proposito del mio libro. Natale si avvicina. Quale regalo migliore? Vabè a parte la Ps4, l’XboxOne, lo smartphone, Fifa14, The Last of Us, lo splendido cofanetto a forma di barile contenente le 5 seasons di Breaking Bad, un calendario di Miley Cyrus. Essì questi sono meglio. Ma costano di più. Ecco riformuliamo: quale regalo migliore per 10 euro? No, non ditelo. Lo so. 10 euro in contanti.
  • Io comunque le info le fornisco comunque: disponibile in un buon 75% delle librerie di Bari, su IBS e su LIBRERIA UNIVERSITARIA.

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7 thoughts on “Any given Christmas: la rivincita di Natale

  1. Domani. Abbiamo. Il cenone. Del 24.
    [Fermo restando che ignoro chi abbia cominciato questa assurda ‘tradizione’ (?!) di fare il digiuno a pranzo, per poi ritrovarsi coi crampi dalle 4 al mezzogiorno del 25]
    Studi antropologici alla mano, direi che il massacro ha già avuto inizio.
    Vado a prepararmi per un fresco burraco serale.

  2. ahahahah…fortissimo!!!
    cmq io faccio parte della categoria dei Cartari Mattacchioni al mercante in fiera … prendo una carta all’inizio e poi non posso partecipare alle varie aste … poi vengo odiato da tutti perchè metto degli oggetti per fare più rumore e comincio a distribuire carte dal valore medio di 4-5 euro … e molte volte è capitato che riuscivo ad andare a premi con la sola carta iniziale :):):)
    se vuoi un consiglio quest’anno fai come la ragazza che prende una carta e poi si disinteressa, hai grosso modo le stesse probabilità di vincita !!! 😉

  3. L’ultima volta che abbiamo giocato al Mercante in fiera c’è stata una tale perdita di soldi che da allora è stato bandito da casa mia come gioco!
    Però tra tutti i giochi quello che a me piace, ma mette un’ansia terribile è il morto, praticamente gioco tutta la partita in assoluto silenzio, e non parlo neanche con chi potrei parlare per paura di sbagliare.

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