Gli amici che se ne vanno

Il mondo compresso e la conta degli amici andati.
Milano, ovviamente. E poi Torino per i più seri (e grigi), Bologna per quelli più bohèmienne (che non si possono permettere Parigi), Roma perché è pur sempre la capitale e così via. E poi, per l’appunto, andando via: Inghilterra per gli eterni innamorati di Londra, Germania per quelli alla ricerca di serietà, Francia per non so quali motivi, Svezia per i patiti del welfare state, Irlanda per i più poetici e campagnoli, Stati Uniti per i più ambiziosi, Cina per i professionisti dello sviluppo e infine l’Australia, nuova America, nazione nata sulle spalle dei detenuti deportati e che attira oggi un’altra tipologia di disperati.
Queste, in breve, alcune delle mete di quella splendida e struggente categoria antropologica degli amici che se ne vanno.
In fondo, la globalizzazione, ci ripetono ad nauseam, ha reso il mondo un po’ più piccolo. E, dunque, oggi, almeno da un punto di vista logistico, andarsene via è un po’ più semplice rispetto a cent’anni fa. E infatti io, come Francesco Guccini, mi trovo ogni settimana a far la conta degli amici andati e a dire ci vediam più tardi.
Andati via eh. Mica morti. Sono pur sempre più giovane di Guccini.
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Ma le paure non han fissa dimora: serve sempre un motivo.
Gli amici che se ne vanno se ne vanno, in fondo, per una sola ragione: per trovare qualcosa. Per trovare un lavoro migliore o un lavoro e basta. Per trovare un’università migliore che gli consenta di trovare un lavoro. Per trovare se stessi. Per trovare qualcosa di diverso da se stessi. Alcuni, addirittura, per trovare una moglie anche se, potenza di internet, siti come Sugardaddy o Brides-of-Ukraine ormai consentono di farlo comodamente seduti anche da Capurso o addirittura da Cellamare.
Gli amici che se ne vanno per motivi non strettamente attinenti alla figa obbediscono ad una regola generale. Vattene ma vattene su.
Chiariamoci: io non sono mai stato un grande fan di ogni tipo di determinismo, quella teoria per cui se nasci pomodoro devi necessariamente morire conserva. Però, come ogni buon ex studente dello scientifico, arrivi a un punto in cui ti devi arrendere all’evidenza. Esiste un determinismo geografico. Più a nord sali, più sale la qualità della vita. Al nord trovi lavoro, al nord i servizi pubblici funzionano, al nord gli ospedali ti curano e non ti ammazzano, al nord la gente ha senso civico. Questo determinismo fa sì, per esempio, che Catanzaro sia meglio di Addis Abeba, Milano meglio di Catanzaro, Berlino meglio di Milano. Da quando poi ho scoperto che, mappamondo alla mano, Bari è più a nord di Napoli, mi sono definitivamente convinto di questa teoria. Certo, mo’ sta cazzo di Sydney viene a scompaginare un po’ la situazione ma quelli alla fine stanno dall’altra parte del mondo, quindi magari là funziona diversamente.
Considerato ciò, allora, nessuna sorpresa nel constatare che gli amici che se ne vanno per cercare qualcosa, in grandissima percentuale, se ne vanno salendo la cartina geografica. In Italia o all’estero.

Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi.
In Italia, per esempio, Milano.
Perché Milano? Beh, perché Torino è bellissima ma la sera mi scioglie il cuore, Bologna sembra che nessuno c’ha mai un cazzo da fare, Roma non cambia nulla perché si sta sempre insieme a campani,calabresi e pugliesi. A Milano è diverso. Milano, secondo una splendida definizione di un amico trapiantato là, è la città dove accadono le cose.
E infatti gli amici che se ne vanno a Milano vedono le cose. Vedono spettacoli, vedono concerti, vedono film, vedono vips, vedono calciatori, vedono figa, vedono la metro, vedono automobili superlusso. Spesso non vedono il sole ma, alla fine, se stai a Milano, e ci stai veramente, non c’hai tempo di vedere il cielo e non te ne accorgi nemmeno. Gli amici che se ne vanno a Milano possono essere nostalgici compulsivi o camaleonti professionisti. I nostalgici compulsivi stanno sempre a lamentarsi della nebbia, del freddo, dei prezzi alti, delle persone che sulle scale mobili ti superano a sinistra. Nei loro ritagli di tempo libero si buttano su Facebook a scrivere stati strappalacrime sulla pasta orribile che sono stati costretti a scongelarsi per cena, a postare foto in cui si vedono ombrelli e cappotti che il woolrich a confronto sembra uno spolverino e a mettere mi piace e commenti drammatici sulle foto della loro terra terronia natia (sull’effetto delle foto di Bari mi permetto di rimandare a R. Nicassio, Le foto del lungomare di Bari, wordpress, Bari, 2013).
I camaleonti professionisti nove volte su dieci sono studenti universitari, spesso Bocconiani. Non hanno l’angoscia dello stage a possibile fine di inserimento e quindi, diciamocelo chiaramente, se la possono ancora godere. Loro, terroni di nascita, vivono la Milano da Bere trent’anni dopo la Milano da Bere. I più radical-alternativi se la fanno alle Colonne, sorta di Chiringuito milanese. I più liberal-fighetti girano per bar e locali, per disco e club, per festini e feste private. Vengono taggati in foto di serate che, a chi le vede da sud, viene da domandarsi cazzo è andato a fare a Milano se poi la domenica mattina sembra che la sera prima sia stato al Demodé o al Divinae?.
Gli amici che se ne vanno a Milano –  non importa se studenti, lavoratori o stagisti – sono i diretti responsabili di una delle più fastidiose piaghe del nostro tempo: l’iperinflazione della foto del Duomo.
A loro che se ne sono andati e a quelli che se ne andranno voglio dire col cuore: abbiamo capito come cazzo è fatto ‘sto cazzo di Duomo di Milano. E aggiungo: lo abbiamo visto con ogni condizione atmosferica. Quindi risparmiateci la foto del Duomo con il sole e la scritta anche a Milano a volte c’è il sole, tenetevi per voi la foto del Duomo con il cielo nuvoloso e la scritta ironica sembra il cielo di Bari, conservate per i vostri nipoti la foto del Duomo con la pioggia e la scritta giro in centro nonostante il diluvio. Noi, per ricambiare, la smetteremo con ‘ste cazzo di foto del Lungomare di Bari.
Ma le foto servono, direte. Le foto, si dice, accorciano le distanze. Ma tra Ryanair, Easyjet, Alitalia e Trenitalia, non si può dire che Bari e Milano non siano ben collegate. E quindi come è facile andarsene, è facile anche tornarsene. E infatti l’emigrato torna spesso, organizza una cena con gli amici del posto, quelli d’infanzia, e quando arriva il conto si commuove fino alle lacrime nell’apprendere che ha speso solo 6 euro per un panino e bevanda. Voi non fateci caso, è normale. Piuttosto controllate che non abbia contratto il morbo della determinazione nominale. Prestate attenzione ai suoi discorsi e alle sue domande. E se gli scappa una frase del tipo ma LA Caterina che fine ha fatto poi? o Ieri ho incontrato LA Silvia, picchiatelo senza pietà e dategli fuoco per impedire il rischio contagio. Se lo merita.

No country for young men: via dall’Italia. 
All’estero.
Gli amici che se ne vanno all’estero hanno come bersaglio preferito il Sistema Italia (che descrivono come vecchio, corrotto, inefficiente) e come inestirpabile nostalgia il bidet. Al cibo, infatti, in qualche modo ormai si può rimediare: con i supermercati, con il ristorante veramente italiano (se lo si riesce a trovare), con mamma e papà che quando ti vengono a trovare ti portano provviste pensate per superare l’Inverno di Game of Thrones. Rinunciare invece alla splendida libertà di defecare in orari improbabili senza essere costretto a farti una doccia alle 14.45, beh, quello è un po’ più complesso. Comunque sia, gli amici che se ne vanno all’estero sopravvivono. A seconda della nazione in cui si trasferiscono hanno vantaggi e svantaggi: fa freddo e piove sempre ma la metro funziona; la sera le strade sono deserte ma una volta alla settimana fanno dei concerti spettacolari; gli affitti fanno paura ma ho un contratto promettente; il mio coinquilino coreano non parla una lingua che sia indoeuropea ma pulisce il bagno divinamente.  Insomma: il paradiso non è roba di questo mondo ma  in questo mondo dobbiamo pur vivere. E poi gli amici che se ne vanno all’estero si fanno un sacco di amici. È abbastanza normale: quando si deve riconciare da zero e quando si hanno attorno molte altre persone che, come te, stanno ricominciando da zero, i rapporti si intensificano come velocità e come profondità. In fondo viaggiare serve anche a questo: a perdere le proprie certezze, a sentirsi spaesati, a sentirsi sempre stranieri nella vita. Eppure, come ha scritto una persona, essere stranieri tra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Ma torniamo a noi.
Gli amici che se ne vanno all’estero si dividono in due categorie fondamentali: quelli che vanno a fare qualcosa che sanno già (lavoro o studio) e quelli che vanno a cercare qualcosa che non sanno ancora (mi cerco un lavoro, mi iscrivo all’università). I primi, ovviamente, sono i più organizzati. I secondi sono quelli che cambiano casa con cadenza settimanale e che, nel novanta per cento dei casi, finiscono a lavare i piatti in qualche locale o a raccogliere cipolle in campi dell’emisfero australe. Alcuni di loro, poi, trovano una strada. Altri, esauriti soldi, pazienza o la durata del visto, tornano a casa.
E dunque, alla conta dei fatti, gli amici che se ne vanno all’estero si dividono in altre due categorie fondamentali: quelli che se  ne vanno e ci rimangono e quelli che se ne vanno e tornano.

«Until you travel to that place you can’t come back»
: per ritornare.
Settimana scorsa camminavo per le strade di Wiesbaden con un’amica che abita là. Tra i nasi che gocciolavano per il freddo e le mie labbra che, nonostante chili di burro cacao, grondavano sangue – roba che se lo sapeva la Santa Sede istituiva seduta stante un processo di canonizzazione – lei mi fa:
–  Non ci voglio pensare che tra meno di un mese devo tornare. Tutto questo mi mancherà.
–  Non tornare. Cosa torni a fare? Il lavoro lo trovi qui. Trovati poi un Heinrich o un Hans e rimani, così poi i bambini saranno pure bilingui. Non ne vale la pena tornare da noi. –  le rispondo con convinzione.
Ma lei, no. Non le va granché di tornare eppure vuole tornare. Ha già deciso. Ora che ha capito come funzionano le cose qua, parla di dare il suo contributo, di dare una mano, di fare la sua parte per migliorare l’Italia. E io penso (e glielo dico) che forse una nave che affonda non si può salvare né tanto meno migliorare, che da una nave che affonda si può solo scappare. Ma lei ha le idee più chiare delle mie. Studiare. Fare il concorso. Vincerlo. E poi essere sbattuta in qualche posto dimenticato da Dio e dagli uomini come Rossano Calabro o Campobasso.
Ma sarò felice comunque, mi dice.
E io invidio questa sua convinzione. In fondo, fino a prova contraria, abbiamo una vita sola a disposizione. Vale la pena andarsene da dove si è felici e basta per andare in un posto dove, tutt’al più, si sarà felici ma e comunque? Questo lo penso solo ma non lo dico. E, avvolti nelle sciarpe, continuiamo a camminare tra mercatini e bretzel, tra mamme bionde e bambini che sembrano cucciolosi finché dalle loro boccucce non esce quella lingua kattiva che è il tedesco. E, sentendo il tedesco e camminando con una persona accanto, mi viene in mente quella famosa ballata di Rilke in cui, ad un certo punto, l’alfiere chiede al marchese che marcia al suo fianco:
Perché allora cavalcate per queste terre?
Lui sorride e risponde:
Per ritornare.

P.S

  • La frase “essere stranieri tra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli” è tratta da un bellissimo libro di Claudio Magris, uno dei più grandi scrittori (e viaggiatori) contemporanei. Sì quello che è uscito quest’anno agli esami di maturità dove tutti hanno gridato allo scandalo perché chi cazzo è Claudio Magris?
  • La ballata di Rilke è “La Ballata dell’amore  e della morte dell’alfiere”. Ne ho trovato una versione italiana qua.
  • Solita, usuale spammata. Gli amici che restano, che se ne vanno, che se ne andranno, che torneranno a Natale possono acquistare il mio libro alla Feltrinelli di Bari e in diverse altre librerie della città (Roma, Monbook, Quintiliano, Arcadia, MondoLibri). Online lo beccate su IBS e LIBRERIA UNIVERSITARIA.
  • Cazzo è Wiesbaden? Wiesbaden è una città tedesca. Googlatela. Oppure accontentatevi di vedere il suo sobrio casinò qua sotto:
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23 thoughts on “Gli amici che se ne vanno

  1. Sono anche io a Wiesbaden e sinceramente il solo pensiero di rientrare in Italia tra 1 mese mi rende triste……ho incontrato persone spettacolari e sinceramente qui funziona tutto!

  2. io percorro la vita in controtendenza. non amo i luoghi civilizzati, le genti dal senso civico alto, non amo nè mi interessano i mezzi pubblici che funzionano, le serate dove accade qualcosa… ci sono posti che non potete neanche immaginare, abissi del mondo, sconforti totali, perdizioni, … ma tanta tanta umanità, tanto fervore profondo che solca le ferite autentiche di una vita condotta nel baratro. si vive benone, si trova ciò che si vuole, si nobilita la ricerca interiore. sì, perchè tutti voi, o capre, o mandrie che anelate al nord, al civile, all’estero, siete incapaci di stare con voi stessi, siete pecore che seguono i lati esteriori della vita e si interrogano, dubbiosi, ironici, pressapochisti, sui misteriosi perchè. incapaci di trovare in voi stessi ogni risposta. la solitudine ci salverà.

  3. Pingback: Gli amici che se ne vanno | Smilla & Frenzen

  4. Pingback: Un Moderato Delirio: sopravvivere a Bari |

  5. Non posso che adorarti ogni post di più.
    E magari sì, che non c’ho niente da fare a Natale mi compro il libro..che tra un cenone e l’altro chissà che mi faccia sopravvivere alle feste 😀

  6. Molto avvincente e realista!
    Per fortuna che c`è l`ironia di sottofondo…
    Pensavo che, noi italiani, si è sempre stati un popolo di viaggiatori… certo prima eravamo marinai, oggi voliamo, però vogliamo sempre andare a vedere cosa c`è oltre, dobbiamo muoverci!!! in realtà ritengo che vogliamo stare con un piede in Italia e un altro nel mondo!!!!
    e ben venga anche questo 😉
    sono anch`io in germania, a Stoccarda, forse più nota della tua Wiesbaden, però, come la tua amica, di cui sopra, so che la Casa (anch`io la Puglia!!), Itaca, per intenderci, è lì che mi aspetta… qui si è di passaggio, o se preferisci, in prestito.
    Ritornare è il giusto verbo per me, ma non c`è ritorno senza partenza…

    Ti saluto 😉

  7. Bell articolo pero ti devo contraddire su una cosa: il concetto della torino grigia e’ piuttosto obsoleto e oggi quantomai fuori luogo in quanto torino e’ famosa per i suoi immensi parchi: valentino, reale, pellerina, ruffini, braccini, la mandria, venaria….
    riguardo la sera si non sarà milano ma ti assicuro che c’è molto da fare…
    Per il resto nulla da dire…bravo!

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