C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato

L’arcobaleno in testa.
Lasciamo da parte l’annosa questione se maschi e femmine possano essere (veramente) amici. Lasciamola da parte e fatemi dire che ho diverse amiche. Perché oggi non  mi interessa tanto stabilire se quando ci parlo ci tengo a  sentire quello che dicono o se lo faccio solo perché ho due argomenti da fissare mentre loro mi raccontano le loro vite. Oggi mi interessa discutere dei loro capelli. E dunque, ricominciamo.
Ho diverse amiche con diversi colori di capelli. Ne conosco parecchie brune (d’altra parte abitiamo nell’Europa meridionale), qualcuna bionda  (rendiamo grazie agli invasori del nord),  un pochetto di rosse (con tutta la mitologia che si portano dietro) e, fino a un po’ di tempo fa, conoscevo molte castane. Ve li ricordate i capelli castani? Il bel marrone con tutte le sue tonalità, dal dolce color nocciola al marcato e particolarissimo color mogano. Poi, un bel giorno, tutte queste mie amiche castane sono entrate nei parrucchieri e ne sono uscite diverse. Ne sono uscite con qualcosa di strano in testa, non il loro solito colore, non una tinta palese. Era qualcosa di più sfumato: erano loro ma al contempo non erano più le stesse. Continuavo a riconoscere il loro colore naturale ma assieme a quello vi era una nota diversa, più chiara, più viva, come quando mordi il Lindor e intravedi, oltre al cioccolato dell’involucro, il colore del ripieno: è lo stesso cioccolatino di prima ma adesso è più chiaro, più buono. Quando ero piccolino chi aveva coraggio (o genitori assenti) si versava l’acqua ossigenata in testa e il giorno dopo si presentava a scuola con i capelli come Duke Nukem. Ma oggi no. Cosa è successo allora alle mie amiche castane? Non sono più castane, non sono ancora bionde.  Si sono fatte quelle che ho imparato a conoscere come sciatùsh.

Nomina nuda tememus.
Ecco, già il nome è tutto un programma. Sembra una varietà di cicoria che vai cercando al mercato di via Montegrappa: ce li hai i sivoni? no? E le sciatush?
La prima volta che me lo dissero pensai dunque fosse un termine coniato tra via Ravanas e il Redentore o forse più esotico ma, onestamente, la mia formazione filologica non lo avrebbe ricondotto più in là di Japigia. Invece mi dissero essere una cosa di classe, alla moda, ma non moda barese come gli occhialoni di Dior o la Golf nera coi finestrini oscurati. Una moda vera. Allora la mia mente andò direttamente alla Francia, terra di sfilate e di coiffeur di stile. Sarà, pensai conseguentemente, chatouche. Per aver conferma feci una ricerca su Google. E rimasi esterrefatto. Per la prima volta quel magnifico dissipatore di incertezze non risolse il mio dubbio: la dizione chatouche è attestata ma accanto a quella di shatush e non ho trovato nessun articolo in grado di  risolvere definitivamente la questione. Nemmeno wikipedia. Su wikipedia la voce che si avvicina di più è Shahtoosh, una specie di tessuto ricavato dalla pelle dell’antilope tibetana. Coincidenza? Collegamento? Boh, chissà.

Il sole a portata di mano.
Ma lasciamo la filologia ai libri e agli esperti e torniamo alla vita vera. Quel posto in cui le mie amiche coi capelli marroni, da un giorno all’altro, si presentarono con le shatush (usiamo la grafia più presente secondo Google).
Che rivoluzione. Sembra una sciocchezza, un’aggiunta da poco, una modifica da nulla ma ti cambia completamente. Una volta incontrai un’amica che era appena uscita – ora più, ora meno – dal parrucchiere. Era splendida. E lo dice una persona per cui, se i capelli  tagliati sono inferiori al 55% del totale, manco se ne accorge che una tipa è andata dal parrucchiere.

– Sposami, le dissi.
– Cosa?, mi rispose.
– Sposami. Ora. Se ci muoviamo adesso ci sbrighiamo per l’ora di pranzo e faccio pure in tempo a vedere Dragon Ball!
– Ma ci conosciamo da dieci anni? Che stai dicendo?
– È vero. Ma oggi sei di una bellezza insopportabile. Che cosa hai fatto?

Sì. Si era fatta le shatush. E le stavano benissimo. Il suo viso era più radioso, più luminoso, più leggero. Emanava un’aura rasserenante, un’aurea da passiamo tutta la vita insieme.
Nonostante ciò, mi disse di no.
Un’altra volta.
Meno male, però. Perché le shatush – e badate bene non so sia vero o se sia solo una mia impressione – , le shatush, dicevo, hanno una data di scadenza. I primi giorni sono bellissime, trasformano i capelli in una massa invitante, profumata, solare, calda e fresca come solo l’estate può essere. Ma quando incontro una donna che ha le shatush da un bel po’ ti tempo, qualche mese o giù di lì, beh, l’effetto è completamente diverso. La vedo e invece che all’estate penso a una di quelle ricette che trovi su giallozafferano.it. Del tipo:
Ingredienti:  capelli quanto basta, due uova, 150 g di farina, amido di mais, due cucchiai di olio.
Preparazione: rompete le uova e sbattetele. Mischiatele con la farina. Un po’ d’acqua per amalgamare. Aggiungete l’amido di mais. Versate l’olio e shakerate il tutto per qualche minuto. Successivamente cuocere a fuoco lento per 10-15 minuti. Versate il ricavato sui capelli e distribuitelo in modo omogeneo. Fate raffreddare il tutto e poi potete uscire per andare in centro.
Brividi.
Ho incontrato donne con le “shatush invecchiate” e mi sembravano smagrite e spaurite. I loro occhi quasi mi chiedevano aiuto: aiutami renato! Non sapevo quello che facevo! Cosa devo fare? Me li lavo dieci volte al giorno ma non funziona! Ci sono momenti…ci sono momenti che prenderei un paio di forbici e la vorrei fare finita!
Io solitamente fingo di non accorgermene e me la cavo con un ehi, è da un po’ che non ci si vede, quasi non ti riconoscevo!

All the pieces matter.
D’accordo. Rileggo tutto quanto e mi rendo conto di non aver scritto nulla su questo fenomeno. Le shatush sono forse una cosa a tempo determinato? Precarie, come tutto del resto oggigiorno? Non lo so.  Non so nemmeno come si scrivano o chi le abbia inventate. E non so nemmeno dire se, alla fin fine, mi piacciano o meno. Ma delle shatush una cosa almeno la conosco: conosco il perché del loro successo. Lei.

Belen-Rodriguez1-_2

Ecco, c’è poco da dire ancora. Poco ma importante. Lei è il modello che molte ragazze hanno in mente quando entrano dal loro parrucchiere e  pronunciano la fatidica parola: shatush. Ma a quelle ragazze io devo dire una cosa. Voi, forse, vedete Lei e vedete questo:

Belen-Rodriguez-

Ma Lei è questo:

Belen-Rodriguez1-_2

E, a voler esser completamente onesti, per la popolazione maschile Lei è questo:

Belen-Rodriguez1-

Cosa voglio dire? Beh, che in fondo, forse, dovremmo tutti pensarci due volte prima di mettere mano ai colori del nostro corpo. E’ vero: il mondo è a colori e i colori sono importanti. E ci possiamo giocare per divertirci, per cambiare, anche per migliorare. Ma non diamogli troppa importanza. Non basta il rosso a fare di un’auto una Ferrari.

Ps.
L’articolo precedente, I Proviciali. Ovvero perché le ragazze di Bitonto lo fanno meglio, ha suscitato reazioni forti e contrastanti. Molti (e giovani) si sono divertiti. Altri (soprattutto adulti) si sono offesi.  Alcuni, con un grado di coerenza pari ai meridionali che votano Lega Nord, si sono indignati perché ho dipinto Bitonto come città pericolosa&violenta e mi hanno pertanto minacciato di mazzate&ritorsioni. Alcuni, siccome i tribunali non sono abbastanza ingolfati e le carceri non sono abbastanza affollate, hanno auspicato che chi di dovere (sindaco, giunta comunale, associazioni) mi denunciasse per diffamazione e mi chiedesse un risarcimento danni (che si trasformerebbe in una condanna detentiva dato che il mio reddito personale è 0 euro). Alcuni, fautori di una interpretazione psicanalitica della letteratura, hanno rintracciato il senso dell’articolo in una mia pesante frustrazione sessuale (che c’è) e in un evento traumatico in cui il sottoscritto sarebbe stato lasciato in bianco da una bitontina (cosa che, onestamente, potrebbe essere anche accaduta ma non potrei assicurarlo dal momento che non  mi ricordo le geografie dei mie fallimenti sessuali). Alcuni, i più hegeliani, hanno riassunto il loro disappunto in salvifiche volgarità. Chiariamoci: fa parte del gioco. E io gioco. Però, dato che ci tengo, tento di rispondere a chiunque, cosa che mi ha portato a ripetere le stesse cose ad nauseam. Per questo motivo ho deciso di mettere in calce le possibili proteste che questo post sul colore dei capelli potrebbe suscitare e di rispondervi di modo che non dovrò essere costretto a ripetere le stesse parole in decine di messaggi privati e varie bacheche.

  • Hai scritto all’inizio che le ragazze con i capelli rossi hanno una mitologia alle spalle. Che intendi? Non vorrai mica intendere che le rosse sono le più sensuali, le più provocanti? Sì. Quella è la mitologia di cui parlo.
  • Perché hai citato via Ravanas, il Libertà e Japigia? Ti credi simpatico a sfottere quartieri difficili? Vorrei vedere se tu fossi cresciuto là! Premesso che non credo a Bari esista l’Eden da nessuna parte (e la distribuzione dei recenti morti ammazzati lo dimostra), ti rispondo nello specifico: ho usato via Ravanas perché mi è sempre piaciuto il suono del nome, il Libertà perché è il quartiere più popoloso di Bari e Japigia perché la “J” iniziale sembra esotica.
  • Hai scritto sulle shatush perché la tipa non te l’ha data? No, se quello fosse stato il criterio avrei dovuto scrivere su tutti i colori possibili.
  • Hai usato e modificato una immagine di Belen. Lo sai che ti possono denunciare? No, ho chiesto il permesso. Giovedì sera ho incontrato Belen e Stefano Di Martino in via Quintino Sella, stavano in coda al Rustico. Abbiamo scambiato quattro chiacchere e Belen mi ha detto “no es preocupa, usa pure la mia immagine”.
  • Cioè hai usato alla fine l’analogia donna = auto! Che gretto maschilista che sei! Fai pena! E’ un’immagine un po’ abusata è vero. Ma volevo sottolineare l’importanza del complesso sui particolari. Se ci pensi ha anche un significato positivo. Conosco molte ragazze che non escono perché “ho i capelli sporchi”, “ho i capelli orribili”, etc, e non capiscono che non è dai capelli che si giudica la persona. Se l’auto è sporca ma funziona, la si usa lo stesso.
  • Dai, dì la verità. Te la sei fatta una sega sulla foto di Belen? No, non sono un grande fan della masturbazione per immagini. Preferisco andare di fantasia. E, oggi come oggi, se devo “lavorare” per immagini, preferisco farmela di fronte alle foto di Miley Cyrus.
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5 thoughts on “C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato

  1. al decimo( se nn di più) articolo che leggo su questo blog la mia risposta è sempre la stessa: “cazzo quant’ è vero!”
    sei troppo simpatico 😉

  2. Ciao. Sei molto bravo secondo me. Posso chiederti un consiglio? Vorrei anch’io scrivere un blog. Come fai tu a giustificare il testo con il tema che hai scelto? Grazie.

  3. Sono veramente brutte le sciatusccc xD
    L’unica volta che le ho fatte è stato quando mi sono fatta ricrescere i miei capelli naturali coperti da tre anni dalle meches bionde, ma è una roba imbarazzante xD.

  4. Con lo scorso post avevo immaginato ci fossero stati problemi di quel tipo: prima l’hai postato, poi è scomparso, poi è ricomparso con una miriade di postille alla fine.
    E ti dirò una cosa: la gente oggi giorno non sa stare zitta. Non sa fare a meno di lamentarsi per ogni minima cosa. E grazie ai social network adesso ha una piazza virtuale a disposizione per farsi sentire. Una roba da far accapponare la pelle e che improvvisamente ti fa venir voglia di tornare al mesozoico, quando tutta questa roba non esisteva.
    Poi però ti capita di leggere post fantastici ed epici come quelli che scrivi tu e tutto diventa un po’ più sopportabile. Continua così! ciao

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