I Provinciali. Ovvero perché le ragazze di Bitonto lo fanno meglio.

Provincia Universitaria.
Il mio primo vero incontro con i Provinciali ebbe luogo durante gli anni dell’università. Ovviamente ero già a conoscenza della loro esistenza ma, mai prima di allora, avevo avuto modo di incontrarne in quella quantità e di avere stretti rapporti con loro. Con l’inizio dell’Università, com’è noto, migliaia di Provinciali si riversano a Bari per essere in grado di seguire le lezioni. E io, prima, durante e dopo quelle stesse lezioni, cominciai ad apprendere modi e costumi di quella spettacolare specie umana che sono, per l’appunto, i Provinciali. A seguire, ciò che ho appreso.

L’impossibilità di un caffè.
Avete mai provato a chiedere a un Provinciale di prendersi un caffè in tarda mattinata, nel primo pomeriggio o verso sera? Di solito va così: tu e lui state camminando, magari dopo tre ore di lezioni. Siete stanchi. Troppo stanchi per studiare ma non così stanchi da dormire sulle panchine. Allora tu gli chiedi o le chiedi: ci prendiamo un caffè? Lui o lei ti guarda in silenzio. Poi ti dice: aspetta un momento, controllo. Tu rimani interdetto, ti chiedi cosa cazzo deve controllare, forse se i valori della sua pressione arteriosa gli consentono di assumere caffeina? Ma, insomma, può pure prendere un tè o un succo di frutta…non è che dev’essere per forza caffè.
No, sei fuori strada. Dalla tasca (se è un uomo) o da una borsa (se è una donna), il Provinciale tira fuori un quadratino di carta che, una volta aperto, presenta le dimensioni di un telo da spiaggia. Sono i famigerati orari dei treni. E lui deve controllare le coincidenze, le frequenze, gli orari. Tu ci impiegheresti ore. Ti siederesti su una panca e col dito scorreresti le varie opzioni sperando di ricordartele. Loro no. Loro sono velocissimi. I provinciali hanno un cervello che, allenato da generazioni di pendolarismo, ha sviluppato una conformazione stile Microsoft Excel: ragionano per caselle e sono perciò rapidissimi nell’isolare le possibilità. E te le sciorinano in endecasillabi sciolti: allora possiamo prenderci un caffè ma qua vicino perché io ho poi il treno alle 14.08. In alternativa ci sarebbe il regionale delle 15.21 che ci permetterebbe di fermarci un po’ di più. Se no dai facciamo un’altra volta, se corro posso prendere quello delle 13.38. Tu alzi le mani e, spaventato, dici ok, ok, come vuoi tu, ma abbassa quel foglietto che mi mette ansia!

Un mondo perfetto: il diritto di (r)esistere.
D’accordo è difficile uscire con un Provinciale. Ma qualche volta ci si riesce. Soprattutto alla sera se sono automuniti o se hanno preso una stanza indecente a un prezzo indecente in un appartamento indecente che condividono con coinquilini indecenti. E allora come sono i Provinciali quando escono in città?
Nella maggior parte dei casi sono divertentissimi e simpaticissimi. Anche se a volte passano ore a renderti edotto sulla natura del loro paese, poco importa se è distante 25 km da Bari o se si trova in un’altra regione. Sono infatti fortemente convinti che il loro paese, qualunque esso sia,  abbia una ragione d’esistenza intrinseca ed essenziale. E loro non vedono l’ora di spiegartela, infarcendola di aneddoti epici e avvincenti. Quello di Grumo Appula sicuro ti racconterà di come il padre, alle medie, andava nella classe affianco a quella di Sergio Rubini, il regista hai presente? Quello di quei film, cioè è famoso eh. Quello di Capurso passerà la serata a ripetere che abitava a due passi da Checco Zalone e che una volta si sono pure salutati. Dal triangolo della BAT, i Barlettani, gli Andriesi e i Tranesi (ma anche i Biscegliesi eh) mostreranno un orgoglio da separatisti baschi, rivendicando il loro diritto di essere provincia a sé, parlando della loro politica locale come se fosse in ballo il destino dell’Unione Europea e azzuffandosi tra di loro perché ciascuna città vorrebbe avere la sede della Prefettura. E, per carità di Dio, fate attenzione a non dire che vi piace il pane di Altamura di fronte a uno di Matera: inizierà il racconto commosso e risentito di una faida risalente a secoli fa, in cui dei vigliacchi fornai altamurani scipparono loro la ricetta originale del pane e da allora si vantano di avere il pane migliore. Ma quello di Matera resta il vero e il più buono. Non contradditeli. I Materani sono gente deliziosa ma, all’occorrenza, diventano pericolosi: se andate a Matera durante la Festa della Bruna vedrete i vostri amici, placidi e tranquilli, trasformarsi in sanguinari combattenti pur di ottenere un pezzo del carro, in un clima di violenza che nemmeno la terza  stagione di Game of Thrones.
Insomma i Provinciali quando arrivano in città sentono il bisogno di dimostrare che il loro mondo, la provincia, non è solo definibile per quello che non ha (aeroporto, ipermercati, università) ma che ha qualcosa di cui essere orgogliosi: un personaggio famoso che è stato sgravato là, una pietanza che sanno fare solo là, una lingua particolare che sanno comprendere solo là. Tutto vero e tutto giusto. C’è però un rischio nel voler difendere questo piccolo mondo sempre e comunque: non riuscire a vedere oltre,  non saper apprezzare l’oltre, venerare la parmigiana della nonna e non sapere che anche altre persone cucinano le melanzane, anche in modi diversi.

Dublino, in provincia di Lecce.
Un esempio pratico, esagerato ma dannatamente reale. Questa estate ho fatto il group leader per accompagnare dei ragazzi (16-17 anni) in vacanza studio a Dublino. Mi hanno assegnato quindici ragazzi la maggior parte dei quali proveniva da paesini dell’entroterra salentino, paesini in cui per ogni essere umano ci sono tre galline. Erano bravi ragazzi, educati, simpatici. Ma la quintessenza della Provincia. Parlavano una lingua vagamente simile all’italiano e avevano una conoscenza del mondo talmente ristretta che una sera ho chiesto loro se la notizia che la Terra fosse tonda avesse raggiunto le loro case. E non sto parlando di cultura scolastica. Passi pure che mi abbiano chiesto, di fronte al museo a lui dedicato, chi fossero questi James e Joyce. Passi pure che, una volta decifrate le didascalie che riassumevano la sua biografia, si sia scatenata una discussione perché, da che mondo è mondo, l’Ulisse l’ha scritto Omero e quindi questi irlandesi stavano imbrogliando in qualche modo. Quello che mi ha lasciato a bocca aperta è stato che, all’Hard Café di Dublino, ho dovuto spiegare – nel 2013 – che cosa fosse  un hamburger e che cosa fosse un hot dog. Ero in estrema difficoltà. Alla fine, date le nostre comuni origini pugliesi, siamo arrivati all’accordo che l’hamburger è tipo una schiacciatina e che l’hot dog è tipo una salsiccia. Uno pensa vabè la scuola ha fallito ma almeno McDonald’s qualcosa deve avere insegnato. E invece no.  Beata provincia. Qualche decennio fa, ad Eboli, è riuscita a fermare Gesù Cristo. Oggi, il Salento è riuscito addirittura a fermare la Globalizzazione.

Estetica anestetica: le Madame Bovary di Bitonto.
Ma la provincia non è solo folklore, piccolezza, arretratezza. C’è tanta cultura, tanta saggezza, tanta simpatia, tanta umanità. E, per noi cittadini, tanta speranza.
Un giorno, quattro maschi in provincia. Alle porte di Bari. A mangiare la carne. Serata maschile par exellence. E, di conseguenza, argomenti maschili: calcio, cibo, lavoro, auto, viaggi e, ovviamente, gran finale sulla figa. Tra sogni sognati e realtà vissute uno dice: sono stato con una tipa l’altro giorno, mamma mia, una cosa incredibile, era di Bitonto. E un altro risponde: sì, guarda non me lo dire, anch’io sono stato con una di Bitonto, una belva a letto. E il terzo conclude: quelle di Bitonto hanno una marcia in più, ti spolpano.
E io pensavo: Bitonto, cittadina poco lontano da Bari, la cui economia è concentrata nel furto e riciclaggio di auto, in cui le sparatorie, come Topolino, hanno cadenza settimanale, ecco, com’è possibile che Bitonto abbia queste ragazze così soddisfacenti, così eccezionali? Poi, Flaubert e tutto mi è chiaro. Madame Bovary. Bitonto al posto di Yonville. Le Provinciali stanche della vita di provincia, stufe del giardino pubblico che loro chissà perché chiamano Villa, annoiate di conoscere persone che sono sempre “un amico della cugina di Mariuccia”, s’impegnano di più, ci danno dentro meglio, hanno più passione perché vogliono credere ancora nell’incanto. Nell’incanto del nuovo, della tecnica, della grandezza, del sogno americano. E quando incontrano il cittadino  si danno da fare per costruirlo, quel sogno. Così penso, almeno. Così spero. E allora ci provo. Domani vado a mettermi il block shaft, rinnovo la furto-incendio, compro un giubbotto antiproiettile e  sabato sera me la faccio là. Qual è il whisky più bevuto nei peggiori bar di Bitonto?

vecchi-panteschi

(Ps. Bari, com’è noto, è un grande paesone. Il che significa che ho potuto scrivere questo articolo solo perché, nel mio piccolo, sono anch’io un provinciale. Me ne sono accorto, mio malgrado, solo di recente. Da quando ho iniziato ad “andare in trasferta” − Bologna, Milano, Torino, Londra etc −, ho notato di non sfuggire a molti dei comportamenti sopra descritti. Anche io, quando assaggio il pane di Firenze, finisco col dire: ma questo pane non ha sale, vuoi mettere con quello nostro? Anche io, quando il semaforo per l’attraversamento pedonale è rosso, dico con malsano orgoglio: noi a Bari attraversiamo a prescindere! Anche io quando vedo la fila a Grom penso con supponenza: ma noi i gelati li facciamo meglio e non costano mica così tanto! Anche io, soprattutto, ho iniziato a girare per le strade con i panini nello zaino e lo sguardo sull’orologio per capire quanto tempo ho prima di perdere il treno. Stima e comprensione per chi lo fa dal primo superiore).
(Ps2. Mi rendo conto che un campione di tre persone non è statisticamente rilevante per affermare la superiorità eugenetica della feminia bitontina. Però, da che mondo è mondo, tre indizi fanno una prova. Poi, ovviamente, io ho tentato di dare una possibile spiegazione che, mi rendo conto, non ha prove solide su cui basarsi. In futuro bisognerà fare meglio per provare o smentire questa teoria).
(Ps3. Questo post è dedicato a C. che ha tutti i pregi della provincia senza averne i difetti e che, fino a qualche giorno fa, aveva anche un’automobile).

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36 thoughts on “I Provinciali. Ovvero perché le ragazze di Bitonto lo fanno meglio.

  1. Io sono di Bitonto e, sinceramente, il passaggio sulla mia città non l’ho trovato offensivo: sia perché capisco che la tua era una semplificazione estrema, una provocazione per sottrazione, una sorta di caratterizzazione tramite un luogo comune (sono sicuro che tu sia abbastanza intelligente, e la complessità dei tuoi post me lo conferma, da sapere che Bitonto non è solo quello), sia perchè, come in ogni clichè, c’è qualcosa di vero; quindi perchè prendersela?
    E poi, ti assicuro che le lamentele sulla brutta immagine che emerge della nostra città sono solo retorica: i bitontini sono i primi, appena ne hanno la possibilità, a disprezzare la propria ‘patria’.
    Proprio a proposito del rapporto che noi bitontini ‘per bene’ (prendi con le pinze, ovviamente, questa espressione), borghesi, abbiamo con i cosiddetti ‘topini’, ho scritto un pezzo: (http://www.cittademocratica.org/?p=2268) si intitola “Anche gli incorreggibili hanno una cultura”: magari ti interessa 😉 nel caso, fammi sapere.

    Ps: il blog in cui ho postato l’articolo è di una lista civica, ma i miei interventi sono a carattere esclusivamente culturale.

    • E’ una questione generale: a noi italiani piace parlare male degli italiani ma se lo fanno gli stranieri ci trasformiamo in oltranzisti nazionalisti. Grazie per il link, questione complessa quella che tiri fuori: certo è, che in certe situazioni, il determinismo ambientale esiste davvero.

  2. Il titolo dice “sono un formidabile genio”, ma credo che lei si sbagli, almeno a giudicare da quello che scrive. Luoghi comuni. Lei vive a Bari, che come tutti i capoluoghi e le grandi città è costellata da problemi legati alle micro-criminalità, e riesce a scrivere “la cui economia è concentrata nel furto e riciclaggio di auto, in cui le sparatorie, come Topolino, hanno cadenza settimanale”? Forse non legge i giornali.
    In questo post lei parla per “sentito dire”: è un provinciale, più provinciale dei provinciali (termine che non pensavo potesse ancora essere usato nel 2013).

    • Ehm…come si può leggere dai vari commenti e dagli altri post dell’autore, anche questo è un post ironico, non un articolo di cronaca a cui credere con i paraocchi. Un po’ di flessibilità, suvvia!!!
      Non capiti mai su Lercio.it allora, potrebbe sentirsi male! 🙂

    • Le rispondo solo sul titolo perché, per il resto, mi pare che se ne sia già discusso abbastanza qua sotto (dico soltanto che i giornali li leggo, io). “Il blog struggente di un formidabile genio” è un (evidente) calco del libro “l’opera struggente di un formidabile genio”: un’opera in cui l’autore si prende continuamente in giro e comunque mai sul serio. Il titolo, quindi, non dice “sono un formidabile genio” bensì “sono uno che non si prende sul serio e che sta scherzando”. Oltretutto, non credo serva necessariamente conoscere il libro di Eggers per capirlo: un titolo così altisonante, così barocco, così spropositato (un blog STRUGGENTE, un genio FORMIDABILE) già di per sè NON può esser preso sul serio. Se poi lo si confronta con il tenore e il taglio degli articoli…beh, credo appaia chiaro.

      • Non fate ironia su di me, che manco mi conoscete.
        Leggo sia gornali satirici che numerose testate nazionali e anche internazionali e non ho bisogno di starlo a dire a voi.
        Mi ha risposto solo sulla prima parte del mio commento, resta da spiegare la seconda: lei è un provinciale, stenta ad ammetterlo ma è così.
        Ho letto altri post e non mi sembravano offensivi. Questa ironia è offensiva.

        • Non c’è ironia nella risposta. Lei suggerisce che io non sia solito leggere giornali, io le ho detto che li leggo. A questo punto mi viene però la curiosità di sapere il motivo della sua supposizione: non pensa che io li legga perché non ho detto della microcriminalità di Bari oppure perché ho detto la frase che lei mi riporta?
          Le ho risposto solo sulla prima parte perché per la seconda (diciamo in breve “il grado di offensività dell’articolo”) se ne è già discusso abbastanza qua sotto. Non è un articolo di giornale, è un racconto e nel racconto, sul finale, avevo bisogno del luogo comune che attanaglia Bitonto per sottolineare il contrasto tra la notizia epifanica dell’abilità superiore delle bitontine e la nomea del paese. Ora, ci si può offendere quanto vuole, ma Bitonto è conosciuta per quei motivi: e sui giornali, magari non proprio con cadenza settimanale ma quella suvvia è un’iperbole,putroppo si leggono notizie del genere.
          Lei mi dice che stento ad ammettere di essere un provinciale. Il post in questione si chiude così:

          (Ps. Bari, com’è noto, è un grande paesone. Il che significa che ho potuto scrivere questo articolo solo perché, nel mio piccolo, sono anch’io un provinciale. Me ne sono accorto, mio malgrado, solo di recente. Da quando ho iniziato ad “andare in trasferta” − Bologna, Milano, Torino, Londra etc −, ho notato di non sfuggire a molti dei comportamenti sopra descritti. Anche io, quando assaggio il pane di Firenze, finisco col dire: ma questo pane non ha sale, vuoi mettere con quello nostro? Anche io, quando il semaforo per l’attraversamento pedonale è rosso, dico con malsano orgoglio: noi a Bari attraversiamo a prescindere! Anche io quando vedo la fila a Grom penso con supponenza: ma noi i gelati li facciamo meglio e non costano mica così tanto! Anche io, soprattutto, ho iniziato a girare per le strade con i panini nello zaino e lo sguardo sull’orologio per capire quanto tempo ho prima di perdere il treno. Stima e comprensione per chi lo fa dal primo superiore).

          Come vede il mio essere provinciale non solo mi è noto ma è anche esplicitato. Non capisco pertanto la sua osservazione.

  3. Pingback: C’era una volta il colore marrone: le shatush e la bellezza a tempo determinato | Il Blog Struggente di un Formidabile Genio

  4. Sono ancora il piemontese: chiedo scusa per gli errori nell’ultima riga (colpa della fretta). Comunque la cattedrale di Bitonto è la più bella della Puglia e una delle più belle d’Italia!

  5. Io piemontese purosangue, vero polentone doc, ho sposato una bitontina e non posso che confermare: fantastica in tutto (e dico proprio in tutto)! Sui furti d’auto, dico solo che ogni estate, quando scendiamo, la prima cosa che mi consigliano i parenti bitontini e di prenotare ina nticipo il garage a pagamento 😛

  6. prima di scherzare (e in questo caso lo hai fatto anche pesantemente senza ritegno) devi vivere certe realtà e non solo giudicare e sparare cavolate solo perché ti senti, ma non lo sei, un “Formidabile Genio” (di sta Minchia aggiungerei). Anche perché criticare e poi fingere un’autocritica per nascondere una paraculata enorme nei post scriptum è da scemi e non da geni.

    • Perdonami ma non credi di essere stato/a un tantino esagerato/a? Non mi sembra che lui abbia pesantemente e senza ritegno criticato e offeso qualcuno. Anche io vivo in un paesino e mi rendo conto che è tutto tremendamente vero. Fatti una risata ogni tanto, su con la vita!

  7. Articolo simpatico, ricco di ironia.
    Ma dire che l’economia di Bitonto è incentrata sulla criminalità, le sparatorie e i furti, equivale a dire che l economia di Bari è incentrata sull estrazione del petrolio. Credi che nn ci sia l identica situazione in molte città del sud? E in maniera più velata e meno eclatante, anche in quelle del nord? Io sono di Bari come te, e un mese fa hanno ucciso dietro casa mia un boss mafioso, e vivo in un quartiere molto tranquillo. Tutto il mondo e paese. Puoi andare con il giubbotto antiproiettile di sabato anche a Milano, Bologna o Caltanissetta, non credo che li non ci sia criminalità.
    Ergo, mi è sembrato molto fuori luogo etichettare Bitonto come una città che offre quasi solo pericoli.
    Ha tanto da offrire, come qualsiasi città, piccola o grande, del Bel Paese.

    • Certo che lo credo.
      Ma non bisogna confondere racconto e cronaca. Non è un articolo di giornale questo. Non è un saggio. E’ un racconto alla cui fine avevo bisogno di un espediente retorico per enfatizzare la sorpresa dell’epifania (le ragazze bitontine sono le migliori? ma come? Bitonto non è il paese delle auto rubate e delle sparatorie? come si spiega l’arcano? –> questo, in sintesi, l’effetto ricercato). Detta altrimenti: se i tre amici avessero sostenuto la superiorità della femmina d’Acquaviva, io me ne sarei uscito forse con una roba del genere “ma come, Acquaviva, la cui economia si basa sulla cipolla, etc etc”.
      Ho usato i luoghi comuni (li uso sempre) e putroppo – e dico putroppo – il luogo comune di Bitonto è quello. Ciò non significa che sia un inferno in terra ma che, nell’immaginario comune e ahimè nella cronaca, la città di Bitonto si collega sempre alle auto rubate, alle sparatorie…così come, al nord, Bari è la città degli scippi e di san nicola.

  8. Bellissimo post, e se ti può consolare è perfettamente normale, quasi inevitabile, quel processo di confronto tra
    usi e costumi propri e usi e costumi altrui; è un comportamento che nasce spontaneo nell’individuo ogni volta che si intraprende un viaggio o uno spostamento di vario genere:
    quando ci si confronta con nuove identità e culture automaticamente si tende a ribadire e definire la propria.

    …Almeno, così c’era scritto sul mio libro di geografia del turismo!

    In ogni caso, che odio i foglietti degli orari. Anche perché confesso che pur vivendo in provincia non so comunque consultarli, sono degli aggeggi complicatissimi con tutte quelle griglie, tabelle, asterischi che rimandano a differenze tra giorni feriali e festivi di cui ogni volta devo fermarmi a ricordare quali sono gli uni e quali gli altri! che dramma.

    • Ma sì, è normalissimo. Scherziamoci su un po’ tutti. Prendersi meno sul serio è la chiave della vera convivenza, personale o geografica che sia.
      (adesso ci sono gli smartphone…vado direttamente sul sito di trenitalia…purtroppo!)

  9. L’articolo è abbastanza divertente…alcune cose sono vere ma penso che chiunque immesso in una realtà nuova piccola o grande lontana o vicona che sia fa sempre riferimento alle proprie radici, il confronto è l’unico mezzo che abbiamo per rapportarci con gli altri e con il mondo e serve anche per accogliere il nuovo e migliorarsi quindi nn è poi così male essere provinciali c’è sempre tempo per adeguarsi alla città l’importante è farlo con intelligenza…riguardo alle ragazze di Bitonto bisogna vedere chi frequenti e più quella è una virtù ahah…le categorie non mi sono mai piaciute…in fin dei conti come ti sei accorto anche tu tutto il mondo è paese!!!

  10. Sono stato uno dei primi esemplari sotto la lente (anche se ufficialmente ero provinciale perché, come ti ho detto tante volte, Matera è CAPOLUOGO), ora mi commuove vederti che ti metti da solo dall’altra parte della barricata.

  11. Anche le terlizzesi non scherzano, devo dire. Più che da Grom però, vai alla Gelateria dei Medici, il gelato è molto buono e costa anche poco!!

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