La Fiera della Vanità: una giornata alla fiera del levante 

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Prologo
: Lavori & Dolori.
Prima di iniziare, una domanda.
Ma qualcuno che ha inviato il curriculum alle mail “m.santoro@grupposerviziassociati.it” e  “info@zucchettiregulus.it”, è stato contattato, interrogato e, per nove giorni, assunto? È solo una curiosità personale.
Ditemi di sì. Ditemi che qualcuno ha letto l’esauriente esito dei bandi il 5 settembre – in cui non viene detto né numero dei posti disponibili, né scadenza dei termini di selezione – ha partecipato ed è stato richiamato. Restituitemi fiducia nel ventunesimo secolo. Ditemi che qualcuno ha aperto la mail, ha letto il curriculum e ha pensato sì, questo qui ha l’esperienza e la competenza adatta per stare in piedi accanto a una porta, penso che sia il candidato adatto! Ditemi che sia una coincidenza che sul profilo Facebook della Fiera del Levante rispondevano ad ogni domanda (ripetuta ad nauseam: ma quanto costa il biglietto? Quando inizia? Quali sono gli orari?) tranne a quelle relative ai posti di lavoro (Perché la mia mail risulta cestinata senza essere stata letta? Escono i nominativi degli assunti? Come fanno a leggere e valutare tutti i cv in ventiquattro ore? ).
Essì direte voi: ma hanno esternalizzato, non sono loro che decidono, non sono affari loro. Essì, dico io: ma sono pur sempre cazzi nostri.

Parte I: ingresso, cessi e cibarie.
Come ogni Barese che si rispetti sono andato alla Fiera solo perché qualcuno mi ha passato il biglietto. Sono un pezzente che non vuole pagare 3 euro? Sì, ma non solo. I soldi non  glieli do anche per il motivo di cui sopra e anche perché non ho mai capito il motivo per cui dovrei pagare un ingresso per entrare in un posto dove si vedono cose che vedi anche all’Auchan. E là mica devi acquistare il biglietto d’entrata. Ma il planetario non c’è all’Auchan! Sì e infatti per vederlo bisognava pagare. Ma tant’è.
Mi presento all’entrata e mi faccio scannerizzare il biglietto da una gentile signora che evidentemente era stata selezionata e assunta (dall’apposita Agenzia) per i suoi anni di militanza nell’Accademia della Crusca. Una raffinatezza, un sense of humour e una pronuncia impeccabili. Immagino dovesse servire per far sentire a casa propria i baresi che tornavano, dopo decenni, dagli Stati Uniti. Ma vabbé.

Ci facciamo un giro nel salone dei sanitari e dell’arredamento. Eravamo quattro esseri umani. Due ragazzi e  due ragazze con più di vent’anni e meno di trenta. Penso che se avessimo messo in comune tutti i risparmi di quattro vite, forse e dico forse, saremmo riusciti a comprare un cesso e un bidet. Ci spostiamo altrove domandandoci dove pisceremo tra dieci anni.
Entriamo nel padiglione degli alimentari. Ora, siccome siamo di Bari, la missione è quella di sempre: trovare degli assaggini gratis. La regola, anche, è quella di sempre: “vale tutto”. Non c’è un ordine di portate. Se è gratis si può iniziare assaggiando un cucchiaio di miele al fico d’india, proseguire con salame di cinghiale della Valtellina, ingurgitare cioccolato piemontese e concludere con formaggio caprino piccante della Calabria.
Ci avviciniamo a uno stand dove c’era una confusione paragonabile a un branco di gnu inseguito da leopardi sanguinari. Come mai? Semplice, davano assaggini di formaggio. Io e l’amico maschio tentiamo di farci largo tra signore extralarge e signori attempati che tenevano il gomito all’altezza del Materazzi dei bei tempi. Siccome sono una persona civile, arrivato di fronte al piatto, tento di scartare uno stuzzicadenti per utilizzarlo. Sembrava di stare in uno di quei film d’azione in cui il protagonista deve disinnescare una bomba mentre il timer segna inesorabile l’esaurimento del tempo a disposizione. Muoviti Renato, cazzo, tira fuori lo stuzzicadenti, stanno finendo tutto! Mani fameliche accanto e intorno a me afferravano quadratini di formaggio a due, tre alla volta. Altro che stuzzicadenti. A mani nude. Riesco a infilzare due pezzettini e a fuggire dall’orda prima che si scadesse nel cannibalismo. Scommetto che certa foga non si vede nemmeno quando arriva il pane nei villaggi del Darfour.
Usciamo dal padiglione del cibo un po’ delusi. La battuta di caccia è andata male. E non ci vogliamo abbassare a mangiare i pezzi di pane bagnati con l’olio che non si fila mai nessuno.
Cosa fare adesso? Entrare nello stand di Telenorba per vedere se riusciamo a capire di cosa sono fatti i baffi di Enzo Magistà? Andare dai tipi della Folletto per illuderli di essere interessati? Fare la ressa allo stand del Gelatiere quando il negozio ce l’abbiamo dietro casa? Comprarci un trattore così il sabato sera in centro ci andiamo con stile?
No.
Facciamo quello per cui siamo venuti. Entriamo nella Galleria delle Nazioni.

Parte II: il mondo in un edificio.
Ora, inutile prenderci per il culo. La Galleria delle Nazioni poteva avere un suo fascino nell’era pre-globalizzazione, negli anni prima di Internet. Adesso ci entri e ti sembra di stare in Corso Cavour o tra le bancarelle di Via Crisanzio di fronte all’Ateneo. Ma, suvvia, cos’altro vuoi fare una volta entrato in Fiera? Vuoi veramente prenderti lo zucchero filato? No, è bello da vedersi ma non sa di un cazzo. E allora su, entriamo nella Galleria delle Nazioni.
Prima cosa da registrare. In una sorta di rivincita per il suo passato coloniale, la Galleria delle Nazioni è stata conquistata dall’India. Il 70% degli stand battevano infatti la bandiera di Nuova Dehli. E vendevano tutti le stesse cose: anelli di metallo a 2 euro (che secondo me loro pagano 10 euro alla tonnellata), qualche scialle, pietre e palle colorate. Minchia che palle! Tento di trovare qualcosa di diverso, qualcosa per cui ancora valga la pena. Respiro i soliti incensi tibetani che trovo all’Ikea, osservo la paccottiglia da fine Guerra Fredda della Russia (ma qualcuno se li compra davvero i riquadri di Lenin?), mi fermo a uno stand che vende perle (non mi ricordo di quale nazione) giusto perché avevano messe a venderle quattro ragazze di bell’aspetto (marketing spicciolo ma che funziona sempre). Niente di eccezionale. Poi però come San Paolo sulla via di Damasco rimango folgorato. Lo stand della Palestina! Daje! Intifada! Kefiah! Ribellione contro il capitalismo israeliano! Mi avvicino e scopro che invece tutto lo stand era basato sull’unico personaggio di rilievo a cui quella nazione abbia dato i natali: Gesù Cristo.
Statue di legno intagliate in tutte le salse, crocifissi, quadri. C’era anche una riproduzione dell’Ultima Cena, interamente in legno, in cui però mi sembrava che l’autore avesse usato la figura di Gesù Cristo quattro volte: forse non si ricordava i volti di quegli apostoli. I prezzi ti facevano venire voglia di tornare al paganesimo rurale: 400, 500, 600 euro a pezzo. Gesù Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio e quelli si sono rifugiati alla Fiera del Levante.
Scosso nelle mie fondamenta religiose, esco dalla Galleria delle Nazioni senza aver comprato nulla ma, giuro, senza nemmeno aver rubato alcunché.
E mo’? Bella domanda.

Parte III:
qualcosa prima della fine.
Mo’ non resta che fare il giro ad cazzum, senza meta, senza senso. Guardare i tavoli da giardino, immergere le mani nelle piscine portatili idromassaggio che vedi a Jersey Shore, entrare nelle auto in esposizione che tanto non ti puoi comprare manco a rate secolari. Quest’anno c’era pure Palesano ma la focaccia là non la comprerò mai: chi, come il sottoscritto, ha passato un lustro allo Scacchi si ricorda Palesano come un panificio-borgataro-proletario per studenti affamati a cui regalava assaggini di prodotti avanzati il giorno prima e spacciava popizze dal contenuto salino pari al 987%. Adesso quando ci passo davanti me lo vedo tutto bello lindo e ammodernato, borghesotto e capitalista. La fila allo stand di Palesano accanto al napoletano di turno proprio no, non la faccio.
Intanto il sole tramonta, le 19 scoccano, si entra gratis. Inizi a beccare qualche volto conosciuto. Scambi quattro parole, solite cose, soliti cazzi. La nostra voglia di stare alla Fiera va esaurendosi. Andiamo così a salutare un’amica che lavorava allo stand della Vodafone. Vediamo che fa, vediamo che dice. La prima domanda che le chiediamo è, com’è ovvio, quanto prende. Risposta: 12 ore al giorno x 9 giorni= 200 euro. Tradotto: 2,08 euro all’ora a cui poi aggiungi 1 euro a contratto dopo il cinquantesimo stipulato. Mi volto e verso qualche lacrima per la mia generazione. Dopo essermi soffiato il naso mi dirigo verso i venditori di hot dog a cui scrocco, con spirito di vendetta, qualche assaggino di pezzi di wurstel. Poi, sulla strada che porta alla fontana incontro un ragazzo vestito da pacco regalo gigante. Era leccese o giù di lì. Senza un perché ci abbracciamo. Era sporco ma morbido. Evidentemente ne avevamo entrambi bisogno.1234312_10202157038716216_1199370_n
Epilogo: la solite fine di una solita giornata della solita fiera.
Basta. Chiudiamola qua.
Ci dirigiamo verso l’uscita e sul viale incontriamo il solito Tommy Tedone alle prese con le sue solite interviste. Non sento cosa sta domandando ma già mi immagino il declino del commercio barese, lo stato indecente di Piazza Umberto, la morte di via Manzoni, il degrado del Lungomare tra Pane e Pomodoro e Torre Quetta, che bella la Fiera dovremmo sfruttarla meglio.
Qualcuno dalla folla gli grida Tommy, paga i tuoi camerieri!
Mi scappa una risata.
Ah la Fiera è sempre la Fiera. Ci passi delle ore, vedi poche cose, vedi sempre le stesse poche cose, non compri niente, non spendi niente. Tranne il tuo tempo. Che, a ben pensarci, è l’unica cosa che abbiamo ancora da spendere in abbondanza. Chissà come farò se un giorno, per spendere il mio tempo alla Fiera, sarò costretto a spendere soldi. Minchia, non ci voglio nemmeno pensare.

Ps. Ma ci sei andato a Eataly? Sì, ci sono andato. Ma ne parliamo un’altra volta.

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3 thoughts on “La Fiera della Vanità: una giornata alla fiera del levante 

  1. Ho conosciuto il tuo blog grazie all’articolo su rosamarina, semplicemente fantastico e tutto vero 😀 . Secondo me il tuo blog dovrebbe essere seriamente considerato da più gente!

  2. Sei sempre bravissimo e mi fai sorridere sempre, anche in queste giornate un po’ plumbee che ti mettono malinconia addosso. Complimenti! (:

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