Tutta una merda di vita davanti: la fenomenologia del call center 

Sfonderò una porta aperta. Perché so che tutti (o quasi) sanno di cosa sto parlando. D’altra parte basta andare su Kijiji e dare un’occhiata: qual è il lavoro che non manca mai? Esatto. Quello che trovi sempre accanto alla richiesta del programmatore e al tipo che cerca da venticinque mesi di vendere la rosticceria ben avviata in Corso Cavour. Avete capito no? Sì, sto parlando de l’operatore del call-center. Anzi. L’operatore del call-center outbound. Per chi – beato lui – non sapesse che si intende con questa parolina anglosassone lo spiegherò in breve. Il fantastico mondo dei call-center si divide in due categorie: c’è l’operatore outbound, cioè il tipo che ti scassa i coglioni chiamandoti a casa a orari indecenti e c’è l’operatore inbound, cioè il tipo a cui tu scassi i coglioni quando internet non va o il tuo credito sul cellulare è misteriosamente scomparso nel nulla. Diciamolo subito: l’operatore call-center inbound è il privilegiato della situazione. Non deve telefonare, non deve pregare di trovare la persona disponibile, non deve convincere nessuno. E infatti trovare un annuncio per call-center inbound è cosa rara e preziosa, manco fosse un posto da neurochirurgo spinale o da esperto di telecomunicazioni per lo Shuttle. Salvo poi scoprire che, nove volte su dieci, quando chiami un call center inbound ti risponde il rumeno, l’albanese o lo straniero della situazione con cui devi imbastire una conversazione da teatro dell’assurdo: lei contratto telefono non registrato – dispiace ripetere? Abbonamento che tipo −  problemi zona dove lei chiama. E non proseguo per non essere tacciato di razzismo spicciolo.
Call center outbound quindi, dicevamo. È quello che, da italiani del 21esimo secolo, ci tocca. E facciamolo. Continua a leggere